Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!
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mercoledì 11 settembre 2019

Machittevòle@festivaletteratura: fascista chi?


Forse per il clima apparentemente destreggiante che si respira (o si respirava) (o qualcuno credeva di respirare) in certe capitali europee, gli attenti organizzatori del festivàl hanno pensato di farcire il sempre corposo programma degli incontri con un certo numero di chiacchierate o lezioni singole su fascismo, nazismo, campi di concentramento, ecc. Al mio occhio di osservatore ingenuo la cosa potrebbe suonare (sinestesia) come un desiderio di tener viva la memoria del passato per evitarne certi temuti rigurgiti nell’oggi. Il che è legittimo.



Certo risulta lievemente spiazzante che proprio uno dei conferenti, l’esimio prof. Emilio Gentile, imposti la sua conferenza-evento sull’idea che di fascismo ce n’è stato solo uno, quello storico dal 1921 al 1945 (no, il fascismo del 1919 è un’altra cosa, chiedetelo a lui), laddove chi si lamenta dell’esistenza di un fascismo eterno sempre a rischio di reimporsi nelle società odierne commette un errore macroscopico di fraintendimento del reale.
Nessuno stupore: Gentile è allievo di Renzo De Felice, ovvero di colui che tentò di analizzare il fenomeno del fascismo spogliandolo di tutte le deformazioni ideologiche & interpretative di parte avversa per identificarne la natura documentalmente più vicina al vero, anche a rischio di infrangere alcuni dogmi resistenziali ormai cristallizzati, cosa che in effetti gli costò una certa serie di scomuniche nel mondo accademico (e gli garantì l’ammirazione usque ad consummationem aevi di Indro Montanelli, ovviamente).
Gentile pure, che non ha intenzione punta di riabilitare Mussolini, mette tuttavia in chiaro alcune cosette che ci hanno titillato molto, non tanto per i contenuti delle cosette, che si possono ovviamente condividere o meno (spoiler: tranquilli, il fascismo ne esce a pezzi), quanto per il metodo adottato, che è quello su cui insistiamo anche noi coi nostri discenti: non parlate a vanvera, fate dire alle fonti quello che dicono e non quello che vi piacerebbe dicessero. La lucidità del metodo e il rigore dell’approccio intellettuale hanno certamente illuminato la già luminosa Basilica palatina di Santa Barbara.
Succingendo, dice Gentile: guai a chi parla di "fascismo eterno" come categoria innata nella civiltà occidentale che scorre come un fiume carsico pronto a riemergere di quando in quando. L’errore è già nella definizione, che sottrae questa presunta categoria a qualsiasi possibilità di analisi storiografica. La storia si occupa infatti di ciò che avviene nel tempo, mentre ciò che è eterno, come si sa, si colloca fuori dal tempo, in un immutabile presente. In tal modo, l’eternità presunta del fascismo renderebbe il fascismo medesimo materia non trattabile. Ci si occupi quindi delle radici storiche del fascismo, quelle che le fonti di allora ci illustrano con ampia messe di particolari. Manco a farlo apposta, Gentile si trovò 40 anni fa proprio a Mantova per studiare l’attecchimento del fascismo nel mantovano, dicasi una delle zone di più solido dominio socialista ancora nel 1919, tanto da essere definita “la Pietroburgo padana”. Tempo un anno e mezzo e il fascismo dominava incontrastato (non posso citarvi i documenti da lui citati, ma ogni sua affermazione era ottimamente supportata). Come è potuto accadere?



Riprendiamo dal principio. Fascismo storico, dunque. Da delimitarsi entro gli anni di cui già accennammo e non prima e non dopo e non fuori dall’Italia. Altri si sono certamente ispirati al fascismo, ma il copyright è nostro (come quello del pecorino di fossa, del resto). Si badi dunque a non bollare come fascista qualunque orientamento politico nutrito di nazionalismo esasperato e xenofobia, culto della violenza e antisemitismo, chè allora sarebbero fascisti pure certi regimi politici di secoli addietro. No no. Il fascismo, documenti alla mano, si contraddistingue per alcuni elementi peculiarissimi, e Gentile li snocciola con lepidezza.
    1) Presa del potere tramite formazioni armate in seguito inquadrate come forza politica (no, amico lettore, Pisistrato non era fascista).
   2) Intervento di tipo antropologico sulla popolazione italiana per trasformarne i caratteri intrinsecamente deboli e plasmare una nuova società vigorosa, aggressiva e affamata di futuro (no, amico lettore, Saruman non   era fascista).
     3) Incanalamento delle attese collettive in una serie di campagne militari volte a dare una dimensione concreta a questa fame di futuro e consolidare il senso di appartenenza alla nazione, nazione la cui religione laica si identifica in toto con l’ideologia fascista (no, amico lettore, Bismarck non erafascista). Quello che non riuscì, per dire, a Francisco Franco e Antonio Salazar, poiché spagnoli e portoghesi erano poco eccitabili rispetto alle bombastiche ambizioni dell'italico italiano (infatti Spagna e Portogallo restarono ben fuori dal secondo conflitto mondiale).  
Già così il saggio Gentile delimita in modo notevole il fenomeno e risponde, o almeno a me è parso, alla domanda di cui sopra: il fascismo dilagò persino nella socialistissima Mantova e provincia anzitutto per la violenza militaresca delle squadracce che fecero pappetta delle sedi periferiche del partito socialista e all’occorrenza dei socialisti stessi. La tolleranza mostrata da certa borghesia industriale, disturbata dai tumulti e dagli scioperi, e la gnecchezza delle forze di governo fecero il resto. Cose risapute, si dirà. Ma i documenti e le statistiche su cui la dimostrazione della natura peculiarissima del fascismo storico si fonda rendono il discorso concreto oltre ogni stratificazione straniante della memoria collettiva.



Non meno bum-bum è la domanda (con relativa risposta) se Mussolini abbia creato il fascismo o il fascismo abbia creato Mussolini. E qui i fuochi d’artificio: dice Gentile che, documenti alla mano, non può dubitarsi giammai che Mussolini dovette prendere col tempo le misure al fascismo, giacché egli non ne fu il dominus incontrastato sin da subito. Anzi, e anche qui Montanelli applaudirebbe, Mussolini in certo modo mal sopportava i fascisti, o almeno certi fascisti e certe metodologie fasciste. Per dire: non fu Mussolini a volere la marcia su Roma, ma il fumantino Michele Bianchi (poi quadrumviro) che, a governo creato, rinfacciò al Predappiese (tramite lettera appositamente citata, ma voi non c’eravate, stolti) i propri meriti nell’aver radunato i fascisti per mandarli nell’Urbe a spaventare Vittorio Emanuele e Facta. Come dire che Mussolini era agli occhi di Bianchi poco meno che un timido. Così come Mussolini si trovò in gobba le conseguenze potenzialmente devastanti del delitto Matteotti, delitto che lui era stato ben lungi dall’ordinare (si sa, si sa...). Detto che il Duce non era esattamente un gelsomino, il suo polso su tutto il movimento fascista si dovette tuttavia esercitare a lungo prima di egemonizzare appieno le folle adoranti in camicia nera, visto che ad agitarle c’era un gruppo di personaggi piuttosto feroci. 
Il che, sia chiaro, non mira a nessuna riabilitazione postuma del Duce, ma semplicemente ci mostra come una lettura attenta dei documenti consenta di approfondire la complessità di qualsiasi fenomeno. Non si potrebbe del resto parlare di riabilitazione dopo che Gentile snocciola altre lettere, stavolta di monsignor Tardini, prelato di alti incarichi vaticani, che nel 1935, in vista della guerra in Etiopia, sparava a zero su Mussolini (alla faccia della conciliazione ecc. ecc.) con espressioni pesantucce (che ascolterete quando su questo sito sarà disponibile l’audio dell’intervento, stolti)(comunque qualcosa c’è pure qui)(prego, eh...).
Sull’altra mitologia di un Mussolini sin da subito furibondo & assetato di vendetta contro i traditori del fascismo, quelli cioè che gli levarono il trono da sotto il sedere nella fatal notte del 25 luglio 1943, oltre che con il connivente Badoglio, ecco che uno scambio epistolare Badoglio- ex Duce fresco di arresto (vedere qui) (ben prima del momentaneo collocamento fuori ruolo a Campo Imperatore dove i maligni dicono fu concepito Bruno Vespa) getta una luce curiosa sulla vicenda: a fronte di un maresciallo neo-premier che quasi si scusa per i modi un po’ bruschi della detronizzazione, resi necessari dalla preoccupazione di garantire l’incolumità personale del Predappiese, il Predappiese medesimo risponde cordialissimamente e ringrazia delle premure (!), mettendosi a disposizione dello Stato, da lui fedelmente servito sin lì, per ogni futura esigenza (!). Il che, di nuovo, non riabilita in nessun modo il Duce, casomai mostra che, all’altezza della detronizzazione, la sua percezione delle cose era un attimino sfalsata. Come dimostra del resto l’ultima lettera citata (che purtroppo mi è sfuggita in gran parte a causa di inopinate chiacchiere di pubblico accanto a me e gente che si alzava e chiedeva cose ai ragazzi del service), che penso sia questa qui (comunque verificheremo con gli audio)(stolti) in cui un Mussolini ormai alla frutta trova i colpevoli del fallimento del fascismo in chiunque tranne che in se stesso. Nessuna contrizione, osserva Gentile: come si poteva pretendere che uno così ridotto capisse cosa stava succedendo a lui e agli italiani? 



