Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!
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giovedì 8 maggio 2014

Un latte doppio al 5!! (Bocconi- Briatore, the new ecomnomy duo).

Ok. Ok. Ok, non mettiamoci a fare gli snobboni-anime belle perché il geometra Flavio Briatore, al secolo "Quello che ce l'ha fatta con metodi tutti suoi", è stato invitato nientemeno che in Bocconi ad ammannire saggezza imprenditoriale ai futuri imprenditori, dicendo loro in sostanza che di futuro imprenditoriale in Italia ce n'è poco o punto. Ma sì, ma sì, il parvenu che viene intruso nei salotti buoni, l'uomo di scarpe grosse e cervello fino che, privo di una cultura personale superiore alla consultazione delle istruzioni della trombetta sparacoriandoli, è riuscito "a fare su i soldi" come si dice da noi e oggi guarda economicamente da su a giù tutti gli studentoni che dopo la laurea campano di espedienti. E insomma, meno spocchia e più concretezza: Flavione nostro, uomo a noi personalmente antipatico assai, ha detto cose sgradevoli ma vere, e però bisogna capire fino a che punto la presa d'atto di come sta la realtà può rovesciarsi in sterile immobilismo o diventare spinta verso un cambiamento delle cose; perché è chiaro che se i nostri bis-bis-bis-bis-molto bis nonni avessero accettato supinamente lo stato di natura, addio progresso.
In sostanza, Flavio disse che oggi i giovani possono sognarsi gli spazi d'azione che la generazione briatoresca, con qualche leggero chiaroscuro, si è conquistata e ha fatto fruttare. Persino voi bocconiani, avanguardia storica della fighetteria yuppie, ha tuonato Mr. Babbuccia, non potrete, tutti, diventare direttori generali o simili; guai all'autoimprenditorialità, guai a credere alle startup, che sono una splendida fuffa funzionante in un caso su cento, insomma, scendete dal mondo dei sogni e accontentatevi di quello che troverete, che magari non è poi male; i camerieri dei miei locali, per dire, chiudono il mese con 5.000,00 (CINQUEMILA||00)  EURI puliti puliti solo di mance dei clienti e sorridono sempre. Lasciate stare le startup, aprite pizzerie, che se vi va male, almeno avrete mangiato una pizza. Anzi, se avete un'idea, mollate pure l'Università e seguitela prima di avere 85 anni.
Bum. Impetus primus, come direbbe Seneca: "Povero caprone, arrivi tu con la tua logica guadagno ergo sum, quanti ettolitri di disprezzo vuoi non ricevere da noi che, senza neanche farlo apposta, abbiamo strappato il cielo di carta delle marionette di Pirandello?".
Pausa. Poi, una botta di realtà: sì, è vero, oggi il mercato del lavoro è quella poca cosa che è, far credere a tutti i bocconiani di poter diventare Briatore o dintorni è come assicurare a tutti gli iscritti a Lettere classiche che appena dopo la laurea passeranno di ruolo sul greco.
Certo, lui, il FlaFla, parla dall'alto del suo scranno di self- made man, può orgogliosamente autoproporsi come paradigma di uomo d'affari che, cacciando l'etica sotto i tacchi, ha scalato le vette del potere economico senza grandi studi, ma mangiando pane e sale e scoprendo crudamente come va il mondo. Realismo machiavellico, verrebbe da dire. Chi potrebbe dargli torto?
Eppure.
