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"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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sabato 24 dicembre 2016

Senecana (1) : quanto ce piace ciangotta'...

[avviso ai lettori dal naso fino: ricordate che è la pagina di un blog...]

Dedichiamo qualche post ad alcuni punti fondamentali del pensiero del più grande filosofo di Roma e isole circonvicine, convinti della sua invincibile modernità.
Tralasciando la biografia e le complicate risultanze di un'epoca piuttosto ardua da viverci dentro (guardate cosa gira sul web, che bellezza...), diciamo che Seneca rispecchia nel suo animo complesso e multiforme un'ampia gamma delle disposizioni umane: filosofo stoico che non disdegna di praticare l'usura, teorico del disprezzo delle ricchezze purché a lui rimangano quei tre milioni di sesterzi giusti giusti per conseguire la virtù senza scendere a compromessi con lo stomaco, consigliere del principe finché tigelle e soprattutto Tigellino non gli consigliano di lasciar perdere, alfiere di un umanesimo quasi paolino e primo firmatario della mozione per far fuori Agrippina, adulatore senza faccia dell'imperatore Claudio per tentare di rientrare dall'esilio e poi zucchizzatore del medesimo quando costui morì, Seneca ci ha lasciato tesori di saggezza difficilmente comparabili coi prodotti di qualsiasi altra stagione della cultura occidentale (pace Volo et Moccia).
L'efficacia del messaggio senecano sta nella sua rinuncia alla chiacchiera astratta, in omaggio sia a certa tradizione cinico-stoica sia alla mentalità concretissima dei romani suoi uditori, il tutto a vantaggio di una prosa non certo semplice, ma costellata da esempi e metafore di squisita efficacia. 
Il bello è poi che Seneca ha tradotto in massime solidissime e indimenticabili i presupposti di una filosofia che per colmo d'ironia ci è pervenuta, prima di lui, desolatamente a pezzi. Spesso infatti si omette di considerare che la filosofia stoica, fondata dal greco/fenicio Zenone di Cizio laggiù verso il III sec. a.C, ha avuto bensì esponenti di genialità indiscussa (Zenone appunto, Cleante, Crisippo, Panezio, Posidonio), il pensiero dei quali ci è giunto tuttavia frammentario e spezzettato (guardate un po' qui...) in citazioni di altri autori, autori che in non pochi casi erano avversari dello stoicismo, le cui testimonianze vanno quindi prese con estremo beneficio di inventario.
La cosa stupefacente è appunto che una filosofia così architravica per la cultura occidentale risulti, alle sue fonti, per noi solo ricostruibile da una messe di frammenti non sempre chiarissimi, alle volte vagamente contraddittori tra loro o assai difficili da interpretare nel contesto generale (noch, Herr Max Pohlenz, wir lieben dich...).
E dunque.
E dunque il ruolo di Seneca come diffusore di filosofia bellissima ma perduta nella sua interezza originale appare di primissimo piano e meritevole della più ampia commendevolezza.
Certo, come egli stesso afferma, il SUO stoicismo non è rapsodico montaggio delle teorie dei greci, alla maniera di Cicerone diciamo (ricordate che ecc. ecc.), ma cosciente e responsabile rielaborazione di un mare magnum di precetti, a volte accettati, altre volte rimodernati in ragione delle esigenze dell'epoca sua. Egli è in tutto e per tutto erede della tradizione della sua scuola, nella quale si sono succeduti maestri che non hanno avuto problemi a rimettere in discussione, anche pesantemente, le dottrine messe a punto dai predecessori (o almeno così ci pare di capire dai frammenti).
Così lui pure assorbe tonnellate di stoicismo, ma non esita a mostrare gradimento nei confronti di sapide spezie epicuree, senza contare, come gente spocchiosa ha messo in luce ormai da millenni, il contributo fondamentale offerto dalla sapienza medica del tempo alla messa a punto delle teorie filosofiche.
Ricavare una condensazione minima di un pensiero ampio e articolato come quello di Seneca sarebbe, in questa come in qualsiasi sede, impresa a dir poco ridicola. E per le imprese ridicole abbiamo già provveduto. Per quanto concerne le intenzioni di questo umile blogghino, mi vorrò più e più volte soffermare su un aspetto del modus docendi di Seneca che mi ha sempre colpito in particolare e che in questi periodi di bullismo mediatico e arene social mi pare di tutta importanza: l'atteggiamento di un filosofo che, pur seguace di una dottrina in grado, teoricamente, di dare una risposta a TUTTO, è sempre perfettamente conscio che tra la luminosa perfezione delle concezioni astratte e il momento in cui esse devono calarsi nel concreto della quotidianità esiste una discrasia irriducibile. Detto meglio: altro è convincersi che l'universo obbedisca ad una struttura razionale ed infallibile, altro è illudersi che tali canoni di perfetta razionalità valgano davvero per tutti gli aspetti della vita umana, la quale sarebbe niente più che un prevedibile algoritmo facilmente controllabile una volta che, sapute le cause dei singoli fatti, se ne possono dedurre irrefutabilmente gli effetti. Con la conseguenza di essere sempre in grado di collocare senza errore il Bene e i Buoni da una parte e il Male e i Malvagi dall'altra.
Seneca forse ci sperava, ma ha sempre saputo, e le sue opere sono lì a dimostrarlo, che la tragicità della condizione umana riposa sull'irrisolvibile contrasto tra volontà individuale e attuazione della medesima in contesto popolato da altri che non siamo noi, nonché sulla triste certezza che il male non è un'entità esterna a noi, ma un prodotto delle nostre più insondabili fragilità. Il Bene assoluto che lo stoicismo promette e che consiste di fatto nella virtù morale, la quale a sua volta discende dalla comprensione della perfetta razionalità del mondo e dall'adeguamento altrettanto razionale della nostra anima ai suoi processi, questo Bene assoluto giace intatto e invitto nelle menti dei filosofi, ma per tutti gli altri, e Seneca si colloca fra costoro, è conquista quotidiana pezzo per pezzo, sempre perfettibile, tra cadute, risurrezioni, vicoli ciechi, cambi di direzione e purtroppo sì, anche palesi deviazioni nell'incoerenza (leggete qui cosa dice Montanelli di Seneca, due mesi prima di tirare le cuoia...).
Le vicende della Roma dei suoi tempi avranno poi convinto Seneca di qualcos'altro, che forse resta più sottotraccia, a motivo del carattere eminentemente razionalistico dello stoicismo: il fatto cioè che nessuno può veramente ritenersi detentore del Bene, poiché, a seconda delle prospettive, la tragicità dell'agire umano esige una goccia di male anche là dove si vorrebbe un esito moralmente buono. E' il dramma della ragion di Stato che Seneca ha conosciuto dal di dentro come pochi, ma è il prolungamento di quello stesso dramma che Virgilio aveva intravisto tra le pieghe del provvidenzialistico mito di Enea carinamente commissionatogli da Augusto via Mecenate: una volontà superiore guidava le azioni dell'eroe verso il radioso futuro della fondazione di Roma e del dominio di questa sul mondo intero, eppure tale disegno ha richiesto un tributo di dolore innocente e di sofferenze individuali e collettive che portano Virgilio stesso, all'inizio di un poema pure epico-celebrativo, a chiedersi se ne sia valsa davvero la pena.
Sono gli interrogativi che ci poniamo oggi noi occidentali del terzo millennio globalizzato, allorché registriamo le conseguenze quotidiane di processi storici alimentati dai nostri predecessori che sembrano presentare il conto tutti in una volta in questi ultimi anni. Di qui l'angoscioso dubbio che forse siamo noi gli sbagliati, mentre tutti coloro che riversano critiche su noi e sul nostro modo essere e di vivere, considerandoci causa del male di tutto il resto del mondo, sembrano essere invincibilmente nel giusto.
Ebbene, la risposta alle questioni di oggidì è ardua e complessa, ma gli spunti offerti dal pensiero di Senecuccio nostro, posto pure che non portino ad alcuno sbocco risolutivo, mi paiono comunque stimolanti per impostare un discorso critico che ormai è merce rara sul web, dove tutti procedono per verità autoevidenti e autopiaciute, in genere ammannite da profeti e profetesse dell'ovvio che prima guardano dove va il mainstream riguardo le singole questioni, dopo fanno due conti se sia più conveniente, in termini di seguaci social, mettersi in scia o dire l'esatto opposto, quindi scrivono. Bravi, eh, ma c'è anche di meglio in giro.
Concludo questo post introduttivo alla serie Senecana ridendo in realtà di me stesso, poiché affido alle pagine di questo blog che non ha certo il seguito di quelli là di cui sopra riflessioni assai impegnative che meriterebbero ben altro palcoscenico e numero di lettori. Non per me, per Seneca.
Vabbe', ma la Spocchia si nutre di sé medesima, dai...
Appuntamento al prossimo post dal titolo: Il mondo è tutto un logos.