E così, tra scrosci di applausi, termina la conferenza. Per quanto mi concerne, trovo importantissima la linea metodologica interamente basata su documenti, che possono certo essere passibili di interpretazioni anche opposte, ma sono materiali concreti, non chiacchiere volanti o idee rimasticate per sentito dire come spesso accade nella nostra twitter-crazia. 
Non secondaria è la convinzione gentiliana che uno solo è stato il vero fascismo, laddove l’estensione del termine a fenomeni solo superficialmente affini rappresenta un abbaglio intellettuale che genera a sua volta non pochi problemi. Sia chiaro: l'esimio studioso è ben conscio del pericolo insito in certi atteggiamenti che rigurgitano odio razziale et similia, ma per lui il fascismo è morto con Mussolini. I problemi di oggi, al netto delle costanti positive e negative dello spirito umano la cui memoria non può mai svanire, vanno affrontati con le categorie di oggi. E qui  mi permetterei di allargare il discorso (spocchiaaaaa).
In effetti, nonostante il ‘900 sia schiattato da un po’, le sue ideologie più resistenti non cessano di esercitare un certo fascino anche su giovani menti che, del tutto ignare dei fondamenti storico-socio-filosofici delle ideologie medesime, si dichiarano avventurosamente comunisti e (neo) fascisti pur non avendo assolutamente idea di cosa si stia parlando. Mi capitò di chiedere ad un giovane (sedicente) attivista di ultrasinistra quali fossero i suoi testi politici di riferimento e i pensatori- guida, o perlomeno le idee forti su cui piedistallava la sua azione. Risposta: “Mah, così, in generale…”. Così come non poco sconcerto mi causò un dibattito tra miei allievi nei tragici giorni della morte della povera Eluana Englaro. Se in un primo momento notai che gli studenti si dividevano piuttosto nettamente in due fazioni pro e contro l’eutanasia, grande fu la sorpresa allorché, finite le argomentazioni di base, i favorevoli all’eutanasia cominciarono a dare dei fascisti a quegli altri che condannavano il gesto di Beppino Englaro, ricevendo in cambio l’appellativo di comunisti. Che senso aveva ricondurre due posizioni su un simile delicatissimo argomento a categorie politiche decotte, che oltretutto nulla c’entravano? Ma soprattutto, perché, nel secolo ventesimo primo, dovrebbe avere davvero senso dichiararsi di destra e di sinistra, visto che il mondo che ha prodotto quelle categorie non esiste più, o meglio si è evoluto in tutt'altro? E perché in un'epoca in cui il progresso democratico e tecnologico dovrebbe favorire la libera autodeterminazione dell'individuo, si rimane ancora ingabbiati nei 'pacchetti tutto compreso' delle ideologie? Sento spesso gente 'di destra' dichiarare in rigoroso filotto di essere nazionalista, non-ambientalista e filo-americana, laddove gente 'di sinistra' è rigorosamente terzomondista, ambientalista e filo-qualsiasi cosa non siano gli USA (con addentellati pro o contro Israele e la Palestina). Pare che un menù à la carte, in cui uno possa liberamente scegliere posizioni appartenenti in teoria a schieramenti ideologici diversi, diventi automaticamente taccia d'incoerenza o cerchiobottismo. Detto poi che, al loro primo vagito (avevano appena ammazzato Lady Oscar), 'destra' e 'sinistra' ovviamente nulla dicevano rispetto ai pacchetti di cui sopra (figurarsi sull'eutanasia). Sarebbe come aprire il barattolone di latta dei biscotti danesi e trovarci dentro un set per il cucito (ma quando mai...).  
Bello sarebbe, sulla scorta del magistero gentiliano, deformare la realtà il meno possibile. Essa, si capisce, sarà sempre una ri-creazione delle singole coscienze soggettive e quindi mai uguale per tutti. Ma tra il non poter cogliere la cosa-in-sé e convincersi che una mela è una pera ce ne passa.
("C'è tutto negli archivi, basta aprirli", cit.)


venerdì 11 settembre 2015

Machittevòle@festivaletteratura: Salvatore Settis e Carlo Ginzburg, ovvero l'arte di NON parlarsi addosso

Lietamente ci abbluppammo alla Basilica palatina di Santa Barbara per sentire due capoccioni, Settis e Ginzburg, appunto, dialogare sull'ultimo libro del Ginzburg ("Paura, reverenza, terrore") e dell'articolo che il Settis scrisse poco fa, credo sul Sole24ore, sul libro del Ginzburg. Roba di storia dell'arte, vedremo.
Dobbiamo pur premettere, benché non avessimo dubbi, che la coppia Settis-Ginzburg è stata MAGISTRALE e non tanto e non solo per le cose dette, alcune delle quali veramente complesse, ma per il modo in cui le hanno poste all'affollata platea santabarbaresca. Per adusa consuetudine italica, come insegna il teorema di Sommersmith, quando ad un'occasione pubblica sono presenti a condurre intellettuali in numero superiore ad uno, finisce che i tizi in questione si dimentichino totalmente di chi hanno davanti ed inizino a parlarsi addosso, cantandosela e suonandosela, e come siamo bravi, e quante ne sappiamo, ma che intelligente che sei tu, no sei più figo tu, gesù, ma davvero siamo davanti a quersta platea di burini?, ecc...
Ecco. Settis- Ginzburg, dall'alto della loro altezza, potevano. Ma non hanno fatto, anzi hanno offerto un duetto spettacolare per capacità comunicativa al pubblico e interazione reciproca. I due si conoscono da mo', ci pare di aver capito, almeno dai tempi della Normale di Pisa, si stimano, ma ovviamente non sono d'accordo sempre su tutto. E si è visto e sentito. Mai, però, con l'impressione che i due avessero preso Santa Barbara come il piedistallo della loro sovrumana contezza delle cose di cultura e approfittarne per fare a gara a chi era più bravo. Di ciò va dato loro atto, perché il rischio era grosso.
Sui contenuti del duetto, molta roba, ma pochi appunti nostri, anzi nulla proprio, vista la precaria condizione in cui ci trovavamo (per il resto invece siamo di ruolo) (molto, ma molto LOL) ovvero in piedi appicciati al fonte battesimale d'ingresso assieme ad altre cinque persone (blasfemia, blasfemia_!!)
Comunque, tutto nasce da un libro di Ginzburg in cui il predetto si lancia in ardimentosi collegamenti tra opere d'arte che uno non si aspetterebbe, cogliendo analogie e memorie non così scontate e che tuttavia mettono perlomeno in discussione le categorie acquisite. Vi era che Settis, recensendo il volume, aveva parlato di qualcosa come improbabilismo, ma non certo per inficiare la qualità del lavoro del collega, quanto per ribadire che il metodo ginzburghiano di accostare opere d'arte è la prova che non bisogna mai fermarsi alla superficie dei fenomeni nell'analisi ed è necessario lasciarsi provocare dall'opera d'arte e non recepirla passivamente, anzi servirsi di tutti gli stimoli che essa ci comunica.
E il discorso vola, con le affusolate dita settisiane che fendono l'aria per collegare fisicamente concetti astratti e la parlantina ginzburghiana che gusta ogni nozione fornita col piacere di uno chef che spiega come nascono le sue creazioni, e si arriva, zompettando zompettando, alla Pathosformel, ad Aby Warburg, a Darwin che cita Reynolds, a Curtius col suo "Letteratura europea e medioevo latino", all'importanza dell'immaginario tradizionale anche in contesti nuovi (tipo statue pagane usate per le processioni religiose sudamericane nei tempi che furono)(mi spiace, sto andando a memoria) insomma a discorsoni elevatissmi, il cui sugo, volendo succingerne uno, è l'importanza del codice artistico, il fatto cioè che chiunque, anche l'artista più  originale che sembra tirar fuori le sue opere là dove prima non esisteva nulla, lavora sotto condizionamento di modelli più o meno consci e più o meno stratificati nel tessuto storico-culturale in cui vive, sì che si attesta come sempre l'esistenza di 'blocchi' testuali (siano essi letterari o visivi) da cui nessuno può prescindere, ma che solo l'artista con la A maiuscola sa rielaborare per dare vita alla bellezza irripetibile.
La prova certamente più eclatante di ciò, almeno a seguire l'ottima disamina ginzburghiana, sarebbe nientemeno che "Guernica" di Picasso, che come ogni pivello dell'Accademia sa bene è un pugno nello stomaco di opera che difficilmente sembrerebbe dipendere da qualcos'altro, visti lo svolgimento e la tecnica compositiva. Ecco, Ginzburg opina che Picasso possa invece dipendere da un quadro di Lebrun del 1797, raffigurante l'uccisione di Gaio Gracco, ma soprattutto che la disposizione delle figure segua l'andamento del fregio continuo (mi riprometto di ritrovare nel libro l'osservazione esatta, ma siamo lì).
Bum. Cioè: su cosa sia originale Picasso ci arrivano più o meno tutti, ma che egli possa dipendere ANCHE da modelli artistici così lontani, apparentemente, da lui, non è così scontato. Ma è la sfida di Ginzburg, che per il Marat morente di David risale alla statua di Pierre Legros il giovane raffigurante San Stanislao Kotska morente, custodita a Sant'Andrea al Quirinale, che per i manifesti in cui un ceffo più o meno ceffo indica lo spettatore dicendo "Vogliamo te!", oppure "Uccidete" (sottinteso gli ebrei, roba se ho capito bene della propaganda nazista in Ucraina durante l'occupazione del 1944), insomma roba simile trova alla radice il Cristo benedicente di Antonello da Messina e relativo pentimento proprio nella raffigurazione dell'indice.
Cose cosi', insomma. Certo, come ha acutamente osservato una membra del pubblico, il dialogo tra i due ha sfiorato il tema annunciato, ovvero il rapporto tra iconografia e potere. Se ne e' parlato, ma piu' che altro per naturale emanazione dal dialogo tra i due. Intendiamoci, a due cosi si perdona tutto: la padronanza della materia, la gioia nel comunicare il sapere, la disinvoltura nel semplificare il complesso senza banalizzarlo..... questo vuol dire essere gente di cultura. La pienezza di sé, ovvero la consapevolezza di quanto si sa e si può comunicare, non diventa narcisistico compiacimento, o se pure si stavano autocompiacendo, non si è notato. Difficile credere che  il Ginzburg guardasse sopra la folla per cercare il contatto con gli angeli: gli piaceva proprio discutere con Settis e condividere col pubblico.
E Settis, a metà incontro, graffia come solo lui può: Aby Warburg enucleò i primi fondamenti delle sue teorie estetiche sfogliando libri a Firenze; oggi la biblioteca nazionale fiorentina non può garantire consultazioni e prestiti fino a che non arriveranno i volontari del servizio civile. Ecco, dice Settis, in Italia, mentre si afffidano a stranieri le direzioni dei musei, si chiudono le biblioteche pubbliche. Applausi.
Applausi anche a due che hanno evitato la peste nera degli uomini di cultura dello Stivale: lo snobismo. 

