Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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domenica 8 maggio 2022

Appunti di umanesimo quantistico#3

 

4.


L’umanesimo quantistico come impostato sopra può inverarsi in qualche esperienza reale al di fuori del web? I miei dubbi a riguardo sono stati ulteriormente stimolati dalla lettura di un romanzo uscito (relativamente) di recente (2016): Una vita come tante della scrittrice hawaiana Hanya Yanagihara, edizione italiana a cura di Sellerio, titolo originale A Little Life. Romanzo che, diciamolo in esergo, ha spaccato perfettamente in due parti pubblico e critica tra ammiratori sfegatati e odiatori inconvincibili. Il motivo di questa polarità di gradimento risiede a mio giudizio nella raffigurazione del dolore irredimibile cui è soggetto il protagonista (Jude St Francis), le cui fratture esistenziali sono impossibili da ricomporre, come se la sua anima fosse perennemente la recidiva di un tumore. Senza spoilerare troppo, la vicenda si svolge tra New York e circondario più o meno tra gli anni ‘80 del secolo scorso e gli anni ‘10 di questo e ruota attorno alle vicende di un gruppo di quattro amici che inseguono i rispettivi sogni: tre di loro (Malcolm, JB – che starebbe per Jean-Baptiste – e Willem) si dedicano a professioni creative (architettura, pittura e cinema), mentre Jude è un brillante avvocato che durante il romanzo lascerà l’ufficio del procuratore per il ben più lucroso incarico in uno studio associato specializzato nel salvare i farabutti. Man mano che la storia si dipana, ci rendiamo conto che il protagonista principale è proprio lui e scopriamo gradualmente (MOLTO gradualmente) che il suo passato di orfano è stato irrimediabilmente rovinato da una serie di gravissimi abusi subiti fino all’età di 16 anni che hanno lasciato tracce più visibili (sul suo corpo, in particolare sulla schiena e sulle gambe) e altre meno (nella psiche) che tuttavia si ipostatizzano in ripetuti e incontrollabili atti di autolesionismo. Ciò nonostante, e parliamo di sofferenze psicofisiche inenarrabili, Jude svolge in maniera impeccabile la propria professione, come se riuscisse a compartimentare il suo Io in modo che la parte, per così dire, malata sia silenziata per tutta la durata della giornata lavorativa. Resta inteso che gli orrori del passato non cessano di tormentarlo, esattamente come un branco di iene sempre in agguato e pronte a sbranare la sua fragile serenità.

Ciò che colpisce nella storia è che solo uno dei tre amici riuscirà a sapere da Jude tutto quanto riguarda il suo passato, mentre altri (compreso il medico personale) restano completamente esclusi da tale conoscenza: eppure, nonostante autolesionismi, menzogne, incontri sentimentali disastrosi e svolte prossime alla catastrofe che punteggiano la quarantennale vicenda narrata nel romanzo, Jude è di fatto circondato da gente che vuole solo il suo bene e fa il massimo per procurarglielo e consolidarlo, anche laddove Jude sembra fare di tutto per respingerlo e respingere chi lo circonda. Qui sta il nodo tragico della lunga (1091 pagine) vicenda: il Male si è a tal punto sedimentato in Jude a tutti i livelli che egli non riesce ad assecondare gli atti di affetto delle altre persone perché non se ne sente degno. Egli si odia e si disprezza, si sente irreparabilmente corrotto dal suo passato pur senza avere la minima colpa e pertanto ritiene di essere, semplicemente, inadatto a ricevere il bene. L’entrata in scena di una figura di sadico sessuale, così come l’imprevedibile svolta sentimentale che avviene a circa due terzi della narrazione, sortiscono evidentemente effetti diversi nella vita di Jude, ma sarebbe ingenuo pensare che la prima esperienza sia l’acme del male mentre la seconda costituisca l’inizio della redenzione; basti pensare che gesti estremi di autolesionismo anche peggiori dei precedenti avvengono proprio in questa seconda. Eppure nemmeno questa ripetuta corsa all’autodistruzione (anche quando essa si aggrava dopo l’ennesima disgrazia personale) fa mancare a Jude la vicinanza degli altri personaggi, che anzi moltiplicano le premure nei suoi confronti. Questo è uno dei motivi- cardine del romanzo: NESSUNO abbandona mai Jude a se stesso, anche quando i suoi comportamenti si fanno esasperanti. Jude però è come un buco nero che assorbe la luce, troppo ha patito in anni decisivi per il suo sviluppo e si rende conto che un ritorno alla normalità (o a una parvenza di essa) è semplicemente impossibile. Con un certo nervosismo, alcuni recensori hanno notato che l’espressione più ricorrente del suo frasario è “I’m sorry” (ne sono stati contati 215 casi), stigmatizzandone in certo modo la snervante e pleonastica banalità. Forse però proprio questa presenza ossessiva di un’espressione così basica svela molto più del resto: Jude si scusa non tanto di non venire incontro alle richieste di chi vorrebbe sapere di più su di lui per poterlo meglio aiutare, né gli pesa davvero ricadere più volte negli stessi atti autolesionistici, vanificando tutto ciò che gli altri fanno per dissuaderlo (o anche ostacolarlo): egli di fatto si scusa di esistere così com’è. E nulla e nessuno potrà fargli cambiare idea.

