Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!
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domenica 24 novembre 2019

Visti per voi: "Miserere", quando trionfa la privativa del dolore.

Eravamo a Trieste senza bora, con un tramezzino sullo stomaco a cena (e sarde in saor + frittura mista FRESCA a pranzo), gli occhi pieni degli splendori di palazzo Sartorio e Museo Revoltella (ANDATECI!!!): restava da digerire il tramezzino. E a Trieste, scoprimmo, ci sono qualcosa come QUATTRO cinema in circa 250 metri. Città sublime.
Fatta la rapida cernita, decidemmo ovviamente di farci del male scegliendo il cinema monosala intitolato a Federico Fellini, dichiaratamente cinema d'essai. E come ci insegna il Maestro, tra l'essai e l'assai il salto è breve, quindi ci sedemmo assai speranzosi in sala (comodissime poltrone peraltro, appena nei cinema di Brescia mi mangio le ginocchia tutte le volte...), pronti ad assistere ad una cosa dal titolo promettente: Miserere. Non ho capito per che motivo, ero convintissimo che si trattasse di un filmone francese à la manière de Samuel Benchetrit (tipo questo... brrrr), a ciò indotto dalla faccia da dottor Morte del protagonista stampata sul manifesto.



Invece era molto di più, molto meglio e molto peggio.
Molto di più, perché il tasso di sfigaggine dei personaggi del film di Benchetrit è qui tutto riunito nell'unico, titanico protagonista, un uomo capace di far intristire un charter intero di Patch Adams con un solo sguardo.
Molto meglio perché, rispetto alla trama squagliarola del film francese di cui sopra, qui la storia procede serrata, gelida, angosciante, fino al botto finale.
Molto peggio, perché la storia dell'anonimo protagonista (NESSUNO dei personaggi della pellicola ha un nome proprio, il che la dice lunga) uccide discretamente la fiducia nel genere umano.
Ma tant'è.
Siamo in Grecia, e siccome il film è d'essai ci godiamo la versione in lingua ORIGINALE NEOGRECA con sottotitoli, apprezzando la cadenza tombale dell'idioma dei discendenti di Omero, Pindaro e Sofocle. C'è quest'uomo, che di professione fa l'avvocato, in gocciolante depressione perché la moglie è in coma in seguito ad un'aggressione o giù di lì. Nel chiuso della sua cameretta, il tapino piange, comprensibilmente costernato, ma nei suoi rapporti con gli altri esibisce al contrario una freddezza disperata (o disperata freddezza) che si mischia, pare di capire, ad un sotterraneo compiacimento nel venire commiserato da tutti, dalla vicina del piano di sotto, che si è messa a preparare una torta a settimana e viene fatta aspettare apposta davanti alla porta nonostante abbia suonato il campanello, al proprietario della lavanderia che, straziato al vedere la massa di abiti luttuosi portati a lavaggio ("i medici hanno perso le speranze, sa..."), decide addirittura di fare sconti al tapino (roba tipo da 42 a 20 euro IN GRECIA, ridotti alla fame come sono...). Al treno si aggiungono il padre, che normalmente, come si deduce più avanti nel film, non si fila mai di pezza il figlio, poi la segretaria poco espressiva ma tanto abbracciosa (da cui lui adora farsi abbracciare pur mantenendo la faccia tapina) e l'amico della spiaggia. Tanto per essere allegri, il tapino ha preso in carico il caso di un omicidio ai danni di un anzianotto la cui figlia e il cui genero sono tanto disperati, e in qualche modo gli fanno da pietra di paragone per attapinarsi vieppiù.



Sta di fatto che la trama si svolge tutta stampata nell'immutabile faccia da funerale del protagonista, che addirittura, quando gli eventi prendono una certa svolta (sorry, no spoiler here...), non aggiorna la frequenza della tristezza, anzi quasi si dispiace di non poter più farsi commiserare e cerca quindi di tener viva la fiamma di morte della musoneria (ecco spiegato l'abbandono in mare della cagnetta, dichiarando però di averla persa nel bosco, per cercare compassione da parte del padre che invece gli volta le spalle)(ecco spiegato il quasi-stalking con la vicina del piano di sotto, che ha smesso di sfornare torte)(ecco spiegata la richiesta all'amico della spiaggia di avere una simpatica - e illegale- bomboletta di gas lacrimogeno da far scoppiare in studio giusto, per piangere un po'...)(s'era detto niente spoiler)(ok). Finché, per essere sicuro di farsi compatire usque ad consummationem vitae, il tapino prende la decisione estrema. D'altronde è uomo di legge, saprà come cavarsela. 
La storia è scioccante dall'inizio alla fine, mai del tutto prevedibile, nonostante il ritmo sia inevitabilmente funereo non ci si annoia, forse perché la media attesa dello spettatore medio (anche al cinema d'essai) si attende sempre la svolta in storie del genere. Certo, non questa svolta.




Niente da dire sull'attore, perfettamente calato in una parte non facile. Sceneggiatura ottima, direi, se ne sapessi qualcosa, ma mi fido di chi ne sa. Saremmo in Grecia, ma le luci in tutto il film sono fredde e taglienti, anche quando il tapino è in spiaggia.
Mi stupisce semmai il fatto che il film mi arriva in tackle su un post a cui stavo lavorando e che adesso sviluppo qui...
[Agganciamento!!!][ahhhh....]
E' da un po' di tempo che mi interrogo su un problema che rampolla dalla lettura di certi classici latini. Ci sarebbe una commedia di Terenzio (II sec. a.C.) nella quale un tizio vede il suo vicino di casa spaccarsi la schiena di lavoro 24/7 e non capisce perché, allora glielo chiede. L'altro gli ribatte chiedendogli a sua volta per quale motivo gli interessino la vita e la sofferenza di un uomo che conosce appena, al che il tizio predetto ri-ribatte con una frase divenuta celebre, in quanto costituisce il fondamento di tutto l'umanesimo occidentale e anche un po' più in là: homo sum, humani nihil alienum a me puto ("sono un uomo, non ritengo che nulla di umano mi sia estraneo"). Entra in scena, letteralmente, l'idea di empatia, di condivisione emotiva basata sul riconoscimento dell'altro in quanto persona come me, quindi strutturalmente degna di compassione & comprensione. Roba nota, si dirà, ma per l'epoca era un discreto siluro all'idea che prima venisse il cittadino e poi l'individuo.
Ecco, il film di cui sopra mi pare l'esatto rovesciamento del paradigma terenziano: "Sono uomo e voglio che tu mi compatisca perché se io soffro è giusto che debba soffrire anche tu, ma soprattutto solo io sono degno di compassione e fuori dalla bolla del mio dolore non ne esiste uno paragonabile. Tu dunque, finché sarò infelice io, non potrai mai avere diritto ad una felicità tua. Ma soprattutto, non aspettarti mai che io compatisca per qualche motivo te".



Si dirà che questo è un ritratto abbastanza corrispondente al tipo (o a uno dei tipi) del cosiddetto vampiro emotivo. Può essere. Ciò che però mi colpisce del vampirizzamento emotivo non è tanto il desiderio insaziabile di essere compatito, ma l'incapacità assoluta di compatire a propria volta. Il fatto è che questo secondo aspetto del carattere dei cosiddetti vampiri emotivi è in realtà comune anche a gente che vampira non è: ci sono persone che non chiedono di essere compatite, ma piuttosto ritengono di passare o aver passato tali e tante disavventure (vere o presunte, s'intende) da sentirsi in diritto di non concedere a nessuno non solo la compassione, ma nemmeno l'ascolto. Delle monadi assolute.
Questa tipologia di individui mi addolora ancor più dei vampiri emotivi, perché si chiude totalmente sulle proprie esperienze pregresse e non sente altro; è come se il loro Io fosse regolato su una sorta di 'frequenza' del dolore che provoca sordità rispetto a tutte le altre. Non li sentirete mai dire: "Nessuno mi capisce", perché non sentono il bisogno di essere capiti. Casomai, qualora provaste a manifestare un vostro qualsiasi disagio, la loro risposta standard sarà: "Ma cosa vuoi che sia, con quello che sto passando/ ho passato io...". A differenza degli individui privi di empatia, che neanche si accorgono che un altro soffre, costoro sono piuttosto sono auto-patici: si accorgono che l'altro soffre, e probabilmente capiscono anche la sofferenza, ma non sentono il bisogno di ascoltare o aiutare a lenirla. Ma anche quando non la capiscono, non lo fanno per incapacità: sono, come dire, già saturi della propria e non hanno spazio per quella altrui.



