Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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lunedì 16 settembre 2013

Una grande famiglia. Ovvia.

L'ottimo Freccero (vedi sotto) ha inveito da par suo contro la stereotipitezzitudinarietà delle fiction televisive nostrane, Ecco, già che ci siamo, di norma non amiamo occuparci di serie televisive, non per altro se non perché lo fanno tutti i blog dell'umano consorzio, ma almeno per stavolta vogliamo fare un'eccezione. Abbiamo recentemente rivisto in tv una roba che era andata in onda questa primavera e di cui avevamo fatto in tempo a spizzare l'ultima sequenza dell'ultima puntata. Detta sequenza presentava una tipica cena in casa di borghesi industriali del nord Italia, provincia di Como-Inverigo-Milano-Brianza, riuniti per festeggiare qualcosa e fare i conti coi loro destini. Tutto sembra andare per il meglio, o per il meno peggio, quand'ecco che, nel silenzio generale, Stefania Rocca (che nel telefilm interpreta la vedova sfigata che se zompa l'ex, odiata nel contempo dalla suocera come nuora nullafacente) si accorge che Ernestino detto Tino, il secondo figlio seienne avuto dal marito Edoardo (Alessandro Gassman), marito nel frattempo morto ad inizio serie, insomma Tino non si trova. Scatta quindi la ricerca, ricerca che vede la Rocca visibilmente ostacolata dalla crescente panza, panza dovuta a sua volta al fatto che l'ex, Raoul, fratello del defunto, assicuratosi della defunzione definitiva ed irrevocabile del Gassman, l'ha messa incinta. Quindi, tra misteriosi brusii, frusci di merli e schiocchi di serpi, riappare Tino, attaccato a sua volta ad una manona da adulto. Prende il via a questo punto la sequenza in ralantì più lunga della storia della TV italica, roba che al confronto i dialoghi tra Delia Boccardo e Paola Pitagora in Incantesimo erano ridolini, sequenza in cui tutti gli astanti si voltano verso Tino e, meraviglia!, riconoscono il proprietario della manona. Il fatto è che, nell'esasperante ralantì di cui sopra, ciascuno degli attori esibisce un'espressione che c'entra poco o nulla con la situazione emotiva in corso. Vojo di': dopo 5 puntate vedi ricomparire tuo figlio/marito/fratello/zio/papà che tutti ti avevano assicurato essere schiattato in un incidente aereo sopra un laghetto per anatre fuori Milano e le facce che riesci a fare sono queste? Sì, perché, alla fine, la prima stagione di Una grande famiglia si chiude con la resurrezione del defunto Edoardo Rengoni/ Alessandro Gassman. "Siamo stati in pericolo... e forse lo siamo ancora...." sentenzia il Gassman, esibendo la sua faccia preferita (bocca a culo di gallina e mascellona triangolare serrata).

Ahò, ma nun se scioje più 'sta morosita...
  
Sigla. Ecco, questo vidimo (o vedemmo? o vimmo?) l'altra volta, mentre in queste feconde domeniche estive abbiamo visto anche il resto, cioè tutte le puntate prima dell'ultima. Ma ripartiamo dalla scena finale, in cui, come alla fine della Recherche di Proust, e delle migliori opere liriche, ricompaiono tutti i personaggi per la grande spadellata di chiusura. Le facce sono tutte un programma, ma sono soprattutto indicative dello spessore che ciascun attore ha dato al suo personaggio. Pour chevalerie, partiamo dalle femmine.

Eleonora detta Nora (Stefania Sandrelli).

Evviva, siamo poveri!!!!