                                                                                                                                         [1- continua]  

martedì 1 dicembre 2015

QUADERNI DI FINE OCCIDENTE - 1: IL PENSIERO CHE SI ARROCCA.

Io e la Spocchia ci rendiamo conto che, a tre anni dalla nascita del blog, il ritmo pubblicatizio latita, e non è per pigrizia: fatichiamo in realtà a trovare qualcosa di puccioso di cui parlare se bisogna pescarlo dal mondo dell'attualità: la politica italiana è quello che è, il mondo multimediale pure, mille opinioni sul nulla totale gorgheggiano argentine il loro vuoto e fatichiamo ad intercettarle e soprattutto a tenerle con noi. 
Allora potremmo trasformare il blog in una centrale operativa a difesa perpetua 24/7 della cultura umanistica, così costantemente messa sotto attacco dai più vari sacerdoti del materialismo empirico (esiste?). Potremmo, ma la cosa inizia pure a stancarci un po', non nel senso che non crediamo più nei valori che insegniamo, posto che il mondo possa essere salvato solo a colpi di Seneca, ma abbiamo maturato l'idea che ci vuole ascoltare lo farebbe comunque, senza però da parte nostra riuscire a guadagnarci fette degli 'altri', di quelli cioè sempre ostili al nostro mondo, quelli che ti chiedono, con faccia palesemente idiota e prevenuta: "Ma tutto ciò alla fine... a che serve...?",  e tu, uomo-Spocchia del 2015, ti accorgi che queste povere scimmie vestite, questi vivi già morti senza sapere di esserlo, calati in una non-cultura dell'attimo e dell'apparire fini a se stessi, hanno già smesso di ascoltarti dopo la prima sillaba della tua risposta. E allora, suvvia...
Ma anche parlare di noi, nel senso delle nostre più allegre fissazioni (i cartoni animati visti in gioventù, lo sfottò perenne ai bimbominkia, le teorie socio-estetiche già ampiamente esperite in Stella Moda) pare davvero poca cosa. Non avendo poi idea precisa della tipologia di chi segue (pare) i nostri post (esclusi quelli che sanno di essere esclusi), ci viene il dubbio che tanta fatica cada invano.
Quindi chiuderemo il  blog?

ASSOLUTAMENTE NO!!!!!

