Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!
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venerdì 17 novembre 2017

LE GRANDI TELECRONACHE DI ELIGIO DE MARINIS. ITALIA-SVEZIA 0-0: "BUONASERA A ENTRAMBI".



Considerando che ormai l’italica popolazione non si indigna più per nulla, sarebbe paradossale vedere domenica curve schiumanti di rabbia per la mancata qualificazione ai mondiali. Ma ci aspettiamo di tutto.
No, ma non succederà nulla: nulla è accaduto in campo, nulla accadrà domenica, a parte la solita corsa al piagnisteo e al caprone espiatorio. Personalmente, mi ha fatto molto peggio l’uscita alle semifinali di Italia ’90: là c’era una nazionale VERA (Zenga tra i pali, Baresi, Maldini, Donadoni, ROBERTO BAGGIO, Schillaci, Vialli, Mancini, Ferrara, devo proseguire…?) che giocava convinta di difendere i colori di un popolo intero. Qui no, qui una serie di fighetti smidollati, di brocchi strapagati, di bimbominkia vestiti d’azzurro affidati ad un simpatico (?) oste pronto a mescere vino misto a fiele. Senso della maglia, no. Inutile piangere adesso. È gente che non è mai entrata nello spirito della nazionale, men che mai in partita. Occhi vitrei, facce inespressive, mai un guizzo, mai una scintilla. Basta vedere le facce di Bernardeschi e Gabbiadini nelle interviste del dopo partita, e il nulla delle loro frasi. 
Nulla in campo, nulla fuori. Questa nazionale è specchio di molte cose.

Finire fuori da un Mondiale dopo un doppio confronto con una squadra globalmente di serie C (o Lega pro) buona solo a respingere senza mai tirare in porta, chiudere una china discendente presa ancora 7 anni fa, interrotta da brevi barlumi di illusione agli Europei e ora trovarsi qui smarriti, come lo studente che ha provato con modesti mezzi a evitare la bocciatura, ma no, troppi risultati mediocri in fila e ciao: tutto il 2017 è stato una corsa al baratro, come nei migliori drammi scolastici che si consumano da marzo a giugno.

Il catino di San Siro si limita ad una coreografia tricolore coi fogli A3 verdi, bianchi e rossi, poi una bella bombardata di fischi all’inno svedese, perché da noi la sportività è di casa, quindi Bonucci con la mascherina di titanio a dirci che siamo a pezzi prima ancora di iniziare.
I tratti interessanti del match? 
• L’infinita serie di fraseggi laterali Candreva-Darmian; 
• gli affondi a vuoto di Parolo;
• le giravolte di Jorginho;
• i traversoni finiti nel niente;
• gli sciocchi fraseggi di ripiego a centrocampo;
• Bonucci che si toglie la mascherina e gioca con un ginocchio e mezzo perché crede di essere finito dentro Holly e Benji;
• la telecamera inquadra Moratti e Galliani in tribuna e Zenga dice: “Buonasera a entrambi!”.
• Darmian che finisce privato della cassa toracica dopo uno scontro con Lustig;
• El- Shaarawi con la riga di lato;
• Alberto Rimedio che, mentre siamo prossimi al naufragio, ribadisce che ci vuole pazienza;
• le interessantissime osservazioni tecniche di Zenga (“Se abbassiamo troppo Candreva e Darmian non abbiamo forza per prenderci la palla”; “Berg si abbassa su Jorginho”);
• Bernardeschi che entra e si fa il triplo segno della croce;
• “Ormai parla da solo, Gian Piero Ventura”; “Continua a guardare fisso a terra, Gian Piero Ventura” (cit. Antinelli): fidatevi, sono i segni clinici della melancolia.

E così un movimento celebra il suo fallimento. Del resto la nazionale è un intervallo tra due partite di club: l’Italia guicciardiniana, dove chiunque bada solo al proprio particulare, è tutta in questa catastrofe. Possibile, ci chiedevamo, che i nostri teneri under 21 della nazionale olimpica non riuscissero mai a combinare un tubo alle Olimpiadi, Olimpiadi che certo avevano il difetto di coincidere con l’inizio del nostro campionato? Vabbe’, lasciamola lì.
Forse che la visibilità e i rientri economici in termini di sponsor che dà la nazionale non sono poi così un grande incremento rispetto a quando si guadagna nei club, laddove un infortunio in nazionale può compromettere un’intera stagione (e relativi contratti) e allora evitiamo di darci troppo dentro? Vabbe’, lasciamola lì.

Sì, perché è anche ora di smontare il mito del calciatore-eroe che incarna i valori di una civiltà. Il calciatore, oggi, è una macchina da soldi, manager di se stesso, e il gioco del calcio è una fonte di reddito, lecita finché si vuole, ma da lì a dire che dal calcio si possono ancora estrarre nobili esempi di virtù ce ne passa.
Diciamo ciò, perché nella stagnante aria milanese aleggia già l’interrogativo: “E adesso? Da dove ripartire?”. E avanti con la solita litanìa: “Ripartiamo dai vivai”, “Valorizziamo i giovani” e via ciarlando.
Sarebbe ora di prendere atto che ci vuole una rivoluzione ben maggiore, ed è qualcosa che riguarda il modo stesso di concepire questo sport, almeno da noi:
1) La si smetta di considerare il calciatore come un dio in terra: li vediamo, alla prova delle grandi competizioni, i nostri “atleti”, onesti broccherelli che tirano insieme un campionato nazionale ormai asfittico, ma che di più non danno. La loro vera specialità è tirare sul prezzo del contratto, come squallidamente abbiamo visto fare Donnarumma l’estate scorsa. Basta con le mammine che vengono a colloquio a scuola ribadendo e tribadendo che “Sì, il mio [aggiungere nome a piacere] ci tiene tanto allo studio, però il calcio, sa, professore, è una scommessa importante…”. Se vabbe’, salutami il Bernabeu. Poi finiscono in serie D (se va bene) ed è colpa nostra che gli abbiamo tarpato le ali col latino.
2) La si smetta, di conseguenza, di perdonare qualsiasi disastro piccolo o grande costoro combinino, perché poi è inutile gridare e stracciarsi le vesti quando “i nostri giovani” si abbandonano ai peggiori comportamenti, perché i loro esempi sono quelli lì: quando si schiantano a 120 all’ora con i loro bolidi fiammanti, “ma sono ragazzate”, tanto per dire, non si pretenda poi che un pubblico facilmente impressionabile come quello dei giovani tifosi non si lasci traviare, “perché quelli alla fine c’hanno i soldi, tu chi sei per criticarli? Sei invidioso!!”. 
3) Si prenda atto, una volta per tutte, che il rapporto tra i “successi” di questa gente e i loro guadagni è una follia etica. Discorso, beninteso, che non è né di sinistra né di destra, perché l’Etica non ha bandiere. E non si venga a ciarlare che i calciatori “fanno girare l’economia, quindi prendono il giusto per gli introiti che generano”. Non sono questi miliardari in mutande a cambiare le sorti del mondo, né la loro attività genera alcun contenuto valoriale: la loro forza economica sta nella forza irrazionale del tifo che generano, e non è con l’irrazionalità che si fa progredire la civiltà, più semplicemente si fanno lievitare i guadagni di chi questa irrazionalità sa convertirla in merchandising. E se anche dalle loro pedate dipendono stipendi e pagnotte di giornalisti, cronisti, tecnici audio e video delle relative trasmissioni dedicate, venditori di sciarpe e famiglie al seguito, ciò non giustifica che essi guadagnino quanto i predetti lavoratori non guadagneranno neanche vivendo 30 vite consecutive. La retorica del gesto atletico, del campione che parte dal polveroso campetto di provincia e si trova sul grande palcoscenico magari riscattandosi da una vita difficile o anche solo anonima, dell’emozionante azione da gol che rende felici i tifosi che nello spettacolo sportivo scaricano ed esorcizzano le proprie frustrazioni quotidiane… bei quadretti del tempo che fu: la storia dice di gente che, facciamo l’esempio di Cassano, seppure in gioventù può trovarsi economicamente e socialmente svantaggiata, raggiunge grazie al calcio vertici di benessere economico non meno scandalosi della precedente miseria, se si pensa ad altri che poveracci restano solo perché non sanno fare gol. Attenzione, cioè, all’idea “democratica” del grande campione che fa strada solo grazie alla sua virtù e si riscatta dal triste passato: il fatto che lui abbia la virtù, e altri no, e che questa virtù lo renda un nababbo, rende nuovamente “aristocratica” tutta la situazione, perché alle vecchie ingiustizie basate su antichi privilegi se ne sostituiscono semplicemente di nuove. Se era ingiusto che uno fosse nobile (e ricco) per nascita, guadagnare da calciatore certe cifre per virtù pedatoria “innata” è tanto uguale. E alla fine questi idoli non educano in nulla le masse: sanno che, vincano o perdano, i loro portafogli si gonfieranno. Dove sta il merito? Credete che anche il più ingrifato dei tifosi non senta dentro di sé quest’assurdità? Credete che certe barbarie che vediamo svolgersi sugli spalti dei nostri stadi non dipendano anche da questi fattori inconsci che si celano dietro l’esibita idolatria dell’eroe? Altro che sfogo esorcistico delle frustrazioni. 
4) Per dire, insomma, che oggi il calcio è business. E non c’è nulla di male. Ma il business, di suo, non è buono né cattivo: dipende da chi lo gestisce e come. E se davvero vogliamo applicare certe regole, proprio quelle del business, questi bambolotti devono prendere quanto meritano e venire considerati quanto meritano, e oggi sono tutti sopravvalutati, come certi pacchetti azionari che fanno la bolla per poi esplodere. A cascata, i giovani e giovanissimi (e i loro genitori) devono crescere senza concepire la carriera calcistica come l’investimento della vita, il biglietto milionario della lotteria, l’attività più desiderabile perché assai più redditizia di molte altre. Se fossimo tutti calciatori, ci saremmo estinti da un pezzo. Si ricordi che alla base della passione sportiva e relativa motivazione esistono anche elementi immateriali. Quando si difendono i colori della propria patria, non è una questione di contratti che si ritoccano verso l’alto: è lo spirito di un popolo che trasmigra nell’azione dell’atleta. Ma l’atleta, per incarnare questo mondo emotivo, deve svuotarsi dei suoi egoismi individuali e farsi simbolo dei valori che tengono incollato il pubblico alla bandiera. Valori, di necessità, non quantificabili né “pagabili”. Questa è la nazionale come dovrebbe essere vissuta. Bisognerebbe però partire dai club, eliminando dalla prospettiva del calciatore italico le condizioni di vita di un monarca ellenistico: quando tutto il movimento finirà di viaggiare su scale quantitative di fatto insostenibili, e si recupererà il valore anche simbolico del gesto sportivo, allora forse crescerà una generazione di atleti veri e non di affaristi di se medesimi. Direi che per il 2300, quando i mondiali di calcio si giocheranno su Aldebaran, dovremmo essere pronti. Chi vivrà vedrà.