lunedì 8 settembre 2014

Machittevòle@Festivaletteratura: Anna Marchesini, un'Attrice, una Donna.,

Dovremmo partire con lodi e stralodi del percorso artistico di Anna Marchesini, la cui eccellenza scenica, la fantasia, l'estro e la versatilità ci hanno regalato, assieme agli altrettanto eccellenti compagni Lopez e Solenghi, momenti tra i più belli della storia dello spettacolo italiano. Le loro gag sono tra le poche che, ancora dopo più di vent'anni, riescono a far ridere senza sembrare datate. L'ironia, la satira puntuale ma mai volgare degli sketch e dei personaggi, parodiati o inventati, che i tre hanno portato sulla scena restano scolpiti a fotogrammi di bronzo nelle nostre memorie.
Poi c'è la Marchesini solista post-trio, attrice di monologhi, personaggista televisiva spesso alla corte di Fazio, intelligente e acuta osservatrice della realtà italica piccola e grande.
Poi la seconda vita di Anna, la malattia che negli anni l'ha visibilmente consumata nel corpo, ma che, possiamo assicurarlo dopo la performance di ieri, non ha intaccato UN MILLIGRAMMO dell'intelligenza e della vivacità della donna. Raramente penso si possa vedere gente colpita da disturbi tremendi come l'artrite reumatoide deformante, che fa spavento solo a pronunciarla, affrontare con un vigore emotivo e razionale insieme la sfida della vita quotidiana, sapendo che il Tristo mietitore è sempre nei paraggi di casa, un po' più vicino che non ad altre persone.
Quest'ammirazione del carattere di Anna non deve però far intendere che ieri la platea avesse riempito il cortile di S. Sebastiano (500 e passa posti a sedere, un paio di centinaia, Spocchia inclusa, in piedi) mossa a compassione, o peggio per venire a vedere dal vivo gli effetti somatici dell'artrite sull'attrice, quasi fosse un fenomeno da baraccone. Non si creano due code di spettatori lunghe complessivamente qualche centinaio di metri per questo. La calamita che ha agglutinato non meno di 700 persone, ieri, è stato il carisma di Anna, giacché di una persona così forte e ironica non è possibile avere compassione, sarebbe un'offesa, un riconoscere implicitamente che ormai la sua vita è segnata e poveretta lei. Niente di tutto ciò: quei tipi di compassione si riservano a quelli che si sono completamente lasciati andare al dolore della malattia, sia che potessero comunque opporvisi sia che ne siano stati irrevocabilmente e incolpevolmente travolti. Anna no: il suo dolore è l'abito leggerissimo di un'anima che da più di 50 anni succhia la vita dall'aria stessa e la trasforma in arte.
Ecco le prove a sostegno della tesi ("a 'mbecille!!!")
A parte i continui scambi ironici tra Anna e il suo intervistatore, che volentieri si è calato nel ruolo di ripetente birichino di fronte a cotanto genio, non può tacersi la doppia standing ovation riservata alla donna al suo ingresso e alla fine della chiacchierata. E lei, dimagrita ma energica come ai bei tempi, sale sul palco, si sistema e poi saluta a tutto braccio, togliendosi gli occhiali scuri e regalandoci un sorriso luminoso e riconoscente: sono tutti lì per ascoltare e applaudire la persone e l'artista, non certo a simulare un coro di prefiche ante eventum.
L'intervista verte sui romanzi scritti da Anna, ma di fatto si spazia sull'arte in genere, e lei dimostra di saperene assai, di essere cioè donna di cultura al di là del suo ruolo artistico, cosa che non può dirsi di tutti i suoi colleghi, specie i più giovani, che spesso danno l'impressione di non aver nulla di cui discutere al di là del loro ruolo e dei loro personaggi. C'è insomma tutta una filosofia di vita sottesa all'azione estetica di Anna che in altri non troveremmo così ben marcata e scolpita.
E che dice Anna? Che i suoi autori preferiti sono Proust, Woolf, Pirandello (goduria 1), che lei preferisce i classici ai moderni, nel senso che dopo aver letto un contemporaneo prova un desiderio irresistibile di tornare al classico (goduria 2), che letteratura e teatro non devono essere obbligate a usare linguaggi 'da pizzeria' per descrivere il reale, l'arte deve adottare un linguaggio non convenzionale anche se racconta cose di tutti i giorni (goduria 3), che l'arte ha la potenza di rendere 'bello' anche ciò che fa soffrire, raccontando il dolore con rispetto e sollecitando la solidarietà, dimostrando che in fondo ad ogni abisso c'è la luce (goduria 4), noi siamo di fatto matrioske, perché dentro di noi convivono le tracce del passato di tutta l'umanità, dalle persone eccezionali a quelle banali (goduria 5). Ora prima, che qualcuno porti la seguente contestazione: "Certo, se queste cose le dice la Marchesini sono lampi di Assoluto, se le dice Fabio Volo sono pensierini da bacio Perugina", rispondiamo che Fabio Volo (senza scordare i ciancisti affini, Jovanotti, per dire) a queste altezze non ci arriva, o se ci arriva ci arriva per vita riflessa, non per vita vissuta. Qui a S. Sebastiano abbiamo 'cultura' nel senso di pensiero continuativamente e profondamente 'coltivato' nelle carni stesse della realtà fisica e psichica di sé e degli altri, non certo lo sloganino ad effetto ottenuto frullando letture sparse e ovvietà volanti raccolte per strada o il grande pensiero new age "che siamo tutti una grande anima", roba buona per il libbricino di aforismi da supermercato o per intrattenere la gente tra una canzone e l'altra. E chiudo.
E torno ad Anna: l'educazione dei giovincelli deve avvenire prima per ascolto che per immagine; oggi l'immagine domina, ma spesso rende sordi a tutto il resto. C'è il rischio che l'immagine prevalga sul pensiero, con ciò mandando in grave crisi lo sviluppo dello spirito critico. Altro è poi il problema dell'arte cinetelevisiva, azzoppata dal fatto che una volta in tv e a teatro ci andavano i professionisti, oggi ci vanno gli spettatori stessi, quelli reclutati (Anna non lo dice, ma è chiaro) via talent show. Ed ecco che la qualità dell'offerta artistica scade. Per Anna ci si dovrebbe ispirare alla lontana al circo, dove non metti a svolazzare sul trapezio il primo che passa, ma ti affidi a gente che ha sviluppato le doti tramite fatica ed esercizio. Per noi, quotidianamente impegnati a tappare le falle del bimbominkismo, queste parole sono ovviamente oro. Potrebbe dirle gente che è arrivata al successo senza alcun vero talento, né recitativo né scrittorio? Dubito... Anche perché non è a gente simile che si possono chiedere crociate contro il bullismo linguistico e la sciatteria espressiva, che capiamo preoccupare assai Anna. In effetti le sparse letture di pezzi dei suoi romanzi che vengono fatte durante l'intervista mostrano un dominio sicuro della parola e della sintassi, piegate all'indagine divertita ma compartecipe di tutte le pieghe dell'umano, nei suoi piccoli drammi che uniscono senza soluzione di continuità il comico, il tragico e il farsesco. D'altronde Anna l'ha detto, le parole per lei sono dotate di sostanza fisica, di odore, di sapore, scrocchiano, si rompono, si rimontano, sono autentici oggetti della creatività che passa attraverso la vita. E non c'è bisogno di indulgere al parlato di tutti i giorni o al volgare o al banale: l'arte non fotografa la realtà, sennò non sarebbe arte (ciao, Emile, ciao Giovanni....): le cose sono sempre più complesse di quanto appaia in superficie e la letteratura rappresenta questa complessità che si colloca sulle soglie dello spirito (qui c'è stato un godimento spocchiometrico mai più provato dai tempi della scoperta delle connessioni tra tragedia senecana e scuola pneumatica)
E sin qui la Marchesini artista. Poi, la donna plurale, come dice lei, colei che, come tutti noi, vede abitare in sé le sfumature di tutto l'essere.  
Il dolore: esso la attrae, è una sfida, lei lo vuole esplorare per vedere fin dove è il limite della tenuta e della possibilità di descriverlo. Avere un dolore non è lo stesso che guardarlo da fuori. Il dolore attiva un senso del tempi diverso da chi non soffre. Chi soffre un dolore non è necessariamente infelice, si trova in una compagnia diversa, scomoda, ma è pur sempre compagnia. Il dolore accorcia i progetti alla prospettiva quotidiana, è una paura che impone di richiamare il coraggio dal profondo di sé. Il dolore non è mancanza di vita: è quella vita lì, ma è vita.
La felicità: è una cosa che arriva, che passa, è fragile, è soprattutto una scelta che potrebbe anche non venir fatta, nel senso che uno potrebbe non ritenere la felicità più interessante dell'infelicità: anche la sconfitta è una dimensione che va conosciuta.
L'estasi : è il prodotto dell'arte.

Quanti sarebbero riusciti a dire cose così? Quanti sarebbero riusciti ad evitare il narcisistico avvitamento su di sé, quello che dopo 5 minuti fa solo dire: "Io, io, io, io, io....!!"? Quanti sarebbero riusciti, al contrario, a universalizzare una singola personale esperienza di vita, inserendola nel più ampio contesto dell'umano destino e facendosi testimoni (non vittime) di un messaggio che può valere per tutti, sofferenti e non? C'è una donna e c'è la sua vita, compresa la svolta, del tutto inattesa e certo non desiderata, di un male terribile. Ma la vita è ancora lì, e Anna lo dimostra: passavano i fans a farsi firmare le copie del libro e lei aveva un sorriso solare per tutti, niente che la consunzione del volto o la deformazione delle mani potessero rovinare: quei particolari sembravano semmai un sottilissimo abito di scena, come un trucco posticcio e non permanente, un mascheramento sotto il quale c'è sempre lei, bravissima. E se preferiamo assai le sue dichiarazioni a quelle dei predetti ciarlatori non è perché ci vuole l'artrite reumatoide per giungere a cotanta saggezza, né ovviamente l'auguriamo ai predetti perché diventino saggi. A noi Anna piace perché, a differenza dei predetti, in lei scorre il fluido dell'humanitas, che è cosa ben diversa dalla chiacchiera.
C'è da stupirsi che tutti quelli che le passavano davanti l'abbiano ringraziata?
Chapeau.


sabato 6 settembre 2014

Machittevòle@Festivaletteratura: chi fuffa e chi no...