I commenti dei lettori di Repubblica.it spaziano su tutti i gradi dell'indignazione, a parte alcuni che lodano & incensano Briatore e mi sembrano fin pochi, vista l'aria che tira. Il problema del Verzuolese più famoso del mondo, però, credo sia quello tipico di molti esponenti del ceto economico-finanziario, indipendentemente da come siano giunti alle loro posizioni di prestigio, ovvero elevare la propria esperienza a paradigma unico. Siccome a loro le cose sono andate in un certo modo, il loro modo di essere e agire è l'unico valido. L'idea antica che se uno diventa ricco senza bisogno della cultura, si vede che la cultura non serve. E' il problema che ci tiriamo dietro da anni. Quello per cui anche gente di un certo pregio da me conosciuta direttamente, appena si parla di scuola, subito dichiara che è arrivata dove è arrivata soprattutto grazie all'esperienza e quindi ciao cultura. Sul binomio scuola-cultura già dissimo e qui non ci ripeteremo. E' la questione todos camerieiros o anche todos pizzaiolos propugnata da BriBri che ci lascia perplessi. Vojo di': che idea di futuro per l'Italia può avere uno di neanche 65 anni che spara a zero sulle strartup, parla genericamente di "seguire un'idea" anche se "di Steve jobs ce n'è stato uno solo, quindi non illudetevi", e invita tutti a fare i camerieri e i pizzaioli? Certo, molta gente è partita da lì, quando serviva arrotondare per pagarsi gli studi, ma c'è ben differenza tra chi camerierizza e pizzizza per scelta di vita e chi lo fa per momentanea necessità. Davvero l'Italia non ha altro da offrire? A parte che i 5000 euro di mance li vedono, se li vedono, giusto i camerieri del Billionaire, ma siamo davvero così ridotti male da convincerci che l'unico metro per giudicare la dignità di un mestiere sia il reddito? Nessun animabellismo, sia chiaro, siamo i primi a dire che gli stipendi degli insegnanti fanno schifo (checché ne dicano i Battiferro e cricca berciante) ed è chiaro che un certo reddito consente una certa dignità. Ma la dignità si completa con altro, ovvero con le prospettive che il mestiere e il reddito offrono a chi lavora: una volta che ho incamerato i miei eurini, cosa faccio  della mia vita? E' qui che il machiavellismo briatoresco mi decade: se davvero per lui l'importante sono i 5000 euro, anche a passare una vita a fare il cameriere, se per lui l'Italia non ha altri sbocchi produttivi delle pizze, ciò significa che il suo idealtipo di italiano è uno solo, ovvero il solerte artigiano che vive per guadagnare e nient'altro. O meglio: guadagna solo con la prospettiva di spendere quel che guadagna. Il perfetto modello di cieco consumatore. Meglio questo di chi si impegna, pur non perdendo di vista legittime prospettive avanzamento economico, a coltivare le istanze spirituali o a tridimensionalizzare il proprio rapporto con il mondo approfondendo le conoscenze dei meccanismi della storia, della letteratura o dell'arte. Macché: fate i camerieri, assicuratevi di che campare, e vivete come viene. Al fondo di tutto si sente un gelido nichilismo, l'assenza di un senso ulteriore rispetto al puro istinto di autoconservazione. Solo che, a ragionar così, si condanna un'intera generazione all'immobilismo: il progresso dello spirito, in ispecie quello critico, è sempre stato il presupposto per il progresso materiale e culturale della società. La capacità di astrazione ha fatto concepire, e creare, ciò che prima non c'era; la coltivazione degli ideali ha permesso di impostare feroci e dolorose lotte per i diritti e le libertà che prima sembravano puri miraggi. Ma in un mondo di camerieri? Briatore forse non se ne rende conto, ma il suo comodo disfattismo (comodo perché la massa che non si evolve si seduce meglio con i lustrini del consumismo) riporta indietro l'idea di società a millenni fa, perlomeno ai tempi delle società piramidali egizie o mesopotamiche, nelle quali l'ascesa sociale era pressoché inesistente e le condizioni materiali erano per ciò stesso sentite come dati di fatto e non come prodotto di circostanze contingenti e quindi, in teoria, modificabili (ah, la democrazia ateniese...). Briatore no, non crede a ciò, ma ritiene che il buon reddito, anche a prezzo dell'immobilismo sociale e lavorativo, sia già un traguardo più che soddisfacente. Che esso si connetta ad una vita umanamente sordida e non illuminata dalla cultura (quella vera, non le chiacchiere nozionistiche) è del tutto trascurabile: si spende, si passa di divertimento in divertimento, si consuma e ci si consuma in una serie di giorni sbullonati tra loro, e poi chissà. Ma il Potere, quello pasolinianamente inteso, quello vero, quello che decide delle sorti di migliaia se non milioni di persone, resterà in mano ad altri, a quelli che non si sono accontentati di fare il  cameriere, ma hanno lavorato sodo per entrare nei meccanismi più profondi delle cose. A costoro farà certo più comodo una massa di ebeti compratori che un popolo di vigili critici, pronti a mettere in discussione le loro decisioni e a opporsi alla creazione di feudi o feudini di qualsiasi tipo ed entità: il discorso di Briatore è quindi, come si vede, di una doppiezza e di una insidiosità enormi, poiché, svolto fino in fondo, giunge alla negazione della verticalità dell'esistenza, l'aspirazione alla quale è il guadagno più alto delle società democratiche. Fatto poi da uno che è davvero partito dal niente. O per dirci che, in fondo, salendo dal niente al qualcosa, si impara solo la disonestà dell'arrivista? E che la tanto pretesa verticalità è solo il passaggio dal poter spendere poco allo spendere tanto? Non so. Ma la piattaforma ideologica di fondo non cessa di inquietarmi.