[Potremmo evidentemente aggiungere che lo sfacelo tecnico ed etico del nostro calcio si inserisce nel più generale sfacelo culturale di un Paese che ha deciso di buttare a mare la cultura, sia perché certe élites l’hanno considerata cosa loro e ne hanno fatto un balocco per parlarsi addosso alla faccia delle masse, sia perché altre contro-élites, in nome di una non meglio identificata ideologia pop-consumista, hanno demonizzato l’umanesimo e tutto ciò che consente lo sviluppo dello spirito critico e del pensiero indipendente: di qui la creazione di tutta una generazione di eroi a due dimensioni, calciatori compresi, che nell’infantilismo, nel vizio e nell’ignoranza, sempre perdonati in nome dei guadagni generati, sono assurti a nuovi simboli dell’individuo vincente; potremmo aggiungere che, esaltando il tipo del belloccio che fa ascolti o dello sportivo che fa soldi in opposizione allo sfigato che, poveretto, studia per diventare qualcuno di forse meno mediatico ma di gran lunga più utile alla società, certi media hanno gettato intere generazioni di gente ‘normale’ in oceani di frustrazione (o peggio) per il senso di incapacità di aderire alla figaggine e per quello di inutilità connesso coi propri sforzi, ridicolizzati da chi predicava il successo facile basato sull’estetica o sulla pedata: di qui la crescita di una generazione di montati sbruffoni, convinti di essere tanti piccoli cristianironaldi e bravi a prendersi gioco degli ‘sfigati’, tutta gente alla prova dei fatti che si è sgonfiata nei tornei sponsorizzati dalla macelleria all’angolo, ovvero tutta gente che nel mondo del lavoro VERO darà un contributo risibile, altro che far girare l’economia; potremmo aggiungere che una nazionale di nullità sopravvalutate è la propaggine estrema di un sistema educativo che non ha più il coraggio di dire alle persone quanto valgono e se si possono permettere certe aspirazioni o è meglio ripiegare su obiettivi più modesti, perché ormai alla scuola si chiede il todos caballeros, tutti bravi perché questa è (sarebbe) l’essenza della democrazia: di qui la nascita di una generazione di gente che fatica nella vita perché non è mai stata educata alla gestione dell’insuccesso e alla considerazione consapevole dei propri pregi e limiti. Potremmo. Ma evitiamo, poi direbbero che stiamo strumentalizzando…]

domenica 18 dicembre 2016

DE BIMBOMNKIBUS (-2-) XY ANNI E NON SENTIRLI

[Narratore: omodiegetico.
Focalizzazione: interna.
Tecnica narrativa: monologo interiore complesso, con effetti di straniamento.
Opzioni linguistiche: la mentalità bimbominkia è resa con un linguaggio normalizzato, scevro da volgarità ed abbreviazioni per una migliore comprensione del contenuto della storia. In tal modo l'autore non regredisce del tutto al livello del narratore. La qual cosa potrà certo peccare sul versante veristico, ma conferisce al dettato un'aria deliziosamente ucronica. ]

Non manca molto, arriveranno. Ma sì, ma sì, adesso ti rispondo, 'sto jingle di whatsapp... E' andata bene fin qui, andrà anche meglio. Non è importante. Però che emozione, se solo sei anni fa uscivo dal Liceo, cioè quella specie di Liceo di sfigati, dopo quello di prima, poi, e adesso eccomi qui. Sì, arrivo. Ti rispondo dopo, ma ti rispondo. Poi usciremo insieme, ci sei anche tu, come ci siete tutti. I soci di una vita. Anche quelli che non sentivo da un pezzo. Adesso tutti qui, un iperparty che Orange County levati. 
Non era stato male, là all'estero. Sì, voglio dire, ci vuole un'esperienza di quel tipo: lo diceva anche il vecchio mentre firmavo per la carta di credito, guarda che ti apre la mente, mica quelle quattro cretinate che ti hanno spiegato a scuola quelli là, ma figurati se dovevo perdere tempo a leggere le poesie, che poi al 70% è roba che non interessa a nessuno. 
Diranno che sto bene così vestito. 
Sì, già all'aeroporto era tutto dinamico, finalmente solo a pensare a me stesso e arrangiarmi. Che poi ricordarsi la conversione in euro, vabbe', bastava tenere il conto. Tremila al mese di plafond. Ricordarsi quello.
Però che bello l'appartamento. Non c'era praticamente niente, ma tanto mi serviva per dormirci, poi era tutta vita sociale e cercarsi il lavoro, il MIO lavoro.
Che poi, imparavo un po' l'inglese, no? Si va là per quello. Tanto a scuola non facevo niente. Insomma, le cose si imparano nella vita reale, quelle sui libri sono morte. Anche l'inglese delle regole di grammatica è morto, come il latino. Se avessero fatto qualcosa di più nuovo, di più interessante, tipo... insomma i film, ecco. Tutti i film in lingua originale e poi parlarne in classe tutti in inglese, vedi come le impari le regole. 
Invece studia.
Come se i libri contenessero la Verità. Di gente che fa le vacanze di tre mesi. Non come faccio io che sto a sgobbo adesso.
Anche là sgobbavo, è vero. Quando mi chiedevano di stare su dalle 13 alle 18, oh, io non mi ribellavo, anche se a fargli capire che fino alle 19 era troppo, e arricciava il naso, ma mollami zio. Sì, era un po' una palla girare per i tavoli con quella gente che parlava tutta veloce, ma dovevo pur cominciare da qualche parte (a parte gli indiani che boh, sarà stato inglese?). Certo, poi qualche volta capivo trenta invece di tredici, ma anche il capo sempre a prendersela, fai su i soldi dando alla gente il pesce fritto, non muori di fame anche se io sbaglio il resto. Solo che si irritava se alle 17.45 cominciavo a guardare l'orologio. Ma ero lì anche per fare vita sociale, va bene a sgobbo, ma i regali per quando tornavo non li compravo mica alle 10 del mattino. 
Fai i conti, brutto bestione.
Se esco dalla tua tana alle 18, metro, casa, doccia, dire all'altro che se esce, esco, apericena all'inglese, giro, locali, foto, ballo, foto, ne troviamo un paio e me le porto, foto, dormo (insomma, dormirei), sveglio, selfie, colazione, saluto, selfie, colazione, altro saluto, doccia, chat, instagram, non è mica già finita la mattina? 
I regali dalle 19 alle 20. Entro i tremila ci resto. Poi le mance e quei quattro soldi del bar, ma sì, la smetteranno di dire che non so organizzarmi. Vorrei vedere qui quelli della mia classe, che studiavano. I bei voti, ma poi? Università, disoccupati. Perché non si vengono a fare un po' di vita vera qui come me? 
Lo pensavo mentre mandavo giù quello. Vedi qui che la gente gira con le magliette di Emergency e nessuno gli dà dei comunisti? Più giustizia nel mondo, gridava il mio socio, anzi una bella foto con quei due lì e la loro amica dei campi profughi, guarda, quelle 5 sterline che mi avanzavano dalle sigarette gliele ho proprio date volentieri. Di cuore. Ha ragione Papa Francesco, troppe ingiustizie. Lo vedo anch'io, fannulloni che ciucciano i vecchi dalla mattina alla sera. No, il mondo non va proprio bene. Vi porto io dalla la gente che sta male.
Devo vedere il Tibet, poveretti. Ma ce la farò. Dopo. Adesso arriveranno.
Poi però, quant'era? Due mesi? Tipo, sì, insomma anche basta lavorare per non mettere via niente. E quelle tre parole di inglese, imparate quelle anche basta. 
Mancavo ai miei vecchi, vero?
Via da casa, perduto nel niente, una noia a stare in mezzo a gente che un po' capivi e un po' no. E diciamocelo, vivere per lavorare, insomma... io non so quelli che dicono che sono partiti da zero... ma zero coooosa? Io ho fatto DUE mesi e niente... Ma va', sono tutte storie: quella è fatica sprecata, lo sfigato nasce sfigato e ci resta.   
Adesso invece imparo il mestiere. Bello che poi non rischio il licenziamento e sono più sereno, in effetti. Il vecchio mi ha messo là all'ufficio spedizioni, basta stampare e poi fa tutto il computer. Dico, per i tre calcoli che bisogna fare, e quella là che mi diceva dei seni, dei coseni, delle funzioni. Se ho due mele, dammene ancora tre e sono cinque. E piantala.
Come quella volta con la X5: se ho fatto 600 km con un pieno, e il pieno è di 85 litri, ecco il costo. Consuma, però. Ma non hai bisogno dei seni, insomma. E poi il pieno lo fa il vecchio. Perché se no non riesco a sbocciare col Krug al sabato in disco. 
E' orgoglioso di me perché lavoro. Sotto padrone va bene, ma fino a un certo punto. Uno che non ti conosce, magari sbagli e ti caccia senza lasciarti spiegare. Col vecchio ci si capisce, sono io insomma, anche lui che figura ci farebbe a mandarmi a lavorare da un altro? 
Comunque dopo tre mesi che ho iniziato, sto bene. Infatti sono andato in ferie sereno. Così, tre mesi a sgobbo che tanto in giro c'è la nebbia, poi però la Nuova Zelanda davvero, eh? Sarà bassa stagione, vabbe', però le onde sono quelle belle belle. 
Chissà se stasera vengono anche i soci della band? Ussignur, due mesi che non gli ho riarrangiato il pezzo nuovo, ma dovevo lavorare. La chitarra sarà arrugginita, domani mattina controllo. Il video da caricare. E' che non riesco a trovare il ritmo dopo il primo foglio, mi chiedono il groove, ma insomma il prog.
Chiamava quel cliente scassaminchia, l'ho girato a Mario, sono cinquant'anni che è qui, lui li conosce e sa parlarci. La band. Dobbiamo trovarci prima o poi. Certo poi finire per suonare gli stessi pezzi sei volte perché quello col basso si dimentica la sua parte... 'sto album lo finiremo mai...
Ma la Nuova Zelanda, sì che sanno vivere: il mare, le onde, il cielo, la sabbia, il surf, basta con le regole, basta con il 'tu devi', ma che devi, puoi se vuoi.
Credo che andrò a vivere lì, via dalla noia, dalla gente, da questa vita di... va be', però stasera i soci sono arrivati tutti, laggiù chi mi porterei?
Perché poi settimana prossima Barcellona, poi fra due mesi visto Ryanair che pacco? Con la Emirates subito in Cambogia. Quattro giorni di differenza e mi salvo 2000 euro... La gita ai templi. E i bambini africani nella foto, gli piaceva il mio Ipad.
Lavoro, sempre lavoro. Anche oggi. E' sbagliato Excel. E io cosa c'entro? Che però è bello avere lo stipendio. Fa bene a fare l'accredito, poi coi soldi in mano non si sa mai, vanno via come niente. 
Così adesso ho capito come vanno le cose, se aspettavo quelli là col loro latino... Faccio il file, mi realizzo, sono cose utili. E quei cretini che hanno fatto Economia e adesso nel call center o a dare via i volantini. Perché a scuola vi serve quello che imparate, come no.  
Io ho imparato che tanto negli uffici tipo là dai promotori lavorano i paraculati, arrivano lì con le giacchette del primo giorno tutti tirati a fingere, ma la mamma è amica (amica!!) del capo, immagina che colloquio che avranno fatto con le risorse umane... ti va questo lavoro? Cosa ti aspetti? Come reagisci alle situazioni di tensione? Sai lavorare in équipe? Sì, ma tranquillo, tanto prendiamo te... bella la vita così, eh? Comodo, vero? Finisce che le conoscenze servono più del talento.
Vedi che io invece imparo qualcosa che serve? E' bastato darmi l'occasione e voilà! Se mancava giusto uno di spalla ai preventivi, perché Mario è lento col mouse e chiude le finestre prima di salvare. Ma sì, sono cose per giovani, poveretto. Ma se arrivava il laureato spocchioso, invece me mi conosce da sempre, accetta i miei consigli. No, davvero, fortuna che sono arrivato io qui in quest'ufficio. Cinque minuti e avevo già risolto quella cosa del modem: metti on e imposta la password. Erano là a guardarsi. E aspettavano me. 
Ma quanto tornerei volentieri a scuola da loro a dirgli: "Visto che ce l'ho fatta?". Adesso mi sono fatto una posizione con le mie forze e prendo anche casa. Bella l'idea della vecchia dell'appartamento della zia, non cambio neanche i mobili e il parquet facciamo a metà col vecchio.
Da solo. In casa mia. Quelli che mi dicevano che non sapevo neanche da che parte ero girato. Perché a stare sempre sui libri e a insegnare le cose inutili poi uno non vede più la realtà, che pena, peggio degli spazzini. 
E adesso gli sbatto in faccia una bella triennale in Scienze della comunicazione, come ci godo... fi', stasera festona al ristorante, poi la disco al piano di sotto, tutto pesce, il vecchio ha scelto bene. I tavoli da sei, voglio diecimila foto, le posto TUTTE così i professori del Liceo le vedono e capiscono, poveri, ecco come ci si crea una posizione senza la loro scuola. Ho fatto tutto da solo e senza latino. Bastava darmi tempo, mica loro che ogni settimana "sei pronto, oggi?", oh, bello, pago pure per venire in questa scuola per fare tre anni in uno, pronto cosa? Adesso hai visto? Un esame ogni sessione, ben fatto, studiato due ore al giorno finito il lavoro, anche se dopo sgobbo tutti i giorni dalle 10 alle 14 (e mezz'ora per il pranzo, va vaff...) a stampare bolle di accompagnamento certo è dura, ma insomma. Poi anche lì, dipende se uno è fissato con la perfezione: io, qualche 19, un paio di 20 e un 18 perché quello scritto di inglese, uffa, i test a completamento, fortuna che ho parlato e hanno sentito che ero stato in Inghilterra.
E però alla fine una bella tesina di 25 pagine sugli youtubers e basta. Quest'estate al lago se stavamo bene al ristorante e i vini bianchi, mi è venuto in mente Favij, ce l'ho la foto della catalana? 
Sono stato bravissimo, non ho neanche rinunciato ai tornei di softair, ed eccola lì, la foto sotto i Beatles ad Abbey Road, io con la chitarra sul letto, bella bella. Suonano? No.
E qui, ecco che devo ancora fotografare il biglietto dell'aereo... destinazione San Francisco, regalo di laurea. Beh, lo sgobbo viene riconosciuto, alla fine. 
Adesso suonano.
   

