Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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domenica 20 novembre 2016

QUADERNI DI FINE OCCIDENTE - III - LA CRISTALLINA PERFEZIONE DELL'ASTRATTEZZA

Per continuare l'allegra carrellata di alta intellettualità che porta a un bel nulla di fatto, mi rifaccio qui ad una pertinente conferenzessa del pro-no alla riforma Prof. Gustavo Zagrebelsky tenuta nell'ambito del festivàl della filosofia a Sassuolo nel passato settembre. Come tutte le cose, lasciata lì a frollare, la conferenza adesso mi dice più cose che nell'immediato.  
L'ottimo ex presidente della consulta fu chiamato a parlare sul tema di quest'anno, ovvero l'agonismo, la concorrenza e la competitività in genere. Come e più del Settis commentato in quest'altro post, lo Zagrebelsky ha dispiegato una lucidità analitica sul tema scelto da vero intellettuale; come è più di Settis, tuttavia, le sue conclusioni si sono arrestate alla soglia del teoreticamente ineccepibile, per poi scivolare via senza dirci concretamente il come del suo cosa. Il che, beninteso, non muta di un millimetro la nostra stima intellettuale per l'uomo, il giurista e il professore, ma ci lascia sempre in bocca l'amaro dell'intellettualismo sterile. 
Si parte insomma sull'appagante autostrada del pluralismo e della tolleranza, e la si prende alla lontana, giusto nel 1562 quando un consigliere della regina di Francia, tal Michel de l'Hôpital, in un periodo in cui cattolici francesi e ugonotti si sbranavano vicendevolmente con voluttà, se ne venne fuori dichiarando che non è importante stabilire quale sia la vera religione, ma il saper viverla insieme. 
Come dire: mentre un cuius regio et eius religio aleggiava per l'Europa, il tizio qui non negava per principio che fosse possibile la convivenza concorde senza che lo Stato imponesse UNA sola verità. Di qui il salto su Gesuiti e illuministi porta alla moderna nozione di pluralismo, che ha per suo germe costitutivo il laico rispetto delle idee, presupponendo che tutti appartengano alla medesima esperienza & storia, meglio ancora ad un medesimo contesto da cui tutti traggono legittimazione. 
Zagrabelsky salta dunque al problemuccio oggidì più urgente, che non è il pacco tirato da Dylan a quelli del nobel, né la scandalosa assenza di Justin Bieber agli EMA di Rotterdam, no no: il problema è che il cospicuo fenomeno migratorio cui le nostre eurocoste sono sottoposte sta sovvertendo equilibri, sì che il pluralismo forse non basterà più; cioè: facile pluralizzare quando il contesto di riferimento è poi sempre quello, cattolici o ugonotti sempre europei siete. Ma se arriva gente da fuori?
A venir silurato è poi il concetto di universalismo, che presuppone che l'agire individuale sia normato da una norma di validità universale. Ma se le norme degli arrivanti differiscono dalle nostre? L'universalismo, nel momento in cui non ammette alcuna deroga e concepisce chi deroga come un'anomalia da espellere, crea barriere, invece il multiculturalismo promuove la liceità di diverse visioni del mondo. 
Mentre quindi una certa arietta di John Locke comincia a spirare in quel di Sassuolo, Zagrebelsky aggiunge che il terzo grande avversario del multiculturalismo è l'individualismo: bei tempi quando i diritti dell'individuo venivano anteposti a quelli della comunità, nel senso che i secondi derivavano assiologicamente dai primi... Paradosso dei paradossi, in una società sedicente individualista vanno invece a crearsi concessioni al potere che, per proteggere gli individui medesimi, li omologa. 
Ecco. Se quindi mettiamo sul piatto universalismo, individualismo e multiculturalismo, esiste una ricetta che salvi i primi due senza impedire al terzo di dire la sua?
Dice Zagrebelsky che le opzioni sono 3:
1) Separazione: si coesiste, non si convive. Il separatista vede le culture come entità spirituali chiuse, ciò per cui eventuali relazioni inter-culturali sarebbero solo fastidioso inquinamento delle rispettive identità (guai!!). All'arrivo dei diversi, l'unica reazione è la segregazione. No, no.
2) Integrazione: qui il problema delle differenze culturali è neutralizzato alla radice, perché si fa di tutto per annullarle in modo che non creino più disagi. Se la cultura A è pronta a integrare, la cultura B deve farsi placidamente assorbire. Si crea quindi una asimmetria perfetta, con una cultura dominante che assorbe tutte le altre. Dall'assimilazionismo si produce poi l'isolazionismo, perché le culture piccine che non si sono lasciate assorbire restano semplicemente ai margini, povere & dimenticate. Quando va bene. Nel caso invece la cultura non assorbita sia percepita come nemica, l'assimilazionista va oltre il separatista: estingue il diverso, come fecero i nazisti con gli Ebrei. E quelli là agivano sentendosi perfettamente legittimati a farlo. No, no.
3) Interazione: si mescola, ma si tollera. Il postulato è la capacità di rapportarsi per definirsi autonomamente e allo stesso tempo partecipare ad un cammino comune. Si apprende gli uni dagli altri; si dà e si riceve. E' quindi un atteggiamento opposto tanto al separatismo che all'integrazionismo, perché l'assunto di base è l'accettazione della diversità; nessuno ha diritto di assorbire nessuno, men che mai di respingerlo. Ogni cultura riconosce nell'altra uno stimolante competitor nella costruzione della coesistenza. Nessuno rinuncia a priori ai propri ideali, non si sente depositario di nulla di assoluto. 
Dice: relativismo? No, osserva Zagrebelsky, un conto sono le verità di fede non negoziabili, altra cosa è l'etica, i cui convincimenti sì possono essere soggetti a ritracciamenti reciproci tra culture. Universalismo è permettere ai membri della macro-comunità mondiale di andare, tornare, uscire, rientrare dalle idee e dalle culture, essere aperti al dialogo in verità e giustizia. E il vero individualismo è la priorità della coscienza degli esseri umani sui condizionamenti delle istituzioni.

