Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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domenica 21 luglio 2013

You stopped believing.

Spiace evidentemente vedere torme di bimbominkia su tutto l'orbe terracqueo che si disperano per la recentissima dipartita dell'attore/cantante/ballerino di Glee Corey Monteith, da quel che si capisce deceduto in seguito ad un'overdose extra-strong, evento connettibile al ciclo di rehab cui si era appena sottoposto anche dietro supplica della collega/fidanzata/promessa sposa Lea Michele, con la quale il fu Monteith aveva animato la coppia-architrave di tutto lo show sin dagli inizi 4 anni fa. Ci dicono poi che il defunto venisse comunque da un'infanzia difficilina, segnata dall'abbandono da parte del padre, un percorso scolastico a dir poco accidentato, furtarelli, cannettine, stupefacentucci, insomma nulla di invidiabile, detto anzi che quella che pareva all'inizio una scommessa persa, Glee appunto, aveva invece gratificato il Monteith con un successo mostruoso, di una qualità certo differente rispetto agli One Direction, che oltre che canticchiare, sculettare e vomitare sul palco altro non sanno fare. 
Mani avanti: io e la Spocchia di Glee abbiamo visto pochino rispetto al totale, giusto la seconda metà della seconda serie e qualche episodio della terza. Poco, appunto, non così poco però da non poter giudicare la qualità generale dello show, il cui indiscutibile successo planetario ha mietuto la sua prima vittima, checché ne dicano certi moralisti alla rovescia.
In sostanza: a parte dei buchi senza fondo nella sceneggiatura dei singoli episodi, dovuti essenzialmente al fatto prima si decidono le canzoni, coi relativi temi, e quindi si costruisce attorno la trama (puntata Michael Jackson, puntata Brtiney spears, puntata Fleetwood Mac, ecc.), cosa che produce spesso situazioni improvvisate e obiettivamente poco credibili (gravidanze improvvise, figli dati in adozione e poi tutto come prima...), quando non caricaturalmente surreali (nuoto sincronizzato MISTO, oppure partita di rugby con squadra mista maschi- femmine vestiti da zombie per spaventare gli avversari - stagione 2x11, cercatevela), a parte certi salti logici tra puntata e puntata, a parte la sensazione diffusa di una storia che prende forma strada facendo nella mente degli sceneggiatori, a parte il finale degli episodi che si arrestano di colpo come se venisse sempre tagliato qualcosa, a parte certe debolezze nella psicologia dei personaggi, a parte le canzoni che, in quasi il 90% dei casi, sono cover starnazzate di un livello imbarazzante rispetto all'originale (anche tu, Cyndi, perdonali...), specie quelle cantate dai maschi (qui invece raggiungiamo l'estasi...), Ryan Murphy ha concepito il giocattolino come una specie di inno alla diversità in tutte le sue declinazioni, per dimostrare che anche i cosiddetti sfigati hanno la possibilità di combinare qualcosa nella vita; ciò spiega l'idea di base, ovvero un glee-club, costituito da sicuri perdenti e sfottuto da tutti gli altri club della scuola, che riesce faticosamente a imporsi grazie al fiuto di un inquietante insegnante di spagnolo (il curriculum del cui interprete è sciccosissimo- per tacere di certi duetti con i bisnonni di Harry Styles...) e alla crescente fiducia in se stessi che i singoli cantanti-ballerini acquisiscono prova dopo prova, concorso dopo concorso, tra delusioni, rivincite e tanto ammmooore. E bisogna dire che nel mistone non manca nulla: omosessuali, lesbiche perpetue, lesbiche progressive, invalidi col cognome ebraico, ebrei semplici, ebrei complessi, figli di divorziati assortiti, figlia di coppia gay ebraica, ispano-americani, giappo-americani, cino-americani balbuzienti con mezzo cognome ebreo ('sta fissa per lo stereotipo dell'ebreo emarginato, però... secondo me è anche offensiva...), irlandesi, rastoni mistici, palestrati dislessici con la bocca di trota figli di padri disoccupati, bellocce che diventano invalide e che da piccole erano oversize, tipe attualmente oversize, e sicuramente qualcos'altro che non abbiamo visto. Insomma: la fiera dell'emarginato che si riscatta.  