domenica 11 dicembre 2016

ITALICA -2- BIM, BUM...SBAMMM!!

[VI RICORDIAMO IL POLIZIESCO PENTADIMENSIONALE QUI]


La defunzione dell'esperienza governativa renziana ci costringe a chiudere il cerchio iniziato quasi tre anni fa col post che linkiamo qui. Osservavamo allora che, tanta o poca o punta che fosse la simpatia ispirata dal rignanese più noto d'Italia, era un fatto che con lui andasse al governo un rappresentante della cosiddetta 'generazione Bim bum bam', altresì detta generazione X, quelli insomma che, nati a partire dalla metà degli anni '70 e appena prima del pieno fiorire degli anni '80, non hanno fatto in tempo a gustare il vento delle grandi narrazioni ideologiche novecentesche, avendo suppergiù l'età dei calzoni corti ancora quando veniva giù il muro di Berlino, ma sono cresciuti con i miti un po' plastificati e sempliciotti identificati nei cartoni animati trasmessi soprattutto dalle TV private; gente venuta su in un benessere non apparente, ma per così dire quasi anestetico, gente cui si disse: "Facciamo tutto noi, tu gioca", gente però a cui, come pesante contraccambio di una vita priva di spigoli, si impose l'assoluta inerzia nel gioco delle grandi decisioni. Detto più crudamente, in cambio dei giochi così generosamente offertici, i 'grandi' ci costrinsero a restar fuori da un percorso di crescita che ci avrebbe dovuto portare prima o poi a sostituire i 'grandi' medesimi, i quali appunto, fattisi 'vecchi', avrebbero dovuto passare naturaliter la mano ai virgulti sapientemente coltivati. Niente di ciò: i 'vecchi' di oggi, ovvero i 'grandi' di una volta, sono ancora lì ai posti di comando che contano, laddove noi non riusciamo, sembra, ad uscire ancora pienamente dalla stanza dei giocattoli. 
Pareva in effetti che Renzi in qualche modo avesse innescato una svolta in senso contrario a quest'andazzo (vista anche l'anagrafe della gente di cui si era circondato), ma evidentemente gli è mancato qualcosa (o molto) per compierla fino in fondo. Difetti di carattere? Certamente. Strategia poco sensibile agli umori di grandi fette dell'opinione pubblica? Senza dubbio. Forse però c'è dell'altro, e noi lo temevamo sinceramente al momento dell'insediamento renziano. Temevamo cioè che in lui prima o poi si manifestasse un tratto della nostra generazione di cui sospettavamo la latenza.
Mi spiego. In più occasioni abbiamo osservato come la generazione bimbominkia che oggi impera sia figlia per molti versi di una certa visione delle cose cui fummo educati già noi della precedente generazione X. Ciò che però ci distingue rispetto ai bimbominkia, opinammo a più riprese, è la capacità, nonostante il giocattolume in cui siamo stati affogati, di distinguere ancora piuttosto nettamente i contorni del reale da quelli del virtuale. Nessuno di noi della generazione X, in altre parole, arriva ad autoconvincersi di vivere in un cartone animato o in un videogioco.
Ecco.
Forse ci sbagliavamo. E Renzi forse ne è la prova.
Sia chiaro che enucleiamo la sottopresente opinione coll'animo gonfio di tristezza non tanto per lui [63 governi e 28 primi ministri, compreso Renzi, in 70 anni, che vuoi che sia...], ma per noi: tutto, o quasi tutto, nel modo in cui Renzi ha gestito il suo discorso governizio, tradisce il fatto che il predetto Renzi ha vissuto come in una bolla cartoonesco/videoludica. In particolare:
a) i politici da lui rottamati (e adesso di lui rottamatori), relegati al rango di nemici espressione di un vecchiume non più necessario; lui al contrario, il giovane coi superpoteri in grado di mutare la sostanza stessa della realtà: come non vedere la lotta senza quartiere tra Babyl Junior e Yomi?
b) la liquidazione al rango di gufi per gli oppositori alle sue riforme: è evidente il retaggio traumatico legato all'immagine del più brutto dei Gatchaman, Ryu il gufo, appunto [quindi la Boschi era Pretty Jane?].
c)  la convinzione di potercela fare sempre e comunque, anche contro l'avversario più insormontabile, perché l'energia che brucia dentro lui [lui Renzi, intendo] avrebbe attivato soluzioni impensabili ed inarrestabili: quanti Cavalieri dello zodiaco non vediamo dietro a ciò?
d) la promessa di una riforma al mese, da realizzarsi spazzando via, in livelli di difficoltà crescente, tutti i loschi figuri difensori dello status quo, con il sottinteso che ogni ostacolo superato sarebbe stato il piedistallo per l'impresa successiva: para para, la struttura di Super Mario Bros 3.
e) l'assertività aggressiva capace di trasformare in conflitto permanente la discussione in merito a qualsiasi argomento in agenda, fino alla demolizione dell'avversario: una frenesia certamente figlia dei duelli di Street Fighter II.