E POI LA SPOCCHIA DOVE LA METTO???

Era solo per dire, amico lettore che non hai tempo di cucinare, che volevamo fare quelli che si piangono addosso per vedere come reagivi: la realtà fa schifo e noi forse pure, ma non abbiamo cessato di pensare: a fronte delle novelle catastrofi francesi, potevamo anche ricicciare il nostro post post-Charlie Hebdo, ma a che pro? Forse, sull'onda del nuovo tsunami di opinioni che hanno ridimostrato quanto da noi osservato già a gennaio, cioè che NESSUNO è sceso nell'agorà multimediale per discutere o porsi domande, ma solo per menare la clava delle idee preconcette, di qualsiasi orientamento esse siano, morale abbiamo deciso di dire di nuovo la nostra, stavolta però mettendola decisamente più sull'apocalittico. Tanto, le posizioni placidamente paracule si sa dove portano, no?

Ebbene, a seguito dei noti eventi, dedicheremo tre post, o almeno credo, a tutto ciò che essi si portano dietro. Il primo, in realtà, sarebbe stato da pubblicare a settembre, dopo che eravamo stati al Festivàl della filosòfia di Modena: grande è stata la nostra delusione al sentire dotti dottori addottorare le solite nenie piagnose sulla crisi dell'Occidente senza fornire il benché minimo spunto per una minima via d'uscita. Poi la pubblicazione è saltata, perché volevamo rileggerci il romanzo di Hesse che ispirava parte dei nostri commenti, ma poi le solite cose, la scuola, l'inverno di Aasgard, insomma ecco.  Ma adesso, proprio perché i fatti parigini dimostrano che, mentre l'Occidente si occide (LOL), un altro mondo avanza, riprendo le osservazioni fatte allora, poiché le anime belle che discettano di crolli di civiltà col compiacimento di chi se ne sente fuori, come se loro a quella civiltà appartenessero solo per finta, ci hanno anche stancato. 

Cominciano dunque i Grandi Quaderni di fine Occidente di Eligio de Marinis (la sigla la farei così, giusto per omaggiare gli anni '80)