Il che obbliga naturalmente ad almeno una distinzione: un conto sono gli individui reduci da un dolore recentissimo e devastante, che come feriti gravemente non possono guardare fuori di sé perché devono anzitutto guarire sé medesimi. Pretendere da costoro che si accorgano anche del dolore altrui, in questa fase, è in effetti troppo. Certo, il tapino del film di cui sopra estremizza fino a metà film questa condizione: passi la momentanea interruzione del'empatia, difficile accettare la pretesa che il proprio dolore vada ad infettare la serenità degli altri, perché si presupporrebbe che tutti gli altri siano felici tranne me che soffro, quindi è giusto che, nel compatirmi, soffrano un po' anche loro. Niente di più egoistico.
Altra questione, tuttavia, è quella che si pone quando le cause e gli effetti del dolore, stoicismo alla mano, dovrebbero essere estinti da mo': sempre stoicismo alla mano, dopo un certo tempo, la ferita dell'anima si rilassa e anche se il rammarico del dolore passato rimane, l'assenza delle medesime circostanze che l'hanno prodotto dovrebbe consentire di ri- connettersi al mondo, esattamente come una ferita rimarginata non si riapre se uno non si taglia di nuovo. Qui però l'individuo auto-patico cade catastroficamente e, pur avendo (forse) elaborato a sufficienza la sofferenza passata, la ritiene così oltre rispetto a qualsiasi sofferenza altrui da non giudicare quest'ultima degna delle benché minima attenzione. Il che, finché si è tra pari, è già negativo, perché di fatto si ammazza l'empatia, ma l'altrui sofferente si suppone abbastanza maturo da riuscire a farsi una ragione dell'indifferenza dell'interlocutore auto-patico e abbastanza scafato da cercare qualcuno che sappia cos'è la comprensione. Il dramma vero è quando c'è una relazione asimmetrica, ad esempio quella genitori- figli: è evidente che un adulto non può accettare come dotate di fondamento tutte le lamentele di un giovane, ma dismettere regolarmente ogni segnalazione di disagio con la formuletta: "Eh, ma io alla tua età... con quello che ho passato... ma di cosa ti lamenti...?" è un modo eccellente per distruggere le relazioni. Io credo che non ci dovrebbe mai essere una hit parade del dolore: ogni dolore è dolore della coscienza individuale, dipende anche dalle circostanze storiche e biografiche del sofferente, nel senso che ad età diverse possono esserci scale di dolore diverse. Si può anche ritenere il dolore altrui meno grave del proprio, ma questo fatto non è di per sé sufficiente a dire che l'altro non soffre o non merita comprensione e/o aiuto, né tantomeno compiacersi segretamente del fatto che "soffri un po' anche tu come ho sofferto io, così vedi come si sta". Purtroppo l'individuo auto-patico fa proprio tutte queste cose, e difficilmente dubita di essere in torto. La domanda è appunto: si può regolare la frequenza del dolore di costoro per, diciamo così, abbassarla e renderla psichicamente meno assordante, cosicché riescano una buona volta a sentire il dolore degli altri? O si deve essere costretti ad 'alzare' la propria frequenza, rischiando però di teatralizzare la sofferenza e renderla bombastica e quindi ancor meno convincente ai loro occhi? O si deve rinunciare?
E' il problema delle relazioni affettive monodirezionali in cui il monodirigente non si accorge di monodirigere senza MAI ricevere in cambio. Oddio, che poi, ricevere in cambio quel che dà il tapino del film... magari anche no...

domenica 12 maggio 2019

Visti per voi: Il campione (L. D'Agostini)

Dopo la fiabesca incursione nel mito pre-romano di Roma stessa, Matteo Rovere decide di produrre un film per dimostrare che esiste un solo genere più incredibile del mito: la fantascienza, declinata per l'occasione nella storia di un calciatorino ventenne viziato e superpagato che decide di mandare a picco la carriera per prendere il diploma, in ciò convinto da un professore di lettere assoldato per dargli ripetizioni private che riuscirà a fargli passare la spocchia e ricondurlo sulla via della responsabilità. Al confronto Avengers è una novella di Maupassant.
Gli osservatori più attenti hanno scomodato paralleli audaci, come Will Hunting- Genio ribelle o Scialla!, ma io non disdegnerei L'uomo senza volto per il tema del docente di ripetizioni dal passato sfigatissimo e Il discorso del re per il tema dell'insegnante lanciato nell'impresa disperata con l'alunno altamente non malleabile, ma pure da non disdegnare sono Jerry McGuire e naturalmente Cars. Dopodiché, applicando alla casareccia le funzioni di Propp, la scansione della storia è quanto di più classico (all'americana proprio) ci si possa aspettare:
a: situazione iniziale: c'è un ribelle da rieducare e chiamano il salvatore della patria.
b: prime ribellioni: il ribelle vuol rimanere tale.
c: conversione inaspettata: il maestro trova la strategia didattica per far sì che il ribelle impari e tutto inizia ad andare sul verso giusto.
d: complicazioni proprio sul più bello: il ribelle scopre cose brutte brutte sul padre e ricomincia a sbroccare, congedando a parolacce il maestro.
e: resurrezione finale. 
Sul messaggio complessivo del film, essendo io insegnante e avendo avuto a che fare con calciatori di belle speranze (rimaste purtroppo tali), avrei parecchio da dire. Ma prima un bel non-riassunto. Ricordate che siamo in piena sci-fi.

Siamo nel lontano pianeta di Trigoria, dove il sovrano locale, magistralmente interpretato dal solito grande Popolizio (l'unico veneziano che riesce a fare il romano incazzoso), custodisce in un'improbabile bacheca strani trofei vinti da una certa squadra di calcio chiamata (pare) A.S. Roma (dove A.S. sta per Aspetta e Spera): 9 coppe Italia (contro le 13 della Juve muhahahaha), due supercoppe italiane (contro le 8 della Juve muahahahaha), una Coppa delle Fiere (vabbe', non infieriamo), tre  scudetti (contro i 35 della Juve muahahahahaha), omettendo, tapino, di documentare le innumerevoli figuracce in Champions League e soprattutto L'UNICA finale persa (contro le sette della Juve, muahahahaha... ah no...).
Orbene, alla corte del Sovrano arriva un calciatore peruviano, stanco di suonare col flauto il jingle del Nescafé, che appena entra nell'atmosfera del pianeta impara subito l'accento locale.



Christian Ferro (per gli amici CR 24) è stato in realtà ottenuto per fusione dei gameti di Cassano, Balotelli e Donnarumma, ereditando dal primo l'irresistibile propensione a compiere idiozie, dal secondo l'indisciplina, dal terzo l'allergia alla scuola. Accortisi dell'errorino in fase di montaggio genomico, il Sovrano e la Segretaria decidono quindi di affidare il pischello alle sapienti arti insegnantizie di un misurato Stefano Accorsi, calato alla perfezione nella parte del docente plurisfigato MA in grado di capire che il problema di rendimento del giovine si deve ad un elemento sfuggito a GENERAZIONI di docenti: il metodo di studio. Non meno sconvolgente è la soluzione al problema: organizzare le nozioni secondo (udite udite) SCHEMI con quadratini e freccette.



Si avvia così un reciproco avvicinamento di posizioni che porta a elegiaci momenti di condivisioni di sfighe pregresse, giusto per farci capire che anche dietro un ventenne straricco per meriti pedatori può celarsi un passato infelice; quanto alle disgrazie dell'Accorsi, siamo in orbita Susanna Tamaro.
Non meno evocativa è la corte dei miracoli che ruota attorno a Christian: padre scialacquatore, agente tuttofare trentenne bimbominkia, amici parassiti, fidanzata influencer che va in deliquio orgasmico per il raggiungimento dei 500k follower(s) e, per compensazione, ex amichetta delle elementari pura e cara che rappresenta un po' la Beatrice in mezzo a tante Angeliche.
In effetti, prevedibilità assoluta della trama a parte, la cifra stilistica del film è di tipo polizianesco, ovvero la tecnica del pochino di tutto, un raffinato gioco di tessere che citano senza approfondire, ma spingono il fruitore a cogliere accenni plurimi che poi deve arrangiarsi a sviluppare. Cristian ha perso la mamma sei anni prima per un brutto male (ma la cosa scivola via), Accorsi ha perso il figlio piccolo (ma la cosa scivola via), Cristian fatica ad apprendere anche perché è un pochino dislessico (non tutto, un pochino: mi chiedo i non addetti ai lavori che idea si siano fatti della dislessia...), la Beatricetta roscia è ovviamente la brava fanciulla intelligente ma poverella che tenta la strada di Medicina (e mettiamola lì), alla cena romantica i due finiscono in un ristorante nouvelle cuisine perculato con lepidezza (adieu, Craccò) per poi sfogarsi con un paninazzo del chioschetto (e mettiamola lì); il professore sfigato, che OVVIAMENTE guida la Fiat Multipla, cioè il correlativo oggettivo più concreto della tristezza umana, riceve dal calciatorino l'omaggio di guidare la Lambo e la spara a millemila all'ora verso il sottopasso... ma non accade nulla, cambio scena.
Eccetera eccetera.