[premessa] È chiaro che lo spocchioso classicista ama chi ama i classici. Non disdegna però i moderni, anzi, li ritiene continuatori di quelle intuizioni basiche sull'umanità tutta che hanno avuto gli antichi.
Non posso però esimermi dal notare come, nonostante spesso i modernisti accusino gli antichisti di essere dei generatori automatici di fuffa (ovvero dei fuff-o-matic), non sia meno svilente accorgersi che anche  il caso contrario non è infrequente a verificarsi.
[/premessa]
[Focalizzazione]
Mantova mi ha offerto, in due sere consecutive, l'esempio preclaro di gente che crede di essere venuta a dire chissaché, e alla fine ha detto pochino, e gente che poteva liberare torrenti di sapienza e di superiorità nei confronti del misero uditorio, e invece ha tirato fuori una lectio magistralis di incantevole chiarezza.
Per dire: ammetto, nella mia ignoranza sesquipedale, di non aver mai udito il nome di Robert McFarlane, scozzese viaggiante che ha scritto tanti libri sul viaggio che è bello viaggiar, intervistato da tal Peter Florence con ottima traduttrice italiana a latere. Certo, il titolo dell'intervento è "Scrittori in cammino", e probabilmente i due sono arrivati in cammino da dov'erano, visto che arrivano a Santa Barbara con 15 minuti di ritardo. E vabbe'. [/focalizzazione]
[eccoci nel vivo] Florence schiaccia subito l'uditorio all'angolo affermando che  abbiamo qui 'un maestro straordinario', la cui fama splende nel firmamento della letteratura contemporanea da 15 anni. Sì. Io chiamo 'maestro' qualcuno che di anni di fama ne ha almeno il doppio, ma sono fissazioni mie. Comunque il clima da epifania messianica del Verbo letterario è già pronto. Del resto l'ottimo McFarlane ha scritto libri che esplorano l'umanità e le nostre relazioni col territorio, uno che si è tuffato nell'indoeuropeo per scoprire che il verbo inglese 'to learn' deriva da una isoglossa legata all'atto del camminare lungo un sentiero, quindi imparare vuol dire calcare i sentieri della conoscenza.
Ottimo. Secondo me la conferenza poteva finire qui, perché questo sì che era interessante. Il resto, mi permetto in piena responsabilitudine, è stato un deliquio autoreferenziale di riflessioni assolutamente ovvie sul valore del viaggio, nulla, duole dirlo in piena responsabilitudine, che mi abbia spinto a pensare: "Ecco, questo aspetto non l'avevo mai considerato". Veniamo invece a sapere che Mac ama camminare da solo, ma che in questa sua solitudine egli conversa mentalmente con altri grandi autori di storie di viaggio, di quelle conversazioni ideali di cui erano maestri, modestamente parlando, Wordsworth e Coleridge. Bene, quindi Mac ha percorso le hollow ways, sentieri talmente antichi e battuti fin dal neolitico, che sono progressivamente sprofondati sotto il livello del terreno, e cammina cammina ha dialogato con le memorie di Edward Thomas, deceduto nell prima guerra mondiale.
Bene. E Thomas era un signor viaggiatore, eh, un occhio di lince che non perdeva un dettaglio di quello che vedeva, un po' come Bruce Chatwin, tutta gente di cui Mac si fregia di essere l'epigono.
Poi ci sarebbe un altro tipo di sentiero, anche questo antichissimo, anche questo in Inglesia fuori da Cambridge, che a lui sembra conduca verso altre reti di sentieri più grandi e più antichi che portano da tutte le parti del mondo e mettono in relazione persone e luoghi. Meglio di Avatar. Del resto ci sono giornate, ovviamente sempre a Cambridge, in cui sembra che la luce non finisca mai e che tu possa camminare finché vuoi, lui, per dire, ha dormito dentro una canale vecchio di 7000 anni e in cima ad una collina che serviva ai neolitici come cimitero. Peccato che gli uccelli cantino ininterrottamente dalle 4 del mattino alla mezzanotte successiva, una cascata di suoni bella, ma anti-sonno.
[A sentire lui, qui, fuori da Cambridge il mondo non esiste...]
Ok, abbiamo capito che Mac cammina e si interfaccia con l'universo. Del resto, abitando lui in un appartamento in pianura, suppongo a Cambridge, quando si cammina per 20 miglia e più, i pensieri si sublimano e d'un colpo tutte le parole della geologia, della botanica e dell'ornitologia vengono in aiuto per esprimere il tesoro di bellezza che si scopre tutte le volte. Ah, però, Giovanni Pascoli rulez.... Mac poi, a costo di coprirsi di vesciche, cammina spesso a piedi nudi per entrare in diretto contatto con la terra, quasi per parlarle. I piedi si prestano anche molto bene alla trascendenza. Ah, però.
[New Age, New Age][jump to: in himalayano - o himalayese? - c'è la parola di origine sanscrita dashan che indica il contatto con ciò che ti stupisce e che ti fa dire: "Wow!"]
Poi l'unica altra cosa interessante: la differenza ('meravigliosa', sottolinea Florence) tra l'atteggiamento di noi occidentali e dei buddisti nel concetto di scalata: noi occidentali vogliamo arrivare in cima, per loro è più importante girare attorno alla cima, è la metafora del processo della conoscenza che  non si arresta mai.
Poi altra new age: in Inghilterra, ma stavolta a sud-est, ci sono coste un po' sabbiose e un po' paludose, la cui estensione dipende dalla marea, che in momenti da bassa marea liberano lingue di terra scintillanti che nei giorni di nebbia danno l'idea di camminare lungo specchi d'argento, terre di confine con un altro mondo, per tacere di tutta la terra calcarea che ti ricopre e ti inargenta. [/eccoci nel vivo]
[e quindi?] Poi il nonno, poi le camminate in Palestina, ma alla fine una domanda sorge nell'animo: "Era necessario organizzare un evento mantovano per sentire tutto ciò?". Dice: "E tu che ci hai atturrato i cabbasisi coi tuoi diari di viaggio?". Rispondo: "Sì, ma io non vado a Mantova a leggerli o a parlarne, invado facebook e stop". Ho notato cioè nel MacFarlane la tendenza di certi scrittori a gonfiare le loro esperienze per far passare come assolutamente eccezionale ciò che non lo è, proponendosi all'uditorio come scopritori dell'ovvio, ma credendo di aver propalato chissà quale novità. Se la tirano, insomma. Che è diverso dalla Spocchia per l'assenza dell'unico grande elemento che salverà il mondo dalla quarta guerra mondiale, ovvero l'ironia. Nel dialogo tra i due Angli c'era quel fastidioso senso di Esperienza Assoluta E Sovrumana in riferimento ad avventure che potrebbero al massimo classificarsi come trekking fighetto ma per nulla straordinario. Voglio dire: se fuori da Cambridge il buon Mac dice di aver trovato tutto quel ben di Dio, cosa dovremmo dire noi in Italia? Io spero che tra il pubblico qualcuno abbia pudicamente sorriso di compassione a sentir magnificare luoghi britannici come The Best Luoghi in the World, quando noi, qui nello Stivale, camminiamo su millenni di ben più corposa cultura e abbiamo ben più affascinanti paesaggi. Ma è il solito problema: in Italia, a Borgo S. Sepolcro, la casa natale di Piero della Francesca non è visitabile, lassù in Scozzesia creano turismo col mostro di Loch Ness. Sono più bravi a gonfiare il poco che hanno. E noi ad ascoltarli. [/e quindi?]
[verità  e bellezza....] Vuoi mettere l'intervento di Luciano Canfora, storico sommo, che mette da parte la penna rossa e riflette amabilmente sul linguaggio della politica? Allora, si dirà che per lui lezioni di questo tipo sono accademia, che non ci ha regalato chissà quali verità, ma almeno si viene via avendo messo a punto una serie di coordinate storiche e culturali di un certo rilievo, sicuramente più in rilievo delle hollow ways.
Certo, lui parte da Platone e dalla celeberrima lettera settima, quella in cui il filosofo parla del suo rapporto con la politica, delle delusioni e di progetti che lo hanno mosso a fare certe esperienze e a tentare, per dire, di educare al governo filosofico il tiranno di Siracusa. E da lì la riflessione spazia, a colpi di Erodoto e non solo, nella presa d'atto che la discussione sulla migliore forma di governo interessava non solo i greci, ma anche i persiani, nella conclusione che essi concludevano che non c'è la forma di governo perfetta, monarchia, oligarchia e governo del popolo hanno pregi e difetti che si annullano a vicenda. Riflessioni di tutti i tempi, roba su cui si è già scritto tutto, è vero, ma sentirsi sintetizzato il tutto in poco meno di un'ora, a parer nostro, è oro colato. Atene ha elaborato tutte le forme di governo, arrivando al picco della democrazia elettiva. Certo però, osserva il Canfora, che parliamo di una relativamente piccola élite di cittadini pleno iure che governavano su una platea ben maggiore di meteci e schiavi. Per dire cioè che la democrazia ateniese è alta nella sua elaborazione treorica, ma ancora troppo quantitativamente ristretta nell'attuazione pratica.
Roma pure, sì, certo, la res publica, ma poi tutto si è coagulato attorno alla fiugura del princeps e sappiamo come andò.
Insomma, dobbiamo pazientare fino alla Rivoluzione francese per vedere i principi democratici trasformati in oggetto di riflessione su scala massificata, quando cioè uguaglianza e libertà vanno ad interessare TUTTI i cittadini, senza distinzione. E però proprio da lì avviene una cosa curiosa, perché il linguaggio della politica pare spesso contraddire le azioni e lo stato del reale.
Dice: Napoleone ha esportato l'illuminismo a colpi di guerre e fondando un impero. Le altre nazioni europee, che pure avevano imparato qualcosina di illuminismo dalla Francia, si coalizzano contro la Francia, e pure la coalizione vede l'Inghilterra  liberale e la Russia zarista dalla stessa parte. Gulp, com'è contraddittoria la storia umana.
Non è terreno facile, la politica, gronda di contraddizione: si era capito già da tempi di Machiavelli, col terribile capitolo 18 del Principe, là dove si dice che il sovrano potrebbe anche, al bisogno, NON mantenere la parola data, se questo servisse alla salvaguardia dello Stato. Verità scomode, che certo Niccolò enunciava non senza dispiacimento, ma la realtà effettuale quella è: il linguaggio politico campa anche di ambiguità e rimescolamenti dettati dalle contingenze. Ma sai, Augusto fece leggere post mortem in Senato le proprie Res Gestae all'erede Tiberio, sì che i senatori dovettero sentirsi dire dal defunto tramite la voce del vivo che lui, Augusto, aveva restaurato gli antichi fasti della repubblica, ritenendo inezie strutturali la tribunicia potestas e il consolato perpetui e il possesso delle province imperiali, uniche in cui c'erano le legioni schierate. Un gran democratico, insomma.
E oggi? Oggi, osserva Canfora, il vero problema è la propaganda mediatica della politica, il fatto che il linguaggio, ma soprattutto il messaggio è tanto più forte quanto più efficace è la capacità di diffonderlo capillarmente. Tanto che, aggiunge, quando vent'anni fa in Italia il centrodestra arrivò al potere (Berlusconi non è mai nominato), la sinistra lamentò la dittatura mediatica del suo capo, ora che al potere c'è il partito democratico (Renzi non è mai nominato), quello stesso capo del centrodestra dice che non si può fare opposizione se tutti i media parlano solo dell'attuale premier.
La democrazia, insomma, si gioca anche sugli spazi di parola, purché siano equi e la parola incida sulla vita. Sennò si finisce, altro flashback, alle proposte di Messalla Corvino per i funerali di Augusto che furono liquidate da Tiberio come sciocchezze. Ma Messalla affermò che gli bastava avere avuto la libertà di enunciarle. Libertà della servitù, osserva Canfora. Applausi.[/verità & bellezza]
[corollario autoriale] E poi sai, nel 14 muore Augusto, nel 1814 comincia il congresso di Vienna, altra fiera delle chiacchiere restauratorie, nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale, e lì alle parole subentrarono le armi. Se pensiamo a oggi poi... Aggiungo io: speriamo almeno che la parola politica riscopra la dimensione del dialogo. Sennò ci toccherà affittare un bunker antiatomico. [/corollario autoriale]
[finalino] Ribadiamo: non si tratta di aver spalancato chissà quali orizzonti ermeneutici, tuttavia dalla serata Canfora siamo tornati con qualcosa (più di qualcosa) che rimane. Di là, il viaggio nella chiacchiera. [/finalino]

giovedì 4 settembre 2014

Machittevòle@Festivaletteratura. Michele Serra vs Resto Del Mondo


[Avviso ai cortesi lettori: i giovinotti intervenuti con Serra, visto che noi li abbiamo ironicamente cazziati, hanno chiesto di veder cancellati i nomi dal presente post. La democrazia imporrebbe che, se uno ci mette la faccia, deve pure accettare di finir citato in resoconti a lui ostili. Costoro invece declinano le loro generalità solo a chi li loda. Li abbiamo accontentati per non dover liberare l'Italia centro-settentrionale dall'alluvione dello loro lacrime].