§§Clap clap§§.

Adesso, attesa l'insindacabile lucidità delle tesi sovraesposte, tutti si sarebbero attesi un esempio, anche uno solo, di messa in pratica del limpido assunto: siccome abbiamo giusto l'est/sud del Mediterraneo che ci bussa alle porte, ma fra poco più che bussare si presenterà a colpi d'ariete, forse sarebbe il caso di calare i decreti nei precetti (Senecaaaaaa....!!!), trovando applicazioni pratiche a questi infallibili esercizi teorici: di esercizi dovremo parlare, infatti, finché non verranno tradotti in un piano culturale- umanitario globale.
Bello è infatti distinguere il separatismo dall'integrazionismo e poi, come nei confronti tra quadrilateri che hanno i lati paralleli MA non le diagonali equivalenti, oppure hanno quelli e quelle MA non gli angoli retti, arrivare pian piano al quadrato che soddisfa tutte le proprietà quadrilatere. E quindi il multiculturalismo che risolve tutto. Però, mi domando e chieggo:
a) l'equilibrio tra culture sarà frutto di un processo graduale, certamente; come si farà a smussare lo smussabile fino a che tutti più o meno sopportino la "diversità" degli altri? A quale momento della perfetta fusione potremo gridare alla perfetta fusione? Sarà quantificabile e/o qualificabile? E in base a cosa?
b) il multiculturalismo dovrebbe a questo punto essere una massa perennemente fluida, perché, posto che si giunga al perfetto equilibrio di tutte le diversità, esso diverrebbe un nuovo universale valido per tutti: sarebbe in grado di aggiornarsi nel caso emergessero diversità nuove?
c) in concreto, modello "occidentale" (qualunque cosa ciò voglia dire) e modelli alternativi/competitivi, come possono integrarsi senza disintegrarsi reciprocamente? Per essere multiculturali,  un americano e un arabo, per dire, cosa devono aggiornare/mutare/integrare del loro stile di vita? Quali cibi, quali abiti, quali libri, quali spettacoli, quali sistemi di gestire le relazioni interpersonali devono far parte del loro bagaglio? Persone che credono fortemente nella sacralità della vita dal concepimento alla defunzione e persone favorevoli all'eutanasia e all'aborto, come troveranno un punto d'incontro? Decidendo, nel caso dell'eutanasia, a quale livello i parametri vitali di una persona in coma rendono accanimento terapeutico le cure che le si somministrano? Che ruolo spetterà alla religione? L'economia, per mettere d'accordo tutti, dovrà mettere d'accordo finanza aggressiva, derivati cartacei, caffè equo e solidale, decrescita felice?
d) E se uno al multiculturalismo proprio non volesse crederci? Non perché costui avesse conati assimilazionisti e/o separatisti: consideriamo semplicemente il caso di uno che sta bene come sta, fiero e appagato del suo sistema di valori, rispettoso di quelli altrui ma per nulla intenzionato a realizzare alcuna mistura. Cosa ne sarebbe di costui? Come si comporterebbero con lui i multiculturalisti? Gli direbbero che è lui che si segrega da sé, quindi affari suoi, e allora diventerebbero separatisti? O proverebbero ad assorbirlo nel multiculturalismo, in ciò diventando assimilazionisti? O lo "sopporterebbero" lì dov'è, membro inerte di una società fluida?

Se c'è una cosa cui tutti aspiriamo ardentemente è la pace che più pace non si può. Se la via è quella multiculturale, bisogna fornire esempi, casi concreti, applicazioni pratiche di essa medesima: le alte e geometriche costruzioni del pensiero sono tanto carucce, ma la carenza empirica le rende sottili sottili. E questa sottigliezza può essere la fine del pensiero che si autonutre della sua pensosità.
Ecco.

domenica 6 aprile 2014

Professoroni imboscati.