Se qualcuno avesse concepito il dubbio che gli autori di questa fiction si siano un filino ispirati alla serie americana Brothers & Sisters, si tranquillizzi, è proprio così. Sarà perché anche in quella serie ci sono 5 fratelli, 3 maschi e due femmine come qui; sarà che pure là parliamo di ricconi con l'azienda di famiglia; sarà che qua come là vige l'imperativo che, se succede una disgrazia, nessuno deve dirlo a nessuno e alla fine lo vengono a sapere tutti; sarà che, CASUALMENTE, la matriarca della serie americana si chiama Nora: morale, una sottilissima arte allusiva di stampo ellenistico domina tutto l'impianto della sceneggiatura. In effetti, pure Nora/Sandrelli, al pari di Nora/Nora, si impiccia di tutti gli affari dei figli, ma, non essendo vedova come l'omologa americana, non le è richiesto di impicciarsi anche della conduzione dell'azienda. Certo poi Nora/Nora è comunque un vulcano di idee, laddove Nora/Sandrelli pare piuttosto gnucca, a parte la decisione di mettere all'incanto alcuni quadri di casa in vista dell'imminente messa in liquidazione dell'azienda per colpa dei presunti affari sballati del defunto, che aveva preso il posto del padre dopo che questo aveva dato di ictus. Resta l'impressione di un personaggio vittima di una complessiva abulia, blindato in un recitativo scattoso e smozzicato, incapace anche della minima perfidia nei confronti dell'odiata nuora/mantenuta/ora vedova, detto che l'unico atto di acido sarcasmo è il soprannominarla "la Trump" ogni 10 minuti. No no, in queste serie TV deve scorrere il sangue, scherziamo? Almeno i cagnotti nel letto allorché Chiara/Stefania Rocca deve abbandonare il lussuoso appartamento milanese per rientrare alla casa madre e lì venir trattata come la vedova-zavorra. Nulla: solo un malcelato disprezzo, qualche giochetto per troncare le telefonate, la preparazione di un menu' di riserva la sera che Chiara decide di cucinare per tutti. Alexis di Dinasty si rivolta nella tomba... Forse allora che Nora/Sandrelli è una brava confidente coi figli e i nipoti? Ovviamente no, visto che chiunque ricorre anche per sbaglio ai suoi consigli ne esce più confuso di prima. Il suo savoir-faire è del resto tutto nella visita a casa di Stefano, l'equivalente di Justin nella serie americana, l'ultimogenito iperprotetto perché ritenuto scemo, il quale Stefano va a vivere da solo dopo aver scoperto di essere un omicida tenuto all'oscuro del suo delitto da tutto il resto della famiglia: Sandrelli si presenta, "Mamma, cosa sei venuta a fare?", (ironica e compagnona) "A vedere se il tuo caffè è davvero una schifèzza [pronuncia obbligatoriamente lombarda] come dici!" (l'idea iniziale era quella di ricondurlo all'ovile). È ben vero che poi Stefano torna, ma per tutta ripicca riprenderà il lavoro che lo ha portato ad omicidare. Che madre, che madre... Allora, magari, moglie solida e cazzuta a sostegno del marito che vede l'azienda sbriciolarglisi in mano? Macché, appena viene a sapere che la villa è stata ipotecata, gli sbatte in faccia un sciopero del sesso-lampo e non mette più i centrotavola sul tavolo dopo cena. La faccia alla ricomparsa di Gassman: un misto tra imbarazzo intestinale e la scoperta che il cerchio non entrava nel paletto del baraccone del luna-park perché era più stretto apposta ("Te l'avevo detto, te l'avevo detto...!!!").

Chiara detta Madonna delle Lacrime (Stefania Rocca).


Maro', devo piagne ancora...?

Ricordo sempre con friccicore certe osservazioni in materia di cinema che noi tutti ci si scambiava alle riunioni del Rotary di Puntasecca: quando il discorso cadeva sui film di Salvatores, il giudizio era unanime, ovvero che anche uno spremiagrumi automatico è più femminile di Stefania Rocca. Impressione confermata in questa ficscion (grafia lombarda). La Rocca non è malaccio come attrice, ma è un tipo troppo androgino per venir costretta entro i borghesissimi e padani confini della neoricca che, povera di qualità proprie, ha avuto il colpo di fortuna sposando il rampollo dei mobilieri brianzoli. I suoi pianti, i suoi rimorsi, le sue arrabbiature, le sue fuitine col cognato ed ex moroso, i suoi dubbi sulla liceità di farsi ingravidare a cadavere ancora caldo, benché recuperato dal fondo del lago, i suoi vani tentativi di fare la madre assertiva con la figlia aspirante zoccola, la sua incredulità nei confronti di Ernestino detto Tino che sostiene di ricevere telefonate dal padre morto sul cellulare (perché in Brianza i bambini hanno l'Iphone come regalo di fine asilo), tutto ciò non quaglia con il profilo segaligno e scolpito dal falegname del viso dell'attrice, che calza invece a pennello coi ruoli pazzoidi che le assegna Salvatores, ma cola a picco nei copioni sentimentali, sì che ci pare di avere di fronte la versione sgrassata di Belinda Carlisle. Detto poi che, a parte le zompate con Raoul, che costituiscono occasioni di gioia pura e sorrisi equivalenti, la mimica facciale della Rocca è impostata in loop sul livello "donne pietose attorno al Cristo morto", cosa che a lungo andare provoca un'inevitabile monotonia. Certo lo stereotipo della femminella dal cuoricino turbato (condiviso ex aequo con Sahrah Fehlbehrbauhm) lascia il sospetto che lo script della serie miri a una visibile polarizzazione dell'energia yang dei personaggi, ovvero, detto in parole povere, la donna o è tonta del tutto o si concede al primo sbuffar di brezza. Nel caso di Chiara/Rocca siamo nel secondo ramo: il lutto per il decesso gassmaniano dura meno di quello della madre di Amleto per il marito assassinato, i segni dell'antica fiamma per Raoul [con cui Chiara congredì già 20 anni prima dei fatti narrati, per poi mollarlo a favore del più foderato (di soldi) Edoardo] esplodono in tempi che Didone manco s'immagina, alla terza puntata la serranda con scritto: "Chiuso per lutto" va in pezzi al primo appuntamento al maneggio, poi, gulp!, un ritardino sospetto e oplà, Ernestino detto Tino e la sorella aspirante zoccola avranno un fratellastrino! Non diciamo che la psicologia del personaggio sia incoerente, visti gli illustri personaggi letterari testé citati, semmai, al contrario, la situazione ha fin troppi precedenti per non risultare standardizzata. Si fosse suicidata una volta scoperta la gravidanza, o avesse suicidato Raoul per bivedovizzare, insomma se avesse aggiunto un po' di Bree van de Kamp alla zuppa, Chiara/Rocca avrebbe reso decisamente più vivace tutta la situazione; invece no, siamo ancora fermi alla fase Brooke Logan, quella che fa la marachella da diciottenne tardiva e alla fine piange. Reazione alla ricomparsa di Gassman: faccia indefinibile, dove sollievo e coda di paglia per l'incopribile pancione si danno battaglia, vorrebbe disintegrare sé e il mondo attorno (e soprattutto gli autori della fiction che le hanno tirato addosso un personaggio pietoso), ma non può.