Citazioni lepide a parte, soprattutto il modo in cui Renzi si è immolato nella contesa referendaria ha dello spaventoso: non obbligato al giudizio popolare, lo ha comunque voluto per cercare una seconda e più solida certificazione di dignità del proprio mandato premieratizio, superiore anche al cospicuo 40% delle elezioni europee di due anni fa; nato il suo governo sotto la stella dell'#enricostaisereno, Renzi ha vissuto mille giorni col peso di questa sorta di peccato originale da riscattare in tutti i modi. E sin qui saremmo su tonalità tragiche quasi wagneriane [a-ehm...]. Egli tuttavia si è gettato nell'arengo referendario più che altro con la convinzione tutta videoludica dell'eroe che corre ad abbattere i nemici fino al mostro finale, la cui sconfitta sancirà il primato inestirpabile. La sicurezza di sé esibita con saputa strafottenza ha coperto un'idea purtroppo ben nota a noi tutti figli di epoche in cui il virtuale ha pian pianino eroso spazi di pertinenza al reale: quella del mondo magico, ovvero la convinzione di poter dominare, in quanto paladini del Bene, tutte le contrarietà che si potrebbero mettere di traverso tra noi e la Mèta suprema. Solo perché vogliamo quella cosa, nulla sarà in grado di opporsi. Se per caso l'esperienza dell'insuccesso contraddice il nostro pensiero, non c'è nulla da giustificare, ma semplicemente se ne addossa la colpa a fattori 'altri' rispetto alle nostre nobili e giustificatissime intenzioni. S'è mai visto, nei cartoons anni '80, uno dei buoni che fallisce nel suo obiettivo (escluso quel generatore positronico di sfighe perpetue del Dolce Remì, s'intende)? Avanti, siamo onesti: Grande Mazinga, Goldrake, Jeeg robot, Mimì Ayuhara, Holly e Benji (più Holly che Benji, per verità...) sono tutti engrammi di un'unica narrazione: il nemico è lì apposta per essere battuto, sennò che gusto c'è a vivere l'avventura?
Così dunque Renzi ha cavalcato la tigre referendizia (o referendaria? o referendese?): aver messo come posta in gioco addirittura la sopravvivenza del governo è tipico sintomo di chi considera il proprio percorso come quei videogiochi anni '80 in cui, finite le vite extra, c'è il game over e pace (o al limite si salva la posizione - come in Zelda e Faxanadu- in attesa di tempi migliori, ma intanto si fa altro). Brunetta, che da vero squalo fiuta il sangue della preda lontano 30 miglia, come ha commentato a botta calda l'esito della consultazione? "Renzi, game over!". Non ci vedrei un lapsus o un modo di dire tanto per. E' semmai l'idea che Renzi appartiene per formazione a quel periodo lì, dall'Atari al Nintendo 16 bit, e ha gestito la faccenda con la scriteriata levità di chi imita per gioco i tanti atti vagamente samuraieschi degli eroi degli anime del bel tempo che fu [Musashi Tomoe, esci da quell'angolo!], oppure spegne senza rimpianti la consolle a 8 o al massimo 16 bit, i cui giochi possono anche ricominciarsi da zero perché non sono lunghissimi [Mystic Defender, per dire...].
E fin qui.
Ma il motivo dello spegnimento? "Non state dalla mia parte, quindi con voi non si gioca più!!". Quanta brezzolina di beghe anni '80 spira da questo ragionamento... problemi di tutte le epoche, certo, ma l'idea che il raro possidente di consolle videoludica di allora potesse decidere d'un colpo di sbarazzarsi di tutti quelli che gli facevano corteggio solo per giocare, salvo poi pugnalarlo alle spalle con i più beceri tradimenti... Bei tempi anche qui... Capricci dell'età, certo, ma non si aveva la responsabilità di un Paese intero da gettare di nuovo nel vortice dell'instabilità. Il gioco, qui, è concretissimo, e le conseguenze terribili: avevamo bisogno dell'ennesima crisi di governo sul nulla? Consultazioni in cui i consultanti si guardano esterrefatti, perché un governo e una maggioranza ci sarebbero già, ma il capo ha deciso che no, con voi il gioco è finito? Tutto risolto con un rancoroso indispettito  "me ne vado, arrangiatevi"?
Ecco, Matt, i limiti insiti nella nostra generazione, limiti dei quali certo chi ci ha preceduto detiene una certa paternità. Ma ora toccava a noi. E abbiamo fallito.
                                                                                                                                                                                                                     [continua...]

mercoledì 24 settembre 2014

Machittevòle@festivalfilosofia: padri, madri e lo sdraiatismo ci accompagna.

L'intervento di Chiara Saraceno va, a nostro giudizio spocchiometrico, ad integrare involontariamente la querelle sullo sdraiatismo innescata da Michele Serra & contraddittori a Mantova. Del resto, tout se tient.

La sociologa affronta l'attualità del comandamento "Onora il padre e la madre". La parola ebraica che significa 'onore', ci dice lei, copre in realtà lo spettro semantico anche della gloria e del rispetto. Il genitore onorato, quindi, è anche oggetto degli altri due riconoscimenti.

Facile, del resto: concetti simili hanno goduto di salute eccellente per tutto il tempo (millenni) in cui la società della mezzaluna fertile e poi dell'occidente si è basata su una rigida struttura gerarchica e patrilineare (escludendo quindi Creta), all'interno della quale il capofamiglia godeva di un prestigio pressoché automatico, in quanto reggitore delle sorti del casato, membro anziano dotato di eccelsa saggezza venuta dall'esperienza, custode evidentemente anche del patrimonio e delle attività atte a ingrassarlo. La fredda gerarchia asimmetrica, che prevedeva diritti sterminati del padre sui figli senza controbilanciamento, non implicava necessariamente che tra i due poli dell'oikos spirasse anche amore. Era al contrario obbligatorio il rispetto, cilieginescamente attaccato all'onore.

Oggi no, dice Saraceno: la società post-qualsiasicosa in cui veleggiamo ha provveduto a stabilire, anche per via legislativa (benché parzialmente disattesa) tramite decreti ad hoc, una serie di diritti dei figli e di obblighi dei padri nei loro confronti. L'asimmetria sembrerebbe dunque rovesciarsi, con genitori cui non è automaticamente spettante l'onore se essi non compiono atti che possano guadagnarlo.

L'atto che la sociologa ritiene il più onorogeno è la 'generatività', che non vuol dire, beninteso, la capacità di mettere al mondo prole, bensì quella di mettere a disposizione della prole medesima degli spazi di azione, sì che essa prole, gradualmente e mai del tutto lasciata sola, possa muovere i suoi passi nel mondo, esperirne il bello & il brutto, vedendo gradualmente ritirarsi l'ego genitoriale, per sua natura propenso a picchettare i propri confini e a dire: "IO!!!" con sovrabbondanza quando non con eccedente sovrapposizione a danno dell'indole dei pargoli.

Eccetera eccetera, ma a noi tanto basta.

Di primo acchito, notiamo che la proposta saracenesca, non ce ne voglia (sì, ma mica ci legge...), non ha gran pregio di originalità se la si rapporta ad epoche certo remote, nelle quali però il dibattito sul tasso di autorità del padre nei confronti dei figli era già fiammeggiante.

Mi spiego: lungi da noi voler fare i classicisti fanatici, quelli che "tanto gli antichi hanno detto tutto, non c'è più nulla di nuovo", nondimeno non è la prima volta che dalla voce dei sociologi sentiamo provenire modelli di lettura del reale che vengono dati come nuovi di pacco, ma hanno invece qualche corposo precedente nell'età classica. Michel Maffessoli, capoccione parigino, venne 10 anni fa giusto a Carpi a opinare che MAI PRIMA DEI NOSTRI TEMPI si è assistito ad una compenetrazione così invasiva di cultura occidentale e orientale, ed è chiaro che l'ottimo accademico si dimenticò del fenomeno dell'Ellenismo, che sarà pure restato confinato entro il bacino del mediterraneo orientale, ma come esempio di possente sincretismo ovest-est funziona perfettamente. Col che, ribadiamolo, noi non si vuol dimostrare nessuna universale immutabilità del mondo d'oggi rispetto a quello di allora, ma solo rimarcare come le costanti dello spirito umano abbiano spesso un andamento non solo carsico, ma spiraliforme.

Sarebbe quindi eccessivo usare la commedia latina del II secolo a. C. come specchio fedele della società romana, e lo stesso vale per la poesia elegiaca di un secolo dopo. Certo però, vedere portati sulla scena o messi per iscritto atteggiamenti e stili di vita fortemente corrosivi rispetto ai costumi consolidati, lascia sospettare che qualcosa fermentasse davvero. Letteratura, certo, e sappiamo ormai da mo' che chi vive non coincide sempre a puntino con chi scrive: guai a vedere in Terenzio un sociologo o negli elegiaci dei precoci figli dei fiori. Resta però il fatto che il commediografo scipionico ci ha regalato gli Adelphoe, sapida (per la media di Terenzio, s'intende...) pièce in cui si affrontano due fratelli, Demea e Micione, che allevano i figli del primo, sì che quello affidato a Demea cresce sotto lo staffile della più rigida autorità, l'altro gode del maggior lassismo micionesco e quindi di margini di manovra più morbidi. Non mancano monologhi e dialoghi in cui la discussione tra i due stili educativi va accaldandosi, là dove pare che Micione punti più all'autorevolezza che all'autorità, per dire cioè che costui è tutto fuorché pre-sessantottino, se ha senso retrocedere indiscriminatamente all'antico certe categorie moderne, come sarebbe errato il contrario. Però quell'idea di generatività proposta dalla Saraceno mi pare in qualche modo tralucere dal testo terenziano. E non dubiterei che della cosa si discutesse davvero, perlomeno presso i 'circoli' più progressisti dell'Urbe. Detto poi certamente che nessun paterfamilias dell'epoca, neanche il più filelleno, avrebbe mai pensato di vedersi crescere uno sdraiato in casa (domo, se preferite), tanto per riagganciarci a Serra. Salvo casi isolati di degenerazione del fenomeno, anche nei momenti più bui del mos maiorum il reggicasato romano aveva ben chiaro che eventuali spazi generativi potevano essere concessi al figliuolo solo entro una certa età, finita la quale il figliuolo stesso avrebbe dovuto metter via corone di edera e astragali per dedicarsi alla carriera del buon civis; dall'altra parte, non vorrei pensare che il genitore generativo, se Demea e Micione non sono solo finzione letteraria, mirasse davvero ad acquisire un plus di onore da parte del figlio. Poteva al più trattarsi di un problema di adeguamento dello stile di vita ai nuovi modelli provenienti dalla greconia, ma restava fuori discussione che al vertice della famiglia, con tutti i diritti ultimi più sacrosanti e relativa onorabilità, permanesse la figura paterna. Non c'erano insomma esigenze 'di contrattazione' coi figli, direi.