La super crisi finale che porta alla catarsi esaminantizia, pur in presenza di un copioso contratto col Chelsea, chiude con luminoso idealismo una trama che, per l'esperienza che ho io del fenomeno, è poco poco lisergica.
Mi spiego: ho avuto a che fare con almeno 5 studenti calciatori che, alle falde dell'adolescenza, sembravano (o li avevano convinti di essere) lanciati verso orbite che si sarebbero concluse con l'approdo, minimo, sulle poltrone Frau della panchina del Bernabeu. Premetto per correttezza intellettuale-sociologica che nessuno dei suddetti 5 ha mai avuto nei confronti del sottoscritto atteggiamenti del tipo: "Io con un mese di stipendio prendo quanto Lei in un anno" o boiate simili.
Semmai, in un caso, il problema erano le astronomiche aspettative dei genitori che erano davvero convinti di avere un fenomeno in casa, e naturalmente i cattivi eravamo noi che osavamo dare insufficienze in latino. In un altro caso credo che nemmeno il diretto interessato credesse di poter aspirare a chissaché, ma intanto ci provava. C'è chi ha mantenuto aspirazioni, ma nel frattempo ha provveduto a iniziare l'università. Uno solo era arrivato davvero vicino vicino all'Empireo, ma una (a mio parere) sciagurata preparazione fisica da rinoceronte applicata su un fisico, diciamo, esilino, ha provocato una serie di disastri a catena che hanno fatto catafrangere irreparabilmente l'ascesa (due soldini li avrà messi via, suppongo, ma ovviamente sono briciole rispetto a Crsitianferro). Alla fine, tutti costoro, tranne forse uno che ha mollato del tutto, adesso transitano nelle serie inferiori.



Si comprende che, nessuno di costoro essendo arrivato ai livelli da serie A prima squadra di Cristianferro, i paragoni valgono poco, nel senso che gli atteggiamenti da piccolo principe di quello là loro non potevano certo permetterseli. La lisergia della trama quindi dove sta? Nel fatto che il caso di Cristianferro è un tertium non datur: o abbiamo "piccoli Pirlo crescono" che veramente se ne strasbattono della scuola e prendono la maturità con la sciolina, ma non buttano certo via i contratti stellari, oppure i miei ex studenti che, finita l'ubriacatura dei 17 anni, già a 18-19 capiscono che non era cosa e più o meno realisticamente si adattano. Basta. E' vero che nel film non si può capire cosa farà Cristianferro dopo la maturità, se abbia buttato ai rovi la carriera o si sia lasciata aperta qualche occasione, ma il finale di viziofighetteria redenta è pura utopia.
Ora, sulle colpe, enormi, di genitori e società nel gonfiare la fantasia dei calciatorini adolescenti già dissimo a suo tempo qui e qui. Semmai verrebbe qui da chiedersi se, vista la situazione moribonda del nostro calcio a livello di competitività internazionale, Il campione non sia, paradossalmente, ormai anacronistico, parlando di un tipo di carriera e di un tipo di calcio cui ormai non si capisce chi possa accedere. Resta il problema, secondo me e la mia Spocchia, che forse il danno provocato dall'idolatria (economica e antropologica) del tipo-calciatore ormai ha prodotto danni che meriterebbero altri film e non questo. Troppi anni abbiamo passato a vedere i giovani sottoposti al drammatico messaggio "meglio calciatore ricco e ignorante che laureato sfigato"; non era infrequente sentire damazze della buona, buonissima società sdilinquirsi per il figlio calciatorino di successo, pregustando (loro, donne in carriera sposate con altrettanti mariti di pregio, quindi gente a cui non ne mancava) un futuro con nuora velina e faccino del figlio spalmato su giornali e tivvù; genitori a colloquio tutti contenti perché, è vero che il figlio era mediocre a scuola, ma giocava a calcio e in squadra "è un piccolo idolo", lasciando intendere che QUELLA era la sua vera realizzazione (retro-spoiler: anche questo ha mollato per problemi fisici... tutti a me capitano...).



Insomma, se adesso piangiamo miseria perché mancano i medici in corsia, non dico che tutti questi potenziali medici si siano dati al calcio, ma è chiaro che certa cialtronaggine bimbominkiesca trasversale tra adulti e piccini,  soprattutto nel primo decennio di questo millennio, ha prodotto un clima gravissimo di disconferma nei confronti di chi si "abbassava" a fare sforzi e sacrifici per conseguire competenze lavorative che, pur non facendo girare l'economia ai livelli dei calciatori, sicuramente hanno una ricaduta sociale ben più utile. La cosa spesso sfugge, ma il cervello di un adolescente anche bravo ma impressionabile può maturare un enorme scoraggiamento rispetto allo spirito di sacrificio in certe direzioni, quando vede che i sacrifici che rendono in termini di 'popolarità' sono altri. Aggiungete le pretese di trasformare la scuola in un luna park e il disastro è fatto. Poi non lamentatevi se non troverete uno capace di diagnosticarvi l'ulcera anche se vi sentirete un trapano nello stomaco. Noi ve lo dicemmo.




sabato 9 febbraio 2019

Le grandi recensioni di Eligio De Marinis: Il primo re, alle interiora della leggenda.

Mentre su Raiuno vanno in onda le consuete Dionisie sanremesi, guidate anche quest'anno da Claudione che discetta senza rete di Yin, Yang e triplette degne della miglior Cristina d'Avena (poesia, armonia, fantasia, cose così), noi si sfida una programmazione per multisale a dir poco subdola e ci fiondiamo a vedere IL FILM del 2019, dedicato ai primordi dell'Urbe, narrazione sanguigna e borborigmatica cui certo non fa difetto l'originalità. Né il potere ipnoinduttivo su sei decimi della sala (spettatori presenti in sala: 10).
Ora, è chiaro che una storia su Romolo e Remo ha lo stesso tasso di imprevedibilità della lettura del Vangelo alla domenica delle Palme: è un filino difficile che d'un colpo succeda qualcosa di diverso da quanto tutti sanno già. Qui c'era poi la concorrenza col precedente latinofono più noto degli ultimi 15 anni, ovvero La passione di Cristo diretta da Gugliemo Gibsoni, film passato alla storia sia per i litri di sangue fatti versare al Redentore, sia per l'uso assassino della perifrastica passiva. 

Quindi?

Un regista, arrivato nell'anno domini 2019, se davvero vuole attrarre masse adoranti a vedere un film sui momenti neonatali [e anche prima] della città che con la sua storia ha dato una svolta decisiva ai destini dell'umanità tutta, non può limitarsi al mero documentarismo. Né però avremmo voluto una specie di saga nordica calata nel Lazio. Ebbene, Matteo Rovere ha optato per un neorealismo filologico, facendo parlare gente del 753 a.C. con un latino di chiarissime coloriture arcaiche (cfr. sotto), offrendoci una storia che da ogni inquadratura lascia trasudare l'idea che alla base del mito di Roma ci sia la più istintiva delle voglie umane: il potere. Voglia che va a scontrarsi col più insuperabile muro posto a sbeffeggio perenne delle nostre pretese di autodeterminazione: il destino. A contorno di tutto, i più tipici piatti della tradizione trasteverina.

Si comincia dunque [ATTENZIONE SPOILER!!][SE VABBE'...] nella Sardegna interna, dove due fotomodelli barbuti vestiti con sontuosi gilet di pelle di pecora e mutandoni tattici, presumibilmente i gemelli Romolo e S.Remo, sono intenti a fare a gara tra chi ha lo sguardo più Zoolander. Romolo prega in latino arcaico Diana dai tre volti, dimenticando, sciocchino, che quando Diana si invoca così, minimo minimo si scatenano le forze della natura, perché il terzo volto della suddetta è quello di Ecate, divinità dell'oltretomba. Difatti Ecate ringrazia e alluviona quel tratto di Sardegna in cui i due gemellini pascolano le loro caprette con tanta acqua come in Sardegna non se n'è mai vista. Talmente tanta che R&R si risvegliano nel Lazio. Puntualmente catturati dai coatti del luogo.
Ha inizio dunque qui la vera e propria avventura del nostro duo, contraddistinta da un tasso pauroso di ferite aperte e curate coi vermi, capelli induriti dallo sporco (o dalla salsedine di palude tipica del Lazio preromano), assalti di cavalleria, imboscate in pieno pantano, gente che si veste con costumi a figura intera in forma di lupo credendo di essere spiritosa, altra gente che gira con maschere di cartone sulla faccia o pittata coi colori del barattolino Sammontana, gole trafitte, corpi trapassati da parte a parte, cervi e agnellini sventrati per consumarne avidamente le viscere, laddove la gara di Mister Mos Maiorum vede prevalere per due terzi buoni del film Remo, anche perché Romolo, tapino, viene infilzato dopo neanche 15 minuti di film e rimane convalescente per un bel po', dormendo della grossa (doppiato peraltro eccellentemente da alcuni spettatori in sala) mentre Remo occhieggia sornione e prepara le basi del suo dominio [ah... ehm...].




Remo che, ansioso di segnare il territorio, VORREBBE concludere con la vestale sequestrata ancora ai cattivoni di inizio film, una sacerdotessa azzimata identica sputata a Noa, l'avversaria di Bia la sfida della magia e costretta a girare con il mortaio del fuoco perenne per ricordare a tutti che lei no, proprio no, e soprattutto per fare luce al resto del cast, visto che metà della storia si svolge di notte.