Suppongo che la sterminata audience del blog abbia sbavato giorni interi in attesa di commenti da parte del sottoscritto riguardo alla geniale uscita della Ministra Belloccia Boschi (diciamo una Carfagna 2008 che non è ancora digievoluta al grado iena), la quale ha bollato sprezzevolmente come "professoroni" i mirabili giuristi/costituzionalisti/cavillatori che stanno minando le sacre basi della Grande Riforma dello Stato Ausonio. In poche parole: chi obietta al progetto di RenzOne è un parruccone fuoriuscito da polverose biblioteche che mira solo a custodire un non più custodibile status quo, cioè un professore che se la tira e che, va da sé, se la tira perché vive in un mondo a parte, fuori dalla realtà delle cose, e comunque parla parla, ma nel concreto combina poco.
Oddio, la cosa che più mi stupisce di tutta la faccenda è che non so chi faccia la figura peggiore. Epperò, frattalicamente, vedo ripetersi in grande ciò che ho già visto ripetersi più in piccolo con la riforma gelminiana della scuola. E, a vario titolo, i cattivi sono sempre i professori (-ini o - oni che siano).
Da un lato è chiaro che le posizioni del facilmente pronunciabile Zagrebelsky e della compagnia ad esso aggiogata sono ormai di pura retroguardia. Ovvero: per avere davvero il coraggio di difendere QUESTO assetto costituzionale, simboleggiando la salvezza dell'intero nel mantenimento dell'accolita senatoriale, bisogna avere un senso dello Stato che in Italia non c'è mai stato (pardon...). Che al suo principio il bicameralismo perfetto servisse a impedire i più vari ritorni alla dittatura, pertiene; che i "vecchi" correggano l'impeto legislativo dei "giovani" osservando ed emendando, è giusto. In teoria, però. In pratica, quaggiù nello Stivale, si è solo riusciti ad ingolfare la vita parlamentare in interminabili procedure di correzione/sabotaggio dei lavori di una camera da parte dell'altra. La concreta attuazione del bicameralismo all'italiana certifica il fallimento del medesimo, o perlomeno il suo raggiunto anacronismo. Non si tratta tanto dei 315 senatori. Fossero stati anche 630 come i deputati, magari pagati in modo meno esorbitante, me li sarei pure tenuti, se avessero funzionato come contrappeso virtuoso & fecondo all'attività della camera bassa. Quella che Zagry & C. difendono è l'astrazione di una condizione legislativa che allo stato di fatto ha fallito. 
Ma, sia chiaro, ha fallito non perché il bicameralismo perfetto sia fallimentare in sé: torniamo qui ad un argomento a noi tanto caro, ovvero che non c'è assetto costituzionale sufficientemente valido a garantire il buon governo di uno Stato se i suoi membri restano comunque dei bucanieri. Dicasi: caro Renzi, anche una volta che mi hai amputato il Parlamento di un settore, ma non fai in modo di garantire che il settore rimasto vivo sia composto da gente saggia, saremo sempre lì, con lo scandalo della corruzione dietro l'angolo, le spese pazze, le concussioni assortite, i voti di scambio, i cambi di casacca appena non vengono esauditi i miei appetiti ministeriali, il clientelismo, i ricatti incrociati et similia. Si eviti, come già dissimo, di cadere nell'errore dello studente scemo che crede che gli basti cambiare il metodo di studio o di rinunciare ai passatempi pomeridiani per diventare bravo: se alla base non c'è la sostanza, nel caso dei parlamentari declinata nelle forme dell'onestà e della competenza, hai voglia a potare i rami secchi degli organi dello Stato. Puoi anche farmi una camera con 20 deputati, uno per regione, ma se sono venti farabutti non ci si salva comunque. Matty caro, trovate il modo di selezionare gente sulla base della cultura politica e non solo sulla capacità di promuovere il brand del proprio partito. 
E qui dobbiamo scontrarci con l'amara realtà: di autentica cultura politica, nei nostri palazzi parlamentari, ne è sempre girata pochina. La Prima repubblica è affogata nel liquame tangentizio, ed erano cattive usanze invalse da decenni; in nome di equilibri quasi sempre eterodiretti dalla posizione specialissima occupata dall'Italia nello scacchiere della guerra fredda, abbiamo visto succedersi circa 50 governi in circa 50 anni, ma il denominatore comune è sempre stato quello di un asilo perenne di correnti e correntine impegnate a spartirsi fette di potere, poltrone, prebende, il tutto certo sotto la guida di gente saputa (De Gasperi, Moro, Fanfani, Andreotti di qua, Berlinguer, Nenni di là, Saragat in mezzo), gente però che, scissione di Palazzo Barberini a parte, è stata abile soprattutto a gestire più che a innovare, a subire più che a imporre, a privilegiare il basso profilo a scapito dell'assertività (7 ore di discorso per convincere la feroce platea ad accettare i socialisti al governo non trasformarono certo Moro in Abramo Lincoln...). Poi venne Craxi, il decisionista, l'uomo di Sigonella, quello che schiacciava amici e nemici semplicemente sedendovisi sopra. Tutta roba ad effetto, specie in rapporto alla generazione politica precedente, ma puntualmente disintegrata dall'esplosione di Tangentopoli. Morale: tanti ottimi Ciceroni, inteso Cicerone come la categoria politica in cui si iscrivono tutti coloro che privilegiano il compromesso con le situazioni che vanno man mano delineandosi piuttosto che la ricerca della creazione di situazioni nuove; e pochi, pochissimi  Cesari/Ottaviani, quelli che agiscono mentre il senato tentenna.  