A inizio romanzo è proprio Malcolm a definire il misterioso Jude un post-uomo (specie perché di lui, in effetti, sono ignoti agli amici passato, etnia, orientamento sessuale ecc.) sì che uno dei siti che con più entusiasmo hanno recensito il romanzo afferma che Yanagihara ha scritto un manifesto letterario sul post-umanesimo del ventunesimo secolo. Dove c’è post-umanesimo c’è forse umanesimo quantistico? Se seguiamo la linea ragionativa di Rovelli, credo di no. Jude rappresenta semmai la prova rovesciata della coerenza strutturale dell’umanesimo classico: egli è incapace di autentiche relazioni perché odia se stesso, odia per l’appunto il suo semplice essere. Un essere che non si ama, non ama gli altri né può comprenderne l’amore. Egli è un vuoto di essere che nemmeno la relazione sentimentale più felice (finché dura) riesce a riempire fino in fondo. Ci sono limitazioni (dicasi: ferite) relazionali ereditate dal passato che non verranno MAI superate. Se valessero i temi dell’umanesimo quantistico, Jude dovrebbe convincersi che tutta la sofferenza patita può essere semplicemente cancellata dall’affetto degli altri protagonisti, quasi si fosse trattato di un’illusione. Il venire-all’-essere quantistico di Jude si esplicherebbe sotto il segno dell’abuso psicofisico, nel senso che egli ‘esiste’ allorché la sua identità di vittima vieneattivata’ da coloro che lo violentano. Egli non sussiste in sé, ma è l’oggetto delle violenze altrui che definiscono la sua identità. Tuttavia il subentro della nuova dimensione relazionale non ripara i guasti provocati dalla precedente: trovare una persona che lo ama – che lo fa esistere come essere amato - dovrebbe salvare Jude dal baratro, ma così non è. Ciò perché, a differenza di quanto un umanesimo quantistico prevederebbe, non siamo dotati di identità intercambiabili che si annullano reciprocamente a seconda delle persone con cui interagiamo. Per quanto possiamo muoverci pendolarmente tra nessuno e centomila, le diverse interazioni con gli altri si depositano da qualche parte in noi dando forma, per quanto fluido e instabile, ad un uno che serba in sé una memoria anche minima del susseguirsi delle esperienze relazionali. Non credo però che quest’uno sia semplicemente la risultante (chimicamente: il precipitato) delle relazioni, perché esse, nel loro succedersi cronologico, dovrebbero annichilarsi a vicenda, o meglio in sequenza. Se esse lasciano una traccia, ciò comporta che esista prima di esse qualcosa su cui posarsi. La coscienza di Jude (sfuggente e auto-trasparente finché si vuole) preesisteva a tutte le esperienze e purtroppo la primazia di quelle devastanti sulle altre ha curvato in una direzione irrevocabile il suo tracciato esistenziale. Egli, per tutto il romanzo, vive come quelle persone che non sono riuscite ad elaborare un lutto e sono perseguitate da una perenne afflizione; nello specifico, paradossalmente, il lutto di Jude non si connette ad un evento di morte ma alla sua stessa vita che di fatto è morta per lui tra gli otto e i sedici anni. Tale morte-in-vita è appunto frutto delle relazioni disastrose vissute da giovane: Jude ha perso in un certo senso il possesso di sé e non è più in grado di relazionarsi in modo autenticamente sano e costruttivo con gli altri. Alla luce dell’Umanesimo tradizionale (e ovviamente di tonnellate di manuali di psicologia e psichiatria) tutto ciò è dolorosamente plausibile. Un umanista quantistico (o un neuroscienziato) cosa direbbe? Che tutte le sofferenze di Jude sono state niente più che un’illusione? Che il Jude violentato è tale solo nella coscienza di chi lo ha violentato, mentre il Jude-in-sé, che non esiste autonomamente, ha solo creduto di aver subito violenza, ma non avendo quest’ultima un fondamento oggettivo nella coscienza di Jude non può essere realmente avvenuta?