lunedì 31 marzo 2014

Mi stupisco del Suo stupore....

Si sa, ai tempi di Tangentopoli, ciò che stupì era che la ggente si stupisse del malaffare che imperversava nei palazzacci della politica. Era cioè risaputo da mo' che in Italia non potevi costruire mezza cuccia del cane senza far passare una mazzetta all'ufficio di competenza, per tacere del peggio. Eppure fu tutto uno spalancarsi di bocche e occhi a scoprire che "quelli là" rubavano.
Orbene, i più recenti fatti di politica italiana e mondiale mi corroborano nell'idea che è proprio del genere umano non voler vedere le cose fino a che esse non ci piombano tra capo e collo, per poi esclamare: "Ahia! Ma com'è possibile?". Vediamone alcuni, sobri esempi.
1) Le "donne" del Parlamento e la loro battaglia per le quote rosa. Premettiamo il premettibile, lo fa anche RenzOne, possiamo pure noi e la Spocchia: decidere per legge che una certa categoria deve avere riservato un certo numero di posti in un certo organismo è un'idea democratica, ma fino a un certo punto, nel senso che di per sé non garantisce che i "riservati" siano automaticamente gente saggia. Così come, per fare un esempio scemissimo, gli spazi "rosa" nei parcheggi pubblici sotterranei possono essere una cosa carina, sempreché qualcuno li occupi, laddove io, maschio alfa, mi rassegno a cercare uno stallo più lontano dall'uscita, perché ovviamente non posso occupare il posto vuoto, non sapendo se prima o poi una gentildonna verrà a occuparlo. Però potrei sempre dire che in quel momento nessuno lo occupa, e presumibilmente non lo farà per le prossime due ore, e quindi chi mi vieta di ecc. ecc. visto che al momento nessuna donna ha bisogno di quel posto. Ecco, il problema è quello: preassegnare ciò che potrebbe non essere poi ben usufruito è sempre un rischio. Ma si sa, la democrazia È un rischio a fondo perduto, si dà il diritto di voto a tutti sapendo che con ciò ci si porta in casa, paradossalmente, anche la possibilità che il potere vada in mano a forze non democratiche. Non è certo il caso delle quote rosa, che però sono miseramente naufragate. E le quoterosiste di ambo gli schieramenti a stracciarsi le vesti. Ora, passi che lo stracciamento avvenga in zona PD, che del femminismo fa una bandiera dai tempi in cui si chiamava PCI (partito peraltro sempre a rigida guida maschile), ma di cosa si lamentano le vergini di Forza Italia? Il gruppo Carfagna- Ravetto e simpatie consortite, intendo? Credono davvero che il Paese, prima ancora del Parlamento, possa appoggiare la questione- quote rosa con la prospettiva che un nutrito gruppo di seggi sia dato a femmine come loro? Parlatrici a macchinetta, irritanti sacerdotesse di riti triti e ritriti, celebratrici senza pudore di maschi dominanti che se le sono portate via a colpi di regalie? Detto più crudamente: c'è una parte dell'opinione pubblica che, spiace per tutte loro, non le vede come donne in politica, ma come concubine del Capo che le ha calate dall'alto nei corridoi del potere per meriti tutt'altro che intellettuali. Faccio il superliberale e ribatto che, al di là di come una ci arriva, al Palazzo, poi può guadagnarsi tutta la mia stima se fa bene. Beh, tralasciando la Gelmini, su cui sparare a zero mi sarebbe sin troppo facile, è chiaro che le Silvio- girls non si sono mai distinte per esemplare indipendenza di pensiero: tutte lì a difendere oltre ogni ragionevolezza ciò che meriterebbe almeno un momento di dialettica e di dubbio, sempre pronte a far quadrato attorno al capobranco a colpi di lezioncine imparate a memoria e slogan da televendita. Mai una che, al primo tintinnar di Minetti, si sia posta davvero la questione se inchiavardare nel listino delle regionali lombarde 2010 una pettoruta igienista dentale non fosse uno