Messaggio, questo, certamente positivo, al di là di tutte le riserve drammaturgiche su cui ora è superfluo soffermarsi, ma resta il fatto che nemmeno Glee si è sottratto al tipico fenomeno di molta serialità d'oltreoceano, ovvero la cimiterializzazione degli attori, incapaci spesso di resistere alla forte pressione della fama, quando essa c'è, e peggio ancora del tutto sprovvisti di forza psicologica per sopportare lo spegnersi della fama medesima. Se in questo secondo caso possiamo certamente citare a testimone il triste destino del 90% del cast di Arnold (sit-com molto pre-Glee, peraltro...), il povero Monteith rientra nel primo. Le conclusioni da trarre sono ovviamente tante, ma ci limiteremo a una, articolandola. 
Mettiamo da parte il triste calcolo dei maudits vittime dello star system e bla bla bla, sì, il Montheith è DAVVERO l'ultimo della serie dopo, tanto per sparare nomi alla cieca, Whitney Houston, Amy Winehouse, Heath Ledger, Kurt Cobain, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Judy Garland (e Robbie Williams e Britney Spears non sono proprio dei fiorellini, a tutt'oggi...). Ovvio poi che dietro Cory si nasconda potenzialmente chiunque di noi, nel senso che la sua difficile esistenza, fatta di rapporti affettivi instabili e una grande fragilità emotiva, può essere quella di qualsiasi ragazzo di oggi. Pateticissimo sarebbe  pure citare la morte del Montheith come prova ulteriore da sbattere in faccia ai nostri giovani per dimostrare che il mondo dello spettacolo non è tutto lustrini e paillettes e dietro le luci della ribalta si nascondono storie di infelicità assoluta che nemmeno il successo può coprire del tutto. Ma sì, si sa già. La verità è un'altra, secondo noi: nel caso di Cory abbiamo visto come lo sdoppiamento e la proiezione di sé in una storia che avrebbe dovuto salvare la parte buona depurandola da quella cattiva si sono risolti in un fallimento. Dico cioè che i demoni dentro noi non si sconfiggono semplicemente oggettivandoli, a prescindere che l'oggettivazione avvenga in una cosa come Glee o in qualsiasi altro contesto. 
Dunquizzando: da quel che ci pare di aver capito, il personaggio interpretato dal fu Monteith, ovvero il quarterback canterino Finn Hudson, è (era) pure lui un discreto concentrato di sfiga, essendogli il padre morto per overdose, anche se la mamma ha fatto credere al figlio che il marito sia caduto sul campo nella guerra in Iraq (e già qui...); la mamma poi, semi-impazzita per la cosa, cade tra le braccia di un altro vedovo, che di professione fa il meccanico ed è il padre di un altro iper-sfigato, Kurt, il primo omosessuale che si incontra nella serie, vittima naturalmente di violenze assortite durante vari episodi. Finn, dunque, si ritrova orfano di padre e con un fratellastro gay (chissà se Glee va in onda in Texas...). Si aggiungono poi le varie storielle con Rachel, Quinn, gli addii e i ritorni, insomma non manca nulla. 
Cosa può aver guastato il fegato a Cory, nonostante il ciclopico successo del teen-drama? Secondo noi proprio il fatto che Cory e Finn sono fin troppo sovrapponibili. Cory, cioè, si è rivalso sui drammi dell'adolescenza, dovendoli però rivivere continuamente nel suo stesso personaggio. È chiaro che qualcosa non torna. Una situazione simile, se non si ha una psiche a prova di bomba, può risultare effettivamente deflagrante. Immaginate di essere rimasti orfani di un genitore e di celebrarne OGNI GIORNO il funerale: impazzireste dopo neanche una settimana. Così Cory: il suo paradossale dramma è stato il fatto di essere obbligato a rivivere (e a convivere con) la sua parte oscura, condizione necessaria perché il personaggio tirasse e decretasse, insieme agli altri losers della trama, il successo del telefilm. Ma evidentemente l'equilibrio ad un certo punto è saltato. 