Forse l’umanista quantistico potrà rispondere a questi quesiti, ma credo che il nodo fondamentale di questa nuova visione dell’individuo sia ormai chiaro: la sua portata controintuitiva, se accettata, ci obbligherebbe a rivedere radicalmente i fondamenti dell’etica, della libertà e della responsabilità. Non si potrebbe, mi pare, parlar più di responsabilità individuale, ma piuttosto relazionale. Ma se le relazioni attivano sussistenze che da sole non esisterebbero, come stabilire l’oggettività di un danno esistenziale irreparabile come quello subito da Jude? E soprattutto: di che Jude si parlerebbe? Credo infatti che l’Umanesimo quantistico trascenda persino la più estrema prospettiva idealistica: non si può dire che la realtà non esiste fino a che il soggetto non la crea, perché al livello di cui parliamo il soggetto, semplicemente, non c’è, sostituito dalle relazioni. Willem potrà vedere gli effetti degli atti autolesionistici di Jude, ma non le violenze subite in gioventù. In prospettiva quantistica, potrà credere al racconto di un non-soggetto? E quand’anche raccogliesse confessioni tardive dei suoi violentatori, potrebbe dare a questa relazione di violenza valore oggettivo?


Se quindi vien facile estendere a livello quasi di catacresi la teoria einsteiniana della relatività nel classicissimo “tutto è relativo”, o se l’equazione della funzione d’onda di Dirac ha subito il bizzarro destino di essere ribattezzata “equazione dell’amore”, finendo tatuata, spesso con formula erronea, sugli avambracci degli adolescenti ai quattro angoli del globo, la quantizzazione dell’esperienza soggettiva convertita in “nuvola di relazioni” (estensione visibile della nuvole di possibilità di posizione dell’elettrone nel nucleo dell’atomo) può essere certamente una bellissima creazione dell’intelletto, ma la sua traduzione pratica, mi pare, avrebbe effetti robusti sui meccanismi sociali e non solo. Si tratta, come si vede, di un altro dei pedaggi da pagare nel cammino verso l’era del post-Umano. Se ci sarà.

sabato 30 aprile 2022

Appunti di Umanesimo quantistico#2

 


Resta quindi inteso che la Relazione dinamica di amore presuppone un essere consapevole di sé che, proprio in forza dell’amore di sé, riesce a individuare un altro da rendere oggetto del medesimo amore. Essere-in-relazione, sul piano della condizione divina, non indica una priorità cronologica tra i due poli del sintagma: l’Essere è perciò stesso Relazione. Sul piano umano, evidentemente, prima avviene la scoperta del Sé (livello di identità nucleare) poi la relazione con l’altro (livello di identità transizionale) dalla quale l’essere arricchisce per via dialettica la propria autocoscienza. Sarebbe tuttavia, secondo questa prospettiva, impossibile che la relazione avvenga indipendentemente dall’essere. Meglio: sarebbe inaccettabile demandare alla sola Relazione il compito di definire l’identità dell’individuo. Se l’individuo non ha anzitutto coscienza di sé, mai potrà gettare ponti sull’altro da sé.