Nicoletta detta Nico detta Anghingò questa sera a chi mi do? (Sahrah Fehlbehrbauhm, le h sono fornite dalla Teubner).

Come ci hanno definiti? Attori?!?!?!AHAHAHAH!!!
 
Personaggio che condivide con la succitata Chiara il ruolo che, se fossimo alla posta del cuore di Cioè, toccherebbe alle lettrici giovani e sessualmente turbinose, quelle che ne combinano di ogni coi compagni di classe, tengono in piedi tre storie alla volta senza mai decidersi e poi scrivono alla redazione per ottenere consigli, firmandosi "Scorpioncina inquieta", "Orsacchiotta dubbiosa" et similia. La Felbereccetera, passata dalla chioma castana di quando conduceva Top of the Pops ad una stopposa medusa color polenta, dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che attori NON si diventa. Finché si tratta di sciorinare posizioni in classifica o di presentare Justin Timberlake, sfoggiando l'accento inglese da madrelingua, ma senza l'ironia di Victoria Cabello, bensì con il trasporto di una animatrice che porta i bambini della colonia estiva al museo, insomma, fin lì uno ci arriva anche. Quando però il parlato diventa recitativo senza alcun percepibile cambiamento, e quindi il personaggio, già drammaticamente affogato nei cliché della pura zoccolaggine bimbominkiesca, va avanti 5 puntate a gemere la sua indecisione tra il barone universitario con cui si sta addottorando e il giovane ereditiero della dinastia dei cessi, zompandosi ambedue tutti nel frattempo, lamentandosi con voce chioccia che quello sì, ma anche l'altro del resto, boh, più che una fiction sembrano i dialoghi del Grande Fratello. Nico/Felbereccetera, che riesce pure a farsi dare della putaine dalla ex francese dell'ereditiero di cui sopra, saltabecca tra le due alternative senza mai dare un guizzo, non prende mai l'iniziativa-fuori-di-melone, e voglio dire che, da Desperate Housewives in poi [ma anche a Brothers & Sisters non scherzano], l'irruzione con piazzata durante il consiglio di amministrazione della cesseria per far vergognare l'ereditiero è troppo poco. Almeno gli avesse fatto trovare una seggetta di WC insanguinata sulla soglia di casa. Il fatto poi che, tra mille ondeggiamenti, la tizia si decida alla fine per l'ereditiero è il classico scioglimento da commedia menandrea per cui tutto prima o poi s'aggiusta. L'importante, visto il mood tipicamente leghista-pidiellino su cui è impostata la sceneggiatura della serie, è far passare il messaggio che l'università è solo il luogo dei baroni puttanieri con le dottorande che però si redimono. Reazione alla ricomparsa di Gassman: disgustata, come avesse visto un cinghiale accoppiarsi con la cinghialessa lì sul tappeto del salotto.

Laura, detta Non mi ero accorta (Sonia Bergamasco).                                                                                                                                
Dio mio, Felberbaum, e muovi quei muscoli facciali, ogni tanto...