Insomma, Zagry mio, Rody mio, costituzionalisti miei, sarà pur vero che Renzi sta muovendosi col tatto di uno schiacciasassi, ma cosa hanno fatto le generazioni politiche precedenti per rendere difendibile il bicameralismo perfetto? La palude di doppiezze e veti incrociati, interessi taciuti e avvisi per chi sapeva intendere si è irrancidita entro un contesto storico-economico qual è quello degli ultimi 7 anni, ovvero una crisi come non se ne vedevano dal 1929. Un popolo di tartassati impoveriti ed esasperati non può che salutare con gioia provvedimenti come la formattazione del Senato, per quanto il plauso a ciò sia forse più di pancia che di testa. Ma il contesto è questo qui, al politico saggio adeguarvisi, machiavellicamente finché si vuole, ma il mondo della politica funziona così.
Ciò detto, e sottolineato che la furia iconoclasta di Renzi comunque mi disturba, perché riforme fatte al grido di "Corri che non c'è più tempo" rischiano di riuscire piene di gobbe e nodi da rimbeccare, non posso non notare una curiosa analogia, certo non voluta da Miss Universo Boschi, tra le sue sprezzanti parole e quanto abbiamo visto fare da madama Gelmini.
Notate, pubblico: c'è un' unica riforma che il Berlusconi IV ha mandato in porto senza dovervi applicare il minimo correttivo, ed è la famosa (e sciagurata) riforma della scuola sulla cui nequizia latente e patente ci siamo già pronunciati assai e ovunque sul blog (cliccate sui tag qui a fianco). Ora come allora, tutto fu fatto in modo unilaterale, senza consultare le controparti, senza aprirsi al minimo compromesso, che non voleva dire annacquamento dei nobili propositi riformisti, ma necessaria fase dialettica; ovvero: io posso avere le migliori idee del mondo, ma bisogna ben sentire punti di vista diversi, giusto perché magari qualche aspetto (e difetto) delle mie idee potrebbe essermi sfuggito. No. Solo e sempre no. I tagli dovevano essere fatti così, le ore da sopprimere erano quelle lì, nessuno si peritò di verificare, in via di modello teorico, eventuali storture che a lungo termine si potessero produrre (e si sono prodotte) e che al momento non erano così evidenti. No. Nulla. Avanti a testa bassa. Non ci fu mezza proposta avanzata da sindacati e associazioni docenti a venir non dico presa in considerazione, ma nemmeno ascoltata, udita, minimamente orecchiata. Scivolo pensioni per agevolare gli insegnanti anziani e scoppiati e lenire un filino la mannaia dei tagli; no. Rimodulazione dell'obbligo delle 18 ore di cattedra a 17 (un'ora in meno) per garantire l'ora buca da destinare alle supplenze giornaliere ed evitare di lasciare classi scoperte, con tutti i rischi connessi; no. Numero minimo di alunni per classe da 28 a 26 (due in meno) per evitare le classi pollaio; no. E oggi siamo dove siamo (a proposito, Matt, dopo tutto l'infervorato endorsement pro-scuola di febbraio dove siamo rimasti?).
Noto insomma nel dinamismo riformaiolo renziano la stessa spietata coriaceità dell'allora ministra Gelmini (e dei suoi suggeritori, chè Gelmini nulla sa e mai nulla seppe di scuola): guai a contestare, la ragione è tutta nostra. Non sei d'accordo? Te ne farai una ragione. E benché Zagrebelsky e compagnia non siano i diretti destinatari della riforma del Senato, non essendone quindi le vittime designate come lo furono invece i docenti dell'olocausto gelminiano, colpisce che noi di allora e loro di adesso in fin dei conti risultiamo accomunati dal lemma professoroni da zittire. Alla fine Boschi- occhi-di-cielo si è lasciata scappare la battutina qualunquista che riporta tutto al solito principio: l'uomo di cultura è la zavorra dell'Italia. Lo pensavano gli artefici della mannaia gelminiana, lo pensa la pasionaria renziana. Certo, anche in questo caso gli intellettuali hanno poco da recriminare, specie quelli che hanno sempre immolato l'indipendenza di pensiero alle convenienze della parrocchia politica che li foraggiava; così come a noi docenti, o meglio a quelli prima di noi, fu facile rinfacciare la litania "18 ore- pomeriggi liberi- vacanze lunghissime d'estate", con l'aggiunta dell'alto tasso di incapaci che salivano in cattedra. Però, se davvero si pensa che il momento riflessivo/dialettico sia l'impiccio alla magnifica sorte della politica, subordinando il pensare all'agire, o eliminandolo proprio, si cade nell'errore opposto dei totalitarismi, per i quali l'Idea Suprema era la norma di ogni azione. Però il risultato è lo stesso: piante coi rami forti e le radici deboli. Col che ribadisco che la difesa del bicameralismo attuale è patetica quando non imbarazzante, ma ci sta, ci deve stare. E' il futuro, Matty caro, che mi inquieta: se la tua loquace ancella pensa quel che dice, e quindi si accoda al lungo treno di spregiatori della classe intellettuale, non so cosa aspettarmi al prossimo giro di riforme. Cervello, mi raccomando. Guai a fare tutto a testa bassa. Ricordati di Robespierre.