Ciò che invece pare accadere oggi, e non solo nel variopinto universo bimbominkia. Quando mi trovo a colloquio madri sottomesse ai capricci dei figli, quelle che "lo so che mio figlio va male a scuola, ma qui si trova bene, ha tanti amici, e poi se l'è scelta lui...", quando vedo madri prontissime a mandare a lezione privata i figli prossimi alla bocciatura, "ma non domani, dopodomani, perché stasera ha una festa in discoteca", quando vedo padri che non battono ciglio se il figlio spinge e fa cadere un altro bambino, o altri che "non so come dire a mio figlio che non lo mando più a calcio perché se no non studia", o altri che non riescono a sganciarlo dall'Ipad neanche ricorrendo a minacce estreme come: "Guarda che adesso noi saliamo in camera e tu resti qui!", e lui bellamente va avanti con Angry Birds, ecco che il generativismo saracenesco va ad interrogarmi assai. Cioè: perché questi genitori non sono passati da autoritari a generativi, bensì a schiavi dei propri figli?

La risposta, secondo alcuni, sarebbe da ricercarsi negli effetti perversi del lassismo sessantottino che ha creato una generazione di gente convinta di avere solo diritti. La generazione dei Serra, tanto per dire. Il quale, a giudizio di quelli che hanno sparato a palle incatenate contro il mio post e il sottoscritto, avrebbe ben poco da lamentarsi dello sdraiatismo, in primis di quello dei figli, essendo esso fenomeno l'esatta risultante di un certo tipo di cultura portata avanti da Serra e confratelli in quei lontani anni. In sostanza: "Caro Serra, avete lottato per anni contro la società dei doveri, promuovendo la fantasia al potere, il rifiuto dell'autorità, lo smantellamento delle gerarchie e delle tappe esistenziali obbligate? E di che vi lamentate, adesso?".

È vero, ma solo in parte. I sessantottini hanno fatto il loro, e i danni sono qui tutti da vedere, ma le generazioni odierne sono anche vittima di ciò che i sessantottini non avrebbero mai avallato, ovvero il consumismo sfrenato. Il paradosso da noi spocchiosi già affrontato riposa appunto sul fatto che, nel proclamare solo diritti contro una società oppressiva e culturalmente arretrata, i sessantottini e i contestatori in genere hanno involontariamente aperto la strada a TUTTI i diritti, compreso quello a procurarsi tutto ciò che l'industria mette sul mercato. Se ogni desiderio è lecito nel momento stesso in cui viene formulato, e il 'sistema' mette a disposizione in modo copioso gli oggetti atti a soddisfarlo, come si può dir di no? Ora, i sessantottini potranno anche essersi fermati in tempo, evitando cioè di rendersi docili schiavi delle logiche consumistiche che Bauman ha messo perfettamente in luce, ma altre tipologie di genitori no. Questi ultimi, senza saper nulla, o poco, di sessantottismo, senza veder nulla di male nell'acquisto di tutto ciò che placa, momentaneamente, il bisogno di novità, di up-to-date, di status symbol, includono nel pacchetto anche la felicità dei figli, per ottenere la quale si è disposti a eliminare dalla vita di costoro tutti quegli elementi di disturbo che potrebbero minarla, accontentandoli in tutto e dando loro qualsiasi cosa, coi terribili effetti diseducativi di cui quotidianamente noi gente di scuola facciamo esperienza. È anche da questo versante che poi salta fuori lo sdraiatismo, ma non si può parlare di gente 'dde sinistra', filoserrana o ex-post-una volta sessantottina. La colpa è semmai di quel Potere senza volto che già Pasolini oscuramente avvertiva in azione negli anni '60-'70, il potere dell'omologazione consumistica (Pasolini parlava appunto di edonismo e joie de vivre), del benessere per tutti in grado di appiattire ogni tradizione passata sotto la pressa dell'avere senza essere, come direbbe Fromm (circa.... ).

È chiaro che questo Potere non può non andare ad intaccare la generatività dei genitori, in forme che ovviamente Terenzio non avrebbe mai conosicuto. Un Micione dell'epoca poteva pure preoccuparsi di essere meno restrittivo nei confronti del figlioccio, ma mai avrebbe inteso, come invece fanno i genitori sdraiogeni odierni, costruire intorno al ragazzo una vita senza ostacoli, prono ad ogni suo più immaturo capriccio.

E però, s'è detto, abbiamo sdraiati che saltano fuori anche da famiglie tutt'altro che sdraiogene, né sessantottine né schiave del Potere pasoliniano. Eppure succede. Succede perché l'indole del figlio ha zone di autonomia su cui l'azione genitoriale, anche la più illuminata, non ha effetto, ma succede anche perché il caleidoscopio di stimoli mediatici, con relativi modelli etici ed assiologici, in cui il figlio è immerso è oggi obiettivamernte incontrollabile. Se il genitore, o il docente con pretese predicatorie, dice 'alfa', ma la tv, internet, twitter, youtube, facebook, ask, instagram, netlog dicono 'beta', va a finire che la maggioranza vince. È democrazia anche questa, per quando ridicola. La democrazia del piacere.


giovedì 4 settembre 2014

Machittevòle@Festivaletteratura. Michele Serra vs Resto Del Mondo


[Avviso ai cortesi lettori: i giovinotti intervenuti con Serra, visto che noi li abbiamo ironicamente cazziati, hanno chiesto di veder cancellati i nomi dal presente post. La democrazia imporrebbe che, se uno ci mette la faccia, deve pure accettare di finir citato in resoconti a lui ostili. Costoro invece declinano le loro generalità solo a chi li loda. Li abbiamo accontentati per non dover liberare l'Italia centro-settentrionale dall'alluvione dello loro lacrime].