Abbiamo apprezzato dal vivo la Bergamasco come splendida, sanguigna e viscerale Lady Macbeth qui a teatro da noi nel 2001 (Macbeth era invece purtroppo "interpretato" da Kim Rossi Kimono D'Oro Maestro Kimura Non Mi Viene La Mossa Stuart, vabbe', non si può avere tutto); ci siamo commossi nel vederla alle prese col drammatico e tormentato ruolo della terrorista madre di famiglia nell'ottimo La meglio gioventù di M.T. Giordana. Adesso una sola domanda ci sgorga dagl'imi precordi: Sonia, ma chi te l'ha fatto fare di accettare la parte di Laura? Premessina: in Brothers & Sisters uno dei figli di Nora, Kevin, fa l'avvocato ed è gay professo e confesso; qui, per stemperare un po' l'argomento, vista pure la salsa leghista di cui sopra, si fa in modo che Laura sia avvocato e separata dal marito (le separazioni tirano bene nel cdx, quindi...), mentre il gay risulta essere il figlio, Niccolò, interpretato da un tizio che pare appena uscito da una serata ecstasy-oriented, visto che recita con una cadenza ippopotamesca, sempre uguale, incapace di far distinguere la gioia dal dolore, la rabbia dalla rassegnazione. Un bradipo prestato alle telecamere con accento pesantemente bovino. Che si tratti di omaggio al neorealismo mi lascia dubbioso. Ebbene, declinata la traccia del modello nel modo anzidetto, il personaggio di Laura va a collocarsi sulla corsia parallela rispetto alla sorella e alla cognata, identificandosi piuttosto con la madre: vediamo agire un'avvocatessa che in famiglia ha fama di bacchettona, e infatti non vuole concedere il divorzio al marito per motivi religiosi, cosa che le crea alquanto imbarazzo allorché viene assunta da un'azienda ospedaliera il cui CEO, regolarmente sposato e già riprodottosi due volte, la corteggia spudoratamente alludendo al fatto che le convinzioni passano, ma il piacere dello zompo resta. Laura ogni tanto sembra lì lì per cedere, ma poi no! Al confronto Kiss me Licia era da vietare ai minori. Ma guai a divorziare, eh, io ho i miei valori! Certo, nel frattempo il figliolo è perculato da tutti i compagni di classe che lo chiamano "frocetto" e stanno sempre per pestarlo a sangue. Poiché Laura sembra proprio non dedurre nulla dai silenzi perpetui del figlio, dai suoi atteggiamenti inspiegabilmente scontrosi, dal suo rinfacciarle ogni colpa del genere umano, dal fatto di non parlare MAI di ragazze, insomma Niccolò decide per una linea sobria: si procura, non si sa come, un arnese d'acciaio di quelli che si usano nei cantieri, lo porta allegramente a scuola, va in bagno, attende che la banda dei bulli lo venga a cercare e schianta il capo-bullo con un colpo dell'arnese alla base della nuca. Spiace evidentemente che, in tempi in cui i ragazzi gay perseguitati e sfottuti ricorrono a gesti ben più estremi di quello di Niccolò, la fiction descriva il problema in termini di violenza che chiama violenza, visto che inevitabilmente Niccolò passa così dalla parte del torto. Difatti viene sospeso da scuola e minacciato di espulsione. E Laura che non capisce. Non chiede. Non sa. L'unica della famiglia a cui non hanno spiegato la verità sull'incidente di Stefano è lei. Niccolò chiede di andare a lavorare in ditta (tanto a fare il cassintegrato alle dipendenze del nonno mica ci perde) e lei incassa. Niccolò si innamora, ricambiato a velocità supersonica, di un pitturista di mobili della ditta, gli dà appuntamento e dà buca alla festa del suo compleanno in famiglia, e Laura subisce e ignora. Il pitturista dopo cena viene condotto, molto verosimilmente, al villone di famiglia e in giardino, sempre molto verosimilmente, Niccolò lo porta in un punto a lui molto caro (boh) e lo sbaciucchia; e chi, in una notte nebbiosa e tregendesca di un tetro novembre brianzolo, con gli sbuffi di nebbia ad altezza ginocchio, si trova a passeggiare, senza alcun apparente motivo, giusto giusto rasente i muri della villa e proprio in asse col luogo dello sbaciucchio? Ovvio, Laura! La quale per poco non sincopa. Anche noi sincoperemmo, al suo posto, ripensando a come gli autori della storia ci hanno relegati al ruolo di mezza figura. Ripetiamo la domanda: Sonia, perché? Perché farsi incoccolare nella parte della madre oppressiva e bigotta di figlio gay, roba ormai datata dopo i tormenti di Kerr Smith e Dylan Neal in Dawson's Creek (guarda, Sonia, e stupisci...)? Perché ancora la parte della madonnina infilzata che vorrebbe ma si trattiene? Gli sceneggiatori pensano davvero di poter mandare messaggi pedagogici tramite fiction come 50 anni fa? Suvvia... Reazione alla ricomparsa di Gassman: stupore contenuto, come si fosse accorta di aver esaurito la ricarica del cellulare proprio adesso che deve chiamare un taxi.