schiaffo in faccia alle donne serie della politica. Mai una che si sia chiesta se è davvero accettabile che la selezione delle amazzoni silviesche avvenga sulla base di meriti estetici cui poi, eventualmente, si accompagna la capacità di blaterare pacchettini di concetti precotti. Mai. Non serve tirare in ballo Ruby. Le intercettazioni telefoniche della suddetta igienista sono già abbastanza deprimenti. Ma non è neppure facile moralismo o voyeurismo nell'alcova del Capo, chissefrega ad un certo punto. Il fatto è che le donne forzitaliote sembrano una setta di baccanti invasate e possedute dal Pensiero Unico pro-Silviuccio. Gente così, che sacrifica la femminilità sull'altare del fotomodellismo da passerella istituzionale, che si ostina a dichiarare puro e schietto il comportamento di chi ha dato troppo volte adito a sospetti di fissazioni sessuogaudenti, e che, senza condanne preventive, dovrebbe tuttavia essere osservato con dovuta lucidità nei suoi comportamenti, ebbene gente così, popolo da harem postmoderno, vuole pure le quote rosa? Ma per carità....

2) L'Europa tremebonda per le amministrative francesi. Sempre per riagganciarci a quanto testé detto, Marine Le Pen sarà pure antipatia allo stato puro, però almeno ha messo la faccia per un progetto politico (che personalmente NON condividiamo) dotato, pare, di un certo appeal su certa Francia esasperata dalla crisi. Il successone alle municipali transalpine ha però messo in moto il totoeuropee, col timore che i movimenti nazionalisti trabocchino di qui a maggio. Stupirsi? E di cosa? Il problema non è la bontà delle misure con cui gli eurocapoccioni insistono nel chiedere sacrifici e rientri dal debito a mezzo continente, il fatto è che non se ne vede il fine estremo. "Fate tornare i conti", ci dicono, sì, ma poi? "Come in una famiglia, dopo anni di spese allegre, ad un certo punto bisogna risparmiare", senza dubbio, ma in una famiglia, per quanto sia sul lastrico e si imponga tirate di cinghia epiche, nessuno penserebbe mai di far fuori uno dei membri "perché non rientra" e lasciarlo morire di fame. Qui in Europa pare invece che vada così. I Paesi "virtuosi" si intignano a chiedere ai "birichini" tagli e risparmi che certo "faranno tornare i conti", ma col rischio che poi non ci siano più persone che quei conti facciano andare. Quello che il grosso dell'elettorato non capisce è perché, in nome di astratti numeri da far quadrare, si mettano sul lastrico individui e famiglie, si taglino pensioni, si blocchino assunzioni. "Colpa dei bilanci statali mal gestiti", senza dubbio, ma la soluzione è il genocidio lavorativo/retributivo? Lo Stato, questa entità troppo astratta per potersi delimitare, può davvero sovrastare con le sue colpe i suoi stessi membri fino a schiacciarli? È dunque esso un meccanismo di creazione/distruzione ignaro del dolore che produce, manco parlassimo della Natura che dialoga con l'Islandese nell'Operetta morale leopardiana? Non so. Certo, chi lavora nel privato e gode a guisa di infoiata faina alla prospettiva di sforbiciate epocali egli emolumenti nel pubblico, dovrà prima o poi rendersi conto che il collasso del pubblico danneggia ANCHE i privati. E sarà bene, prima che ciò avvenga, mettersi d'accordo su una piattaforma programmatica che riporti in primo piano le singole individualità dei cittadini europei piuttosto che il Moloch famelico dei "conti in ordine", simmetrico a quello dei conti sballati degli stati pazzerelli.  Altrimenti chi li fermerà più, i movimenti che favoleggiano di combattere contro futuri governi in mano a dieci-venti tecnocrati che, a colpi di spread, algoritmi e "conti in ordine" tiranneggiano i popoli per alimentare il proprio potere? Vogliamo ridurci al fanta-thriller? Ma per carità [2]. 