MACHITTEVOLE @FESTIVALFILOSOFIA, MODENA: IL GIOCO DELLE PAROLE DI VETRO

Gli amanti del bello e del buono prima o poi si incocciano con le opere di Herman Hesse. Ma non di Siddartha parleremo, né del duo Narciso e Boccadoro; c’è una terza opera, più filosofica della prima e più allegorica della seconda, e soprattutto talmente densa dal punto di vista narrativo, che al confronto La marcia di Radetzky di Joseph Roth è un tranquillo fumettino a strisce orizzontali: parliamo, come ogni essere vivente avrà capito, de Il gioco delle perle di vetro, cui a Modena, al Festival della filosofia, non si è accennato, ma che i quattro relatori che io e la Spocchia abbiamo auricolato venerdì sembravano voler rinverdire a tutti i costi.
“Ereditare” è il tema del festival di quest’anno. Poi, detto pure che io ho sentito tre cose sulle circa 200 in programma, più che l’eredità qui è sembrato prevalere il desiderio del ricamo, anche un po’ fine a se stesso.
Enigmatico, vero?
No, è che noi, consumati animali da festivàl, siano essi letterari, filosofici o mitopoietici, siamo tornati dalla ubertosa Emilia con un certo sgradevole retrogusto, piuttosto inedito peraltro, come se per la prima volta ci fosse sembrato che il festivàl suddetto, nella ridottissima porzione da noi esperita, si fosse ridotto a stanca ripetizione di se medesimo, senza il guizzo in avanti che in genere ci si aspetta quando si fanno attridere cotante capocce.
E torniamo ad Hesse (giravolta-volappie’-grand jeté): il titolo del romanzo di cui al paragrafo 1 del presente post fa riferimento ad un’immaginaria provincia pedagogica del 2200 in cui c’è una sorta di monastero ove ci si esercita non a pregare gli dèi, ma a produrre, in vista delle occasioni solenni dell’anno, composizioni di perle di vetro, ovvero [detta in modo orribile e superficiale, lo so...] ragnatele di idee elaboratissime e splendenti, di acuta allegoresi, che riflettono la struttura armonica dell’universo, sia essa legata al visibile macroscopico o all’invisibile quantico-relativistico. Di fatto, la bravura degli adepti è di tipo estetico-filosofico, e la traduzione in pratica di ciò sta nell’abilità tecnica di ridisegnare con le perle infinite variazioni sul tema dell’armonia. E siccome di monastero si parla, ci sono i novizi, gli esperti, e in cima a tutti il gran maestro, che Hesse immagina ad un certo punto preso da tal scocciatura per un esercizio così sterile e fuori dalla realtà da decidere di abbandonare monastero & burattini per vivere la sana e ruspante vita di tutti i comuni mortali: al primo bagno nel lago, il tapino schiatta.
Bene. A Modena erano tutti gran maestri nel pieno del loro esercizio. Mi rendo conto che un tema come ereditare si apra ad infiniti sbocchi, ma il problema qui è che i quattro concionanti (spalmati su tre interventi) hanno fatto esattamente come nel romanzo, dando cioè prova di un’abilità estrema nel ricesellare il tema di alcuni difetti della società occidentale 2.0, ma ridicendo di fatto ciò che ridiciamo un po’ tutti da almeno 15 anni a questa parte. Il che non sarebbe un problema in sé, se non fosse che è mancata del tutto una parte propositiva di spessore; peggio ancora, gli ultimi drammatici fatti legati all’alluvione di migranti che dal Medioriente stanno salendo su su per l’Europa sino alla Finlandia pare non aver minimamente toccato i dotti relatori. Vero è che il tema del festivàl sarà stato scelto molto prima dell’inizio del nuovo esodo, ma non credo che ciò comporti una tal rigidità da non poter infilare anche solo uno spunto di riflessione dentro relazioni già pronte. Anche i fatti drammatici di questi giorni sono pur sempre eredità di politiche pregresse, no?
Intendiamoci: il dotto francese François Hartog (Primato del contemporaneo) ha parlato da par suo del presentismo che affligge la visione delle cose qui da noi in Occidente, e quindi il culto dell’attimo fine a se stesso, la fuga dal passato, l’arresto delle speranze per il futuro, l’esistenza di città generiche in cui lo scorrere del tempo è negato dalla loro stessa architettura, e poi il dramma dell’istruzione piegata a logiche cibernetiche, nel senso che ci si illude che cliccando sul web si possa sapere ogni cosa e che questo sapere equivalga ad imparare, quando ovviamente non è così. E vabbe'.
Apprezzabile poi il duetto Ezio Mauro- Zygmunt Bauman (Solitari interconnessi), compìti e solerti nel riflettere sulla precarietà come cifra del vivere odierno in Occidente, dell’esistenza di poteri immateriali e sovranazionali in grado di sterilizzare il vissuto democratico e annichilire la più grande conquista della rivoluzione francese, ovvero la nascita dell’opinione pubblica, che a votare ormai ci va molto poco; chi non condividerebbe il tema dell’intrusione tecnologica nelle nostre vite, della prevalenza dei mezzi sui fini, del divario ricchi-poveri che rende i poveri sempre più inutili?
Complimenti anche a Remo Bodei (I paradossi del tempo), che discetta con abilità mostruosa (beh, lui può…) sul tema del tempo, sull’idea di esso che ci è stata consegnata da Aristotele, laddove Agostino era di tutt’altra opinione, e poi giù citazioni da Seneca (sì, LUI) fino ai giorni nostri per comprendere quale sia il vero significato della parola eternità, che non indica una durata ma una condizione, il tutto per concludere con la metafora stoica della gomena, ovvero per dire che il tempo ci si srotola davanti, ma noi possiamo sottrarci alla precarietà degli istanti che passano fermando gli eventi nella riflessione del nostro pensiero.
Benissimo. Quindi?
Non ci si accampi dietro la scusa che la destinazione nazional-popolare di questi festivàl impone temi di media fruizione per un pubblico medio, perché due anni fa vennero in tre a spiegare come ‘funziona’ il bosone di Higgs, e le due piazze della città erano piene, con tanto di pubblico interveniente di abbacinante competenza al momento di far domande. Stavolta davvero qualcosa non ha funzionato, nel pomeriggio modenese.
Mi spiego: non si tratta tanto della maggiore o minore già-sentitezza delle argomentazioni, e mi riferisco soprattutto ai primi due interventi (Ezio mio, ancora con la prevalenza dei mezzi sui fini? Ma sono 15 anni e più che Severino e Galimberti lo urlano ai quattro angoli del globo, e Galimberti proprio ne parlò a Carpi nel 2004, noi presenti…), ma del modo in cui sono state porte. I dotti intervenienti, assai compiaciuti di sé, davano l’impressione che proprio questo compiacimento fosse in fin dei conti il fine dell’intervento. Sapevano di muoversi con sicurezza su terreni ormai noti, né hanno fatto il minimo sforzo per ipotizzare uno scarto in avanti; simili in ciò agli oratori della Seconda Sofistica (bummmm!)(Spocchia-time!!) hanno amambilmente svolto l’ennesima variazione sul tema La crisi dell’occidente ed è finita lì. Spiace dirlo, sarà stata un’impressione causata dalla piadina, ma non pareva che la crisi evocata dalle loro stesse parole li preoccupasse sul serio; sembravano, semmai, tutti orgogliosi di far vedere che l’Occidente va da quella parte lì, ma loro no, loro hanno capito, loro censurano e disprezzano, offrono i loro slogan ad effetto mediatico (ricordate la società liquida e il secolo breve? Ecco...) e comunque loro sono immuni dalla pestilenza presentista-precarizzante. Insomma, tra Piazza Grande e Piazzale Re Astolfo si respirava un’aria terribilmente snob. Loro, le anime belle, tutte intente a teorizzare la rovina (altrui), poi di soluzioni vere e proprie alle questioni sollevate non se ne sono sentite. Solo che, giunti al punto in cui siamo, non possiamo davvero limitarci a sentire ANCORA che la società occidentale è individualista e liquida, che si sta devolvendo alla macchina l’universo della conoscenza, che si studia senza capire, che si vale nella misura in cui si produce. Ci dev’essere qualcosa OLTRE questa più o meno teatralmente sconsolata contemplazione dell’esistente. E questo qualcosa andrebbe trovato prestino: mentre gli amabili conferenzieri conferivano, il fiume migratorio Siria-Europa (giusto per semplificare) esondava imperterrito. Non penso sia possibile interrogarsi senza sbocco sulla crisi ATTUALE dell’Occidente mentre se ne sta profilando una ben più imprevedibile: forse lì a Modena non se ne sono accorti, ma sta avendo luogo nel Mediterraneo, a 2346 anni di distanza, il secondo rinculo delle imprese di Alessandro Magno (dopo l’invasione ottomana), per cui non siamo noi ad andare a prenderci l’Oriente, ma è l’Oriente che fa irruzione in casa nostra. Con quali conseguenze, è ora impossibile prevedere senza tema di smentita; è però chiaro che questi profughi, quale che sia la loro destinazione finale, finiranno per incidere significativamente su tutti gli aspetti del nostro vissuto, altro che società liquida e gomene del tempo. Se davvero crediamo che la NOSTRA filosofia possa ridursi a pochi slogan di sicuro effetto editoriale, ma di poca o nulla ricaduta sociale, probabilmente stiamo chiudendo gli occhi di fronte a qualcosa che potrà deflagrare in qualsiasi momento, portandosi via cittadini inconsapevoli e intellettuali in punta di penna. Ci si accoccola nel dire che l’Occidente fa schifino, non si propone nulla per disinfettarlo, e però intanto a crisi sta aggiungendosi crisi. Forse è davvero ora di smetterla col gioco delle perle di vetro, uscire dai monasteri dell’animabellismo e inventarsi qualcosa di nuovo. Che non siano i bagni nel lago, beninteso.   