Il bello di Mantova durante il festival è che respiri cultura anche solo contemplando nobili facciate ducali che...
[segue spiegone su quant'è bello il festival]
Ma alle 18.30 ora di Mantova siamo tutti a Piazza Castello, dopo aver udito la nobile conferenza di uno psichiatra 91enne che ci ha detto della follia di Virginia Woolf. Fila interminabile, ma entriamo. Ospite dell'evento, l'alter ego grasso di Fabio Fazio, ovvero Michele Serra, che sceglie il basso profilo (pulloverino, sorrisetto, barbetta, poca tristezza negi occhi) per sottoporsi al fuoco di fila di domande di un gruppo di giovincelli che hanno letto, riletto e meditato il suo ultimo successo editoriale, "Gli sdraiati", storia di un padre che vede il figlio in età bimbominkia e teme per lui un futuro passivo (tipo laudabor), statico (tipo moriar), di perenne attesa del comabimento che non arriva, appunto sdraiato e inerte.
Il buon Michele esordisce come esordiscono tutti quelli che vogliono dare una frustata di understatement ai simposi, ovvero dicendo che lui non è antropologo, non è pedagogista, non è sociologo, non è niente, è solo uno scrittore che ha osservato il figlio con lo sguardo dell'etologo.
Ma è Michele Serra.
E ne sa.
E non sopporta chi non sa, ma crede di sapere.
Ma finge di sopportare, ed è un gran merito.
Dico ciò perché, tra moderatore e intervenienti al dibattito, gravita attorno al Serra una serra di individui perlomeno curiosi: il moderatore, tal Federico Taddia, ha imparato tutte le regole della moderazione 2.0, ovvero parlare addosso all'ospite e interromperlo a metà discorso. D'altronde il suo esordio è stato chiaro: questo dibattito, dice, sarà un'ottima occasione per non capirsi e per scoprire come una generazione di quarantenni ha trovato la sua catarsi nella storia narrata da Serra. Appetitoso, no?
Gli altri intervenienti sono ragazzi che hanno accolto l'appello lanciato su Facebook dal predetto Taddia a tutti quelli che hanno letto il libro di Serra: volete venire al Festivaletteratura a parlare con l'autore? Sì? Cliccate 'mi piace'!
E per esserci, ci sono.
I giovincelli, tuttavia, si esibiranno in  un pezzo d'ensemble a senso unico, ovvero: "Caro Serra, non è vero che siamo tutti sdraiati", cui il Serra risponderà con un contrappunto in tie' maggiore intitolato: "Lo so anch'io, io ho descritto uno stato di cose, non una legge universale".
Vediamo un piccolo assaggio degli interventi e poi ne discutiamo, eh?
Tizio : Caro Serra, ho letto il libro per curiosità personale [che eroe... NdSpocchia], voi adulti guardate molto male noi giovani, dite che siamo fannulloni, facciamo tante cose insieme, ma alla fine restiamo statici. Ma siamo davvero tutti sdraiati? Non hai magari un po' generalizzato?
Risponde Serra: io non generalizzo, ho scritto una singola storia. Da padre, ho dato uno sguardo ansioso, perché gli adulti si rendono conto che i 20 anni di oggi sono assai complessi, ci sono molte meno occasioni di andarsene per la propria strada e dire ciao alla famiglia. Il padre del mio libro personifica il genitore confuso. Non dobbiamo presumere che i figli crescano uguali a noi, queste erano cose di una generazione fa. Che effetto fa oggi ai ragazzi avere padri poco autoritari, senza dogmi da trasmettere? Il padre del mio libro è il dopopadre di una dopoepoca. È impossibile definire il figlio, costui vive nel suo mondo e il padre si sente confuso, ma si assolve, perché pensa che la sua confusione sia sincera, mentre il comportamento autoritario lo avrebbe reso insincero. Noi abbiamo molte colpe se oggi voi ascoltate Guccini, io a 20 anni mica ascoltavo Natalino Otto. Ho pensato al titolo del libro 20 anni fa, lo scrivo da 7, è venuto fuori un romanzo in cocci perché racconta un padre a pezzi.
Ineccepibile, no? Qualsiasi uditore con un certo tappeto sinaptico attivo concluderebbe che Serra ha fotografato una situazione diffusa, che non cerca scuse né per sé né per gli altri genitori. Diciamo che la generazione odierna presenta una forte incidenza di fenomeni di sdraiatismo, a loro volta legati a precise mancanze della generazione paterna. Stop.
Interviene una Tizia che non viene identificata, ma è lì sul palco con gli altri, quindi ha la massima parrhesia. E soprattutto, dimostra di aver capito assai del discorso serresco.
Tizia: Caro Serra, Il padre del tuo libro è una figura evidentemente autobiografica, ed è dichiaratamente di sinistra. Ora, è noto che glil uomini di sinistra odiano le generalizzazioni, tipo che se tu leggi sul giornale: "Extracomunitari compiono una rapina" ti scandalizzi, perché il titolo dell'articolo mira a comunicare al lettore che tutti gli extracomunitari rubano [???????????????????????????????????????????????????????][ammetto che qui la Spoccchia ha avuto un mancamento] . Però se intitoli un libro: "Gli sdaraiati", anche tu stai generalizzando, perché è implicito che per te tutti i giovani sono sdraiati [????????????????????????????????????????][poi, forse accortasi della boiata iperspaziale che ha appena detto, abbozza dicendo che "sono molto in imbarazzo a parlare sul palco a Michele Serra][e chi ti aspettavi, Cristina D'Avena?].
Ci fosse stato Vittorio Sgarbi, sarebbe partita una serie transgenica di insulti e bestemmie all'indirizzio della Tizia, ma Serra, paterno fino al midollo, la ringrazia per la domanda e ribadisce il diritto all'arbitrarietà dell'opera letteraria, che non ha alcuna pretesa scientifica, ma si limita a descrivere un certo stato di cose. Comunque, prosegue Serra, io a 16 anni non stavo sdraiato, c'era irrequietezza, fretta e prematura di crescere e spiegare il mondo agli altri. La pigrizia è rilevante, nei giovani d'oggi. Quanto di questa abulia dipende dal contesto sociale? Forse anch'io sarei spaesato se avessi 16 oggi. Dare degli sdraiati non è un giudizio moralistico: ho visto tante volte i miei figli sdraiati, forse stanno elaborando qualcosa di grandioso per il futuro, ma ora come ora stanno lì. Infatti facciamo molta fatica a tradurre il titolo in altre lingue, perché il senso profondo non si coglie più (del tipo che in catalano il titolo sarebbe: 'Descarciofados', modo gergale per dire fannulloni o qualcosa di simile). Metto la testa in camera di mio figlio e lo vedo sdraiato sul letto,  con computer sulla pancia, cuffie, smartphone, tv a mille, libro di chimica in una mano, e lui vede che lo vedo e mi dice che è l'evoluzione della specie. Sì, forse è vero, i ragazzi di oggi sono mutanti, cambia la relazione con gli altri, cambia il modo di apprendere, un tempo eri bravo se approfondivi, oggi è tutto orizzontale, l'apprendimento cerca latitudini vaste, ma è frammentario, non dico che verranno fuori dei deficienti, ma nemmeno dei geni, salterà fuori una psicologia molto differente e la cosa mi mette un filino in ansia. E comunque [e qui, se io fossi stato Tizia, mi sarei sotterrato, NdEDM], ricevo giornalmente moltissime lettere ed email di genitori che addirittura mi chiedono se ho spiato di nascosto i loro figli per aver scritto un libro simile, perché si riconoscono perfettamente nelle situazioni descritte. Insomma nessuna pretesa di verità universale, ma il fenomeno c'è ed è lì da vedere.
Voi vi sareste arresi, a questo punto?
Costoro NO: Tizia  legge da pag. 60 del romanzo e osserva: Caro Serra, tu sostieni di non avere alcuna pretesa apodittica nelle tue argomentazioni, ma a pag. 60 esordisci dicendo: "E' un fatto che...", come a voler enunciare una verità assoluta e descrivi torme di ragazzi e genitori che fanno la fila al negozio che venda la felpa all'ultima moda. Ebbene, ti posso assicurare che nella mia classe quasi nessuno veste Abercrombie o si dimentica di tirare lo sciacquone del wc. Insomma, secondo me tu generalizzi [obiezione ORIGINALISSIMA] 
Se ci fosse stato Vittorio Sgarbi, ecc. ecc., ma Serra, più paziente di Giobbe al millemillesimo attacco di scabbia, replica: prendo atto del tuo punto di vista [modo cortesissimo per mandarla a quel paese], tuttavia ti posso assicurare che ai miei tempi avevo una varietà antropologica molto più marcata nella mia classe di  Liceo [Serra è del '54, quindi parliamo dei primi anni '70, quando Peppino di Capri vinceva a Sanremo, per intenderci, NdSpocchia], anche con forti contrasti di atteggiamenti, oggi è tutto più uniforme, dall'abbigliamento in su.
Voi vi sareste arresi? Forse. Ma adesso, a metà abbondante dell'evento, comincio a capire chi c'è sul palco: Taddia, più o meno inconsapevolmente, ha reclutato un gruppetto di primi della classe arrogantelli e indiavolati per il fatto di essere stati classificati come sdraiati, nel senso che nessuno della loro generazione si salva dalla definizione serresca. Posso assicurare che Serra non ha MAI detto che TUTTI sono sdraiati, si è limitato a registrare l'invasività del fenomeno nella gioventù d'oggi. Spiace che gente che, come vedremo, vanta titoli scolastici da Ecole superieure des hautes etudes de stacepp mostri di non capire neanche le repliche dell'interlocutore, o all'inverso di avere un solo argomento da portare avanti e quindi di non poter ribattere che su quello.
La prova della sindrome da primini della classe offesi è subito servita: Tizia butta il carico da 11: Caro Serra, forse il problema è più vecchio di te, me e tutto il
pubblico messo insieme. Mi viene in mente il frammento 98 di Saffo [massì, retrocediamo alla ricerca di pezze d'appoggio, NdSpocchia], in cui la poetessa parla alla figlia Cleide, la quale sta scassando abbondantemente i cabbasisi alla madre perché vuole una mitra [e qui Tizia si pregia di precisare che non è l'arma, ma un corpicapo a listelli molto figo], in ispecie una mitra di quelle che vengono dalla Lidia, che fanno tanto fashion. Peccato che Pittaco, tiranno di Mitilene, capitale di Lesbo, isola di Saffo, da cui il nickname Lesbia per Clodia, quella di Catullo, insomma, Pittaco giusto in quelle settimane aveva chiuso le frontiere al commercio con la Lidia, così, per mostrare i muscoli. E cosa risponde quindi alla figlia capricciosa la nostra Saffo? Cara mia, ai miei tempi non eravamo abituate ad ornamenti così pesanti e costosi, quindi ti adegui anche tu...
Paragone ficcante. Che in realtà va più a tirar l'acqua al mulino di Serra. Ma Tizia non se ne accorge. E Serra, giusto per non infierire, liquida la dotta citazione così: hai proprio ragione, Tizia Rimini, i genitori rompono i coglioni da tremila anni.
Ok, chiudiamo col file 'generalizzazione' e passiamo a litigare su uno dei grandi miti dei nativi digitali: l'assolutizzazione dell'adolescenza come età di bambinaggine infinita tutta da godersi.
Tizio: Caro Serra, perché dici che non vorresti tornare adolescente?
Serra: ho molto sofferto, non è l'età più felice della vita, si è molto vulnerabili.
Tuoni e fulmini, mi dai addosso così alla aetas aurea bimbominkica par excellence? Sì, Serra fa. Non rimane a questo punto che fare la gara a chi trova per primo la contraddizione nelle tesi dell'avversario.
Comincia il moderatore: Caro Serra, secondo me tu invidi lo sdraiato.
Serra: che il vecchio invidi il giovane è scontato. Vorrei che l'avvicendamento tra generazioni non mi facesse sentire del tutto escluso da ciò che accade. Non è invidia. Terrore dell'esclusione sì. Non mi sentirei umiliato, mi spiacerebbe non sapere come va a finire.
Tizia: Caro Serra, eri vulnerabile, ma allora perché scrivi un libro per denigrare gli adolescenti?
Serra: no, il vero denigrato è il padre, il vero eroe comico del libro è il padre.
Tizia: e il figlio è grottesco?
Serra: no, è dannoso, distrugge la casa. Il padre mette in atto pietose strategie per convincere il figlio a fare una passeggiata con lui e tutto si risolverebbe.
Tizia: da questi passi si vede che il padre tenta il dialogo, ma per il resto del libro no. Il padre classifica, distingue, ma non interagisce, a parte voler portare il figlio sul colle della Nasca. Il figlio è un muro, ma il padre non fa un granché.
Serra: si, è vero, il padre è assillante e non lascia maturare le cose. Bisognerebbe capire perché il figlio è così muto col padre.
[seguono battute finto-spiritose da parte dei giovincelli, del tipo : "Mi hai pagato per fare queste domande" e simili, a cui ovviamente non ride nessuno]
Vista l'impossibilità di abbattere il fortino Serra si tenta di tacciare di viltà i genitori che si sono congratulati con lui per i predetti motivi.
Moderatore: mio figlio di 18 anni ha letto il libro e ha detto: "Questo è un problema vostro, non nostro".  Il tuo libro ha la colpa di essere un alibi per i genitori, che lo leggono come un saggio [Serra, per la prima volta in tutto il dibattito, dissente spazientito - e vorrei vedere! NdSpocchia], così si nascondono dietro il libro come dire che è colpa dei figli perché non comunicano.
Serra [coll'evidente intento di incenerire dialetticamente il Taddia, che stavolta ha completamente rovesciato il senso del libro e le idee di chi lo legge]: no, le lettere che ricevo non dicono questo, semmai sono sollevati nel riconoscersi nella confusione del padre, né autoritario né autorevole, mal comune mezzo gaudio. Viene oggettivato il problema del'incapacità di essere rispettati. Anche perché spesso non essere autoritari è più comodo. Non è un alibi, è la presa d'atto di un problema diffuso.
Tizio: Caro Serra, a pag. 21  si dice che i genitori oggi invadono tropo la vita dei figli, una volta no.
Serra: all'epoca vedevo che gli adulti sapevano fare alla grande la loro vita e non si lasciavano influenzare dalla vita dei figli, i miei genitori andavano dai professori una volta all'anno, forse. Oggi la separazione tra le due dimensioni non c'è. Le agende dei ragazzini di oggi sono frutto dell'ansia dei genitori, qui la loro colpa è evidente, e il calcio, e la scherma, e il flauto... I genitori scaricano sui figli le ansie da prestazione loro, vogliono che primeggino in tutto. Ho nostalgia di quando non c'era tanta invasività dei media, quel bel nulla del bighellonare con la mente per pomeriggi interi.
Falliti tutti gli attacchi collettivi, non rimane che l'attacco kamikaze, ovvero l'auto-immolazione dei singoli intervenienti, assetati di voglia di dimostrare che LORO sono tutto fuorché sdraiati. Inevitabile che il narcisismo tracimi a fiotti, con le comiche conseguenze che andiamo a saggiare
Tizia: Caro Serra, adesso basta con questa storia, se siamo sdraiati non va bene, se abbiamo impegni non va bene, uffa, io sono impegnatissima, ho un'agenda fittissima, ed è tutta roba serissima, io alla domenica partecipo al gruppo di discussione filosofica della mia città, faccio un sacco di roba, nulla mai è stato deciso dai miei genitori, e in più, sappiatelo miseri esseri umani, IO HO TUTTI NOVE A SCUOLA!!!!
Al che la platea esplode in una serie di applausi ironici e di esclamazioni sarcastiche, ricordo uno mancino con la erremoscia che ha detto: "E guarisci pure i lebbrosi?"
L'altra Tizia si associa, dicendo che i suoi la rimproverano al contrario di fare fin troppo, che se ci
soffe un libro per descrivere lei sarebbe "Sdràiati", non "Sdraiàti".
Seguono domande dal pubblico ma ci è venuta fame.
Comunque Serra, che in genere non primeggia mai per simpatia quando lo intervistano, ha liquidato cordialmente tutti gli appunti dei giovani spiegando dodicimila volte lo stesso concetto, fatto inevitabile, essendogli stata rivolta per dodicimila volte la stessa obiezione. Saranno stati pure tutti bravi o bravini a scuola, i giovincelli, ma è stato imbarazzante notare la loro totale incapacità di argomentare oltre le quattro idee preparate per tempo. Voglio dire: Serra li ha spiazzati tutti subito, dichiarando di non aver voluto scrivere nulla di pretenziosamente scientifico e indiscutibile, loro hanno con tinuato imperterriti con l'accusa di generalizzazione. Un colpo avevano in canna e non sono riusciti a cambiare tattica. Massì, sicuramente le domande saranno state concordate prima, a Serra tutto sommato non sarà dispiaciuto avere necessità di un' unica contro-argomentazione per rispedire a cuccia i fanciulli, ma costoro non hanno saputo fare strategia, nel senso che hanno diversificato poco la tipologia dei rilievi e soprattutto non hanno MAI messo a segno un colpo dialettico, uno di quelli che facesse dire a Serra: "Si, su questo hai perfettamente ragione", tranne forse la cosa di Saffo, ma era un'osservazione che non apportava nulla di nuovo al già detto.
Noi concordiamo con Serra su molte cose, su cui abbiamo detto la nostra sia qui che sul blog; l'auspicio è che cotanta arroganzetta delle due Tizie e di tutti gli altri, un domani, si concretizzi in qualcosa di più sostanzioso, perché ad oggi si sono visti concetti senza prospettiva e una totale sclerosi del raziocinio. Poi per carità, che non tutti i nativi digitali siano bimbominkia, come sostengono certi professori alti, sarà pur vero; se però l'ala non-bimbominkia dei bimbominkia argomenta come abbiamo sentito stasera, è chiaro che dobbiamo ri-registrarci tutti.
Comunque una cosa è certa: la società cambia, i costumi pure, i mezzi arriveranno pure a orientare i fini e non viceversa, ma la vera piaga del bimbominkismo è l'esistenza di figure genitoriali in cui il padre non ha più le palle, scusate il francese, per imporre non diciamo autorità, ma autorevolezza (vedere Demea e Micione in Terenzio), mentre la madre è peggio di una leonessa a difendere a spada tratta il figlio, vedendo in lui quello che non c'è e pretendendo dalla scuola che certifichi competenze inesistenti. La saccenteria fighetta degli interlocutori di Serra conferma purtroppo che non basta più essere bravi di per sé, bisogna anche crescere in un ambiente che non faccia credere a chiunque di essere un piccolo eroe -so- tutto a 16 anni. Non basta citare Saffo se non ci si rende conto che oggi non è ieri.