Valentina detta Oh tranqua, sono trooooppo viziata!  (Rosabell Laurenti Sellers)
 
900 euro per il Galaxy S6? Appena?


Anche qui lo stereotipo della figlia fighetta di papà ultraricco regala copiosi momenti di assuefazione. Odiosa come poche, Valentina, schiattato il padre, continua a voler uscire con le amiche; sepolto il padre, chiede e ottiene di uscire con le amiche; saputo che devono abbandonare Milano, si consola uscendo con le amiche; arrivata a Inverigo, non guarda in faccia a nessuno ed esce con delle nuove amiche; se ne strafrega di madre e fratellino, e quando non si strafrega litiga; il tutto, dice lei, come forma di elaborazione del lutto (risate dal pubblico). Non manca però anche qui il momento- tenerezza: tra una serata orgiastica in discoteca e l'altra, Valentina attira le attenzioni del nerd sfigato della scuola inverighese, un altro che recita ad alzo zero come Niccolò, e che però riesce pure a farle capire che non vuole essere preso in giro. Ricambia o non ricambia? Di scusa in scusa, lui si scoccia, ma lei non ha altri che lui da chiamare la sera in cui sta per essere decappottata dal bello del paese in discoteca e lui arriva, poi se ne va, lei lo cerca, lui che vede il suo numero sul cellulare e sbotta: "Oh, Milano, ma chi ti credi di essere?", poi la sera che Niccolò conclude il suo training iniziatico col pitturista in giardino, lei va sotto casa del nerd e lo limona imperiosamente. Sì, praticamente tutta la cinematografia giovaniloide anni '80 è stata condensata in questo succo di frutta senza zuccheri aggiunti. Reazione alla ricomparsa di Gassman: faccia come se il chiuaua le stesse finendo sotto un treno e poi l'urlo liberatorio con manina sulla bocca: "Papppppààààà!!!!".

Brevi comunicazioni: Serafina, la segretaria sopraffina (Piera degli Esposti). Una delle migliori attrici del teatro italiano rimaste vive dopo la dipartita della Proclemer, la Piera, che non ci era affatto dispiaciuta nel ruolo autoironico della vecchia finta rimbambita in Tutti pazzi per amore (almeno nelle tre puntate che abbiamo visto), viene piegata qui al ruolo di segretaria dalla parlata smozzicata (pure lei, si vede che è esigenza di copione), depositaria di parecchie verità sulla dipartita (?) di Edoardo e sul destino dei soldi da lui perduti, che poi perduti non sono, come si evince nell'ultima puntata. È lì così, finta tonta ma senza mordente, pure lei acidella con Chiara, timida e omertosa col capofamiglia, ricattabile, pare, a motivo di certe cose che riguardano la figlia. Diciamo un personaggio da detective story assemblato a tranci.

La compagna di Raoul (Valentina Cervi): diventata, con la defunzione di Edoardo, l'Inutilità fatta donna, costei, sempre per restare ai parametri di Beautiful, è la controparte di Brooke-Chiara, ovvero Taylor Hayes, la remissiva destinata a prenderla sempre in quel posto. Come qui.



REPARTO UOMINI


Stefano detto Calimero brum brum (Primo Reggiani).


Salve, serve un tentato omicidio?