domenica 25 gennaio 2015

Après le déluge.

Riteniamo (io e la Spocchia) che il fumigante composto lavico costituito dagli eventi terribili di Parigi delle settimane scorse si sia sufficientemente raffreddato per poter tentare qualche analisi più distaccata del fenomeno. Ciò non toglie che la cosa ci metta in difficoltà, per almeno un paio di motivi: primo, per quanto io e la Spocchia ci interessiamo ovviamente di vicende mondiali, e due cosine sui problemucci tra occidente e oriente islamico ci siano note, siamo consapevoli che le questioni in oggetto necessitano una preparazione ferratissima per non incorrere nei miracoli di qualunquismo che giornali e internet hanno visto sbocciare sulle loro pagine nel giro di tre giorni. Secondo, appunto in virtù di quanto appena detto, temo che qualsiasi cosa si volesse aggiungere ADESSO alle opinioni già scodellate nei giorni scorsi non riuscirebbe ad aggiungere nulla di nuovo al dibattito. Tra i tanti motivi per cui la tre giorni di massacri assortiti di Parigi passerà alla storia, c'è sicuramente il fatto che si tratta verosimilmente del primo episodio di cronaca nera/politica intra- e internazionale ad essere stato coperto integralmente dai giornali online e dai social network; cioè a dire, quasi nello stesso momento in cui si verificavano i delitti era possibile raccogliere qualsiasi tipo di opinione/analisi/polemica al riguardo ai quattro angoli del globo. Per gente come noi, abituata all'idea che un volume che parla delle influenze della medicina stoica su Seneca uscito nel 2011 possa ancora definirsi "una pubblicazione recente", ovviamente la prospettiva è vertiginosa. Tutti hanno già detto tutto. Immediatamente. Quindi, cosa rimane?
Rimane forse lo spazio per analisi di seconda fila, di meta-riflessioni su quanto è già stato riflettuto. Insomma, l'unica pozzanghera in cui noi, abituati ad interpretare il pensiero dei classici, sappiamo sguazzare. Sicché, per quanto spocchioso e filologico potrà sembrare il nostro approccio, altro non abbiamo.

La nostra impressione è che sia possibile, giusto per semplificare l'immane complicatezza dello scenario, raggruppare le reazioni ai fatti in oggetto sotto 5 ombrelli:

1) Coloro che vedono nell'azione dei terroristi la riprova che l'Islam è totalmente negativo, una religione che incita all'odio, che dichiara guerra perenne all'Occidente e che va respinta in blocco, dicasi tramite espulsioni di massa di musulmani a ogni latitudine d'occidente e ritorsioni militari assortite.
2) Coloro che esigono un inasprimento dei controlli sui sospetti terroristi e una decisa stretta per quanto riguarda ingressi e transiti di musulmani sul territorio europeo, auspicando che l'Islam moderato si stacchi dagli integralisti. 
3) Coloro che la liquidano dicendo che oriente e occidente sono fatti per non capirsi, quindi non serve sprecare fiato, al prossimo attentato saremo ancora qui a dirci le stesse cose.
4) Coloro che, pur sottolineando la gravità dell'accaduto, non ritengono di dover dire: "Je suis Charlie", perché quando si fa satira su determinati argomenti bisogna pure rispettare la sensibilità di chi potrebbe offendersi, quindi diamoci una calmata tutti.
5) Coloro che obiettano sull'uso della forza e sostengono che alla violenza si risponde con la pace, del resto anche noi occidentali abbiamo le mani sporche di sangue almeno dai tempi della guerra di Troia, quindi va bene così, cosa pretendevamo dopo aver ucciso migliaia di innocenti in medioriente a colpi di guerre preventive, noi che abbiamo foraggiato Saddam Hussein e Al Qaeda finché facevano comodo contro l'Iran e l'Urss?