giovedì 3 ottobre 2013

Le pagelle della settimana [7]. Di suicidi veri e tentati.

Partiamo dall'ovvio.
Silvio Berlusconi: cosa si può dire che non si sia ancora detto delle follie di Silviuccio in questi ultimi giorni? Notevole, certo, è la botta suscitata dal suo dietro-dietro-dietro front di ieri all'una, botta che si può misurare, nella sua intensità, col fatto che ieri sera, ancora alle 23 passate, la rassegna stampa di Sky Tg24, numero monografico "Il giorno della fiducia", non mostrava l'anteprima della prima pagina di Repubblica: il motivo è evidentemente uno solo, e cioè che Mauro, Giannini, Ceccarelli, Lo Papa, Bei, Rampini, Spinelli e tutte le redazioni distaccate ai quattro angoli del globo erano ancora in coma etilico dopo un pomeriggio di feroci festeggiamenti per aver visto finalmente avverarsi il sogno di un ventennio, dicasi Berlusconi messo definitivamente all'angolo, ridotto ad un comprimario dalla ribellione dei suoi stessi sottoposti. Grande, come al solito, il talento recitativo del nostro: mani giunte, volto tirato, dichiarazione di voto imparata come le preghierine della sera nei collegi di una volta, ma soprattutto un sesquipedale sprezzo del ridicolo, detto che fino a mezz'ora prima, come testimoniano fonti orali e scritte (cuccia, Tucidide!) la parola d'ordine era "sfiducia all'u-na-ni-mi-tà!!!". Meravigliosa l'arrampicata sugli specchi di Sacconi appena dopo i fatti, davanti ai microfoni dei giornalisti, tutto all'insegna della lode di Berlusconi e del suo "responsabile gesto da grande statista", ovvero ritirare la sfiducia da lui stesso minacciata una settimana fa, riportandoci al punto di prima, ma con un punto di IVA in più; perché poi qui casca l'asino: se alla fine dobbiamo rilevare come la blitz-crisi di questa settimana era gnagna, ciò porta a concludere che non c'erano veri motivi per bloccare l'azione del governo e far scattare l'aumento ivesco. Deduzione della deduzione, se oggi paghiamo la benzina 1,5 centesimi al litro in più, la colpa è di chi ha provocato il pandemonio. Sì, Silviuccio, sei tu. Sia chiaro: mai e poi mai ci professeremo gente di sx, esclusa la mano con cui scriviamo, ma per amor di democrazia dobbiamo dire basta alle mistificazioni. Basta col gioco del lupo e dell'agnello, per cui tu, Silviuccio, hai passato due mesi a fare la vittima, a dire che erano gli altri che ti provocavano, che toglievi deputati dal parlamento e ministri dal governo perché tutti erano cattivi con te, che l'IVA è aumentata perché Letta ha bloccato tutto, quando invece la causa del blocco sei stato tu stesso. Patetici i titoli dell'ex miglior quotidiano d'Italia: "Il PD mette in crisi il governo", ad insinuare che i piddini si ostinavano in giunta a volerti far decadere, ergo i tuoi erano costretti a togliere la fiducia a Letta. Ergo un tubo. Tre gradi di giudizio, Silviuccio: per quanto sia evidente che nei tuoi confronti c'è stata un'attenzione, diciamo così, particolare da parte della magistratura, è pur vero che le irregolarità c'erano e sono state sanzionate; dirai: "Eh, grazie, se tutti venissero sottoposti allo scanner finanziario che ho subito io, nessuno sarebbe immune da condanne". Vero, Silviuccio, ma tu non sei 'nessuno', tu conti, tu hai proclamato per vent'anni di essere venuto a salvare l'Italia e alla fine l'unica riforma andata a segno è quella che ha distrutto la scuola e le carriere dei giovani insegnanti. E poi, la foglia di fico somma: "È saltato tutto fuori perché avete indagato ME, ma se indagavate qualcun altro...". Teorema dell'autovelox: "Certo, andavo 20 km oltre il limite e c'era l'autovelox giusto lì, e ho 150 euro di multa, ma se lo mettevano quando quello là con la Porsche passava a 200 all'ora gli toglievano la patente". Già, ma ciascuno è responsabile delle cose che compie quando le compie. E chi scende in politica avendo alle spalle un copioso passato imprenditoriale (atteso che il mondo dell'imprenditoria non è esattamente un giardino di vergini)(atteso che la tua natura da simpatico squalo che non guardava in faccia a nessuno era cosa nota in tutta Milano già a metà degli anni'80), deve sapere che da quel momento ogni suo battito di ciglia presente, passato e futuro sarà messo sotto esame. E se poi il marcio salta fuori (perché c'era, non perché se lo sono inventati i giudici, posto pure che ti abbiano tenuto fin troppo d'occhio), non ci si può stupire o scandalizzare. Invece passa l'idea che non ha colpa chi commette il dolo, ma è l'autorità costituita che si impiccia a cose ormai fatte, osando pretendere che una situazione di fatto, confliggente con quella di diritto, vada corretta: nella tua antropologia, invece, antropologia in cui purtroppo ci specchiamo un po' tutti noi italica gente, la trasgressione reiterata alla regola diventa regola essa stessa, una specie di usucapione allargato. Litigai in epoche remote con alunni motociclettofili a proposito della lievissima evasione fiscale scoperta a carico di Valentino Rossi. Risposta classica: "Pota, profe, si è scoperto, perché lo hanno preso dentro" (come dire: "Mi ha interrogato perché stamattina ero a scuola..."). Appunto: la polizia indaga per scoprire i reati, mica per passare il tempo. Ma poi, quell'indagine partì perché c'erano conti che non tornavano, giusto il fatto che dalla sera alla mattina TUTTO l'abitato di Tavullia si era trovato con la connessione Fastweb bella pronta (Fastweb sponsor di chi.....?). Risali che ti risali, è saltato fuori Rossi con i suoi MILIONI di euro non dichiarati al fisco, altro che povero perseguitato. Quindi nessuno "l'ha preso dentro", è lui che l'ha combinata, dando il destro per ulteriori indagini e ulteriori scoperte. Ecco il livello della nostra civiltà, non certo per effetto dei soli vent'anni di berlusconismo, perché queste furbate sono nel nostro DNA ad ogni latitudine politica da sempre, ma sicuramente elevato a sistema dopo questi vent'anni: se io la combino, colpa tua che mi scopri, essendoci sempre ben altro da frugare. E così abbiamo visto in questi mesi deputati e senatori difendere l'impossibile oltre ogni logica, ma anche oltre ogni dato empirico conoscibile per tutti, gente che, senza più argomenti, cercava il rinfaccismo facile tirando fuori lo scandalo MPS, gente che faceva la voce grossa pur essendo azionista di minoranza del governo, gente che ha fatto la figura del fesso mentre forze speciali kazake giocavano a 007 in casa nostra. Eccetera. Un eccellente script, in cui Alfani e Santanchesse, Gelmini e Carfagne, Brunetta e brunette sono stati costretti per mesi, per anni anzi, a fare quello che facevano i comunisti tutte le volte che la Madre Russia ne combinava una di indifendibile, ed erano stringati comunicati in cui si contestavano i resoconti dei fatti offerti dalla corrotta stampa occidentale, ci si appellava al fatto che nessuna rivoluzione è esente da passi falsi, e che comunque no, non era come vi avevano riferito, si trattava di una dialettica più complessa, che il torto era tutto nei borghesi reazionari, fino a quando, arrivati al colmo dell'instaurazione del regime di Jaruzelski in Polonia, il povero Berlinguer dovette ammettere che la spinta della rivoluzione socialista andava esaurendosi. Novello Berlinguer, ieri e oggi Al Fano (per distinguerlo da Al Bano) ha stracciato il copione, non ne può più delle interviste precotte guardando dritto nella telecamera come un piazzista televisivo che deve convincere della bontà del suo prodotto, ha capito che il destino di un singolo uomo politico non può essere più importante di quello di un Paese intero. Le repliche stizzite a assertive a giornalisti e avversari politici che tanto piacciono a Brunetta; le lezioncine di Costituzione impartite dalla nota modella di calendari hot Mara Carfagna, che con ampi remeggi delle braccine e il caschetto da rettrice di educandato parla di cose di cui nemmeno sa il significato, essendo tutta roba fattale pervenire dagli spin doctor del PDL e da lei imparata a memoria; le spiegazioni barocche della Bernini, senatrice-avvocato con una pista per sci acrobatico al posto del naso, che a colpi di vocaboli con più di 5 sillabe tenta di farci capire che Berlusconi è un santo: il team delle risponditrici automatiche Ravetto- Gelmini- Comi, ottime come segretarie d'azienda, ma solo quello: cose che sono ormai fuori luogo; ci vuole troppa faccia a difendere chi, in nome di un presunto danno personale, ha provato a gettare nel baratro un'intera nazione, pretendendo che i suoi eletti si riducessero al rango di servi sciocchi e gli dessero ragione anche stavolta. Liberissimo di sentirti ingiustamente condannato, Silviuccio nostro, ma da qui a ritirare parlamentari e ministri per arrivare al sabotaggio dell'attività istituzionale, no no no. È per questo che noi abbiamo (momentaneamente, spero) abbandonato la sponda cdx: una riedizione del PCI in versione soap-opera è troppo. Silvio, ti consigliai in tempi non sospetti di prendere il primo volo per Antigua e non tornare mai più in Italia. Oggi sei senza passaporto e non puoi più. Quindi ti dico quest'altra cosa: rinuncia, esci di scena, fatti decadere e goditi la vecchiaia a Bellagio. Vedi, so bene, per averli provati, cosa sono i deliri narcisistici, e so che una parte di te, autoscusandosi per le piccole marachelle compiute in 50 e passa anni di carriera, non capisce perché certuni ti vogliano tanto male anche se tu sei sceso in campo per il loro bene; il tuo difetto è quello tipico di chi concepisce la felicità altrui come semplice estensione della propria, nel senso che si deve essere felici alle sue condizioni, magari anche sovvertendo un pochino le regole che tutti dovrebbero rispettare, ma che ostacolano il compiacimento edonistico; e quindi guai a criticarlo per quello che fa, nel suo mondo magico di psichiatrica consistenza il Bene è automaticamente dalla sua parte e cattivo e da eliminare è chiunque si opponga alla riuscita del giuoco. Tu credesti e agisti, ma sbagliasti. Per questi vent'anni in cui sperai e da te venni deluso, il voto è 3, che col 22% di IVA diventa 3,66. Arrotondo a 4, perché quando hai detto: "Siamo giunti a decidere dopo molto travaglio", il lapsus legato all'uso di questo sostantivo dimostra che anche tu sei umano.