domenica 19 gennaio 2014

Visti per voi: Il capitale umano (P. Virzì et alii)


Vabbe', 'sta Spocchia, mo' se mette pure a recensi' i filme...
No no, recensire non è il nostro forte, correggere semmai, emendare, reindirizzare, cazziare, quello sì. Ma recensire no.
E purtuttavia stavolta recensiamo: il film di Virzì, che tante polemiche ha scatenato per certa impietosa pittura di certo mondo affaristico e non solo tipico del nostro friccicoso nord Italia, è esattamente ciò che abbiamo chiesto e NON ottenuto dalla nostra Ficition di Riferimento Autunnale, talmente di riferimento che ci siamo pure stancati di commentarne gli episodi. Sì, parliamo sempre di Una grande famiglia. 
Giacché, se vogliamo per un istante tirare la fila di QUELLA cosa lì, a conclusione di due serie che hanno però già lanciato il piedino nella terza con la misteriosa telefonata a nonna Sandrelli da parte della nipotina spuntata dal nulla, il bilancio è impietoso: alla fine sono tutti, tutti, TUTTI buoni. Edoardo/ Gassmann (oggi mettiamo due n in fondo), dopo giravolte, paraculaggini, ricatti, balle e controballe, e dopo, non lo si scordi, aver bruciato DECINE DI MILIONI rengoniani, si riscatta (?) offrendosi come agnello sacrificale ai cattivi-cattivi della Villa Sempre Immersa nella Nebbia anche a mezzogiorno di Ferragosto, non prima di essersi microfonato il bottone del loden per essere sentito dalla polizia mentre recita l'ennesima parte. Poi sparisce e tutti clappeggiamo, pensando a quanto sdegno ci si era infuso solo 40 minuti prima o giù di lì, quando il medesimo Gassmann si era preso in auto Ernestino detto Tino per portarlo chissà dove, salvo poi scodellarlo davanti a casa della ex-moglie come niente fosse. Per tacere del resto. Morale, a parte il dissangunate dubbio sul destino di Gassmann, sul thriller va a trionfare lo scioglimento comico, in cui più o meno tutto torna come prima, gli sposati con gli sposati, gli amanti con gli amanti, Sandrelli che, dopo aver ripreso ad assumere Danacol, non soffre più di alcunché, gli omosessuali separati, e i rispettivi genitori pure, perché così la mamma degli sceneggiatori va a letto contenta , 'na palla de 'na strapalla, insomma.
Ecco, le copiose lacrime di delusione che andavamo avanti a piangere da metà dicembre si sono d'un colpo asciugate l'altra sera, alla fine del film in oggetto. Abbiamo finalmente trovato quel senso di pugno nello stomaco perenne, di ansia per la sovversione dell'umanità di cui non si garantisce il reintegro, abbiamo finalmente assaporato tutta la cattiveria, il cinismo, la disperazione che possono allignare e irrorare le famiglie apparentemente più felici. I contrasti, la sete insaziabile di star meglio, il senso di un mondo di puri numeri che crolla, l'arrivismo senza radici, l'amore più casuale che progettato, la giovinezza autenticamente Bimbominkia, viziata, amorale, cazzarona, piagnucolosa, capriccesca, e alla fine il trionfo congiunto del Bene e del Male, perché nel mondo reale ciascuno dei due si porta dietro sempre anche l'altro. Grazie, Virzì, siamo probabilmente tra i pochi che si ricordano la tua opera prima, L'estate del mio primo bacio, che, pur ambientata nel 1987, dipinge con spietatezza esemplare il mondo degli adolescenti viziati e senza cervello di allora, i progenitori diretti degli odierni Bimbominkia. Allora non ci deludesti, e non l'hai fatto stavolta. Grazie, perché hai fatto ciò che la fiction anzidetta non ha MAI avuto il coraggio di fare davvero: rovinare l'anima di chi la guarda.