domenica 14 aprile 2013

I grandi endorsement di Machittevole: specchio specchio delle mie brame, chi tte ce manno ar Quirinale?

Visto il recentissimo successo del nostro appoggio al cardinal Tagle, non abbiamo esitazioni a dire chi secondo noi deve sedere al posto dell'ormai distrutto Napolitano, un uomo che non aspetta altro che un paio di guerrieri di Hokuto vadano a splattare i parlamentari, sì che essi paghino il fio della loro nequizia.
Diciamo che nessuna delle peggiori prospettive mai più pensabili per un dopo voto avrebbe potuto eguagliare il pantano istituzionale in cui ci troviamo: a 50 giorni dalle elezioni, siamo senza un governo corrispondente alla nuova piantina del Parlamento, non c'è ancora un nome condiviso sul Capo dello Stato, e sopratutto i partiti fanno come se fuori dall'Italia fosse tutto tranquillo & pacifico, sì da permetterci di girare di valzer in attesa che un deus ex machina venga da chissà dove a sistemare le cose. Siamo sull'orlo di uno scontro USA- Coreanord, l'economia traballa, il Giappone ha deciso di invertire la politica monetaria facendo crescere l'inflazione, tutti fanno qualcosa, noi no. Al massimo le intelligentissime Quirinarie del Movimento 5 Stelle, ormai solidamente dimostratosi per quello che è, un'adunata di pazzi furiosi animati solo dal pingue gusto di sabotare le regole del gioco istituzionale, convinti ancora come ai tempi di Robespierre che le rivoluzioni si facciano distruggendo tutto e non dall'interno del sistema. Questa accolita di teste fini, schiave del Vangelo Grillesco, succubi di un Padrone inappellabile, bravi a fare lo streaming delle loro assemblee e sopratutto a NON FARLO quando quando l'esigenza e la comodità lo impongono, bravi a discettare di taglio ai costi della politica, ma bravi pure a NON TOCCARE la LORO diaria, promettendosi di parlarne un bel dì quando sarà, ebbene, costoro sono la vera palla al piede di questa povera e sfigata diciassettesima (appunto) legislatura.

Convinti di essere stati eletti per effettuare la Grande Palingenesi della politica italiana, non sono più che dei dilettanti allo sbaraglio, arroganti, supponenti, contraddittori e ignoranti dei minimi meccanismi parlamentari, convinti, per lunga consuetudine con "Amici", che i cantanti possano imparare il Grand Jeté in cinque secondi e quindi un commerciante di pelli di lontra possa diventare Ministro del commercio estero.



Loro non vogliono nulla, non sanno nulla, perché nulla sanno quei due geni che stanno alla base del Movimento e che hanno deciso davvero di fare come i personaggi degli Uccelli di Aristofane, i due già citati Pistetero ed Evelpide, pronti a costruire la città nelle nuvole dove tutto vada secondo i loro capricci infantili. Con una differenza: i protagonisti della commedia aristofanesca, perlomeno, andavano via da Atene e si creavano un mondo per conto loro, questi qui invece pretendono di fondare la città delle nuvole sulla terra, peggio ancora a Montecitorio, occupando le aule come dei giacobini in sedicesimo, quando non si rendono conto di avere il peso politico di dopolavoristi in gita sociale a Villa Giulia.
Ciò detto, chi ci mandiamo al Colle?
Ecco, dei nomi sin qui circolati, alcuni fanno sinceramente rabbrividire, altri sono quasi passabili, ma su uno vorremmo puntare. Spiegando perché scartiamo gli altri.

ALFA- QUESTI PROPRIO NO!!!

1) Romano Prodi.