Il bello di Mantova durante il festival è che respiri cultura anche solo contemplando nobili facciate ducali che...
[segue spiegone su quant'è bello il festival]
Ma alle 18.30 ora di Mantova siamo tutti a Piazza Castello, dopo aver udito la nobile conferenza di uno psichiatra 91enne che ci ha detto della follia di Virginia Woolf. Fila interminabile, ma entriamo. Ospite dell'evento, l'alter ego grasso di Fabio Fazio, ovvero Michele Serra, che sceglie il basso profilo (pulloverino, sorrisetto, barbetta, poca tristezza negi occhi) per sottoporsi al fuoco di fila di domande di un gruppo di giovincelli che hanno letto, riletto e meditato il suo ultimo successo editoriale, "Gli sdraiati", storia di un padre che vede il figlio in età bimbominkia e teme per lui un futuro passivo (tipo laudabor), statico (tipo moriar), di perenne attesa del comabimento che non arriva, appunto sdraiato e inerte.
Il buon Michele esordisce come esordiscono tutti quelli che vogliono dare una frustata di understatement ai simposi, ovvero dicendo che lui non è antropologo, non è pedagogista, non è sociologo, non è niente, è solo uno scrittore che ha osservato il figlio con lo sguardo dell'etologo.
Ma è Michele Serra.
E ne sa.
E non sopporta chi non sa, ma crede di sapere.
Ma finge di sopportare, ed è un gran merito.
Dico ciò perché, tra moderatore e intervenienti al dibattito, gravita attorno al Serra una serra di individui perlomeno curiosi: il moderatore, tal Federico Taddia, ha imparato tutte le regole della moderazione 2.0, ovvero parlare addosso all'ospite e interromperlo a metà discorso. D'altronde il suo esordio è stato chiaro: questo dibattito, dice, sarà un'ottima occasione per non capirsi e per scoprire come una generazione di quarantenni ha trovato la sua catarsi nella storia narrata da Serra. Appetitoso, no?
Gli altri intervenienti sono ragazzi che hanno accolto l'appello lanciato su Facebook dal predetto Taddia a tutti quelli che hanno letto il libro di Serra: volete venire al Festivaletteratura a parlare con l'autore? Sì? Cliccate 'mi piace'!
E per esserci, ci sono.
I giovincelli, tuttavia, si esibiranno in  un pezzo d'ensemble a senso unico, ovvero: "Caro Serra, non è vero che siamo tutti sdraiati", cui il Serra risponderà con un contrappunto in tie' maggiore intitolato: "Lo so anch'io, io ho descritto uno stato di cose, non una legge universale".
Vediamo un piccolo assaggio degli interventi e poi ne discutiamo, eh?
Tizio : Caro Serra, ho letto il libro per curiosità personale [che eroe... NdSpocchia], voi adulti guardate molto male noi giovani, dite che siamo fannulloni, facciamo tante cose insieme, ma alla fine restiamo statici. Ma siamo davvero tutti sdraiati? Non hai magari un po' generalizzato?
Risponde Serra: io non generalizzo, ho scritto una singola storia. Da padre, ho dato uno sguardo ansioso, perché gli adulti si rendono conto che i 20 anni di oggi sono assai complessi, ci sono molte meno occasioni di andarsene per la propria strada e dire ciao alla famiglia. Il padre del mio libro personifica il genitore confuso. Non dobbiamo presumere che i figli crescano uguali a noi, queste erano cose di una generazione fa. Che effetto fa oggi ai ragazzi avere padri poco autoritari, senza dogmi da trasmettere? Il padre del mio libro è il dopopadre di una dopoepoca. È impossibile definire il figlio, costui vive nel suo mondo e il padre si sente confuso, ma si assolve, perché pensa che la sua confusione sia sincera, mentre il comportamento autoritario lo avrebbe reso insincero. Noi abbiamo molte colpe se oggi voi ascoltate Guccini, io a 20 anni mica ascoltavo Natalino Otto. Ho pensato al titolo del libro 20 anni fa, lo scrivo da 7, è venuto fuori un romanzo in cocci perché racconta un padre a pezzi.
Ineccepibile, no? Qualsiasi uditore con un certo tappeto sinaptico attivo concluderebbe che Serra ha fotografato una situazione diffusa, che non cerca scuse né per sé né per gli altri genitori. Diciamo che la generazione odierna presenta una forte incidenza di fenomeni di sdraiatismo, a loro volta legati a precise mancanze della generazione paterna. Stop.
Interviene una Tizia che non viene identificata, ma è lì sul palco con gli altri, quindi ha la massima parrhesia. E soprattutto, dimostra di aver capito assai del discorso serresco.
Tizia: Caro Serra, Il padre del tuo libro è una figura evidentemente autobiografica, ed è dichiaratamente di sinistra. Ora, è noto che glil uomini di sinistra odiano le generalizzazioni, tipo che se tu leggi sul giornale: "Extracomunitari compiono una rapina" ti scandalizzi, perché il titolo dell'articolo mira a comunicare al lettore che tutti gli extracomunitari rubano [???????????????????????????????????????????????????????][ammetto che qui la Spoccchia ha avuto un mancamento] . Però se intitoli un libro: "Gli sdaraiati", anche tu stai generalizzando, perché è implicito che per te tutti i giovani sono sdraiati [????????????????????????????????????????][poi, forse accortasi della boiata iperspaziale che ha appena detto, abbozza dicendo che "sono molto in imbarazzo a parlare sul palco a Michele Serra][e chi ti aspettavi, Cristina D'Avena?].
Ci fosse stato Vittorio Sgarbi, sarebbe partita una serie transgenica di insulti e bestemmie all'indirizzio della Tizia, ma Serra, paterno fino al midollo, la ringrazia per la domanda e ribadisce il diritto all'arbitrarietà dell'opera letteraria, che non ha alcuna pretesa scientifica, ma si limita a descrivere un certo stato di cose. Comunque, prosegue Serra, io a 16 anni non stavo sdraiato, c'era irrequietezza, fretta e prematura di crescere e spiegare il mondo agli altri. La pigrizia è rilevante, nei giovani d'oggi. Quanto di questa abulia dipende dal contesto sociale? Forse anch'io sarei spaesato se avessi 16 oggi. Dare degli sdraiati non è un giudizio moralistico: ho visto tante volte i miei figli sdraiati, forse stanno elaborando qualcosa di grandioso per il futuro, ma ora come ora stanno lì. Infatti facciamo molta fatica a tradurre il titolo in altre lingue, perché il senso profondo non si coglie più (del tipo che in catalano il titolo sarebbe: 'Descarciofados', modo gergale per dire fannulloni o qualcosa di simile). Metto la testa in camera di mio figlio e lo vedo sdraiato sul letto,  con computer sulla pancia, cuffie, smartphone, tv a mille, libro di chimica in una mano, e lui vede che lo vedo e mi dice che è l'evoluzione della specie. Sì, forse è vero, i ragazzi di oggi sono mutanti, cambia la relazione con gli altri, cambia il modo di apprendere, un tempo eri bravo se approfondivi, oggi è tutto orizzontale, l'apprendimento cerca latitudini vaste, ma è frammentario, non dico che verranno fuori dei deficienti, ma nemmeno dei geni, salterà fuori una psicologia molto differente e la cosa mi mette un filino in ansia. E comunque [e qui, se io fossi stato Tizia, mi sarei sotterrato, NdEDM], ricevo giornalmente moltissime lettere ed email di genitori che addirittura mi chiedono se ho spiato di nascosto i loro figli per aver scritto un libro simile, perché si riconoscono perfettamente nelle situazioni descritte. Insomma nessuna pretesa di verità universale, ma il fenomeno c'è ed è lì da vedere.
Voi vi sareste arresi, a questo punto?
Costoro NO: Tizia  legge da pag. 60 del romanzo e osserva: Caro Serra, tu sostieni di non avere alcuna pretesa apodittica nelle tue argomentazioni, ma a pag. 60 esordisci dicendo: "E' un fatto che...", come a voler enunciare una verità assoluta e descrivi torme di ragazzi e genitori che fanno la fila al negozio che venda la felpa all'ultima moda. Ebbene, ti posso assicurare che nella mia classe quasi nessuno veste Abercrombie o si dimentica di tirare lo sciacquone del wc. Insomma, secondo me tu generalizzi [obiezione ORIGINALISSIMA] 
Se ci fosse stato Vittorio Sgarbi, ecc. ecc., ma Serra, più paziente di Giobbe al millemillesimo attacco di scabbia, replica: prendo atto del tuo punto di vista [modo cortesissimo per mandarla a quel paese], tuttavia ti posso assicurare che ai miei tempi avevo una varietà antropologica molto più marcata nella mia classe di  Liceo [Serra è del '54, quindi parliamo dei primi anni '70, quando Peppino di Capri vinceva a Sanremo, per intenderci, NdSpocchia], anche con forti contrasti di atteggiamenti, oggi è tutto più uniforme, dall'abbigliamento in su.
Voi vi sareste arresi? Forse. Ma adesso, a metà abbondante dell'evento, comincio a capire chi c'è sul palco: Taddia, più o meno inconsapevolmente, ha reclutato un gruppetto di primi della classe arrogantelli e indiavolati per il fatto di essere stati classificati come sdraiati, nel senso che nessuno della loro generazione si salva dalla definizione serresca. Posso assicurare che Serra non ha MAI detto che TUTTI sono sdraiati, si è limitato a registrare l'invasività del fenomeno nella gioventù d'oggi. Spiace che gente che, come vedremo, vanta titoli scolastici da Ecole superieure des hautes etudes de stacepp mostri di non capire neanche le repliche dell'interlocutore, o all'inverso di avere un solo argomento da portare avanti e quindi di non poter ribattere che su quello.