Di norma, l'artista dal passato difficile può dire che proprio grazie a quelle sofferenze ha trovato dentro di sé la voglia di esprimersi, la rabbia giusta per superare i limiti che l'esistenza gli ha sbattuto in faccia, se vogliamo anche il desiderio di rivalersi contro coloro che lo hanno fatto soffrire, magari emarginandolo, o peggio. Il nostro inossidabile Tiziano Ferro (lollons) ha detto chiaramente che il suo passato da obeso/gay represso (deliziosamente Glee, n'est-ce-pas?) ha fatto da propellente creativo per la composizione delle sue canzoni: egli può cioè guardare a quei giorni con la soddisfazione di chi alla fine sa dare un senso a quel dolore, anzi lo deve in certo modo “ringraziare”, poiché esso è stato il concime del successo presente. A patto però, si sottintende, che QUEL dolore rimanga saldamente LÀ, confinato nei recinti della memoria, utile fin che si vuole ma non più in grado di nuocere: ormai l'ispirazione è partita, non c'è bisogno di ri-alimentarla con altro dolore. 
Cory no, si è trovato a dover riaprire continuamente vecchie ferite per richiuderle subito dopo e poi ancora riaprirle: il moto pendolare Cory-Finn-Cory gli ha cioè imposto lo non- uscita dal personaggio, poiché esso coincide in larga parte con la persona vera (tralasciamo che in latino il vocabolo persona indica la maschera teatrale, sennò non ne usciamo più). Un ragazzone di 28-31 anni costretto a rivivere senza posa, per ovvie esigenze di copione, i suoi 16 anni: si tratta, intendiamoci, di un uso tipico delle serie USA, che per curiosi motivi di opportunità non fanno quasi mai interpretare gli adolescenti agli adolescenti veri, ma costringono gente ormai grandina in ruoli paciocchi (vedi i protagonisti di Dawson's Creek- ma indimenticabile a tal proposito pure Jason Behr che, ventisettenne strapompato, fu blindato nel ruolo CREDIBILISSIMO del querulo alieno sedicenne con turbe esistenziali in Roswell)(ah, ma Jason è nato il 30 dicembre – tutta la nostra stima, allora – lollons). Se però tutto ciò si applica ad un ragazzo dal temperamento già fragile, che i suoi 16 anni li ricorda come un cilicio, unitamente al fatto che Cory non è certo il primo attor giovane a trovarsi travolto da un successo difficilmente gestibile, nessuno stupore che i fantasmi del passato, possenti e mai davvero estinti, lo abbiano ripiombato nel tunnel della droga. Ogni giorno, sul set di Glee, Cory ha rivisto quella parte di sé con cui non voleva più avere a che fare, ma che si è fatta sgradita quanto obbligata compagna nel viaggio verso la fama. Un prezzo troppo alto, evidentemente. Per dire, Luke Perry, a cui fu assegnato il ruolo più disgraziato di tutto l'immediato post-muro di Berlino, ovvero il mega-iper-arci-extra devastato Dylan McKay di Berverly Hills 90210, oggi si gode i proventi di quella fortunata parte e non disturba più nessuno. Ovvio: ha semplicemente "staccato" se stesso da Dylan e tanti saluti. Cory non ha voluto aspettare per vedere se Murphy & C. avevano in mente un lieto fine per la storia del suo personaggio; né gli è bastato il fatto che l'amore finto con Rachel si fosse fatto autentico con Lea (ok, sulla base di questo ragionamento Cristina D'Avena avrebbe dovuto sposare Pasquale Finnicelli prima e Marco Bellavia poi, ma cosa volete mai...): verità e finzione, così orribilmente congruenti ed omogenee, sono diventate un meteorite che ha sventrato la già martoriata psiche di Cory; dover fare “Ciao, belli!” al pubblico adorante che adorava nella misura in cui gli si dava in pasto il proprio strazio personale sotto spoglie solo apparentemente mentite, è equivalso alla fine a ciò che accade a Homer Simpson (farewell, Tonino...) nell'episodio in cui si ritrova a fare il fenomeno da baraccone respingendo palle di cannone con la pancia: ancora un colpo e kaputt. Cory si è, in fondo, visto allo specchio come Finn (DEL RESTO...), ma quest'immagine, invece di dissolversi, ha dissolto colui che l'ha proiettata. Potenza del teleschermo.

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