Una simile impostazione trova senza dubbio una vivace concorrenza in una concezione dell’essere e della relazione diametralmente opposta, le cui radici affondano in un territorio ben lontano dalla filosofia e teologia medievali, ovvero la fisica quantistica.

Tale branca della fisica ha raggiunto ultimamente risultati che la apparentano in modo sorprendente (e sorprendentemente inquietante) a quelli delle neuroscienze. Queste ultime, indagando più a fondo l’assioma cartesiano cogito ergo sum, giungono a concludere che l’anima è di fatto trasparente a se stessa, nel senso che si percepisce, ma per così dire ‘non sa trovarsi’. Che la sua origine sia puramente biologica o metafisica (e il neuroscienziato opta decisamente per la prima ipotesi), resta un fatto che essa non conosce alcuna ‘dimensione’ di sé: possiamo vedere le nostre mani e constatare che abbiamo cinque dita, e persino gli occhi grazie a cui vediamo sono studiabili nella loro anatomia e funzionalità. L’anima, invece, ‘funziona’ ma non è collocabile né descrivibile in alcun modo come le altre parti del nostro corpo.

Certi approdi della fisica quantistica arrivano anche oltre, là dove forse nemmeno Pirandello si sarebbe mai spinto. Di fatto, sostengono alcuni, nessuno di noi può dire di avere un’esistenza autonoma finché non entra in relazione con qualcun altro. Allo stesso modo, le cose non esistono di per sé, non hanno un’autonoma sussistenza, ma iniziano ad esistere solo nel momento in cui entrano nel nostro campo percettivo. Le proprietà sostanziali e accidentali delle cose si attivano solo se le cose sono in relazione tra loro, allo stesso modo le persone: esse iniziano ad esistere solo quando altri le percepiscono ed evidentemente la permanenza (ma addirittura la stessa sussistenza) di una sola identità è messa fortemente in scacco dal fatto che ciascuno di noi è sempre la risultante di come è percepito dagli altri. Il che porta ben oltre il classico Uno, nessuno e centomila, o meglio toglie dalla serie l’uno. Per quanto sfuggente e proteiforme essa sia, Pirandello non nega che ciascuno di noi sia dotato di un’essenza che tuttavia diventa sempre qualcos’altro da sé non appena entriamo in contatto col mondo esterno, generando di volta in volta una maschera diversa (quindi l’evento è di fatto inevitabile); l’approdo quantistico nega invece proprio la possibilità di una nostra essenza autosussistente che precede la maschera anzidetta: noi possiamo dire di essere solo quando siamo in relazione con gli altri, pur con tutte le ricadute soggettive dell’evento. Come singoli, pertanto, noi non siamo nessuno finché non ci tuffiamo nelle centomila maschere che la vita di relazione ci cala addosso. L’anima non ha il problema di trovarsi; essa non c’è, perlomeno non in senso classico. Non è prioritaria.

Se ora torniamo a Dante, possiamo comprendere l’abisso concettuale tra le due visioni dell’essere: al vertice della Commedia noi vediamo l’Essere-in-Relazione e capiamo che anche noi, prima di metterci in relazione con chicchessia, dobbiamo prima avere una solida e netta relazione con noi stessi. Se cade l’essere, cade la relazione. L’approdo quantistico tematizza invece un Essere-Relazione. La soppressione della preposizione ‘in’ gioca un ruolo fondamentale, perché rovescia completamente i termini della questione dantesca: l’essere in qualche modo si attiva solo in presenza della relazione, quindi, esattamente all’opposto di prima, senza relazione non c’è essere.