Rovinare, cioè: far vedere con implacabile oggettività un mondo che è tutto fuori che caricaturale. Dicasi:
1) Fabrizio Bentivoglio: spettacolare nella parte del brianzolotto ricconzolo e complessato che le tenta tutte per entrare nel Salotto Che Conta, paraculo al massimo nel salutare come se l'avesse sempre conosciuto Giòva Bernaschi, il papà miliardarissimo del fidanzato della figlia, e imbucarsi nel match di tennis con gli amici straricchi di lui, così da iniziare il lento insinuarsi che lo porterà a partecipare al Fondo Bernaschi, con tutti gli annessi & connessi, compreso l'assurdo fido bancario di 700.000 euro. Verghianamente, Bentivoglio-Gesualdo Motta reloaded 2.0 prova le inquietudini di chi sta già bene, ma vuole toccare l'apice, senza essere davvero consapevole del prezzo di questo apice. Il look tammarrerrimo, con cinturona di pitone e anellazzo al dito, dice tutto il disordine culturale di costui, confrontato con gli impeccabili completi del Bernaschi, simbolo di un'apparenza che stavolta inganna davvero. Cinico da far spavento a fine film, quando troverà l'éscamotage per riavere quanto perduto, strafregandosene dei sentimenti della figlia, anzi rischiando di farla finir dentro per favoreggiamento. Bravò, bravò.
2) Fabrizo Gifuni: perfetto, disumano nel suo culto assoluto del benessere che si fa ipostasi del desiderio di dominio su uomini e cose, o meglio numeri, specchio anzi della potenza quasi divina del Numero sull'Individuo, personaggio orientato al 110% all'adorazione del Guadagno come virtù in sé, così finto da essere vero più del vero. Marito possessivo, padre supercompetitivo che non accetta che il figlio sia al di sotto della Perfezione, pretendendo da lui una sola cosa: la vittoria; la sua etica è l'etica che ha contribuito all'attuale sfascio dell'economia reale, ovvero il puro gusto della scommessa sul Nulla, sui rialzi e i ribassi di enti astratti che nulla quagliano coi Realien della produttività oggettiva, scommessa, sia chiaro, che funziona perché c'è un esercito di gonzi in stile Bentivoglio che si rendono complici del gioco, come del resto facevano i clienti di Wanna Marchi. In questo videogame perenne, è disposto a conoscere la vetta, il baratro e poi di nuovo la vetta, il tutto senza la minima remora; e quando non mostra punta intenzione di tirar fuori il figlio dal guaietto del presunto omicidio colposo, non si tratta certo di un rigurgito di senso civico: è il desiderio di non aver nulla a che fare con uno che, al punto in cui si è, potrebbe essere una fonte ulteriore di grane, come se in fin dei conti fosse meglio che il bamboccio si disintegrasse lì seduta stante. Talmente monomaniacale da risultare manierista, ma per questo assolutamente reale; come la Medea di Seneca, insomma. Bravò, bravò.