La prova della sindrome da primini della classe offesi è subito servita: Tizia butta il carico da 11: Caro Serra, forse il problema è più vecchio di te, me e tutto il
pubblico messo insieme. Mi viene in mente il frammento 98 di Saffo [massì, retrocediamo alla ricerca di pezze d'appoggio, NdSpocchia], in cui la poetessa parla alla figlia Cleide, la quale sta scassando abbondantemente i cabbasisi alla madre perché vuole una mitra [e qui Tizia si pregia di precisare che non è l'arma, ma un corpicapo a listelli molto figo], in ispecie una mitra di quelle che vengono dalla Lidia, che fanno tanto fashion. Peccato che Pittaco, tiranno di Mitilene, capitale di Lesbo, isola di Saffo, da cui il nickname Lesbia per Clodia, quella di Catullo, insomma, Pittaco giusto in quelle settimane aveva chiuso le frontiere al commercio con la Lidia, così, per mostrare i muscoli. E cosa risponde quindi alla figlia capricciosa la nostra Saffo? Cara mia, ai miei tempi non eravamo abituate ad ornamenti così pesanti e costosi, quindi ti adegui anche tu...
Paragone ficcante. Che in realtà va più a tirar l'acqua al mulino di Serra. Ma Tizia non se ne accorge. E Serra, giusto per non infierire, liquida la dotta citazione così: hai proprio ragione, Tizia Rimini, i genitori rompono i coglioni da tremila anni.
Ok, chiudiamo col file 'generalizzazione' e passiamo a litigare su uno dei grandi miti dei nativi digitali: l'assolutizzazione dell'adolescenza come età di bambinaggine infinita tutta da godersi.
Tizio: Caro Serra, perché dici che non vorresti tornare adolescente?
Serra: ho molto sofferto, non è l'età più felice della vita, si è molto vulnerabili.
Tuoni e fulmini, mi dai addosso così alla aetas aurea bimbominkica par excellence? Sì, Serra fa. Non rimane a questo punto che fare la gara a chi trova per primo la contraddizione nelle tesi dell'avversario.
Comincia il moderatore: Caro Serra, secondo me tu invidi lo sdraiato.
Serra: che il vecchio invidi il giovane è scontato. Vorrei che l'avvicendamento tra generazioni non mi facesse sentire del tutto escluso da ciò che accade. Non è invidia. Terrore dell'esclusione sì. Non mi sentirei umiliato, mi spiacerebbe non sapere come va a finire.
Tizia: Caro Serra, eri vulnerabile, ma allora perché scrivi un libro per denigrare gli adolescenti?
Serra: no, il vero denigrato è il padre, il vero eroe comico del libro è il padre.
Tizia: e il figlio è grottesco?
Serra: no, è dannoso, distrugge la casa. Il padre mette in atto pietose strategie per convincere il figlio a fare una passeggiata con lui e tutto si risolverebbe.
Tizia: da questi passi si vede che il padre tenta il dialogo, ma per il resto del libro no. Il padre classifica, distingue, ma non interagisce, a parte voler portare il figlio sul colle della Nasca. Il figlio è un muro, ma il padre non fa un granché.
Serra: si, è vero, il padre è assillante e non lascia maturare le cose. Bisognerebbe capire perché il figlio è così muto col padre.
[seguono battute finto-spiritose da parte dei giovincelli, del tipo : "Mi hai pagato per fare queste domande" e simili, a cui ovviamente non ride nessuno]
Vista l'impossibilità di abbattere il fortino Serra si tenta di tacciare di viltà i genitori che si sono congratulati con lui per i predetti motivi.
Moderatore: mio figlio di 18 anni ha letto il libro e ha detto: "Questo è un problema vostro, non nostro".  Il tuo libro ha la colpa di essere un alibi per i genitori, che lo leggono come un saggio [Serra, per la prima volta in tutto il dibattito, dissente spazientito - e vorrei vedere! NdSpocchia], così si nascondono dietro il libro come dire che è colpa dei figli perché non comunicano.
Serra [coll'evidente intento di incenerire dialetticamente il Taddia, che stavolta ha completamente rovesciato il senso del libro e le idee di chi lo legge]: no, le lettere che ricevo non dicono questo, semmai sono sollevati nel riconoscersi nella confusione del padre, né autoritario né autorevole, mal comune mezzo gaudio. Viene oggettivato il problema del'incapacità di essere rispettati. Anche perché spesso non essere autoritari è più comodo. Non è un alibi, è la presa d'atto di un problema diffuso.
Tizio: Caro Serra, a pag. 21  si dice che i genitori oggi invadono tropo la vita dei figli, una volta no.
Serra: all'epoca vedevo che gli adulti sapevano fare alla grande la loro vita e non si lasciavano influenzare dalla vita dei figli, i miei genitori andavano dai professori una volta all'anno, forse. Oggi la separazione tra le due dimensioni non c'è. Le agende dei ragazzini di oggi sono frutto dell'ansia dei genitori, qui la loro colpa è evidente, e il calcio, e la scherma, e il flauto... I genitori scaricano sui figli le ansie da prestazione loro, vogliono che primeggino in tutto. Ho nostalgia di quando non c'era tanta invasività dei media, quel bel nulla del bighellonare con la mente per pomeriggi interi.
Falliti tutti gli attacchi collettivi, non rimane che l'attacco kamikaze, ovvero l'auto-immolazione dei singoli intervenienti, assetati di voglia di dimostrare che LORO sono tutto fuorché sdraiati. Inevitabile che il narcisismo tracimi a fiotti, con le comiche conseguenze che andiamo a saggiare
Tizia: Caro Serra, adesso basta con questa storia, se siamo sdraiati non va bene, se abbiamo impegni non va bene, uffa, io sono impegnatissima, ho un'agenda fittissima, ed è tutta roba serissima, io alla domenica partecipo al gruppo di discussione filosofica della mia città, faccio un sacco di roba, nulla mai è stato deciso dai miei genitori, e in più, sappiatelo miseri esseri umani, IO HO TUTTI NOVE A SCUOLA!!!!
Al che la platea esplode in una serie di applausi ironici e di esclamazioni sarcastiche, ricordo uno mancino con la erremoscia che ha detto: "E guarisci pure i lebbrosi?"
L'altra Tizia si associa, dicendo che i suoi la rimproverano al contrario di fare fin troppo, che se ci
soffe un libro per descrivere lei sarebbe "Sdràiati", non "Sdraiàti".
Seguono domande dal pubblico ma ci è venuta fame.
Comunque Serra, che in genere non primeggia mai per simpatia quando lo intervistano, ha liquidato cordialmente tutti gli appunti dei giovani spiegando dodicimila volte lo stesso concetto, fatto inevitabile, essendogli stata rivolta per dodicimila volte la stessa obiezione. Saranno stati pure tutti bravi o bravini a scuola, i giovincelli, ma è stato imbarazzante notare la loro totale incapacità di argomentare oltre le quattro idee preparate per tempo. Voglio dire: Serra li ha spiazzati tutti subito, dichiarando di non aver voluto scrivere nulla di pretenziosamente scientifico e indiscutibile, loro hanno con tinuato imperterriti con l'accusa di generalizzazione. Un colpo avevano in canna e non sono riusciti a cambiare tattica. Massì, sicuramente le domande saranno state concordate prima, a Serra tutto sommato non sarà dispiaciuto avere necessità di un' unica contro-argomentazione per rispedire a cuccia i fanciulli, ma costoro non hanno saputo fare strategia, nel senso che hanno diversificato poco la tipologia dei rilievi e soprattutto non hanno MAI messo a segno un colpo dialettico, uno di quelli che facesse dire a Serra: "Si, su questo hai perfettamente ragione", tranne forse la cosa di Saffo, ma era un'osservazione che non apportava nulla di nuovo al già detto.
Noi concordiamo con Serra su molte cose, su cui abbiamo detto la nostra sia qui che sul blog; l'auspicio è che cotanta arroganzetta delle due Tizie e di tutti gli altri, un domani, si concretizzi in qualcosa di più sostanzioso, perché ad oggi si sono visti concetti senza prospettiva e una totale sclerosi del raziocinio. Poi per carità, che non tutti i nativi digitali siano bimbominkia, come sostengono certi professori alti, sarà pur vero; se però l'ala non-bimbominkia dei bimbominkia argomenta come abbiamo sentito stasera, è chiaro che dobbiamo ri-registrarci tutti.
Comunque una cosa è certa: la società cambia, i costumi pure, i mezzi arriveranno pure a orientare i fini e non viceversa, ma la vera piaga del bimbominkismo è l'esistenza di figure genitoriali in cui il padre non ha più le palle, scusate il francese, per imporre non diciamo autorità, ma autorevolezza (vedere Demea e Micione in Terenzio), mentre la madre è peggio di una leonessa a difendere a spada tratta il figlio, vedendo in lui quello che non c'è e pretendendo dalla scuola che certifichi competenze inesistenti. La saccenteria fighetta degli interlocutori di Serra conferma purtroppo che non basta più essere bravi di per sé, bisogna anche crescere in un ambiente che non faccia credere a chiunque di essere un piccolo eroe -so- tutto a 16 anni. Non basta citare Saffo se non ci si rende conto che oggi non è ieri.