Non è qui il caso di riflettere sulla portata enormemente controintuitiva della teoria. Semmai si può indagare se tra i tanti “quantismi” che sempre più diffusamente popolano il dibattito culturale si possa trovare la sintesi più ardita, ovvero l’umanesimo quantistico. E’ infatti del tutto evidente che, rovesciando il rapporto tra essere e relazione nel modo che si è detto, il concetto stesso di humanitas si deve aggiornare: Il celeberrimo verso terenziano che costituisce convenzionalmente il sigillo di tale concetto (Homo sum. Humani nihil alienum a me puto) ci dice che si può percepire l’umanità altrui solo se essa risulta in sintonia con una sostanza umana che è anche in noi: homo sum, cioè dato che sono uomo posso percepire l’umanità in chi mi sta attorno. Possiamo dunque ipotizzare che esista anche la forma speculare di umanesimo, quella cioè che rende l’alienum la radice (il prius) del nostro essere? Attenzione: non nel senso già ampiamente esplorato dai filosofi dell’identità che si plasma tramite la relazione, ma in quello tutto nuovo che nega una sussistenza assoluta dell’identità in assenza della relazione.

Ipotizziamo una relazione tra il soggetto A e il soggetto B. Sulla base di quanto detto sin qui, A esiste quando B lo percepisce, non prima. La cosa è evidentemente reciproca. Ebbene, cosa potrà provare A per B e B per A? In cosa si declinerà la loro relazione?

Potremmo ragionare per sottrazione: se partiamo dal concetto di amore come darsi all’altro previo il pieno e consapevole possesso del sé, in un ambito di umanesimo quantistico questo tipo di amore non è praticabile. Il soggetto A e il soggetto B non sono autosussistenti, quindi al limite potrebbero amare se stessi solo dopo la percezione da parte dell’altro. E’ però chiaro che questo amore di sé durerebbe finché dura tale percezione. Forse allora si dovrebbe abbandonare il concetto classico di amore, poiché è difficile pensare che un sentimento che, tradizionalmente, richiede lo scambio di una pienezza che una concezione quantistica dell’identità non consente. Si potrebbe dire che A e B, esistendo ciascuno grazie alla relazione con l’altro, possano piuttosto provare gratitudine reciproca, dato che si fanno esistere a vicenda. Il soggetto A è grato a B perché, finché sono in relazione, ha coscienza di sé. Il problema è semmai come non perdere questa coscienza e il piacere esistenziale che ne deriva. Il modo è uno solo: stare assieme più che si può per non uscire dal cono di luce di sussistenza garantito dalla piacevole relazione con l’altro. Stare assieme, cioè? Essere dove si trova l’altro, Seguirlo e farsi seguire.

I termini in corsivo di questa relazione quantistica, se tradotti in inglese, sono ovvi: like e follow. L’architrave delle reactions su qualsiasi social network. Da quando si è diffuso questo fenomeno, in effetti, tutti gli osservatori hanno notato che ad essi si lega un bisogno più o meno intenso (a tratti disperatamente morboso) di riscontro: i like e i followers diventano il metro di un prestigio immateriale che però diventa per alcuni influencer sostanziale (mentre altri osservavano lepidamente che avere tanti followers su Facebook è come essere miliardari col Monopoli). La soddisfazione dopaminica di vedere tanto il gradimento sotto i propri post o le proprie foto quanto l’aumento del numero di chi segue il profilo si lega evidentemente non alla propria identità reale, ma a quella virtuale che si consegna al web (sarebbe solo comico, ma a questo punto è anche significativo, sentire adolescenti che non possono fidanzarsi perché, a giudizio di lei, lui non ha abbastanza followers, quindi è un po’ sfigato). Si andrebbe così a creare esattamente una situazione di umanesimo quantistico, poiché io mi creo un profilo i cui like e followcioè i segni della relazione ne costituiscono la vera ragion d’essere. Con il like io comunico all’altro profilo che per me lui esiste e seguendolo ne ‘sostengo’ l’esistenza (e il tutto vale reciprocamente nei confronti del mio). Senza like e follow il mio profilo rimarrebbe un puro guscio senza senso, dentro al quale non c’è alcuna essenza autosussistente che io debba amare per poter amare le altre: a computer spento, io non sento quel profilo, non me ne preoccupo, non ne gioisco, in definitiva non lo possiedo perché l’ho affidato alla dimensione virtuale. Il mio e gli altrui profili sono per l’appunto perfettamente trasparenti a se stessi e prendono corpo solo nell’incrocio di like e follow. Se ad un certo punto, nel corso di un’intera giornata, nessuno degli utenti di Facebook (o Instagram o uno qualsiasi degli altri) entrasse sul suo profilo, ciò significherebbe per per quel giorno i profili, semplicemente, c’erano ma non sono esistiti, a differenza dei loro creatori. L’atto della creazione del profilo mette quindi in azione una pseudo-sostanzialità che perde lo pseudo- solo quando il profilo riceve visite.