Allora, quando noi si votava per quelli di là, l'antipatia per Prodi sarebbe stata semplicemente spiegabile dal punto di vista del mero antagonismo politico. Sennonché, il noto economista bolognese, figlioccio politico di Nino Andreatta, ci urtava proprio in sé, come persona. Era l'anti-Berlusconi in tutto, scelto apposta dal centrosinistra per mettere in difficoltà il Cavaliere: tanto sulfureo, fallocentrico, esuberante, arrogante risultava in certe pose Silviuccio, tanto bonario, morbido, pulitino, accomodante, umile, rassicurante veniva dipinto Romano. E difatti, va detto, per due volte su due le elezioni contro Silviuccio le ha vinte. Salvo poi finire anzitempo i suoi mandati governativi entrambe le volte, silurato dalle sue stesse maggioranze. Uomo complesso, Romano, boiardo della Prima repubblica, sfiorato dagli schizzi di Tangentopoli, sceso in campo senza avere un partito suo e quindi ostaggio di quelli delle coalizioni che lo sostenevano, uomo - punching ball in epoche in cui il carisma è tutto, ebbene, noi non lo sopportammo proprio per quell'alone di mediocrità autocelebrativa che lo circondava, e presumibilmente lo circonda tuttora. Cioè: quel basso profilo insistito, quel parlare fiatando, quel fare boccucce e sbuffetti che neanche il conte zio col nipote Attilio, quel minimizzare ogni cosa, quel muoversi con aria curiale senz'essere prete (ma pure quella pretesca vendicatività, detto che, caduto la prima volta nel 1998, fece in modo che la sua Bologna, Bologna la rossa, facesse mancare i voti al candidato sindaco del centrosinistra e mandasse in municipio, prima volta dai tempi degli Etruschi, un uomo di centrodestra, Guazzaloca), quella palese mancanza di qualità incisive, che era in realtà il vero motivo del suo duplice issaggio a Palazzo Chigi, rappresentavano all'epoca per noi il contrario di come doveva essere condotta la politica, e ai tempi l'energia e il piglio silvieschi ci convincevano decisamente di più; in Prodi vedevamo l'esaltazione di chi non si espone mai troppo, di chi è prudente perché debole, di chi trama alle spalle e manda avanti gli altri a metterci la faccia, insomma, il tipo umano che da queste parti si chiama confidenzialmente 'la merdina', il vigliacchetto per bene che piuttosto di farsi vedere a perdere le staffe, con chissà quali rischi, lascia che i teppistelli gli passino col motorino sotto casa, così la figura dell'iracondo la fa il vicino che invece vorrebbe lecitamente starsene in pace, ma non trova sponde, appunto perché 'la merdina' non ama esporsi. Tutto questo cosmo di silenziose viscidezze e mediocri rinculaggi vedevamo allora incarnato da Romano. E oggi dopo il nostro mutamento di prospettiva? Esattamente le stesse cose, quindi per te, Romano, la corsa al Colle finisce.

2) Giuliano Amato.



Il Dottor Sottile, l'uomo che ha passato i suoi anni migliori all'ombra di Craxi come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e poi, quando Craxi è crollato, si è spostato dalle macerie con levità incredibile, dando ad intendere che lui era sì accanto al Grande Tangentocrate, ma non ne sapeva nulla, né aveva mai visto o condiviso nulla, era un professore universitario prestato alla politica, lui... al punto che nel 1993, verso la fine del suo primo incarico di capo dell'Esecutivo, mentre i parlamentari si scannavano, disse che si ritirava dalla politica, difatti fu di nuovo premier nel 2001; il giorno della presentazione della lista dei ministri, affettò una lunare parte da uomo capitato lì per caso, scusandosi di non conoscere bene le tappe del cerimoniale nel comunicare i nomi alla stampa (ma allora quello che aveva ricevuto l'incarico 9 anni prima chi era? Un sosia?). Insomma, la parte defilippica di chi è lì ma non ci dovrebbe stare a lui calza sempre benissimo. Ricordiamo anche qui che il vulcanico Vittorio Sgarbi, quando negli anni '90 dirigeva il suo pulpito mediatico su Canale 5, il sempre divertente Sgarbi Quotidiani (un goccio di vin santo tra Tg5, Non è la Rai e Beautiful) ebbe a fare un paragone folle ma calzantissimo: tutti voi, grandi uomini della sinistra, dite che Bettino Craxi è stato un cesso di politico? Allora Amato, che è stato il suo braccio destro per 4 anni a Palazzo Chigi, era il suo bidet. Il che, al netto della carica polemica insita nella metafora, non è lontano dai fatti. Se nel water si evacua, come ben si sa, nel bidet ci si lava. E in effetti Amato, autoassolvendosi in nome dell'onestà intellettuale dell'uomo di cultura, si è lavato degli eventuali schizzi di liquame connivente lasciando intendere che lui ha svolto il suo servizio per il Paese, non per Craxi, e se qualche dolo c'è stato, e magari lui ha assistito o ne ha avuto solo sentore, la sua specchiata onestà lo ha portato a non parteciparvi mai, ma forse addirittura a negare a se stesso la veridicità dei maneggi cui era costretto ad assistere, così come Don Ferrante, non essendo la peste né sostanza né accidente, andava a dormire convinto di non poter subire il contagio. Amato è così, uomo coltissimo senza dubbio, e tuttavia desideroso di convincere anzitutto se stesso che l'unico male che esiste è quello che compiono gli altri, e siccome tu sei di natura buono, vedere Craxi rubare e non dirgli niente è giustissimo, perché sennò macchieresti la tua bontà dovendo impegnarti a pensare a quelle cose così brutte, tipo scatoloni di banconote da centomila lire dell'epoca che affluiscono copiose nella sede del PSI. No, l'anima bella è come il Motore Immobile di Aristotele, può avere solo se stessa come oggetto del proprio pensiero per non diminuirsi nel pensare all'altro da sé, ontologicamente inferiore. E così il bell'Amato, a cui gli allori sottosegretariali non dispiacevano, a patto che il letame per concimarli fosse prodotto da altri, si è trovato a suo agio come post-Craxiano proprio perché Craxi, novella peste milanese del XX secolo, non è mai esistito (o così almeno lui si è convinto). No, Giuliano, l'ipocrisia no. Per te, la corsa al Colle finisce qui.