Questo personaggio passerà alla storia come inventore del lavaggio di coscienza omeopatico. Detto che, essendo il cucciolo di famiglia, ritenuto unamimemente una palla al piede da tutti in ditta e a casa, Stefano, piccolo e nero (sul serio), muore dalla voglia di far vedere che è capace pure lui di sfondare, si scopre pian piano che per sfondare ha sfondato davvero, nel senso che, durante una gara di rally su pista, alla guida di un'auto tipo Stunticon dei Transformers, il nostro perde il controllo del mezzo e impatta contro una barriera. A morire però sarà il navigatore suo amicissimo. Solo che a Stefano, cui l'incidente causa amnesia proprio per i minuti in oggetto, fanno credere che alla guida ci fosse l'altro, così, per evitare rimorsi. Ma la dura verità salta fuori e Stefano che fa? Prima scappa di casa sdegnato, rifugiandosi in un pratico pied-à-terre in paese a ubriacarsi di sambuca (comoda la vita del reietto con appartamenti ovunque, eh?)(è questo comunque il più alto momento-Justin di tutta la serie, anche se Justin ha le sue turbe in seguito alla partecipazione alla guerra in Afghanistan)(vabbe', ma l'Italia non ha tradizioni militari, su...), poi riprende gradualmente l'attività nell'officina dell'autodromo, tempestato peraltro dalle telefonate di quella cretina della sorella inquieta che non sa decidersi tra il barone e il cessivendolo. Ma il senso di colpa lo opprime, ogni mezz'ora di episodio lo vediamo portare fiori sulla tomba dell'amico morto piangendo la propria dabbenaggine. La goccia che fa traboccare il vaso è una sessione di videogiochi a tema rally con Ernestino detto Tino: sconvolto da fantasmi e allucinazioni che gli si presentano ad ogni curva virtuale, Stefano molla tutto, torna all'autodromo, infila tuta e casco, ruba un'auto a caso, si lancia in pista come un pazzo mentre sono in corso le prove di altre macchine, fa cappottare un'altra auto, con a bordo un altro suo amico, ma stavolta si lancia a salvarlo, estraendolo dall'abitacolo prima che la vettura esploda, poi tutti e due finiscono all'ospedale. E qui, il delirio: trasportato in barella verso l'uscita del pronto soccorso, con solo una spalla lussata, Stefano incrocia la barella con su l'amico e gli chiede come sta. L'altro, invece di fare ciò che qualsiasi homo sapiens sapiens farebbe, ovvero seppellire di bestemmie colui che l'ha quasi ammazzato, cita IL TALMUD e gli dice: "Grazie, Stefano, mi hai salvato la vita e hai dato un futuro ai figli dei miei figli..." (il tutto con un trauma cranico e tre costole rotte; fosse stato meno acciaccato, gli recitava di fila tutto il sedicesimo dell'Iliade...). Risultato? Fine dei rimorsi: Stefano, appena rimessosi in piedi, va al cimitero, ma stavolta non porta fiori, preferendo accucciarsi vicino alla lapide del defunto e, senza togliere gli occhiali scuri, fumarsi una bella sigaretta liberatoria con sorriso da superbullo. Adesso tutto ha avuto un senso, mi sono riscattato. Come no. Tra un sinistro e l'altro, poi, il piccolo di casa riesce pure a dirigere la sorella scema verso il cessivendolo. Reazione alla ricomparsa di Gassman: faccia del tipo "Ehi, cos'ho sotto al sedere? Ah, ecco dov'era finito il cucchiaio per fare i riccioli col burro....!".


Raoul, detto Il banderuolo (Giorgio Marchesi):

Aspetta, con chi è che devo fingere stanotte?



Il bello e ribelle della famiglia, refratttario alle logiche oscenamente capitalistiche in cui credono tutti, si dedica all'ippoterapia per ragazzi disfunzionali e già che c'è prende in affido un bambino meticcio figlio di madre tossica da allevare con la compagna mai sposa. Sì, è chiaro che questo personaggio è stato messo per solleticare l'ala sinistra del telepubblico. Ma la voce della carne è più forte, si sa, e, a partire dall'aerofragio di Edoardo, Raoul ha solo un'idea meravigliosa in testa: riprendere con Chiara da dove erano stati brutalmente interrotti. Quel buco a forma di zompo rimastogli nel cervello da 18 anni in qua comincia a riempirsi delle più torbide fantasie, tutte concretizzantisi in un solo e preciso luogo: il maneggio dei cavalli, autentico buen retiro neovirgiliano in cui trasportare Chiara e, dopo averle cantato lunghe e melancoliche serenate sulla tirannia del tempo che passa e sulla necessità di cogliere la rosa quando ella è più piena in sullo spino, possederla selvaggiamente per rifarsi degli anni perduti. La patente viscerotonia del personaggio si scontra tuttavia a tratti con i sensi di colpa nei confronti dell'altra, che dalla sera alla mattina diventa Quella di Troppo, per non parlare del piccolo Salvo (tipico nome da meticcio maghrebino), spina nel fianco che rinfocola i sentimenti paterni di Raoul, nonché la sua innata tendenza a prendere la parti dei più deboli. Tenendo quindi il piede in due scarpe, il nostro trascorre cinque puntate sotto la doccia a riflettere e a mostrare il fisico, a fare la morale a Chiara ("Ma che senso ha restare attaccati al passato?") e a tenere in bilico tra convivenza e speranza di matrimonio il rapporto con l'altra, facendole peraltro lo stesso identico regalo di compleanno dell'anno prima (d'altronde uno come Raoul, che voterebbe SEL, mica bada a questi sciocchi rituali consumistici), esplodendo in scatti d'ira per lei inspiegabili, gridando mentalmente "Allelujahhhhhh" quando si ritrova il (falso) cadavere di Edoardo nel laghetto. Tutto questo ondeggiare si risolve all'ultima puntata con l'INASPETTATA gravidanza di Chiara, cosa che parrebbe mettere fine a tutti gli indugi. Peccato che alla fine ricompaia il Gassman. La faccia di Raoul? Del tipo: "Come, il divieto di pesca è stato prorogato? E adesso dove lo nascondo questo storione?" (altri, più carnalmente, mi suggeriscono un più succinto: "Cazzo, no, cazzo, no, cazzo, noooooooooooooo!!!!!").