Si potrebbe pertanto concludere che un abbozzo (o qualcosa di più) di umanesimo quantistico è già in essere ad esempio nel mondo dei social, in coesistenza a mio modo di vedere con l’umanesimo ‘classico’. Certo, da un punto di vista non classico, il profilo social altro non sarebbe che la proiezione virtuale di una non-identità preesistente, pertanto tra vita reale e vita virtuale non ci sarebbero in realtà differenze. Rimane da indagare, ma ce lo teniamo per future indagini, come possa una non-identità generare un non-profilo.


domenica 19 maggio 2019

A proposito del post-umanesimo: un parere (forzatamente) di parte

Se c'è una cosa vantaggiosa del lavorare nella scuola è il fatto di intercettare all'istante il mutare delle brezzoline del sistema socio-culturale in cui ci tocca esistere. E' noto che le richieste che ci giungono insistentemente 'da fuori', specie a noi dell'ambito umanistico, consistono sostanzialmente in uno svecchiamento della didattica frontale a favore di metodologie più coinvolgenti, meno professor-centriche, sì da mettere sotto i riflettori LORO, gli alunni, veri & autentici protagonisti dell'azione didattica, nel senso che da fruitori passivi devono diventare creatori di apprendimenti, motori di ricerca & sviluppo, piccoli robottini del problem solving a cui si chiede, usciti da scuola, di sapere e saper fare ecc. ecc. ecc. 
S'intende che l'idolo polemico di quest'impostazione ha un nome che brilla sinistro nei deserti assolati: nozionismo. Declinato, si capisce, nella fattispecie dei terribili ed insopportabili contenuti, da sostituirsi entro breve con le più agili e spendibili competenze.
Il discorso sarebbe lungo né mi interessa protrarlo: il nocciolo (o mandorlo) della nouvelle théorie sposta il focus dell'azione educativa dal mero rimpinzamento di conoscenze astratte alla loro traduzione pratica, nel senso che si possono inculcare meno conoscenze, ma renderle più produttive se le si pensa sin da subito come destinate ad un qualche impiego nella realtà quotidiana. Prima di chiedersi come mai si possa spendere la spiegazione di Beatrice circa l'origine delle macchie lunari in Paradiso II e abbandonarsi a quelli che i competentisti bollerebbero subito come piagnistei da anime belle nostalgicamente legate ad un passato di scuola- caserma, scioccamente innamorati di un umanesimo superato dal tempo, scartiamo subito in avanti e prendiamo il problema dall'altra parte, come fece Scipione l'Africano quando spostò la seconda guerra punica a casa del nemico.
Sappiamo bene che in molte altre parti del mondo il problema educativo è già morto e sepolto proprio sotto la montagnola delle competenze: università straniere che sfornano ottimi studenti-manager abilissimi nella loro nicchia benché del tutto sprovvisti della visione generale ('filosofica') delle cose, che del resto nessuno chiede loro, diventeranno probabilmente un modello diffuso ai quattro angoli del globo terracqueo. Il verbo del saper fare-saper essere prenderà la forma definitiva del saper funzionare.   