In sintesi, l'arco sovraesposto va da "Oriana Fallaci aveva capito tutto" a "Oriana Fallaci non ha capito niente". Chi difende a spada tratta l'Occidente come il luogo della libertà e del Bene, chi rinfaccia all'Occidente medesimo di riempirsi la bocca di alati valori, nutriti però da ipocrite manovre liberticide ai danni di tutto il resto del mondo, manovre cui si aggiunge ovviamente una più o meno palese rapacità economica nello sfruttamento dei poveri per rendere i ricchi sempre più ricchi. Di una cosa comunque siamo quasi sicuri: i fatti di Parigi non hanno "mosso" alcuna opinione, nel senso che quasi nessuno ha cambiato la sua precedente idea sui rapporti tra noi e il mondo islamico. La velocità con cui il mondo dell'internet è stato alluvionato da commenti e prese di posizione secondo noi è dovuta anche al fatto che i massacri in oggetto sono stati una sorta di enorme esca che ha fatto uscire allo scoperto le idee che ciascuno già covava da tempo, i rapporti tra Occidente e Islam essendo materia irritabilissima: l'eccezionalità dell'evento e la sua copertura mediatica pressoché integrale sono state la molla per buttare sulla pagina web della "merce" ideologica che era già lì pronta da tempo, ma che mai come in quei terribili giorni ha avuto scaffali così ampi dove venire esposta. Per dire cioè che questi eventi non hanno stimolato riflessioni nuove, ma hanno riempito l'agorà virtuale di idee già compattate in precedenza. Ciò che ci ha colpito, in definitiva, è che su nessuno dei forum da noi visitati (che non saranno stati tantissimi, ma dopo un po' le idee andavano ripetendosi con regolarità frattalica e ci sono venute anche a noia) c'è mai stato un vero "dialogo", inteso come occasione in cui, senza abbandonare il nocciolo delle proprie convinzioni, si concede tuttavia una certa ragione anche alle posizioni dell'altro, ampliando la visione delle cose, oppure ci si pone in interrogante attesa che qualcuno chiarisca dei dubbi neonati. Spesso abbiamo visto menare la clava, in altri casi, più semplicemente, le catene di post erano dei dialoghi tra sordi. Il massimo dell'apertura era: "Sì, ho capito cosa intendi, però... ecc. ecc.", che è come dire: "Tanto ho ancora ragione io...". E' chiaro che siamo già di fronte ad un coacervo religioso, politico, sociale difficilissimo da comprendere, per tacere di come le dimensioni globalizzate e ipermediatizzate di ogni conflitto culturale siano di per sé terreno di crescita per infinite varianti e sottoinsiemi dei fenomeni medesimi: rifiutare a priori le ragioni di interlocutori che la pensano diversamente non aiuta certo il cammino conoscitivo, men che mai quello che porta alla soluzione dei problemi. Dobbiamo rassegnarci al cosiddetto "relativismo prospettico", ciò per cui nessuno di noi è in grado di conoscere integralmente nulla dei fenomeni che lo circondano (figuriamoci questo dell'integralismo islamico e della lotta con l'Occidente), e quindi non resta che mettere insieme diverse prospettive per giungere alla visione delle cose, se non più esaustiva, meno parziale possibile. E' invece la parzialità il difetto generale dei 5 ombrelli sopra illustrati: restando convinti che le propria visione sia l'unica possibile, rifiutando di vedere le infinite sfumature che gli eventi e le persone che li animano possono portare su di sé, ci si condanna individualmente e collettivamente a soluzioni che incideranno solo su una faccia del problema, lasciando irrisolte le altre. Non serve predicare "tutto tolleranza" o "tutti assassini", né ci fa bene il maallorismo per cui "ma allora cosa dovremmo dire dell'invasione irachena del 2003?" o le pose "io mi dissocio" e "dovevate aspettarvelo". Sono tutti comodi scranni per non cambiare nulla, una volta esaurita l'emozione del momento. Per parte nostra, possiamo mettere sul piatto personali osservazioni che fanno più da supplemento di analisi che da vera sintesi, tutto ovviamente sotto la lente del relativismo prospettico di cui sopra, pronti cioè ad aggiornare le nostre idee nel caso avvenisse qualcosa di nuovo: non si tratta di fare le banderuole, ma di adeguarsi alla mobile sfuggevolezza della realtà con cui si ha a che fare. Sicché:
1) Trovo difficile dire, sull'onda dello sdegno, che siamo in guerra o che l'Islam ci ha dichiarato guerra. Secondo la mia visione, la guerra si dichiara tra stati sovrani, non, come in questo caso, tra gli stati dell'Occidente e una galassia di organizzazioni terroristiche che pescano sia nei Paesi islamici che tra i musulmani nati e cresciuti in Europa. So che sembra una distinzione accademica, ma non è con le dichiarazioni di pancia che si risolvono problemi complessi come questo. Del resto, giusto per fare un esempio magari un po' tirato, se nel 1978 le nostre Brigate Rosse, invece di Aldo Moro, avessero rapito l'allora presidente della Repubblica francese Valery Giscard-d'Estaing, non credo che i francesi avrebbero detto che l'Italia aveva dichiarato guerra alla Francia. Una guerriglia fatta di attentati, bombe a tradimento, incursioni armate contro gente indifesa è qualcosa di diverso da una campagna militare che prevede anzitutto lo scontro di eserciti regolari. E' più subdola, più viscida, ma diversa. E non si combatte incitando le masse all'odio come risposta. Da ciò discende che:
a) Marine Le Pen ha ovviamente i suoi calcoli elettorali in tasca per invocare la pena di morte contro i terroristi; senza bisogno di scomodare Beccaria, ci limitiamo a farle osservare che, visti gli interlocutori, la pena capitale è l'ultimo espediente da usare. In luogo di un'emozione intensa ma passeggera, essa andrebbe a provocare negli integralisti un'ulteriore incitazione alla gloria del martirio.
b) Posto pure che si voglia fare la guerra all'Islam, cosa si fa? Si bombarda a tappeto tutta l'Asia dalla Siria al Pakistan? Con che risultati? Quale precedente andrebbe a crearsi agli occhi di Cina e India? Passeremo alla storia come quelli che hanno fatto piazza pulita di un'intera civiltà, innocenti compresi?  