domenica 15 settembre 2013

I grandi tour culturali di Eligio de Marinis. Machittevòle@festivaletteratura. Siamo tutti Mario Bros.

[Pre-avviso: a tutti quelli che a fine lettura alzeranno il ditino dicendo che la mia ricostruzione del parallelismo videogiochi-cartoni animati è cronologicamente disomogenea, ricordo che i prodotti culturali di un'epoca non vanno mai di pari di passo (letteratura e pittura romantiche, per dire), eppure mostrano ad uno sguardo panoramico ineludibili affinità. Gioiezze e abbraccitudini].  

[Diario del capitano, data astrale 5 settembre 2013]

Saltabeccando tra uno scrutinio settembrino (bocciali!bocciali!) e un puccioso matrimonio, non avremo grandi occasioni di venire quest'anno a Virgiliopoli, nondimeno oggi qualcosa riusciamo a sentire. Mantova è come sempre un crogiuolo di etnie, nel senso che, passeggiando amenamente per Piazza Sordello, odo non solo accenti norditalici più o meno familiari, ma bensì persino invece addirittura gente del sud e pure TEDESCHI in giro con tanto di brochure degli eventi e relativa cartina orientativa. Ora, sarà pur vero che una forte percentuale dei partecipanti al festivàl forse viene più per curiosità che per altro, e magari tra costoro si celano quei famosi italiani che leggono in media meno di un libro all'anno. Però il grosso della gente alla letteratura tiene davvero, vedo in questo momento, negli augusti corridoi che conducono all'aula magna dell'università, individui di età assai diversa che confluiscono e la cosa mi dà un certo piacere. Sì, la quota bimbominkia è rispettata, ne ho giusto tre qui a fianco,  ma...
Comunque, che una città medio-piccola, pur di enorme tradizione culturale come Mantova, riesca anche in tempi grami come quelli odierni a calamitare tutta 'sta gente ad ascoltare scrittori che provengono da dovunque, e parlano di qualunque cosa, permettendo di soddisfare davvero tutti i gusti, io dico che siamo al miracolo. È la prova della tesi che noi pervicacemente sosteniamo almeno dai tempi dell'esordio di Del Piero nella Juventus: non è vero che gli italiani sono tutti ignoranti o non amano la cultura, con la quale al massimo si possono fare i panini, vero Tremonti? No, gli italiani amano la cultura, solo che siano offerte loro occasioni vere e coinvolgenti e non pallosi vernissage i cui protagonisti e relativi ospitanti si parlano addosso, a ribadire che loro sono tanto bravi e grazie al popolo bue che è venuto a sentire, ma tanto non capirà niente. Per fortuna situazioni di questo tipo si verificano di rado a Mantova. Giusto quando un quintetto di boriosi cattedratici ciarlò su Pavese per concludere che "io mi sono laureata nel '70 su questo scrittore, ma a quasi 40 anni di distanza mi  rendo conto che è davvero difficile capirlo, anzi impossibile, l'ho capito solo io, voi ascoltatemi, se ci arrivate"; oppure, presente il giovane 98enne Gillo Dorfles, l'intervistatore che se ne esce con: "Gillo, possiamo dire che oggi, qui a Mantova, ad ascoltare te, ci sia la parte migliore dell'Italia?", come no, il primo leghista di passaggio ti avrebbe replicato: "No, c'è la parte d'Italia che al giovedì pomeriggio può permettersi di non lavorare e venire a Mantova a sentir conferenze!"; o ancora, presente l'ultimo Levi rimasto, Arrigo, il suo dotto interlocutore, il sempre modesto Riccardo Chiaberge, occupa circa un quarto d'ora a dirci di come lui, giovane giornalista pivello ma già pieno di talento, fu assunto a La stampa da Arrigo, e come ci siamo voluti bene, e come ho imparato il giornalismo da lui, e gnè gnè gnè.
Temevo, a dir la verità, che l'ottimo Carlo Freccero, relatore su argomento fiction, cadesse lui pure nell'autoreferenzialità di quello che ha lavorato in modo innovativo e ha capito la tv meglio di chiunque altro, e mi ricordo i miei primi anni a Rete4 ecc. Invece no, di sé Freccero ha detto solo l'essenziale e il vero, ovvero che l'hanno praticamente rottamato. Ciò però è emerso durante un intervento molto coinvolgente, cosa rara quando si legge una relazione già pronta, che Freccero ha detto in esergo essere dedicata soprattutto agli spettatori più giovani. Oddio, visti certi riferimenti 'alti' (Hegel, Lukacs, Propp, il formalismo, lo strutturalismo, l'iperrealismo, cose così...), non so quanti 'giovani' siano riusciti ad orientarsi, nondimeno grazie Freccy, ci sei arrivato. Freccy che ne sa, nevvero? è colui che ha riportato Boncompagni in Rai con Macao, ma sopratutto colui che ama e odia Berlusconi in egual misura, lodandone il mostruoso talento imprenditoriale, da lui stesso sperimentato quando lavorava a Rete4, e deprecandone con gocce di bile che cadono dagli incisivi la parabola politica, condotta a suo giudizio all'insegna di un bonapartismo cieco e psicotico che ha ammazzato la cultura in questo Paese, provocando peraltro la rovina lavorativa di Freccero medesimo. Insomma, un pezzo grosso che conosce altezze e cadute del sistema della creatività televisiva.
La relazione frecceriana ci ha dato novella linfa per portare avanti la nostra idea fondamentale sulla civiltà bimbominkia, ovvero che i nostri adorati Nativi Digitali vivono immersi in un mondo di stimoli che li porta a concepire ogni aspetto della realtà come parte di un gigantesco videogame, videogame che coincide di fatto con la vita stessa. Scopro peraltro che in tempi remoti (anno domini 1947) il filosofo Theodor Adorno, quello di "come si può credere in Dio dopo Auschwitz", scagliò i suoi fulmini teoretici contro, udite udite, I CARTONI ANIMATI DELLA WARNER BROS (Gatto Silvestro, Will E. Coyote, quelli lì, insomma), poiché a suo dire producevano nel pubblico una sorta di anestesia al concetto di violenza: la visione di storie in cui i personaggi si picchiano coi martelli e gli incudini, esplodono con la dinamite, cadono nei burroni, vengono spiacciati a fisarmonica e magicamente subito dopo ritornano intatti come prima, aveva, secondo l'Adorno, l'effetto di neutralizzare la concretezza del dolore e della sofferenza, poiché il bamboccio d'allora veniva portato a concludere che la violenza vera non esiste e tutto si risolve come se niente fosse (se avesse visto anche solo mezza puntata qualsiasi di Ken il guerriero, si sarebbe suicidato...). Il che fa il paio con quella che io e la Spocchia abbiamo ribattezzato: "sindrome del drago Shenron", in memoria del dragone magico di Dragonball a cui si chiede sempre di riportare in vita tutti gli umani uccisi dal cattivo di turno: il bimbominkia d'oggi si illude che, nel suo percorso scolastico, ci sia prima o poi uno Shenron che gli tolga le castagne dal fuoco, ergo lo aiuti, senza alcun merito specifico, ad avere i voti sperati con poca o punta fatica, esorcizzando evidentemente lo spettro dell'esame a settembre o peggio della bocciatura. L'importante è non faticare.
Dimensione cartoonesca e videoludica hanno quindi profondamente innervato gia da mo' il nostro modo di pensare, e noi che siamo cresciuti a pane, Mazinga e Street Fighter 2 lo sappiamo bene; ma, come dissimo già altrove, a noi è rimasta ancora la facoltà di distinguere il momento videogame dalla realtà vera. Se però oggi, ai nativi digitali, ogni occasione massmediatica viene declinata nelle forme del videogame, quale scampo può trovare il bimbominkia odierno?
Questo mi domando mentre Freccy declina l'ottima relazione: veniamo a sapere che nelle facoltà di Scienze della comunicazione americane il libro europeo più letto è la Poetica di Aristotele (Gelmini-Tremontiiiiii, la sentite questa voce????), perché in essa gli sceneggiatori di fiction trovano la base teorica del successo delle fiction medesime, ovvero il fatto di puntare tutto sull'intreccio lasciando perdere sociologismi o psicologismi calati dall'alto, poiché, come insegna lo Stagirita (Aristotele, sempre), il carattere emerge direttamente dall'azione, che è imitazione della realtà, senza bisogno che l'autore avverta il pubblico di questo & di quello; in effetti in tragedia la cosa funziona così (domanda volante: e Dawson's Creek, con le pippe mentali reiterate dei suoi interpreti, allora da dove spunta?); ulteriore struggimento giuggioloso mi addiveniva dal sentire che di là dallo zio Sam i miti greci sono studiatissimi, perché il loro intreccio prevede tutto quanto messo in luce dagli studi proppiani sulle funzioni della fiaba (mancanza iniziale, prove, scioglimento, ecc.), sì che Indiana Jones non sarebbe spiegabile senza le fatiche di Ercole (Gelminiiiiii, are you listening?). E quindi lodi lodi lodi alla narratologia e al suo studio (ok, ma non ai bambini del biennio del Liceo, sennò non leggeranno mai più un libro in vita loro....).
Ma la svolta quando avviene? Avviene, dice Freccy, quando la linearità dell'azione narrativa, con relative funzioni proppiane, si 'smonta' né più né meno come nei videogame: le vicende delle fiction videoludizzanti, che Freccero capostipitizza con Lost e le altre a seguire, sono come partite a scacchi che invitano lo spettatore a vedere e rivedere gli episodi per cogliere cose che magari al primo sguardo non erano chiare; i personaggi sono concepiti come eroi in lotta contro una realtà le cui regole non sono fissate all'inizio una volta per tutte, ma si rivelano man mano che la storia si dipana; essi personaggi sono poi messi in condizione di dover completare livelli narrativi per acquisire capacità via via più ampie che serviranno per gli ulteriori livelli della storia, ovvero per le stagioni successive della serie (e qui non possiamo non citare a supporto del Freccy il fenomeno anni '90 dei Librogame, che mettevano su carta esattamente ciò che avviene nei videogame, ah Lupo Solitario...); non è di fatto prevista un fine alla serie, che virtualmente può aprirsi ad infiniti sviluppi spiraliformi, sì che l'inizio della storia è un puro pretesto, il finale può anche sapere di posticcio, ove esso si riveli, poiché tutto il bello risiede nello sviluppo dell'azione. Freccy, ricicciando i concetti aristotelici di unità di tempo e luogo della tragedia, argomenta che una fiction come Prison Break è di fatto un gigantesco videogame, con un personaggio che ha addirittura tatuata sul corpo la mappa della prigione da cui dovrebbe sfuggire, e quindi la lotta è giocata contro l'unità spaziale, laddove l'angosciosa serie 24 vede i personaggi in lotta contro l'unità di tempo. Si tratta comunque di fiction in cui la storia è un puzzle che obbliga lo spettatore a partecipare attivamente per decifrare, quasi assieme ai personaggi, la situazione entro cui si svolge l'azione (e qui Freccy opina: tipico concetto di apprendimento attivo di scuola Dewey, vero, verissimo, chissà quanti hanno colto l'accenno...). Morale: la fiction italiana, che poi è tutta per Rai1 e Canale5, al confronto è pura preistoria. 