Lascio perdere la questione di come si possa competere ampiamente senza ampiamente conoscere, perché sennò quelli là mi ritirano fuori i millemila esempi di gente ignorante bovino more che 'ha fatto strada' perché sapeva poco 'ma sapeva come muoversi'. E sia. Forse schiatteremo prima che tuttoavvenga. O forse assisteremo per intero al grande trapasso verso il post-umanesimo, tappa a quanto pare inevitabile dell'antropocene avanzato. Del resto i pesci sono diventati rettili e i rettili uccelli: perché dunque temere l'avvento del post-uomo, bravissimo a rispondere agli stimoli concreti della realtà empirica e risolvere ogni questione pratica con l'ausilio, più che di un pesante bagaglio di conoscenze, di una duttile cassettina di competenze? Sarà un essere genuinamente multi-tasking, inventore di macchine cibernetiche che a sua volta tenterà di cibernetizzarsi il più possibile, con una svolta ontologica che farebbe impallidire gli scrittori della Bibbia: il Creatore che si assimila alla Creatura. Altro che incarnazione.
Bene anche questo. Procediamo oltre, dunque: secondo me e la mia Spocchia l'unica cosa che rimane in dubbio circa il post-uomo sarà appunto la coscienza del post, o meglio se il post-uomo vorrà o potrà mantenere questa coscienza senza conseguenze.
Detto in breve: nessun uccello ricorda di aver avuto antenati rettili, nessun rettile ricorda di aver avuto antenati pesci. Quando però toccherà ai post-uomini misurare la distanza tra se sé e noi che li abbiamo preceduti, come si comporteranno? Noi, ai loro occhi, appariremo forse come una genìa bizzarra che non si accontentava dell'hic et nunc, ma si ostinava a cercare un senso più ampio al di sopra delle singole fattualità empiriche. Loro di sé stessi potranno dire di aver immolato l'umanesimo e i suoi tormenti sull'altare della produttività e del problem solving che tutto nobilita. Del resto, diranno i post-uomini, secoli e secoli di umanesimo non hanno fatto altro che porre domande sul reale a cui si sono date le risposte più ampie e tra loro contraddittorie; l'umanesimo, anzi, parrà a costoro un'inutile zavorra che ha ritardato a suon di sofismi il luminoso progresso dell'uomo cibernetico. Né del resto si ricorda alcun effetto dell'umanesimo nel prevenire le guerre più catastrofiche che hanno funestato la nostra storia. Si pensi a quante utopie/distopie su questo tema popolano da mo' i circuiti culturali popolari: un esempio su tutti, relativamente recente, è Il mondo di Jonas, ambientato in un futuro appunto post-umano nel quale la civiltà ha anestetizzato se stessa dalle memorie del passato per consegnarsi ad un super-tecnologico e programmatissimo presente perpetuo, datosi poi che nessuno lì dentro muore ma molto eufemisticamente si congeda. Solo a pochi è assegnato il compito di mantenere i ricordi del tempo che fu, non per diffonderli ma per circoscriverli, quasi tenendoli a bada come un fratellastro di Luigi XIV qualsiasi. Eccetera eccetera.
I post-uomini sono dunque già all'opera dietro le apparentemente innocue didattiche rovesciate, le piattaforme clicca-e-impara come Thingling o Edmodo o clicca-gioca-e-impara come Kahoot? La riduzione a pillolina effervescente da sciogliersi secondo necessità delle nozioni più alte che hanno - secondo noi- contribuito a plasmare lo spirito umano e permesso le sue più alte conquiste, benché mai immuni da tragici risvolti, è solo l'antipasto di una civiltà in cui l'UNICA materia oggetto di studio sarà il coding? Forse esageriamo, forse no. Ma per stavolta ci limiteremo a guardare gli eventi immaginandone lo sviluppo come ineluttabile. E cosa vediamo?