BETA- VABBE', SE PROPRIO...

1) Massimo D'Alema

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Strano a dirsi, mai avrei pensato di potermi far andar bene per il Quirinale, in mancanza di meglio, l'incarnazione più pura e cristallina dell'Antipatia umana: questo politico, ritenuto da tutti un jolly da calare in casi estremi, già odorato di presidenza 7 anni fa ma poi bruciato da Napolitano (il quale maledirà quei giorni, si sa...), riesce a rendersi odioso per un'aria di saccenteria come poche altre se ne respirano accanto a chicchessia; il suo sarcasmo pre-montiano, i suoi sbuffi, i suoi occhi sgranati, i suoi "diciamo" intercalati ogni 5 parole, richiamano alla mente la tradizione più pura del comunismo, quella dei dirigenti che liquidavano con un forzato sorriso di sufficienza le argomentazioni degli avversari, ritenendole così di basso profilo umano da non dover essere nemmeno prese in considerazione. Perché appunto, il male della sinistra è sempre quello: la convinzione di essere i Prescelti da Dio (che per loro neppure esiste - lollata del mese). E D'Alema, finché ha fatto politica attiva, ha sempre voluto dare di sé l'impressione di quello troppo bravo, sprecato quasi per la faunetta che lo circondava. Un grande attore, in realtà, capace di manovre ad elastico con Berlusconi, nemico-amico alla stregua di un duo Tom e Jerry de noantry, dicitore di odio e facitore di paci e SOPRATTUTTO studente fuoricorsista alla Normale di Pisa. Speravo che avrebbe impiegato questi anni fuori dal Parlamento per finire 'sta benedetta tesi che si porta dietro dai tempi di Jimmy Carter. Macché. Ma poi dico: alla Normale, è noto, non entrano esattamente cani e porci, anzi parliamo dell'unico ateneo italiano con una selezione davvero meritocratica dei suoi studenti. Quindi, Max caro, l'intelletto ce l'hai. E l'hai buttato via dietro ad un'ideologia senza uscita. Non sei l'unico, lo so, ma anche tu, come tutti quelli della tua generazione, non hai fatto la necessaria autocritica in merito a scelte politiche perculate dalla grande Storia. Vedo te e mi chiedo: possibile che anche gente col cervello in ampio regime di funzionamento autonomo possa essere stata sedotta a tal punto dall'ideologia, che come prima cosa richiede il reset del cervello medesimo? Eppure.
Ciò detto, perché semi-endorso costui? Non certo perché bramo di vedermi la sua faccia da capetto prussiano che mi augura buon anno da qui al 2019; né perché voglio vedere cosa farebbe in udienza da Papa Francesco; né perché sarebbe troppo comica vedere il Presidente della Repubblica, ex-lanciatore di molotov ai tempi della contestazione contro la polizia di Kossiga, costretto dal protocollo a salutare con tutti i rispetti le parate militari del 2 giugno. No. Semplicemente D'Alema mi garantirebbe una cosa: il contegno istituzionale, parte a recitare la quale lo vedrei assai bene. "Recitare", si badi, perché il vero D'Alema è un mistero anche per il suo stesso gestore. Però avremmo cose. Mai una parola fuori posto, la necessaria ironia acida in caso si dovesse replicare per le rime ad eventuali battutazze anti-italiane provenienti dall'estero, la convinzione che, alla fine di tutti gli odi di parte, qualcosa per tenere in piedi la baracca va comunque escogitato. Piccolo cabotaggio, certo; si parla di un fuoricorsista, del resto, almeno Veltroni il suo bravo diploma all'Istituto del Cinema (prerequisisto fondamentale per candidarsi alla guida del PD nel 2008) se l'è preso. Insomma, una mediocrità ombrosa e se necessario ringhiosa per tenere unito ciò che sembra sfaldarsi da ogni parte. Massimo, la corsa al Colle, per te, continua.

2. Gustavo Zagrebelsky.



Niente da dire sull'uomo, ma siamo sempre lì. Un non-politico eletto da un Parlamento incapace di trovare al suo interno un nome condivisibile. Magistrati e giudici che passano in politica, anche quando si parla di insigni giuristi, sono come i tecnici di Monti, prestati e in quanto tali non avvezzi a cert'aria che solo il politico puro sa respirare, anche nei suoi miasmi. Ma la politica, Machiavelli insegna, è tutto fuor che mestiere da educande convinte di instillare il Bene assoluto in ogniddove (aurevoir, Platon...). L'uomo di legge, abituato all'esattezza astratta delle norme e alla loro inesorabile ed efficace applicazione, non sempre può essere in grado di gestire le cavillazioni a volte purtroppo necessarie per far giungere a sintesi ciò che sembra irrimediabilmente antitetico, là dove invece un reato è un reato, e se uno compie un omicidio non può essere accusato di furto. Quindi, se non c'è proprio nessuno, passi, però per me 'sta storia della politica fatta dai non politici resta sempre on the gozz... Gustavo, la corsa al Colle, per te, continua.