Vorrebbe, dicevamo: perché Vesty, onde respingere il vitellone, si prodiga in profezie astruse, spiega che solo il suo (di lei) dio la POTREBBE proprio se mai al limite possedere, quindi Remo che si mettesse in fila, e per far capire al suddetto che il suo spread col fratello è destinato al default, gli dice paro paro che due fratelli sono troppi, uno deve schioppettare l'altro sennò la storia non andrà più avanti. E qui il Tema Portante Numero Uno del film: detto che nessuno può avere il minimo dubbio su chi fonderà Roma, lo Spettatore Incallito sarà ben curioso di vedere come Remo vive la cosa. Scopriamo dunque che il predestinato a veder citato il proprio nome da Claudio Bisio viene travolto da un furor regni pre-senecano, incapace di accettare qualsiasi esito dei fatti che non sia il SUO dominio, pronto a uccidere chiunque OSI replicare a una sua asserzione anche solo con un tuttavia, oltre che prendere a sberle Vesty e legarla ad un albero in balia dei grillitalpa pur di non accettare il vaticinio. Sì, perché Remo vuol bene al fratello, evita di sbudellarlo quando per tutto il resto della tribù costui è semplicemente sacratus, cioè maledetto ed intoccabile per aver in precedenza preso a scodellate Vesty, ha in mente per lui un luminoso futuro da reggiciabatte del re... in altre parole, pur potendo in almeno due occasioni cambiare la storia dell'umanità per gli eoni a venire  (si veda anche il duello Street Fighter de' poracci all'inizio), pur cedendo in più punti alla più inaridente sete di potere, cosa che lo porta pure a mazzulare Romolo, alla fine anche Remo nulla può contro il fatum, autentico estintore di ogni umana possa. 
Di contro Romolo acquista gradualmente volume della chioma e coscienza di sé, anche perché deve prima rimettersi dalle ferite, e qui gran merito va alla coratella di cervo a crudo amorosamente procacciatagli dal fratello. Certo, c'è dell'ironia amara nel prodigarsi di Remo a tener vivo colui che lo ucciderà, ma tant'è: il futuro fondatore dell'Urbe, di contro alla spocchia imperialistica dell'omozigote [SEDICENTE omozigote], prende per mano la gente, organizza preghiere pubbliche, riaccende il fuoco vestale scandalosamente calpestato dall'altro, nomina una nuova vestale direttamente da Non è la Rai, la obbliga a girare col turibolo in mano anche in caso di terremoto, si porta il di lei fratellino in battaglia, lo vede morire, vede lei che lo vede morire e le ordina di piangere di lato sennò si spegne di nuovo il fuoco, e quando Remo OSA, folle!, attraversare il BEN NOTO confine in spregio a qualsiasi fas, superando ogni hybris greca passata e futura, allora non gli resta che il colpo di grazia (seguono cinque minuti di rantolo di Remo, a cui evidentemente si è fermato un carciofo alla giudìa in gola, perché Romolo lo ha trafitto al cuore, ma lui sanguina dal collo)(e nel frattempo Romolo tenta di tenerlo in vita miagolando freter freter, coi capelli ormai resi simili a stalattiti dai crostoni di brachiolite concretizzatisi dentro e ai lati, tanto che ad un certo punto le punte dei capelli medesimi cavano l'occhio al gemello) .
Nella fangosa atmosfera veterolaziale, insomma, assistiamo ad un gigantesco arcaico rito di iniziazione che svela il meccanismo oscuro ed animalesco alla base di ogni consortilità umana.



Tacendo di Enea e soci, prescindendo dall'idea di Roma che remotamente nacque dall'unione di aborigeni e Frigi, vediamo il crudo della Storia: la fame animalesca di dominio sui propri simili, da cui giustificati i mutandoni e i piedi sporchi. In più, ed ecco qui il Tema Portante Numero Due dell'opera, dove c'è civiltà, persino ai livelli darwiniani qui descritti, c'è linguaggio. Ebbene, alla faccia della neo-lingua di Orwell, Remo prima e Romolo poi riescono a mettere al guinzaglio le rispettive, non proprio oxfordiane consorterie BIASCICANDO un protolatino recitato a voce talmente bassa che secondo me tutti gli altri villains della storia a un certo punto decidono di obbedire a uno dei due gemelli piuttosto di fare la figura di quelli che non ci sentono. Di tutto interesse, viceversa, la ricostruzione filologica di questa lingua [poi è tutto da scommettere che parlassero così, visto che ciò che sappiamo del latino inizia molto dopo]. Troviamo infatti:
1) l'assenza di rotacismo, visto che siamo prima del III secolo: sentiamo quindi arboses invece di arbores.
2) il genitivo singolare della seconda declinazione superarcaico: coeloio invece di coeli
3) cari vecchi dittonghi: oenum invece di unum, leukem invece di lucem
4) perfetti raddoppiati di influenza osca: quid fefecid?
4) assenza di oscuramento: nemos invece di nemus
5) niente affricazione palatale: age pronunciato [aghe]
6) desinenze ancora vicine ai corrispettivi greci: agonti invece di agunt; esti invece di est.
7) fossili deliziosi: ollum invece di illum.
8) e molto altro. Mi resta il dubbio dell'ablativo assoluto già in uso presso quegli amabili pecorai. 

Quindi [2]?

Quindi un film che certo non attrarrà le masse, difatti dopo una settimana di programmazione l'hanno esiliato dalla Oz alla Wiz; film che mantiene la quota Game of Thrones apprezzabilmente sotto il livello di guardia (giusto un paio d'occhi cavati direttamente a mano da uno di quelli là), mentre il temutissimo coefficiente 300 è pressoché azzerato; film, certo, che non farà innamorare della storia di Roma chi già innamorato non è: perché il Rovere non ha voluto in effetti narrarci una storia, semmai ha voluto spremere da QUELLA storia un'essenza universale e immutabile di viscerale ferocia solo umana, in un contesto in cui, vestali punk a parte che tengono a bada rozzi caciottari con i gesti della briscola, di soprannaturale non c'è ombra alcuna [nota filologica per i puntuali sceneggiatori: a un certo punto della storia compare un arcobaleno; se la cosa è voluta come segno benaugurante, ci permettiamo ricordare che per la mentalità latina l'arcobaleno non benaugura alcunché...]. Nel corpo del pianeta prende corpo la storia che si fa, e si disfa, coi corpi degli uomini stessi che la animano, con azioni plasmate da parole la cui magmatica sintassi è il dato sensibile di una forma-non-forma perennemente in cerca di definizione.
Sfida interessante, senza dubbio. Vinta a metà, forse. Comunque il maglione di Alessandro Borghi nelle interviste meriterebbe un'enciclopedia a parte.   

venerdì 8 gennaio 2016

Visti per voi: Star Wars, episodio VII. Il risveglio dell'intertestualità (bummm!!).