Analisi, come si vede, eccellente. Già certi film d'azione più o meno fantastici o fantascientifici americani, del resto, mostrano una struttura di trama che prelude ampiamente alla loro futura edizione in videogame, con sezioni arcade riconoscibilissime (da Spider Man a Minority Report, per dire...). Non v'è poi chi non veda come il concetto di potenziamento successivo delle abilità dei personaggi e quello di boss di fine livello da superare per accedere al livello successivo abbiano copiosamente innervato di sé le serie dei Cavalieri dello Zodiaco, di Sailor Moon e dei Digimon, tutti cartoni animati prottrattisi per stagioni e stagioni. Tutto si tiene, insomma. Ciò peraltro corrobora tutta la nostra riflessione sul bimbominkismo. Psichiatricamente parlando, già noi alfieri della generazione X abbiamo episodicamente sofferto della cosiddetta sindrome del mondo magico, ovvero di una deformazione mentale nel leggere la realtà che comporta la convinzione che tutto ciò che accade o ci accadrà sia orientabile solo ed esclusivamente secondo i nostri desideri, così che magicamente i momenti di opposizione dialettica con persone, cose ed eventi si risolveranno con la 'nostra' vittoria. Tale forma mentis, che io e la Spocchia conosciamo fin troppo bene (ah ah, sei pazzo, sei pazzo!!)(e quindi? verità e bellezza si nascondono dietro le pieghe della follia)(che cretino, si risponde da solo...)(ok, chiudiamola qui...), si concreta in una 'storia' che prima o poi deve vedere la fine; il mondo magico di estrazione videoludica, teoricamente, non dovrebbe finire mai, perché ad ogni livello ne seguirà sempre un altro, ogni episodio di Call of Duty non è mai quello definitivo, poiché io giocatore so che i produttori hanno pronta una nuova edizione, con nuove abilità da acquisire e potenziamenti vari da sbloccare. La qual cosa potrebbe forse parzialmente spiegare la da noi più volte denunciata bidimensionalità fantavirtuale che caratterizza il modo bimbominkiesco di rapportarsi col mondo esterno: i videogiochi di oggi hanno appunto la tendenza a proporre una realtà fantastica senza fine, in cui certo la violenza è ridotta a puro gioco (Call of Duty, appunto), e difatti sappiamo di ragazzi che vandalizzano cose e persone giusto perché secondo loro la loro vita non è altro che estensione  di quella dentro cui giocano quando accendono la PSP. La spirale vince sul cerchio, ma soprattutto il diaframma tra finzione e concretezza si sbirciola, sì che la concretezza si fa finzione e viceversa.
Vorrei quindi registrare almeno tre tappe dell'evoluzione videoludica a sue relative ricadute: i primissi-issi-issimi videogiochi d'azione dell'evo moderno (Pac-Man, Donkey Kong, Burger Time) avevano come caratteristica la proposizione di un'avventura abbastanza statica, con un crescente livello di difficoltà, senza che fosse prevista una fine. Più si era bravi, più si imparava a scansare i nemici e completare il livello: l'abilità progressiva era tutta, per così dire, del giocatore, mentre il personaggio guidato rimaneva sostanzialmente uguale a se medesimo, senza potenziamenti di sorta. Notevoli poi le varianti come Pitfall, in cui il simpatico eroe doveva attraversare caverne & oceani per giungere da qualche parte, ma in genere per completare l'avventura e riprenderla daccapo, magari coi nemici più veloci. Sono videogiochi che noi abbiamo appena annusato, perché eravamo piccini all'epoca della loro uscita. Videogiochi, mi permetto di osservare, sovrapponibili alle avventure virtualmente infinite dei cartoni di Hanna e Barbera (o ancora WB), sì che ad ogni episodio Yoghi e Bubu avevano il loro daffare ad interagire col ranger e con varia gente umana e animale a Yellowstone; non c'era tuttavia la prospettiva di un'evoluzione dei caratteri, né l'ambiente dell'azione conosceva significative variazioni. Finché c'era materiale da sceneggiare, bene, poi chissà. Direi che nella loro prevedibie circolarità, cartoons e videogiochi di questo tipo impedivano automaticamente l'immedesimazione dello spettatore, che coglieva senza dubbio il limite metafisico tra la propria vita reale, basata su una decisa varietà di situazioni, e la stereotipezza (o stereotipitudine) di gente che continuava a schivare barili scagliati da uno scimmione ubriaco fino allo sfinimento.
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La seconda generazione di videogiochi, grazie anche alle maggiori possibilità offerte dall'evoluzione della tecnologia informatica, presenta storie più o meno concluse (Mario Bros, Shinobi, Ghosts 'n goblins con uno sviluppo che prevede anche l'acquisizione di abilità progressive tramite oggetti (i funghetti, i fiori del fuoco, l'armatura,  i poteri legati alle diverse armi, ecc.). In parallelo a questo sviluppo noterei il fiorire dei cartoni in cui, bene o male, un cenno di sviluppo pur nella prevedibilità della trama è presente, così come l'evoluzione delle capacità dei protagonisti. Certo perché ciò avvenga bisogna uscire da Yellowstone e andare in Giappone a vedere Mazinga (e Goldrake, e Jeeg, e Gordian, e Vultus 5, e Golion.....) che, dopo millemila scontri con mostri meccanici di ogni tipo, salva definitivamente la Terra (passando da Z a Grande, of course, poi ci hanno spizzato pure Mazinkaiser, ma siamo in altre epoche). Il versante splatter è tutto appannaggio di Kenshiro coi suoi guerrieri sempre più forti e sempre più asfaltati, fino allo scontro finale col cattivone Raoul. Sul versante rosa, compaiono simpatiche bambinette munite di bacchetta magica che fanno tante cose buone ai loro fantastici amici, tutto in episodi in sé conclusi, inseriti però in una trama generale che comporta momenti evolutivi da una bacchetta all'altra (Creamy, Evelyn) o addirittura interessanti approfondimenti che la personaggia principale esercita su se stessa (Magica Emi, con May che a fine serie decide di rinunciare ai poteri magici per fare prestidigitazione a livello 'umano' come i suoi amici del Magic Arts). Sailor Moon, s'è detto, implementa con situazioni di lotta contro il male e sviluppo di poteri delle ninfette in più serie che guarda già alla fase successiva. Quanto ai Cavalieri dello Zodiaco, che risalgono a fine anni '80, quindi prima di Sailor  Moon, vediamo brava gente che sviluppa poteri sempre più ampi contro avversari sempre più forti, poi sarà la bulimia anni '90-2000 a estendere le avventure a prima (Episode G, The Lost Canvas) e dopo (saga di Artemide, saga di Apollo) la situazione di base. Qui assistiamo al trionfo del mondo magico cui anche noi dobbiamo molto, poiché, tendenzialmente, l'accrescimento delle proprie doti mira ad una conclusione abbastanza definitiva (espressione sciocca, ne prendo atto), nella fiducia che le traversie dei buoni abbiano prima o poi fine e non debbano riprendere da capo. E che i cattivi, che sono sinceramente ed inconfondibilmente tali, vengano debellati una volta per tutte. Non posso negare che la fruizione reiterata di queste storie abbia esercitato, su ingenii particolarmente porosi (il tuo, ad esempio...)(ma che ne sai?)(solo il fatto che ti dai ragione da solo...), una certa influenza e abbia predisposto a episodici momenti di sviluppo di una concezione del reale un pochino giocattolosa (un pochino? ha detto un pochino?)(pazzo, pazzo...)(zitti, ordine nell'aula da me presieduta!), tale per cui le persone a noi avvverse diventavano i cattivi da abbattere, mentre a noi spettava la ricerca indefessa di una sorta di codice di attivazione per generare nuovi poteri in grado di superare le situazioni avverse. Lo so, lo so, è successo. Eppure non si è mai frantumato il diaframma cui accennavamo. Perché? Sia perché va bene essere stupidi, ma scemi no, sia perché le storie cartoon-videoludiche in oggetto, proprio per la loro conclusività circolare (il buon vecchio Jeeg) o limitata serialità (i buoni vecchi Mazinga Z - Grande Mazinga - Goldrake, sì, era il terzo capitolo della saga, ma in Italia ci hanno fatto credere il contrario) si rivelavano per ciò stesso 'altre' dalla vita vera, in cui, come si capisce, nessuna situazione esistenziale è conclusa una volta per tutte.
Cominciò poi la moda dei videogiochi non solo 'lineari', ma 'multidirezionali', quelli cioé in cui, accanto al filone principale dell'avventura, si sviluppavano sotto-giochi o andavano cercati schemi-bonus segreti, magari girando su e giù per mezz'ore intere lungo un livello già visitato ad libitum in cerca di quel passaggino o di quell'oggettino che era sfuggito. Super Mario World per Nintendo 16 bit ne è un esempio eloquente. Ed ecco profilarsi l'idea del gioco infinito, che chiede continui ritorni sul già visitato e pazienti composizioni di puzzle per risolvere vicende parallele a quella che richiede il semplice arrivo in fondo al gioco  (Donkey Kong Country, per dire...). Il salto definitivo si ha con l'ingresso dei giganti Sony e Microsoft che, sviluppando sistemi di console dalla memoria extra-ultra espansa, creano avventure mostruosamente lunghe, serialmente inesauribili, articolate lungo catene di sviluppi, potenziamenti ed enigmi, giocabili online con sterminati per quanto ignoti co-concorrenti. La serialità cartoonesca si accoda, con realizzazioni che sono di fatto videogame a disegni animati (i Pokémon, Yu-gi-oh),  in cui in effetti una storia non c'è, sostituita da una serie interminabile di scontri che preludono ad altri scontri. In altri casi la storia è una palese successione di 'missioni' (Naruto), o più semplicemente una riproposizione ad sfrangendas pilas di un unico cliché (Dragonball, Dragonball GT, Dragonball Z, Dragonball gné gné, ecc.). Di evoluzione in evoluzione, il personaggio offre allo spettatore l'illusione della inconsistenza dei confini tra vita e gioco, perché queste storie, esattamente come la vita vera, non hanno fine o, come nel caso degli indecifrabili manga giapponesi di ultima generazione (Neon Genesis Evangelion, I Cieli di Escaflowne e strazi consimili), sono enigmatiche e provocanti nel loro ansiogeno parlar per allegorie, nell'assenza della distinzione netta tra buoni e cattivi (Nerv vs Seele), evocando proprio per questo una dimensione problematica ed irrisolvibile che prolunga nel cartone la quotidianità delle inquietudini del fruitore. Ed è da questo livello, come Freccero ha saggiamente colto, che pesca la fiction americana d'oggi, aliena ormai tanto dalle storielle ad episodi in sé conclusi (ah, Mary Tyler Moore, ah, I Jefferson, ah, Star Trek...) quanto da quelle più articolate, ma fondamentalmente lineari (ah, Beverly Hills, ah, Streghe...). Trionfa il multiverso di Lost, True Blood e gioiezze varie. E soprattutto, lo spettatore bimbominkia è circondato ovunque da scenari di mondo magico INFINITO, infinito però NEL BENE E NEL MALE, che lo convincono senza possibilità di fallo alcuno che la storia inventata e la vita vera valgono uguale. Alla base dell'anestesia emotiva dei nostri Nativi Digitali, però, resta un paradigma che abbiamo conosciuto noi per primi, ma che a loro ha provocato danni enormi: Pitfall o Mario o Sonic cadono in un buco, ma poi il gioco ricomincia e loro sono lì dov'erano; oggi il personaggio videoludico, quale che sia il tasso di sfiga e/o incapacità di chi lo guida, può addirittura 'salvare' la sua posizione su cartuccia, così da essere eternamente riattivabile (vedi alla voce Rei Ayanami); come il povero coyote che si friggeva la testa nel tentativo di bloccare lo struzzo e poi tornava come nuovo. Credo che la faccenda si possa condensare proprio in questo dettaglio: siccome tutto ricomincia, tutto si può riportare all'ultima posizione utile salvata, anche il dolore degli altri, sia che lo si infligga o che semplicemente vi si assista, è un episodio che si può cancellare per sovrascrivervi altro. 'E vabbe', gli passerà,', pensa il Nativo Digitale "è la sua vita [leggasi= la sua partita], non posso mica intervenire...".  Idem per il dolore che gli altri ci infliggono. Se il fidanzatino tradito uccide la sua ex, o il padre uccide i figli avuti dalla ex moglie, lo fa per 'salvarsi' una posizione più conveniente nella mappa della sua esistenza, una posizione in cui LEI, così disturbante nel suo rifiuto, non deve più comparire. Gli infiniti schemi offerti dal videogame dell'esistenza consentono di resettare il proprio profilo per crearne uno migliore, con gli add-ons giusti e senza le penalità che tanto hanno ostacolato la risoluzione del livello.
Tutto ciò, insomma, è la riprova tragica che l'evoluzione dell'uomo nella sua componente artificiale muta in modo grandioso ma terribile anche i suoi connotati psicobiologici. Eppure nessuno vorrebbe rinunciare al progresso; ma c'è chi da questo progresso viene psicologicamente travolto. E la storia continua.