Ecco, se c'è una cosa che il post-uomo, per mandare ad effetto tutte le nuove strategie educative di cui sopra, dovrà dimenticare, essa va oltre la semplice ricerca del senso ulteriore delle cose: quello sarà già compromesso (o - nella loro prospettiva - felicemente estirpato) dall'ossessione di far quadrare i conti con le proprie 'istruzioni operative' giorno per giorno, così pervasive da impedire la creazione di 'spazi di rilascio' in cui la mente possa vagare per un momento al di là dell'attimo per guardare nel suo insieme la serie degli attimi e interrogarsi sul suo verso, se  non addirittura sul suo senso. Credo che il prezzo del transito al post-uomo sarà più costoso, ma paradossalmente meno doloroso: la perdita della coscienza dell'essere.
Si badi: se le grandi domande di senso si possono ridurre sostanzialmente a "chi sono?", "perché sono qui?", "cosa sarà di me?", non ci vuole molta scienza a raccogliere a fattor comune il verbo essere e constatare che c'è un'unica condizione su cui l'uomo, anche il più tecnologico, non può intervenire, ovvero quella di venire al mondo, o se si preferisce di venire all'essere. Tutte le domande, infatti, presuppongono un esistere che è già in atto, e che ovviamente colui che esiste non ha potuto decidere, ma solo subire. Il traguardo più alto del post-uomo sarebbe ovviamente la frantumazione dell'unico limite invalicabile in questa prospettiva, ovvero poter decidere di esistere o non esistere PRIMA che il processo riproduttivo si attivi. Ma nemmeno il post-uomo arriverà a tanto, perché ciò che ancora non c'è non ha alcuna facoltà di autodeterminarsi
Ora, in una società in cui all'uomo cibernetico sarà concesso tutto, qualcosa scatterà - forse - nelle anime dei post-uomini come forma ipercompensativa: costretti solamente a funzionare, rinunciando quindi a chiedersi il senso del proprio agire, affinché quest'ansia inconscia (coraggio, figlioli, non illudetevi: quel solletichino di grigio che ogni tanto vi prende anche quando tutto vi sembra perfetto è esattamente quella cosa lì...) non li consumi segretamente per poi deflagrare quando meno la si aspetti, dovranno semplicemente dimenticarsi di essere, anche se è esattamente questa coscienza che sin qui ci ha condotti al vertice degli esseri viventi. Un essere vivente funzionante ma inconsapevole di funzionare (quindi di essere) è l'unica condizione in grado di eliminare ciò che nessuna speculazione umanistica o post-umanistica (se di ossimoro non si tratta) potrà mai mappare: non, si badi, il mistero dei destini ultimi dell'essere, né tantomeno quello dell'origine dell'essere, ma l'indisponibilità del proprio essere da parte dei singoli esseri; incapaci di decidere di venire al mondo, sottratti all'esistenza per non controllabile (suicidio escluso, ma anche lì uno non si può suicidare prima di essere) arresto delle funzioni vitali, i post-uomini non troverebbero nemmeno consolazione nella vita biologica ininterrotta promessa dal trans-umanesimo: essa, nuovamente, risolverebbe il poi ma non il prima (fingiamo ovviamente che una vita biologica resa eterna dalla tecnica non porti con sé criticità). Ecco perché la perdita della coscienza sarebbe la soluzione definitiva, prezzo alto ma necessario dell'evoluzione. Con conseguenze sulla civiltà e sul mondo impossibili da delineare.
Dice: parlavamo di flipped classroom e siamo arrivati ai cancelli dell'Essere? Certamente: questo passaggio graduale dal piccolissimo al grandissimo è la specialità dell'umanesimo, ciò che ha aperto alla civiltà le vie a quella scienza che ora sembrerebbe voler soppiantare proprio l'umanesimo dalla cui forma mentis essa è germogliata.
Paradossale, no? (certo che no: gli uccelli si nutrono di pesce...)