La sera successiva [ricordate che i post hanno l'ordine cronologico inverso...] andammo a vederci Star Wars episodio 7, con la lieve e trafiggente sicumera di chi si avvicina al più atteso séguito della più mitica miticissima saga cinefilmica della storia umana non essendo un fan sfegatato della serie e avendo bucato tutti i primi tre capitoli, ovvero gli episodi 4, 5, 6, ovvero come uno che va a Messa senza conoscere il Vangelo. Avremmo, per verità, giochicchiato con due videogiochi ispirati alla saga, ma ciò non ci permette di dire di saperne. Ci siamo invece slurpati, tra non indifferenti sbadigli, i capitoli 1, 2, 3, su cui diremo fra breve, e su cui diciamo subito che un mattone verniciato sarebbe stato più espressivo di Hayden Christensen e che fare della Forza una questione di Midi-Chlorian nelle cellule fa molto Scuola Pneumatica.
Appunto. E’ chiaro che tutti gli ammiccamenti di SW7 alla serie storica sono per noi lettera morta, benché persino noi siamo riusciti a riconoscere al primo colpo il Millennium Falcon. Era inevitabile comunque che, essendo la serie passata in gestione Disney, il pubblico avrebbe vissuto lacerazioni orizzontali (tra estimatori storici e neofiti parziali -come noi- o totali -come i bimbominkia) e verticali (tra nostalgici commossi dal ritorno delle trame che furono e teorici dello stupro disneyano ai danni della nobile e visionaria fantasia lucasiana di 40 anni fa).  
Bene, lasciamoli lacerare e veniamo ad un sommario giudizio, che ho voglia di contatti sul blog e l’hastag #starwarsVII promette cose: il giudizio più immediatamente pancioso è quello di un film che certamente lascia attaccati alla poltrona lungo tutti i 135 minuti di proiezione, sì che è difficile dire di essersi annoiati. L’azione c’è eccome. Fin troppa, verrebbe da dire. E qui entriamo subito nel focus del problema, ovvero la gestione di casa Disney, officiante J.J. Abrams. E’ ovvio che, dopo aver lautamente emoluto 4 miliardi di dollari a Lucas per rilevarne la casa di produzione e ninnoli acclusi, i signori Disney hanno subito inserito Star Wars nella griglia-tipo delle loro realizzazioni di largo respiro, il primo comandamento delle quali è, come si sa, ‘vietato rischiare’. Che si tratti di sirenette vogliose di sgambettare sul bagnasciuga, di Aladini col naso di Tom Cruise, di belle rinchiuse in castelli a parlare con candelieri e orologi, di cinesine che indossano l’armatura, di macchinette parlanti col cervello di un bimbo di 7 anni, il bene trionfa, dall’esperienza si impara sempre qualcosa, se si è umili si vince, l’amore domina ovunque. Il che ha consentito alla Disney di sfornare lungometraggi di successo planetario, bellissimi sotto ogni punto di vista, e certamente rassicuranti nel messaggio finale rivolto agli utenti.
Ora, come disneyzzare una saga che di rassicurante ha ben poco? Anzitutto, privando il suo settimo episodio di qualsiasi minimo spazio di sollievo alla tensione narrativa, così come al bando vengono messe riflessioni che trascendano le questioni di più immediata urgenza. Tutte le alte allegorie esistenziali e filosofico-religiose che soprattutto la prima saga aveva in sé sono qui assorbite dal susseguirsi forsennato di eventi in una storia in cui l’attenzione dello spettatore non riposa mai. Se proprio non lo si può rassicurare, visto l’argomento in questione, che almeno gli si ecciti ininterrottamente il nervo ottico, si saranno detti al Castello della Bella Addormentata. Di qui il ciclone di fughe, lotte, pianeti sparanti, assalti all’arma bianca, laddove gli hints sul perché e il percome si sia giunti al punto in cui si è (cos’è il Primo Ordine? perché Rey possiede tracce non indifferenti di Forza? perché Luke si è dato irreperibile? perché Kylo Ren è così brutto?) sono ridotti a flash narrativi brevissimi o non ci sono proprio (vabbe’, restano due episodi da riempire, si capisce anche…). E così, la sete di avventura del pubblico (una parte, almeno) è saziata oltre ogni immaginazione. E’ chiaro che tutto il resto non si può pretendere, col che inevitabilmente i duri e puri del fandom 1977-1983 hanno visto appiattirsi la solennità dei capitoli primigeni in una vorticosità più vicina ad un videogame. Per noi che di quel fandom non facciamo parte valga l’osservazione che, rispetto a certe sequenze infinite e alla lunga stremanti della seconda saga (il duello tra Obi-Wan e Anakin ormai schiavo dell’oscurità… bello sì, ma dopo un po’ non se ne desiderava che la conclusione) o zone narrative di sommaria inconcludenza nel non spiegare nulla (potremmo citare pezzi e pezzi dell’episodio 2, il peggiore di tutti secondo noi), qui almeno ci si diverte senza guardare l’orologio.
Ma proprio perché a casa Disney studiano tutte le varianti del caso, c’era anche il problema di non perdere la fetta dei lucasiani della prima ora. Soluzione: ricalcare sull’episodio 4 la trama del 7, o perlomeno arricchire di attinenze reciproche i due capitoli per titillare il palato dei nostalgici. Questione di mettersi d'accordo, si capisce, e non succederà mai, stiamo ancora qui a scannarci sul vero significato di "dolce stil novo" (scuola poetica vs gruppo di amici, la definizione vale solo per Dante, sennò cosa ci fa Guinizzelli in Purgatorio vs ma non ma no, ci sta dentro almeno anche Cavalcanti!), immaginate un po'... In ogni caso, gente che ne sa scrive sul webbe che basterebbe cambiare i nomi dei protagonisti e dei pianeti, lasciando intatto tutto il resto, e i due film si sovrappongono alla perfezione (altri non la pensano proprio così, veh, ma i commenti dei lettori poi...). Risultato: grida di giubilo di chi ha risentito l’arietta del bel tempo che fu (anche per il ritorno di Leia, Han, il robottame vario…), grida di strazio di chi sostiene di aver pagato il biglietto per vedersi riproporre non il seguito della serie, ma il remake del suo primo episodio.
Qui dovremmo entrare nei meccanismi mentali di Abrams per comprendere a fondo questa scelta, e infatti lo facciamo con la spocchia del filologo classico. Cosa può aver mosso il predetto regista a ricreare struttura e contenuti del Sommo Inizio, sapendo (perché non poteva ignorarlo) di esporsi al rischio di sentirsi dare del remakatore selvaggio, quando non del plagiario? Secondo me e la Spocchia, l’approccio di Abrams a Star Wars è stato lo stesso, o molto simile, a quello di Peter Jackson con Il signore degli anelli. Il paradosso è solo apparente: Jackson ha ricavato una trilogia da un romanzo che era già trilogico – e immenso – di suo. Per contenere in tre episodi da tre ore lo sterminato materiale tolkieniano, ovviamente, il regista ha dovuto selezionare, eliminare, ridurre, adattare e alla fine è uscito un prodotto che anche in quel caso ha suscitato pareri discordanti circa il rapporto tra fedeltà al testo ed efficacia della resa cinematografica, tuttavia non ricordo di aver sentito gridare all’assassinio come nel caso di SW7. Bisognerebbe allora pensare che Abrams abbia visto l’episodio 4 (ma probabilmente tutta la saga nel suo complesso) non come un film a cui dare un seguito, ma come un pre-testo equivalente ai romanzi da cui i colleghi spremono i soggetti non originali per le loro pellicole. Nessuno accuserebbe mai Jackson di aver plagiato Tolkien, perché trarre un film da un romanzo plagio non può essere. Ebbene, Abrams ha considerato tutto il pregresso lucasiano come ‘il romanzo’ da cui partire. Una saga così innervata nella coscienza collettiva dei cinefili da aver superato la natura meramente filmica: un mito a se stante, ormai senza un vero padrone, visto pure che il creatore ha svenduto casa sua. E questo mito poteva, in simili condizioni, essere ri-raccontato con qualche variante, ma senza con ciò sentirsi colpevoli di remake in atto. Risalendo risalendo, insomma, risfociamo nelle belle abitudini del mondo classico, quando non esisteva il copyright: tanto Eschilo quanto Sofocle quanto Euripide hanno messo in scena il pezzo della saga degli Atridi in cui Oreste ed Elettra uccidono la madre Clitennestra per i noti fatti (perché sono noti, vero?). All’epoca non c’erano George Lucas che potessero dichiararsi depositari della versione originale del mito, quindi l’idea del plagio era inesistente; soprattutto però, e qui ri-balziamo arditamente alla questione Jackson-Tolkien, il pre-testo (romanzato o trasmesso oralmente che sia) è a disposizione di chiunque voglia ri-raccontarlo coi mezzi che gli sembreranno più opportuni, sia esso il teatro o il cinema. Abrams, secondo me la Spocchia, ha guardato a Star Wars in tal modo, ovvero come un mito da ri-scrivere più che da innovare profondamente o a cui dare un seguito del tutto originale (e i personaggi stessi di SW7 parlano di Luke e compagnia come di esseri la cui realtà si perde nel mito). Ciò almeno vale per l’episodio 7. E’ chiaro però che un giudizio complessivo sull’operazione si potrà dare solo quando si avrà tutta la nuova saga completa. Fin qui, la rassicurante reprise del già noto ha ottenuto riscontri comunque ragguardevoli.

Poi certo, questioni filologiche a parte, il film è tutto molto Disney nella scelta degli attori per i nuovi personaggi (che con le loro faccette gommose potrebbero stare tranquillamente dentro un teen-drama qualsiasi, Finn su tutti), nei diminutivi (FN-2187 diventa Finn, come Megara in Hercules diventa Meg), nella mimica facciale da cartone animato di Poe e soprattutto di Han Solo (il quale a volte sembra dire: “Dai, ma non dovrò davvero prendermi sul serio, ancora qui dopo 40 anni?"), nei siparietti vagamente comici, nell’evoluzione- lampo in direzione pucciocentrica del rapporto tra Rey e Finn. Certo, il ritmo indiavolato dei fatti rende piuttosto estemporaneo, e certo meritevole di maggiore tragicità, l’uso del cannoncino da parte dei cattivoni. Certo, per rappresentare il Cattivone Supercattivo di turno i disegnatori computergrafici potevano evitare di rifare Voldemort. Stupisce semmai la quantità di giudizi dati sulla figura di Kylo Ren, che in realtà fa molto poco e mi pare che quel poco non autorizzi ad uno screening così approfondito del suo carattere come abbiamo letto in Rete. E’ chiaro che anche da come si evolverà costui, oltre ai ruoli di Rey e Finn, dipenderà il tasso di aderenza di Abrams a Lucas, nella speranza che non diventi adesività. Staremo a vedere, come disse Polifemo dopo che Odisseo lo accecò.  

mercoledì 6 gennaio 2016

Visti per voi: io Quo Vado, e tu?