3) Valeria Bruni Tedeschi: eccezzzzzzionale nel ruolo della moglie depressa e un po' tonta, persa in un mondo di aspirazioni frustrate, resasi fin troppo conto di essere convolata a nozze con un tizio che la vede come la bella statuina da esibire e zompare e nulla più, tenera ed ingenua nella sua mini-battaglia culturale, che la porta a conoscere tutta l'aridità del marito ("Il Politeama è l'ultimo teatro rimasto nella zona...", "Ah, perché, è una cosa grave?" ), madre incapace di avere la benché minima autorità sul figlio Bimbominkia, ma soprattutto femminella insoddisfatta e accidiosa, drogata dall'avere troppo di tutto tranne ciò che davvero vorrebbe, il calore umano, calore che si illude di ritrovare nel veloce e amorale zompo (Carmelo Bene a far da colonna sonora) col bravo ma sacrificato Luigi Lo Cascio (ah, La meglio gioventù, quella era TV...)(ah, e c'era pure sonia Bergamasco, non costretta nel ruolo da imbecille in casa Rengoni...), e tuttavia predisposta solo a veder deludere desideri sui quali non ha davvero capacità di incidere (quando la ristrutturazione del teatro esce dalla nota spese di casa Bernaschi per sopraggiunta catastrofe finanziaria, la cosa si chiude lì e ciao). Una Bovary 2.0 reloaded, che alla fine accetterà la ricomposizione dei dissidi con una rassegnazione eroicamente nichilista. Bravà, bravà.
4) Guglielmo Pinelli: applausi a Virzì per aver scelto un attore che incarna alla perfezione il Bimbominkia odierno, fisicaccio inutilmente palestrato e facciotto guanciotto coi ricciolotti lunghi e la riga in mezzo, simbolo concreto dell'adolescente forte all'apparenza e gommoso nella sostanza. Viziato e automobilato con jeeppettino, privo di qualsiasi apertura che lo porti fuori dalla realtà virtuale del consumismo, vive l'incanto della tipica triade Jet Set Bimbominkia, soldi-sesso-giochi, e però vive pure il complesso di inadeguatezza inoculatogli dal padre, il cui Ego superperformante è fonte per lui di non poche ansie, sì che è inammissibile che lui non vinca il premio di miglior studente (e infatti NON lo vince)(e infatti il padre abbandona la sala e lo liquida con un asettico "ciao"). Da bravo adolescente d'oggi, gli manca ogni capacità di vedere al di fuori di sé (visto che ben poco gli cale della morte "di quel ciclista di mmerda!!!"), punti di vista diversi dal suo non devono sussistere, ma appena gli eventi cominciano a metterlo di fronte ai primi pesanti NO della vita, ecco la fuga in camera a piagnucolare, datosi che non sussistono in lui i contenuti umani, culturali ed esistenziali atti ad affrontare problematiche complesse. Dice: "Maronn', e che voi docenti chiedete tutta 'sta roba ai ragazzi di 19 anni?". No, è la realtà che gliele chiede, noi ci limitiamo a rammentargliele... Bravò, bravò.      
5) Matilde Gioli: per chi da decenni si dispera che l'idealtipo della femmina del grande romanzo italiano sia blindato nella linea che da Lucia Mondella passa per KissMeLicia/Cristina D'Avena e sfocia in Michela Quattrociocche, ecco il linimento di cotante ferite. Grazie a questa Angelina Jolie truzza con l'incisivo sinistro storto, abbiamo di fronte la Stronza Intrepida che le combina e le copre, mente spudoratamente all'ispettore, pur sapendo, lei sola, la verità della tragedia, sta con il bamboccio belloccio, ma poi si mette a fare l'alternativa zompandosi l'ex drogato con manie suicide, il tutto con la leggerezza di passare, nella stessa sera, dalla camera da letto del secondo alla mega festa fighetta del primo. Non ci viene risparmiato nemmeno il momento Bimbominkia della foto al computer con smorfie, ma nulla ci stupisce, se costei non ha problemi a fottere l'ex per salvare l'altro. Bene ha fatto Virzì a sganciare, una volta tanto, vissuto individuale e storia scolastica: del rendimento di costei nulla sappiamo, né di fatto il mondo della scuola è mai chiamato in causa, perché è chiaro che qui i codici educativi in gioco sono altri. In tal modo, certo, le protagoniste de I ragazzi del muretto diventano preistoria, ma siamo dalle parti di una Giulietta Pulp/Grunge 2.0 reloaded, che ama di un amore che non ha nemmeno un senso compiuto, improvviso, fiammeggiante, amorale, pulsionale, forse mosso da pietà o forse no, in cui la salvezza estrema passerebbe per un messaggio su Facebook che è invece prodromo alla quasi catastrofe finale. Chi non ne poteva più dei maneggi softcore di Mirandolina è servito. Bravà, bravà.  