2) Poi i simpatici nichilisti dell'Occidente, che vivono in Occidente ma gli fa schifo tutto, quelli che in fin dei conti ritengono che noi si debba ancora scusarci per le crociate e il colonialismo in Sudamerica, quelli per cui ogni azione terroristica è in fin dei conti un fio accettabile con tutto quello che abbiamo combinato noi agli altri, ecco costoro, se hanno tanta voglia di immolarsi per le colpe dei padri e dei bisnonni, che vadano direttamente là e vedano il da farsi e soprattutto il da subirsi. Il senso di colpa perenne che certi ceti intellettuali occidentali vogliono continuare ad alimentare non mi è meno odioso del semplicismo di chi mette tutti i musulmani nel medesimo calderone: si tratta in genere di anime belle che predicano umiliazione, solidarietà, povertà, rinunce, basta che a rinunciare siano gli altri. Accettare come una sorta di contrappasso generazionale che il terrorismo semini distruzione da noi, è un'idiozia inaccettabile.  Da ciò discende che:
a) Lo slogan che alla guerra si risponde con la pace va bene per chi non ha letto Machiavelli; di tolleranza, come Monaco 1938 dimostra, si muore. Nell'auspicio che da qualche parte l'Islam moderato esista, la via intermedia tra la pace e la guerra è il dialogo, inteso non come alzare le mani di fronte all'altro dichiarandosi in torto a prescindere, ma valutando se e in che misura i settori più illuminati delle due civiltà possano, diciamo così, allearsi per fare terra bruciata attorno agli estremisti; certo però il dialogo deve essere biunivoco, altrimenti le trombe guerrafondaie saranno non silenziabili; col che intendo che nessuna delle due parti deve sentirsi in atto di abbassare la testa nei confronti nell'altra, ma nemmeno al contrario atteggiarsi a parte offesa che aspetta l'umiliazione dell'interlocutore. Non si tratta di tendersi la mano fingendo che il male non esista: bisogna guardarsi dritti negli occhi e dire: "Vogliamo finirla o no?", senza la solita retorica del "veniamoci incontro e annulliamo le differenze". Ma teniamole pure, le differenze: non credo che esse intralcino un percorso comune di risoluzione di un problema che provoca disastri in serie su ambo le sponde.
b) Avremo, dalla nostra parte, uomini sufficientemente aperti da togliere il dito da grilletto ed entrare nella forma mentis della controparte per capire dove attaccare chirurgicamente l'integralismo? E dall'altra parte, avremo esponenti dell'Islam che sappiano andare oltre le condanne pubbliche delle azioni terroristiche e siano disposti a mettere a disposizione nostra una conoscenza del mondo musulmano e delle sue complesse varianti che noi non potremo mai avere, in sostanza spiegandoci come e dove colpire il bubbone per salvare il corpo sano? Perché, al di là dei buonismi di facciata, ogni società sa sempre dove si annidano le sue cisti e come scovarle. Di questo alla fine si tratta: alla guerriglia terrorista non si risponde con le bombe a grappolo; non ci sono da bombardare, fino a raderle al suolo, Amburgo e Dresda, per fiaccare la resistenza dei nazisti. C'è da agire solo sulle cellule impazzite, grandi o piccole che siano, augurandosi che esse siano anzitutto sconfessate dalla stessa civiltà che dicono di voler rappresentare. Mi rendo conto che detta così sembra fin banale, e non lo è, ma gli altri tipi di reazione al terrorismo sappiamo dove hanno portato. Certo però l'intelligence occidentale da sola non capirà mai dove mettere le mani: ci vuole il connubio tra noi e chi dall'altra parte ha davvero a cuore la pace, e allora le estreme verranno isolate.

Questa la ricettina. Vorrei dire però due paroline da spocchioso filologo classico a coloro che, si accennava sopra, vedono la spedizione greca contro Troia (sia quella storica che quella mitica) come una sorta di "atto di nascita" di tutte le nequizie dell'Occidente. Io credo che, se proprio si vuole trovare qualche archetipo, e non si voglia scomodare come al solito Odisseo/Ulisse, si potrebbe prendere in considerazione ciò che è narrato nella fabula Aristaei.

[riassunto per i non addetti ai lavori: racconta Virgilio (Georgiche, libro IV, versi 315-558) che il pastore Aristeo, esperto tra le altre cose nell'allevamento delle api, un brutto giorno trovò il suo sciame defunto; sconvolto da ciò, chiese lumi alla madre Cirene, la quale lo inviò a chiedere lumi all'indovino Proteo: costui gli rivelò che l'ira congiunta di Orfeo e delle ninfe compagne della di lui sposa Euridice avevano provocato la morìa delle api. Aristeo, infatti, aveva in passato tentato di usare violenza a Euridice ed essa, per sfuggirgli, non si era avveduta di un serpente nascosto tra l'erba che l'aveva morsa e uccisa; disperato, Orfeo era sceso nell'Ade e con la forza del canto aveva commosso Persefone, regina degli  Inferi, che gli aveva concesso di riportare tra i vivi Euridice, a patto di non voltarsi a guardarla finché non fossero tornati in superficie. Orfeo non resistette e si voltò, perdendo la sposa per sempre. Disperato per la seconda perdita, egli si abbandonò al dolore più nero, rifiutando qualsiasi altra compagnia femminile; fu per questo che le donne ciconie, invasate da Bacco, catturarono Orfeo e lo fecero a pezzi. Saputo tutto ciò, Aristeo tornò da Cirene che gli spiegò come organizzare un sacrificio che placasse l'ira di Orfeo ed Euridice; tale sacrificio, poi definito bugonia, prevedeva l'uccisione di buoi da cui poi sarebbero rinate le api].