Alla capiente Multisala Odeon di Ascoli (3 sale, però ha vicino il liceo classico) davano Star Wars e Quo vado?. Avendo mancato l’unico spettacolo programmato del primo film, mi imbuco nella SETTIMA replica giornaliera dell’opera quarta di Zalone Checco. Nessuno snobismo: curiosità. Anche perché ormai ero lì.
Detto che a noi spocchiosi non garbano certo i cinepanettoni, ma nemmeno i drammoni cecoslovacchi monoinquadratura con sottotitoli in lituano, perché privarsi di codesto lungometraggio? Zalone Checco ha incassato sette milioni di eurini in un giorno? Non sarà la certificazione del Capolavoro Assoluto, come ci insegnarono, però è un fenomeno degno di attenzione. E attenzioniamo, esclamò l’Arciduca.
Eccoci nella capace sala con le seggiole azzurre e pop corn ovunque sul pavimento. Sono le 22.30, ma il pubblico affluisce copioso. Mi dirai che il tasso di tamarraggine/bimbominkismo di molti dei presenti sconfina oltre ogni limite, ma cosa vuol dire? La presenza di certi docenti mancini con l’erremoscia sancisce senza dubbio veruno la transdirezionalità dell’opera in proiezione.
E in effetti, a fine film, non possiamo dire di non aver ridacchiato. Esserci sganasciati no, ma lì è che siamo proprio di gusti difficili noi, visto che ridiamo alle nostre battute. Certo, rispetto ai cinepanettoni di cui sopra, qui almeno lo sforzo di buttare sul piatto qualcosa di diverso, se non di nuovo nuovo, c’è (per inciso, ci stupiamo dello stupore di quanti registrano le performance bassine al botteghino dei film di De Sica: dopo 25 anni della precisa, identica zuppa, cosa si aspettavano?); da qui a dire che 14 milioni in due giorni ci incoronano il nuovo Billy Wilder, ovviamente, ce ne passa. Però però, qualche idea per capire la travolgenza del successo zaloniano ce la siamo ben fatta. Specialmente in rapporto dialettico con i giudizi critici letti sull’internet (ahhhhh, l’articolo davanti a internet…) in questi due/tre giorni.
Che il film sia THE STRAFIGATA del XXI secolo, l’opera che segna il prima e il dopo della comicità italiana, ecco, magari no. Certo, simili giudizi sono partoriti dai critici de Il giornale, la qual cosa puzza un po’, essendo Zalone prodotto Zelig, quindi Mediaset. Del resto dall’altra parte si spellano le mani tutte le volte che Benigni dice bao, quindi ci sta. Anyway, parliamo di un film divertente, dotato di frizzante ritmo battutaro, nel quale la trama fa da lisca alle cui spine si attaccano i momenti sketcharoli gestiti da Zalone medesimo, esattamente come nei film di altri comici di radice televisiva, siano Ale e Franz o Ficarra e Picone, che però spesso steccano, a nostro giudizio. Gente abituata al ritmo serrato e compresso dello sketch ha bisogno di una trama abbastanza autoreggente per dare tessuto connettivo alla propria specialità, ovvero la situazione comica in sé conclusa. E sin qui Zalone fa, dignitosamente.
Altri accusano il film di partire a razzo con la descrizione spietata dell’universo del ‘posto fisso’, proseguendo in modo più o meno divertente nella sezione norvegese, per poi perdersi irrimediabilmente nella melassa buonista del finale africano, là dove la ‘redenzione’ zalonesca (sorry, no spoiler here…) pare frettolosa quanto forzata, giusto un contentino ai tradizionalisti dopo tanta corrosiva satira antisistema. E’ mancato, dicono, il coraggio del pugno nello stomaco finale. Brutta anche, dicono sempre, la celentanata di chiusura con lode annessa dei malvezzi della Prima repubblica. Personalmente, che una commedia possa avere un finale sin troppo semplicisticamente condensato, nel quale i rovesciamenti caratteriali e fattuali appaiono inverosimilmente rapidi, quando non logicamente problematici rispetto a quanto precede, non mi pare un problema, visto che, da Plauto in giù (Aristofane gira da solo in background), è più o meno sempre andata così. Ai fan del celluloide in bianco e nero non potrà ad esempio non piacere il film del 1961 intitolato Uno, due, tre!!, tratto appunto da una commedia, nello specifico di Molnar (sì, il signor Via Paal, lui proprio), per la cui trama vi rimando aWikipedia, e che sviluppa proprio nel finale una serie di ‘conversioni’ talmente rapide da potersi accettare solo attivando la sospensione dell’incredulità richiesta da gran parte dell’universo comico (gente che fonda città sulle nubi, del resto…). Cercare la coerenza caratteriale in questo tipo di lavori è come pretendere che in un film di guerra il capo dei buoni si sacrifichi per salvare il suo cagnolino. Il genere ha le sue leggi. Possono non piacere, si possono anche violare, ma quando uno le rispetta, c’è poco da criticare.
Non vediamo poi quale ‘pugno nello stomaco’ ci si dovesse attendere da un film simile: commedia vuole che alla fine gli angoli si smussino e il bene trionfi. Cosa che qui puntualmente succede.
Zalone Checco, insomma, fa il suo. Ciò che accalappia spettatori non è quindi certo il dato, aridamente statistico, della distribuzione numericamente mostruosa della pellicola nelle sale, ciò che a detta di alcuni avrebbe reso inevitabile l’afflusso degli spettatori, privati di valide alternative. Bubbole: il pubblico sarà tonto, ma non scemo: se un film non acchiappa, puoi diffonderlo anche in otto milioni di copie, ma avrai le sale vuote. Che poi il passaparola, il conformismo per cui se vanno tutti allora devo andarci anch’io (il cosiddetto ‘irrazional-popolare’), la banale curiosità apportino ingressi è indubbio, ma tutti questi incassi nascono anzitutto da un quid tutto interno al film che fa l’effetto che vediamo.
Ecco, secondo me e la Spocchia, il glutammato monosodico di questo film sta nella sua caricaturalità così esibita che alla fine si ride anche là dove ci si potrebbe indignare o dispiacere. I vari elementi negativi tipici dell’universo del ‘posto fisso’ statale ci sono tutti, e nessuno potrebbe mettere in dubbio che le pecche più odiose degli uffici della pubblica amministrazione siano proprio quelle lì. Il fatto è che nel film tali pecche sono messe tutte, ma proprio tutte, in una volta sola, sì che la rappresentazione, in teoria del tutto verosimile, si fa appunto caricaturale e strappa la risata istintiva, pre-razionale (l’impetus simplex, come Seneca insegna – lol) anche all’autonomo dotato di partita IVA (che subito dopo riprenderà a bestemmiare contro l’impiegato comunale o il docente di lettere), così come non fa vergognare l’impiegato statale ‘alla Zalone’, perché tanto “non esistono situazioni esattamente così, dai….”. Il mondo zaloniano è vero e finto allo stesso tempo. Sarebbe come se si volesse mettere in scena un dramma ambientato in una classe di liceo, immaginando che la storia si svolga in una sola mattina, e si buttassero dentro tutte la varianti umane e psicologiche possibili di alunno: il nerd, il bullo, quello caratterialmente problematico che a casa è picchiato, il fascistone, il comunistone, l’omosessuale fresco di coming out, l’effeminato, la lesbica, il palestrato, il depresso, l’anoressica, la bulimica, l’oca giuliva, quella politicamente impegnata ecc. ecc. Si pensi poi di far succedere in una singola mattina sia l’occupazione che la ribellione contro la medesima, il tentativo di suicidio di qualcuno e la riconciliazione di qualcun altro, aggiungendo magari scene di docenti in crisi con sé e col mondo. Chi crederebbe davvero alla concentrazione di tutto ciò in uno spazio narrativo così esiguo? Ebbene, in Quo vado? la compresenza di tutto il peggio del ‘posto fisso’ provoca una sorta di collassamento comico di sicuro effetto.
Questa ‘tuttezza’ iperconcentrata sterilizza quindi anche quelle zone della trama a detta di alcuni coraggiose e temerarie nel trattare i temi più scottanti dell’attualità (ma per piacere…): tre figli da tre uomini diversi per nazione, etnia e religione… e così imposteresti la questione della tolleranza… crediamoci, sì… Il sistema talent-show per gestire l’afflusso degli immigrati dal Mediterraneo con quasi tutti che sventolano la laurea… serissimo, certo. Sarebbe secondo noi più onesto ammettere che Zalone Checco vuole intercettare e sottoporre al comico tutto quanto gli passa sotto mano, sia il serio che il meno serio, ma la volontà di far riflettere il pubblico ci pare davvero lontanuccia. 
A condire il tutto, l’altra tipica componente comica, ovvero l’infantilismo autoreferenziale del protagonista che provoca appunto i continui ribaltamenti di stato che tanto dispiacciono ai fan della coerenza a tutti i costi: disperato al momento di perdere il posto prima, lieto di gironzolare subito poi, prontissimo a norvegesizzarsi e a incivilirsi, ma rapido pure a farsi sedurre dalla reunion di Al Bano e Romina, entusiasta nel collaborare alla raccolta di materiale per gli spermiogrammi dell’orso e dell’elefante, canaglione anche nelle trattative finali con la Bergamasco (Sonia, we’ll always appreciate you, remember…), la quale pure incarna un ruolo caricatissimo, donna che a un certo punto la prende sul personale e agisce punta solo da vaghezza vendicativa, più ancora che per svolgere la mansione ministeriale affidatale (anche lì: Zalone escluso, tutti gli altri che accettano quelle condizioni? Suvvia…). Irrealistica per eccesso di realtà (tacciamo sullo sgabuzzino dell'ufficio di lui grondante di omaggi in natura).
E va bene tutto, il pubblico aggradisce, le parolacce sono al minimo, il carattere lieve e bamboccio del protagonista garantisce che in fondo non c’è nulla di veramente serio (nemmeno 25.000 euro di vaccini in un colpo solo… fosse così davvero…), lo stesso Lino Banfi è un perfetto esemplare di relitto della Prima repubblica che altrove su facebook si glorifica acriticamente. Ecco, senza sovrapporre in modo semplicistico lo spirito di quella pagina a questo film, v’è da dire che la capacità di alleggerire il serio ha comunque degli esiti narrativi spesso stupefacenti: là vediamo foto d’archivio con dentro Fanfani, Spadolini, De Mita, Andreotti, Craxi, tutti coloro insomma che i più ricordano come artefici dello sfascio della Prima repubblica, o comunque membri di una classe politica retriva e preoccupata soprattutto di mantenersi e autoriprodursi immutabile nei decenni. Si sa, si sa. Ma lì, su facebook, non trapela nulla di tutto ciò: solo istantanee di un’epoca che fu, nel (molto) bene e nel (molto) male, decisiva per le sorti dell’Italia a livello interno e internazionale. Ma persino un Andreotti, lì riprodotto, perde tutto lo zolfo e rimane un relitto monumentale di un passato che non possiamo né dobbiamo dimenticare. Zalone Checco, a cui nulla di ciò ovviamente interessa, chiude tuttavia il film con l’inno alla Prima repubblica proprio per dirci, in tutta leggerezza, che alla fine di un ventennio (la Seconda repubblica) da cui tutti si attendevano la palingenesi dei mali della precedente, succede ciò che succede dopo tutte le rivoluzioni che si vogliono antibiotiche: i batteri che c’erano magari vanno in sonnolenza, ma sempre lì stanno, e quando il ‘nuovo a tutti i costi’ cade vittima delle debolezze strutturali di ogni nuovo che rinnega tutto il vecchio, eccoli, i batteri, che riemergono, più belli di prima. Quindi, o si agisce come i predetti admin della pagina facebook e li si chiude in un museo di scienze naturali, oppure li si respira, con effetti imprevedibili. Qui, da Zalone Checco, l’effetto è la caricaturalità di cui sopra. Data pure la 'redenzione' finale, ciò significa che il problema cessa di sussistere per tutti gli altri? 
Cinema con la C maiuscola, quindi? Certo che no, vuoi mettere Il capitale umano di Virzì? E’ semmai un segno, tangibile, dello spirito dei tempi: sorridere alla consapevolezza che nulla è mai davvero cambiato.
(D’altronde dicono che il PD sia la nuova DC, no?)