Tralasciando Valeria Golino (e non aggiungo altro)(ma chi ce l'ha messa, all'epoca, in Rain man?)(ma davvero la sua è recitazione?)(basta, su...), il tossico e varia altra umanità, diciamo che il meccanismo narrativo del film, affidato alla triplice scissione della medesima trama secondo la prospettiva di tre diversi personaggi, che di suo non è una novità, funziona qui però benissimo, sia perché permette di mettere insieme a poco a poco i pezzi del puzzle e capire chi ha fatto cosa, sia perché in tal modo il desolato mondo etico e materiale in cui si muovono i personaggi, rivisto più volte da angolature diverse, ci si mostra in tutta la sua arida oggettività. Pertanto l'inflessione pesantemente brianzola di tutti i protagonisti (Bentivoglio, Gifuni - nato a Roma!!!!- e Pinelli in primis) perde quel tratto macchiettistico che aveva in Una grande famiglia per diventare il condimento necessario ed esasperante di una visione e di uno stile di vita che trova in effetti piena realizzazione in gente simile. Con il che, peraltro, mi domando perché il popolo leghista, e il quotidiano Libero, abbiano alzato gli scudi contro il film, accusando Virzì di ciucciare soldi alla vacca pubblica per realizzare una pellicola che offende chi lavora davvero: per quanto io non abbia simpatia alcuna per il modus vivendi - e soprattutto il modus culturandi- leghista, se fossi uno di loro non avrei nulla di cui offendermi. Il bacino di utenza della Lega è il famoso popolo delle partite IVA, gente cioè che lavora sul concreto, Gifuni/Bernaschi è un finanziere tanto amorale quanto privo di autentico colore politico, uno che gioca a Monopoli con la carta che diventa straccia o meno straccia a seconda del vento finanziario, mentre il leghista vero si sporca le mani al tornio o passa tre quarti della sua vita al banco, lavora cioè nell'imprenditoria che produce, non nel mondo dei prodotti algoritmici che fermentano sull'economia vera e fanno solo danni. Duole cioè che, per puro amor di polemica, si veda nel film la critica a ciò che non c'è. Il solo accenno, pure qui macchiettistico, all'ideologia leghista si ha nel personaggio del consigliere d'amministrazione del risorto - per poco- Politeama, il quale propone alla Bruni Tedeschi una serata a tema cori alpini, ma ci fermiamo lì. A cadere davvero sotto la scure virziesca, oltre al povero ciclista, è il mondo che idolatra le cifre e traduce ogni aspetto della vita in valore economico, capitale umano, appunto, quanto cioè i periti assicurativi sono disposti a pagare di indennizzo per la morte di un poveraccio. La dignità risiede nel conto in banca, tutto è subordinato alla quantificabilità in termini economici delle tue prestazioni. Di umanità neanche a parlarne. Sia chiaro, siamo tutti figli del consumismo e io sto in questo momento scrivendo sul tablet, in attesa di una mail che mi arriverà fra breve sul Blackberry (oddio, il Blackberry...? Ma ci sono ancora...?). Guai a fare le anime belle. Ma c'è un limite a tutto, e il circuito produzione-consumo, quando si eleva al livello della speculazione sui numeri scissi dalle cose, non merita alcuna indulgenza. Non credo a chi dice che le cose stanno così e insomma questo comporta necessariamente anche quello. In parole povere, l'esistenza del vino non implica che chiunque debba ubriacarsi. Gifuni, invece, quello rappresenta: l'ubriacatura della ricchezza che ad un certo punto non produce più nulla, se non l'astratto senso di dominio su nuovi sudditi, che sono gli ingenui contributori di speculazioni finanziarie che sembrano parenti strette del concetto di usura dantesca, ovvero il fare soldi sui soldi e non sulle cose. Si dice insomma che i nostri poveri e adorati Bimbominkia sono chiusi nella realtà virtuale. Ma, come si vede, essa lavora anche ai piani più alti del circuito economico. Ma non è giusto che videogiochi simili portino, per tutta la catena di cose cui stiamo assistendo dal 2007, alla rovina di famiglie intere. Quello non è più un gioco.