Brevi comunicazioni: il Capofamiglia (Gianni Cavina) svolge il suo ruolo senza darci soverchio dolore, prevalgono le posture teatrali, ma sempre meglio di quelle da chewing-gum della Felbereccetera. Si vede che per lui ruoli simili sono accademia, era mille volte più originale nel film con Bisio, e questo è tutto dire. Comunque, avercene... (a parte lo scambio: "Sul computer dove c'è quella roba dove dentro ci vanno quelle cose";  Fehlbehrbauhm: "I file?";  Lui: "I file"...).

Il cessivendolo: attore con faccia da schiaffi fuori tempo massimo, andava bene 25 anni fa in Sapore di mare o cose simili (o al limite come membro dei BeeHive in uno dei film di Cristina D'Avena).

Quello che ci prova con Laura: vedi sopra, ma non scendiamo sotto Centovetrine.

Il nerd inverighese: ma per carità...

Ernestino detto Tino: puccioso, carino, tiracoccole, se la cava, un po' come il piccolo dei Cesaroni, ma scommetto la liquidazione di Nicola Porro a La7 che, appena cresce un po', questo qui va a sotituire uno dei figli degli One Direction nel 2023.

COMMENTO POLITICO-ARTISTICO

Perché alla fine uno si chiede che senso abbia avuto tutta 'sta disamina. Pioveva a tal punto a Folgaria che ero chiuso in hotel privo di altro conforto che non fosse il mio tablet? Affatto. Semplicemente, riguardando una cosa di cui conoscevo già (e solo) il finale, ho potuto concentrarmi sugli aspetti squisitamente strutturali della pièce. Poi, ponza che ti riponza, sono giunto alle seguenti conclusioni: se questa serie è andata in onda nel 2012, deve essere stata concepita almeno un anno e mezzo prima, ovvero in pieno dominio politico del centrodestra. Ciò ricade in tutta evidenza sullo script, che vuole dare voce ad un mondo molto in sintonia con l'elettorato imprenditorial-padano di Silviuccio&Umberto. Non più le untuose e bislacche cliniche di chirurgia estetica di Roma, popolate da vedove miliardarie col villone in collina che non hanno un tubo da fare se non piangere e compiangere, da femmine imprenditrici di se stesse e medici bipolari, non più i preti chiamati Trinità che esercitano nella rossa Umbria, non più i commissari-cartoon dal pesante accento siciliano, insomma basta con le tematiche ipopadane. Ecco invece una bella famiglia di mobilieri brianzoli, solidi e onesti imprenditori che piangono a mettere in cassa integrazione i loro operai, gente che lavora sul concreto, che non ha la libreria in casa perché impolvera, con alle proprie dipendenze uno stuolo di nubiani dalla parlata caricaturale tipo Mamy di Via col vento (e fosse solo quello: "Non di sei agordo ghe il gangelo era aberto?", "No, sdavamo fagendo l'amore ehehehe...!!"). Giusto per non cadere sulle minuzie, agli attori è stato raccomandato di lombardizzare il più possibile la pronuncia ("e" tutte aperte, uso alluvionale di "te" invece di "tu" e così via). Tutto bene, per carità. Lo spoil sistem della nostra politica impone le sue ricadute anche sulle fiction: non è una novità, dato che, in piena stagione di centrosinistra al potere, fu concepito Un medico in famiglia, accusato all'epoca dagli osservatori di area berlusconiana di essere la celebrazione dell'ideologia ulivista (padre vedovo che si risposa con la cognata, famiglia allargata, tematiche dell'integrazione, sanità pubblica a fare da sfondo alle vicende...), tutta roba che secondo i predetti critici buttava in banalità qualunquistica e ideologicamente orientata problemi molto più seri. Detto pure che le vicende di Giulio Scarpati & c. non mi hanno mai appassionato, resta che la banalità e il qualunquismo non mancano neanche nella fiction brianzola: potrebbe davvero Edoardo, dotato imprenditore lombardo con accento de Roma, aver frodato la banca di 20 milioni di euro? Ovviamente no. Può Laura la cattolica padana accettare il divorzio? No. Può finire a letto col CEO? Ma certo che no. Può accettare INTEGRALMENTE la gaiezza del figlio? Ni... Può Nico finire davvero a convivere con il suo prof.? Mai & poi mai. Raoul e Chiara? Gente, se c'erano prove inoppugnabili che Edoardo era morto, scusate... Nora, se abbiamo capito bene, ha fatto l'operaia per dieci anni alla ditta e poi il Capofamiglia l'ha impalmata: visto come sono liberal gli imprenditori? Mica badano alle