domenica 19 gennaio 2014

Visti per voi: Il capitale umano (P. Virzì et alii)


Vabbe', 'sta Spocchia, mo' se mette pure a recensi' i filme...
No no, recensire non è il nostro forte, correggere semmai, emendare, reindirizzare, cazziare, quello sì. Ma recensire no.
E purtuttavia stavolta recensiamo: il film di Virzì, che tante polemiche ha scatenato per certa impietosa pittura di certo mondo affaristico e non solo tipico del nostro friccicoso nord Italia, è esattamente ciò che abbiamo chiesto e NON ottenuto dalla nostra Ficition di Riferimento Autunnale, talmente di riferimento che ci siamo pure stancati di commentarne gli episodi. Sì, parliamo sempre di Una grande famiglia. 
Giacché, se vogliamo per un istante tirare la fila di QUELLA cosa lì, a conclusione di due serie che hanno però già lanciato il piedino nella terza con la misteriosa telefonata a nonna Sandrelli da parte della nipotina spuntata dal nulla, il bilancio è impietoso: alla fine sono tutti, tutti, TUTTI buoni. Edoardo/ Gassmann (oggi mettiamo due n in fondo), dopo giravolte, paraculaggini, ricatti, balle e controballe, e dopo, non lo si scordi, aver bruciato DECINE DI MILIONI rengoniani, si riscatta (?) offrendosi come agnello sacrificale ai cattivi-cattivi della Villa Sempre Immersa nella Nebbia anche a mezzogiorno di Ferragosto, non prima di essersi microfonato il bottone del loden per essere sentito dalla polizia mentre recita l'ennesima parte. Poi sparisce e tutti clappeggiamo, pensando a quanto sdegno ci si era infuso solo 40 minuti prima o giù di lì, quando il medesimo Gassmann si era preso in auto Ernestino detto Tino per portarlo chissà dove, salvo poi scodellarlo davanti a casa della ex-moglie come niente fosse. Per tacere del resto. Morale, a parte il dissangunate dubbio sul destino di Gassmann, sul thriller va a trionfare lo scioglimento comico, in cui più o meno tutto torna come prima, gli sposati con gli sposati, gli amanti con gli amanti, Sandrelli che, dopo aver ripreso ad assumere Danacol, non soffre più di alcunché, gli omosessuali separati, e i rispettivi genitori pure, perché così la mamma degli sceneggiatori va a letto contenta , 'na palla de 'na strapalla, insomma.
Ecco, le copiose lacrime di delusione che andavamo avanti a piangere da metà dicembre si sono d'un colpo asciugate l'altra sera, alla fine del film in oggetto. Abbiamo finalmente trovato quel senso di pugno nello stomaco perenne, di ansia per la sovversione dell'umanità di cui non si garantisce il reintegro, abbiamo finalmente assaporato tutta la cattiveria, il cinismo, la disperazione che possono allignare e irrorare le famiglie apparentemente più felici. I contrasti, la sete insaziabile di star meglio, il senso di un mondo di puri numeri che crolla, l'arrivismo senza radici, l'amore più casuale che progettato, la giovinezza autenticamente Bimbominkia, viziata, amorale, cazzarona, piagnucolosa, capriccesca, e alla fine il trionfo congiunto del Bene e del Male, perché nel mondo reale ciascuno dei due si porta dietro sempre anche l'altro. Grazie, Virzì, siamo probabilmente tra i pochi che si ricordano la tua opera prima, L'estate del mio primo bacio, che, pur ambientata nel 1987, dipinge con spietatezza esemplare il mondo degli adolescenti viziati e senza cervello di allora, i progenitori diretti degli odierni Bimbominkia. Allora non ci deludesti, e non l'hai fatto stavolta. Grazie, perché hai fatto ciò che la fiction anzidetta non ha MAI avuto il coraggio di fare davvero: rovinare l'anima di chi la guarda.
Rovinare, cioè: far vedere con implacabile oggettività un mondo che è tutto fuori che caricaturale. Dicasi:
1) Fabrizio Bentivoglio: spettacolare nella parte del brianzolotto ricconzolo e complessato che le tenta tutte per entrare nel Salotto Che Conta, paraculo al massimo nel salutare come se l'avesse sempre conosciuto Giòva Bernaschi, il papà miliardarissimo del fidanzato della figlia, e imbucarsi nel match di tennis con gli amici straricchi di lui, così da iniziare il lento insinuarsi che lo porterà a partecipare al Fondo Bernaschi, con tutti gli annessi & connessi, compreso l'assurdo fido bancario di 700.000 euro. Verghianamente, Bentivoglio-Gesualdo Motta reloaded 2.0 prova le inquietudini di chi sta già bene, ma vuole toccare l'apice, senza essere davvero consapevole del prezzo di questo apice. Il look tammarrerrimo, con cinturona di pitone e anellazzo al dito, dice tutto il disordine culturale di costui, confrontato con gli impeccabili completi del Bernaschi, simbolo di un'apparenza che stavolta inganna davvero. Cinico da far spavento a fine film, quando troverà l'éscamotage per riavere quanto perduto, strafregandosene dei sentimenti della figlia, anzi rischiando di farla finir dentro per favoreggiamento. Bravò, bravò.
2) Fabrizo Gifuni: perfetto, disumano nel suo culto assoluto del benessere che si fa ipostasi del desiderio di dominio su uomini e cose, o meglio numeri, specchio anzi della potenza quasi divina del Numero sull'Individuo, personaggio orientato al 110% all'adorazione del Guadagno come virtù in sé, così finto da essere vero più del vero. Marito possessivo, padre supercompetitivo che non accetta che il figlio sia al di sotto della Perfezione, pretendendo da lui una sola cosa: la vittoria; la sua etica è l'etica che ha contribuito all'attuale sfascio dell'economia reale, ovvero il puro gusto della scommessa sul Nulla, sui rialzi e i ribassi di enti astratti che nulla quagliano coi Realien della produttività oggettiva, scommessa, sia chiaro, che funziona perché c'è un esercito di gonzi in stile Bentivoglio che si rendono complici del gioco, come del resto facevano i clienti di Wanna Marchi. In questo videogame perenne, è disposto a conoscere la vetta, il baratro e poi di nuovo la vetta, il tutto senza la minima remora; e quando non mostra punta intenzione di tirar fuori il figlio dal guaietto del presunto omicidio colposo, non si tratta certo di un rigurgito di senso civico: è il desiderio di non aver nulla a che fare con uno che, al punto in cui si è, potrebbe essere una fonte ulteriore di grane, come se in fin dei conti fosse meglio che il bamboccio si disintegrasse lì seduta stante. Talmente monomaniacale da risultare manierista, ma per questo assolutamente reale; come la Medea di Seneca, insomma. Bravò, bravò.
3) Valeria Bruni Tedeschi: eccezzzzzzionale nel ruolo della moglie depressa e un po' tonta, persa in un mondo di aspirazioni frustrate, resasi fin troppo conto di essere convolata a nozze con un tizio che la vede come la bella statuina da esibire e zompare e nulla più, tenera ed ingenua nella sua mini-battaglia culturale, che la porta a conoscere tutta l'aridità del marito ("Il Politeama è l'ultimo teatro rimasto nella zona...", "Ah, perché, è una cosa grave?" ), madre incapace di avere la benché minima autorità sul figlio Bimbominkia, ma soprattutto femminella insoddisfatta e accidiosa, drogata dall'avere troppo di tutto tranne ciò che davvero vorrebbe, il calore umano, calore che si illude di ritrovare nel veloce e amorale zompo (Carmelo Bene a far da colonna sonora) col bravo ma sacrificato Luigi Lo Cascio (ah, La meglio gioventù, quella era TV...)(ah, e c'era pure sonia Bergamasco, non costretta nel ruolo da imbecille in casa Rengoni...), e tuttavia predisposta solo a veder deludere desideri sui quali non ha davvero capacità di incidere (quando la ristrutturazione del teatro esce dalla nota spese di casa Bernaschi per sopraggiunta catastrofe finanziaria, la cosa si chiude lì e ciao). Una Bovary 2.0 reloaded, che alla fine accetterà la ricomposizione dei dissidi con una rassegnazione eroicamente nichilista. Bravà, bravà.