3. Franco Marini



Il problema uguale e contrario rispetto a Zagrebelsky: essendo Francuzzo un ex-sindacalista, sconta il dramma di tutti i sindacalisti, perlomeno di quelli italiani, ovvero la vocazione insopprimibile a complicare il semplice e a trovare sempre il compromesso peggiore. A parte la sovrana incapacità dei sindacalisti della scuola nel fermare la macelleria gelminiana, ho constatato che la specialità sindacalese nostra è dire ostinatamente NO quando ci sono gli spazi per un sì ben più utile, e dire SÌ quando il governo di turno ha pronta la vaselina per i lavoratori. In nome di principi democratici di puro poverinismo globale, questi qui ritengono che la distribuzione di pari diritti a tutti comporti, come se si trattasse di una torta, che ciascuno di noi può godere di un 'dirittino', perché sennò non si possono accontentare tutti. Quindi, se tutti i neolaureati/ abilitati hanno diritto ad insegnare, non ha senso prevedere incarichi triennali al personale non di ruolo, perché ciò vorrebbe dire vietare per un triennio a chi si abilita a nomine avvenute di adire alla cattedra; meglio, molto meglio polverizzare tutto nella miriade di incarichi conferiti annualmente che riescono soprattutto a rendere impraticabile la continuità didattica; poi però, se si tratta di salvare l'insalvabile, come Alitalia, ecco ben 9 (nove) sigle sindacali a difesa di una società spesso usata per collocare parentadi vari e quindi assolutamente immune a qualsiasi ipotesi di riduzione degli organici. E lì la battaglia si fa epica, perché il diritto al lavoro è di tutti, anche se i soldi per pagare i lavoratori non ci sono. E altre resistenze medioevali simili. Insomma, il sindacalista-tipo ragiona per schemi astratti che però riescono in genere a NON aderire alla realtà in oggetto. Potrebbe dunque un ex cislino guidare il Paese? Oddio, i sindacati, del nostro Paese, sono uno specchio anche piuttosto fedele, specie nella loro confusa utopia di volere il bene di tutti purché sia qualcun altro a pagare, quindi per principio Marini al Quirinale non sarebbe illogico. Non so come interagirebbe, con le sue logiche di contorto sindacalese, con gente che vuole parole chiare e fatti concreti, come quei due-tre avvoltoietti europei che aspettano solo di mandarci in default. Vabbe', a 'sto punto... Franco, la corsa al Colle, per te, continua.

GAMMA- SÌ, SEI PROPRIO TU, EHI, PARLO CON TE, NON FARE LA RITROSA...

Ecco dunque il nostro endorsement: donna, colta, esperienziata, spalle larghe, carattere d'acciaio, antipatia pari a quella di D'alema, ma molto più carisma che pure promana da quegli occhi glaciali, è riuscita a citare Vittorini nel dibattito sulla fiducia a Berlusconi nel 2008 ("bella forza, è siciliano come lei...", certo, ve lo immaginate Maroni che cita Gadda?), è un magistrato, lo riconosco, ma sono 25 e passa anni che sta in Parlamento, sa come vanno le cose e ha la classe necessaria per farci ben figurare anche dirimpetto a Hollande o a Cameron, è stata vittima di una delle solite campagne rinfacciste orchestrate dal centrodestra tramite Alfonso Signorini, per dimostrare che anche lei sfrutta anomalamente i suoi privilegi, e se vieni rinfacciato da Chi vuol dire che sei Qualcuno. Insomma, è lei: la senatrice Anna Finocchiaro {perché la Bonino mi spiace proprio no, lei e suoi amichetti radicali vivono ancora nell'illusione di aver fatto vincere il divorzio e l'aborto in Italia, quando la società era già pro tutto ciò ben prima che loro ciarlassero, educata ormai dalle logiche consumistiche a considerare anche il matrimonio e la procreazione come beni esauribili e dismissibili [il che, per inciso, non vuol dire che noi si contesta i diritti acquisiti in materia e relative leggi, (ci mancherebbe anche), vorremmo solo che la gente, prima di sposarsi o zompare, ci pensasse bene per non dover poi dover ricorrere a rimedi comunque sempre dolorosi, fisicamente e psicologicamente], eppoi 'sti radicali me parono dei 5 stelle ante litteram, vabbe', Emma no]}. Anna, Annedda, da quella terra baciata e martoriata dal sole e dalla Storia, tra sciare verghiane e zolfare pirandelliane, nei silenzi di smalto del cielo estivo, dove cattedrali color ocra sorvegliano il mare amico e terribile, da lì ci giunga tua elezione.


[Ma tanto so, sì che lo so, parlamentari marrani, che mi isserete Casini al Colle ... sigh...]