differenze di censo. Alla fine la dimensione narrativa della fiction deve ricondurre tutto nei binari del noto e del rassicurante, in rapporto evidentemente alle aspettative dei padroni del vapore in Rai. Il che, sia che si parli del Medico in Famiglia come di casa Rengoni, conferma ulteriormente che per il nostro intrattenimento vale la regola del Festival di Sanremo: guai a osare. Stavolta si è deciso di usare la misteriosa morte- non morte di Edoardo come spina dorsale thriller-poliziesca attorno a cui far ruotare le prevedibili vicende da fumettone degli altri Rengoni. Risultato: dispersività su tutta la linea. Certo, ci dicono, i dati Auditel premiano sempre questo tipo di serialità. Vero: ma questo non è un buon motivo per non uscire MAI dal seminato. Non ho inzeppato a caso di riferimenti alle serie tv americane l'analisi sin qui spocchiosamente condotta: essi riferimenti non sono volti tuttavia alla solita orgia esterofila di quelli che mio Dio gli americani sì che sanno scrivere le trame. Anzi. Gli americani non sono in nulla più geniali o fantasiosi di noi. Un film divino come La grande bellezza di Sorrentino in USA non sarebbe mai venuto alla luce nemmeno frullando assieme i cervelli di James Ivory, Jane Champion e (parlandone da vivo) Vincente Minnelli. Gli americani non inventano: da bravi discendenti di Occam e Locke, descrivono la realtà senza (o con poche) griglie preconcette; a valle invece, riconducono tutto ai soliti schemi empirici, che però si applicano ad una così grande varietà di situazioni che il rischio qualunquista e ripetitivo smuore senza che uno si accorga. Gli americani guardano le cose di casa loro e le riproducono, facendo agio su un tessuto sociale così complesso e contraddittorio che una trama minimamente originale per qualcosa di nuovo si trova sempre. Non avendo però talento alcuno nel variare sensibilmente il prodotto finito, l'effetto catena di montaggio alla fine si mostra, e scoccia. Ma prima che la scocciatura sia incallita, ecco un nuovo plot, pescato da un altra nicchia di realtà. Così facendo, la serialità oltreoceanina qualche bel colpo lo mette sempre a segno: poi è chiaro, dopo Beverly Hills 90210, ogni serie tv con giovani belli, ricchi e infelici perde il confronto; dopo Dawson's Creek, una cosa come The O.C. pare giusto un sughino ristretto per psichiatri incalliti; dopo E.R. e Grey's Anatomy, Emily Owens è proprio il bigino del pronto soccorso con i casi umani più ovvi. Parliamo di gente che, nello stesso anno, ha mandato nelle sale cinematografiche due pellicole-fotocopia come Armageddon e Deep Impact. Però quei due-tre titoli che rimangono nella storia di ogni decennio mediatico alla fine saltano sempre fuori. Possiamo dire lo stesso delle nostre fiction? Ma il problema è proprio questo: da noi, in ossequio alla legge tutta rinascimentale dell'idealizzazione della realtà bruta tramite le forme dell'arte, le trame devono obbedire a logiche pregresse tali per cui il caos sia sempre ricondotto a ordine. E perché ciò avvenga, bisogna per forza uccidere la varietà dei casi, riducendosi a rielaborare macrostrutture ideologicamente ben riconoscibili (uomini di chiesa, poliziotti, sportivi, politici, medici, imprenditori, stipendiati) sì che il pubblico non corra il rischio di disorientamento. Non dubitiamo che certe trovate made in USA siano a volte surreali, però almeno quelli là tentano. Noi, che avremmo risorse creative da far impallidire questa e quella sponda dell'Atlantico, ci riduciamo sempre alla storiellina rassicurante, che diventa automaticamente perbenista quale che sia l'editore politico del momento. Un'ulteriore spia del feudalesimo che da noi non è mai morto. 

(Ciò detto, quando partono con la seconda stagione, vi promettiamo un'ampia analisi. Ah, non vi interessa? Beh, parola data...)

1 commento:

  1. "Un'ulteriore spia del feudalesimo..." Vien da dire: MAGARI non fosse mai morto. Il Medioevo ci ha foraggiato d'un immaginario tuttora inesauribile... Dovremmo prendercela, piuttosto, con l'odierno mondo plasticocratico, in cui anche i parti dell'immaginazione diventano prodotti in serie... (Ok, la finisco col pistolotto fricchetton-reazionario. xD)

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