4) Guglielmo Pinelli: applausi a Virzì per aver scelto un attore che incarna alla perfezione il Bimbominkia odierno, fisicaccio inutilmente palestrato e facciotto guanciotto coi ricciolotti lunghi e la riga in mezzo, simbolo concreto dell'adolescente forte all'apparenza e gommoso nella sostanza. Viziato e automobilato con jeeppettino, privo di qualsiasi apertura che lo porti fuori dalla realtà virtuale del consumismo, vive l'incanto della tipica triade Jet Set Bimbominkia, soldi-sesso-giochi, e però vive pure il complesso di inadeguatezza inoculatogli dal padre, il cui Ego superperformante è fonte per lui di non poche ansie, sì che è inammissibile che lui non vinca il premio di miglior studente (e infatti NON lo vince)(e infatti il padre abbandona la sala e lo liquida con un asettico "ciao"). Da bravo adolescente d'oggi, gli manca ogni capacità di vedere al di fuori di sé (visto che ben poco gli cale della morte "di quel ciclista di mmerda!!!"), punti di vista diversi dal suo non devono sussistere, ma appena gli eventi cominciano a metterlo di fronte ai primi pesanti NO della vita, ecco la fuga in camera a piagnucolare, datosi che non sussistono in lui i contenuti umani, culturali ed esistenziali atti ad affrontare problematiche complesse. Dice: "Maronn', e che voi docenti chiedete tutta 'sta roba ai ragazzi di 19 anni?". No, è la realtà che gliele chiede, noi ci limitiamo a rammentargliele... Bravò, bravò.      
5) Matilde Gioli: per chi da decenni si dispera che l'idealtipo della femmina del grande romanzo italiano sia blindato nella linea che da Lucia Mondella passa per KissMeLicia/Cristina D'Avena e sfocia in Michela Quattrociocche, ecco il linimento di cotante ferite. Grazie a questa Angelina Jolie truzza con l'incisivo sinistro storto, abbiamo di fronte la Stronza Intrepida che le combina e le copre, mente spudoratamente all'ispettore, pur sapendo, lei sola, la verità della tragedia, sta con il bamboccio belloccio, ma poi si mette a fare l'alternativa zompandosi l'ex drogato con manie suicide, il tutto con la leggerezza di passare, nella stessa sera, dalla camera da letto del secondo alla mega festa fighetta del primo. Non ci viene risparmiato nemmeno il momento Bimbominkia della foto al computer con smorfie, ma nulla ci stupisce, se costei non ha problemi a fottere l'ex per salvare l'altro. Bene ha fatto Virzì a sganciare, una volta tanto, vissuto individuale e storia scolastica: del rendimento di costei nulla sappiamo, né di fatto il mondo della scuola è mai chiamato in causa, perché è chiaro che qui i codici educativi in gioco sono altri. In tal modo, certo, le protagoniste de I ragazzi del muretto diventano preistoria, ma siamo dalle parti di una Giulietta Pulp/Grunge 2.0 reloaded, che ama di un amore che non ha nemmeno un senso compiuto, improvviso, fiammeggiante, amorale, pulsionale, forse mosso da pietà o forse no, in cui la salvezza estrema passerebbe per un messaggio su Facebook che è invece prodromo alla quasi catastrofe finale. Chi non ne poteva più dei maneggi softcore di Mirandolina è servito. Bravà, bravà.  
Tralasciando Valeria Golino (e non aggiungo altro)(ma chi ce l'ha messa, all'epoca, in Rain man?)(ma davvero la sua è recitazione?)(basta, su...), il tossico e varia altra umanità, diciamo che il meccanismo narrativo del film, affidato alla triplice scissione della medesima trama secondo la prospettiva di tre diversi personaggi, che di suo non è una novità, funziona qui però benissimo, sia perché permette di mettere insieme a poco a poco i pezzi del puzzle e capire chi ha fatto cosa, sia perché in tal modo il desolato mondo etico e materiale in cui si muovono i personaggi, rivisto più volte da angolature diverse, ci si mostra in tutta la sua arida oggettività. Pertanto l'inflessione pesantemente brianzola di tutti i protagonisti (Bentivoglio, Gifuni - nato a Roma!!!!- e Pinelli in primis) perde quel tratto macchiettistico che aveva in Una grande famiglia per diventare il condimento necessario ed esasperante di una visione e di uno stile di vita che trova in effetti piena realizzazione in gente simile. Con il che, peraltro, mi domando perché il popolo leghista, e il quotidiano Libero, abbiano alzato gli scudi contro il film, accusando Virzì di ciucciare soldi alla vacca pubblica per realizzare una pellicola che offende chi lavora davvero: per quanto io non abbia simpatia alcuna per il modus vivendi - e soprattutto il modus culturandi- leghista, se fossi uno di loro non avrei nulla di cui offendermi. Il bacino di utenza della Lega è il famoso popolo delle partite IVA, gente cioè che lavora sul concreto, Gifuni/Bernaschi è un finanziere tanto amorale quanto privo di autentico colore politico, uno che gioca a Monopoli con la carta che diventa straccia o meno straccia a seconda del vento finanziario, mentre il leghista vero si sporca le mani al tornio o passa tre quarti della sua vita al banco, lavora cioè nell'imprenditoria che produce, non nel mondo dei prodotti algoritmici che fermentano sull'economia vera e fanno solo danni. Duole cioè che, per puro amor di polemica, si veda nel film la critica a ciò che non c'è. Il solo accenno, pure qui macchiettistico, all'ideologia leghista si ha nel personaggio del consigliere d'amministrazione del risorto - per poco- Politeama, il quale propone alla Bruni Tedeschi una serata a tema cori alpini, ma ci fermiamo lì. A cadere davvero sotto la scure virziesca, oltre al povero ciclista, è il mondo che idolatra le cifre e traduce ogni aspetto della vita in valore economico, capitale umano, appunto, quanto cioè i periti assicurativi sono disposti a pagare di indennizzo per la morte di un poveraccio. La dignità risiede nel conto in banca, tutto è subordinato alla quantificabilità in termini economici delle tue prestazioni. Di umanità neanche a parlarne. Sia chiaro, siamo tutti figli del consumismo e io sto in questo momento scrivendo sul tablet, in attesa di una mail che mi arriverà fra breve sul Blackberry (oddio, il Blackberry...? Ma ci sono ancora...?). Guai a fare le anime belle. Ma c'è un limite a tutto, e il circuito produzione-consumo, quando si eleva al livello della speculazione sui numeri scissi dalle cose, non merita alcuna indulgenza. Non credo a chi dice che le cose stanno così e insomma questo comporta necessariamente anche quello. In parole povere, l'esistenza del vino non implica che chiunque debba ubriacarsi. Gifuni, invece, quello rappresenta: l'ubriacatura della ricchezza che ad un certo punto non produce più nulla, se non l'astratto senso di dominio su nuovi sudditi, che sono gli ingenui contributori di speculazioni finanziarie che sembrano parenti strette del concetto di usura dantesca, ovvero il fare soldi sui soldi e non sulle cose. Si dice insomma che i nostri poveri e adorati Bimbominkia sono chiusi nella realtà virtuale. Ma, come si vede, essa lavora anche ai piani più alti del circuito economico. Ma non è giusto che videogiochi simili portino, per tutta la catena di cose cui stiamo assistendo dal 2007, alla rovina di famiglie intere. Quello non è più un gioco.