Vedo nella sublime tragicità dell'episodio molto Occidente: Aristeo, che la tradizione mitologica greca ha sempre considerato un eroe della civiltà, scopritore di infinite tecniche agricole, risolutore di pestilenze, uomo insomma legato alla produttività e al progresso, "cade" in una passione amorosa deleteria che causa a sua volta la rovina di chi, come Orfeo, non ha colpa alcuna nell'aver perso la sposa; Orfeo, però, diventa colpevole nel momento in cui, di fronte all'enorme privilegio di poter riportare tra i vivi una defunta, rovina tutto anche lui per un puro istinto. Incolpevole all'inizio, lo diventa successivamente e ne paga fino in fondo le conseguenze. Aristeo, che è stato il motore della sciagura anzidetta, salva però la propria situazione placando con un sacrificio le sue stesse vittime. E' possibile dire che uno dei due protagonisti della storia sia il buono e l'altro il cattivo? Ovviamente no: uno si redime dopo aver causato il male, l'altro si rovina dopo aver avuto l'occasione (non scontata, né del tutto meritata, visto che legioni di gente altrettanto danneggiata senza colpa avrebbero desiderato essere al suo posto) di rimediare ad un dolore incolpevole. Alla fine, la vita del nuovo sciame di Aristeo nasce su un sostrato di storie mortifere. Eppure Aristeo andrà avanti. Io e la Spocchia vediamo qui una riproduzione fedele della nostra civiltà: lo sviluppo culturale, che si è sovrapposto allo stato di natura, ci ha consentito progressi mirabolanti in tutti i campi dell'esistenza, eppure su quanti conflitti poggia questo stesso progresso? Noi possiamo guardare a noi stessi come agli inventori della democrazia, della filosofia (pace gli indianofili), del teatro, ma più avanti delle tecnologie che hanno fatto compiere all'umanità il più grande salto qualitativo dalla rivoluzione neolitica; e certo, siamo i discendenti di civiltà che hanno insanguinato il suolo proprio e altrui con le guerre di religione e con quelle di espansione, nel secolo scorso abbiamo regalato al mondo due conflitti mondiali con annessi stermini etnici che ancora oggi ci paiono inconcepibili, ma sono accaduti. La nostra civiltà è quella dell'uomo come essere grandioso e terribile. Possiamo essere allo stesso tempo orgogliosi del nostro progresso e atterriti dal dolore su cui esso poggia; celebriamo le libertà individuali e vediamo ragazzine distruggersi di anoressia perché non riescono ad adeguarsi a certi modelli estetici; curiamo malattie fino a pochi anni fa senza speranza e poi scopriamo che la prima casa farmaceutica del mondo deve il grosso del proprio fatturato alla vendita degli psicofarmaci. Ci creiamo le maggiori occasioni di felicità e sappiamo distruggerci da soli come nessun altro. Eppure, a parte casi isolati, neppure il critico più critico dell'Occidente prende la cittadinanza, poniamo, iraniana. Sta qui, con noi, che dell'Occidente siamo gli osservatori inquieti, ma non mai i rinnegatori. In quest'angolo di mondo sbocciano le occasioni più alte di sviluppo umano, ma tante voci si levano per accusarci di fiorire ai danni degli ultimi del pianeta. E' la tragedia dello sviluppo dell'uomo, così ben esemplata dal mito anzidetto: la libertà di autodeterminarsi porta alla rottura delle costrizioni della natura attraverso le conquiste, psicologiche e materiali, della cultura. E siccome libertà chiama libertà, l'uomo vorrebbe liberarsi della sua animalità innata, ma non può, perché non sarebbe più uomo: egli non può che portare avanti il proprio sviluppo culturale sotto il segno della contraddizione, rompendo i sigilli della natura ma scontrandosi contro il fatto che questa rottura non è uguale ovunque. Chi progredirà di più, chi  meno, chi niente. In più, progredito o meno, l'uomo dovrà sempre fare i conti con le sue pulsioni incontrollabili: chi l'ha fatto fare al civilissimo e civilizzatore Aristeo di incapricciarsi di una ninfa a caso, essendo lui del resto già sposato e lei pure? Ma è successo. Non c'è livello di progresso che ci metta al riparo dalle nostre imperfezioni, eppure di bugonia in bugonia riusciamo sempre a salire qualche gradino evolutivo, portandoci appresso trionfi e catastrofi. Questo noi siamo. Tutti. Ed è per questo che, agli occhi degli altri, sentiamo a volte di esibire uno stile di vita non condiviso che vorrebbero farci ritracciare e altre volte ci pare invece che essi desiderino proprio essere come noi, anche a costo di usare la forza per privarci di ciò che abbiamo. Ci sentiamo dire che la democrazia è il peggiore regime politico esclusi tutti gli altri e che però siamo stati sciocchi a volerla esportare in un mondo abituato fin dai tempi dei Sumeri a concepire l'individuo come semplice "possesso" del suo sovrano e/o del proprio dio. Dicono che siamo al crepuscolo dell'Occidente; dicono anche che solo dalle ceneri dell'Occidente nascerà un nuovo Occidente, magari un po' più a Oriente, ma sempre Occidente.
Questa è la sostanza del nostro essere, ed è tutta riassunto nel mito virgiliano: vita, morte, pietas, empietà, sensualità delle ninfe e laboriosità divina della api. Se vogliamo progredire ulteriormente, rassegnamoci a non pretendere la perfezione in una dimensione ove essa non è attuabile; evitiamo le posizioni preconcette; separiamo il più possibile l'ape dalla ninfa, che pure nell'immaginario pre-greco erano una sola creatura e procediamo per passi prudenti e razionali, anche se nessuno potrà garantirci dalle future cadute. Essere consapevoli che esse siano sempre in agguato è tuttavia il modo migliore per desiderare di evitarle.