Il duo di Fort Apache, Napolitano-Letta: dopo una settimana come questa, il minimo che io mi sentirei di meritare se fossi uno di loro due sarebbe un viaggio di tre mesi su una sperduta isola della Polinesia, senza connessioni Wifi, senza telefono, senza cartina geografica, a spassarmela sulla spiaggia alla faccia di tutti.
Ma no, siete qui e vi voglio dire cose. Anzitutto, bravi per come avete retto al tentativo di strappo estremo di Silviuccio: abbiamo veramente rischiato l'implosione del sistema democratico, oltre che il ludibrio di tutti i Paesi civilizzati. Certo, ora che, come sembra, il governo poggia su una maggioranza molto meno ricattevole dell'altra, ma ce sincereremo più in là, una richiestina mi sento di elevarla alle vostre Somme Deità: Giò, non più tardi di dieci giorni fa hai ammesso pubblicamente che la scuola italiana è stata vittima in questi ultimi anni di tagli inconsulti e immotivati, che tutto hanno fatto fuorché migliorarne la qualità; Rick, da Fabio Fazio ancora a maggio, con successiva riconferma domenica scorsa, giurasti e stragiurasti che stop ai tagli all'istruzione. Bene. Mettete insieme queste due istanze e traetene le dovute conseguenze: ora che non ci sono più falchi pidiellini a minacciare l'iradiddio, ora che l'umanità pare comprendere che una cultura girata tutta sul tecnico non è meno inconcludente di una girata tutta sull'umanistico, Giò, Rick, CANCELLATE, DISINTEGRATE, PULVISCOLATE quella maledetta riforma Gelmini. Ricordate che c'è un ricorsino pendente in merito che verrà discusso il 21 novembre. Perché attendere? Eliminate l'unico relitto ancora pulsante del ventennio che tanto vi diede noia, l'atto di arroganza più insopportabile che mai uno Stato moderno abbia perpetrato contro i suoi stessi dipendenti, la vendetta più assurda che ha colpito non i percettori dei privilegi contestati da decenni, ma coloro che a questi privilegiati sono succeduti senza colpa veruna. Gettate nel dimenticatoio la riforma più persecutoria e disordinata che mai pubblica amministrazione ricordi. Fatelo per la pacificazione da tutti quanti invocata. Per il resto sono sicuro, Rick, che quando hai detto: "È un grande" riferito a Silviuccio, non stavi usando un aggettivo sostantivato. Dai, dicci cos'era, un grande cosa? Voto 7 sulla fiducia, più il 22% di IVA saliamo a 8,4. Più di così...

Giuseppe Civati: datosi che gli ultimi chiari di luna parlamentari hanno di fatto steso il sudario sulle ambizioni premieratizie di Renzi (e sai quanto ci spiace...), restiamo alla battaglia piddina per l'elezione a segretario. Pippo mio, siamo omonimi, siamo pressoché coetanei, siamo entrambi lombardi, siamo entrambi dottori di ricerca in discipline umanistiche, pertanto credo di avere una certa qual serie di obblighi intellettuali nei tuoi confronti. Vado ad assolvere il primo: ricordati che sono vent'anni che gli italiani mandano al potere individui dal viso inquietantemente glabro. Cerone di Silviuccio a parte, Renzi e quel lugubre becchino di Cuperlo sfoggiano ogni giorno che Dio manda in terra un volto rasatissimo, quasi riflettente. Spesso tu indulgi invece a quell'ispida peluria biondo-folletto irlandese che fa tanto studente universitario che ha tagliato i ponti col mondo perché doveva dare Analisi 1. Nella repubblica platonica il compito del comando tocca bensì ai barbuti filosofi, ma noi abbiamo superato da mo' la tripartizione indoeuropea delle mansioni all'interno di una polis, sicché tu devi evitare che ti si confonda col ceto intellettualoide di sinistra, quello delle movimentate barbe di Michele Serra o Marco Damilano per intenderci. Niente di peggio, vista la traboccante simpatia dei soggetti. Liscità, Pippo. Oppure oblio. Voto 5, che per effetto dell'aumento dell'IVA al 22% diventa 6,1. E ringrazia Silviuccio di ciò.

La Lega nord, che, OVVIAMENTE, oggi ha votato contro il Decreto Cultura del Governo. Certo, in tempi di crisi come questi sembra follia stornare fondi alle fondazioni lirico-sifoniche, roba da fighetti si sa, o addirittura alla salvaguardia di quel cimitero extratemporale cadente e malconcio di Pompei. Per carità. Chi sarebbe così folle da pensare che il potenziamento delle occasioni culturali, offrendo al pubblico bue qualcosa di diverso dalle fiction interrotte dalla pubblicità di prodotti che nessuno ha più voglia di comprare, porti soldini in cassa? Davvero c'è gente under 80 che pagherebbe per sentire le sinfonie di Mahler? Davvero una Pompei meno scalcinata di quella odierna attirerebbe turisti paganti e contanti? Ve li immaginate visitatori gaudenti agli Uffizi che non devono sempre chiudere metà delle sale, o presso il mausoleo di Augusto? Questo è il Lega-pensiero. Per loro cultura vuol dire spreco, ovviamente di sinistra. Nel loro immaginario, la nuova agorà è il centro commerciale dove spedire i pupi con la cicca in bocca a giocare coi videogiochi seduti alla tavola calda, mentre si acquista il telefonino da 800 euro e si tenta invano di far entrare la moglie nelle taglie 42 esibite alle vetrine degli outlet, pensando nel contempo a come implementare i tempi morti serali dopo l'anticipo di serie A in TV (birra e pizza o pizza e birra?). "Mah, che stereotipi qualunquisti". Lo so. Uguali e contrari a quelli che "il popolo della Lega" ha vomitato contro noi insegnanti e uomini di cultura in genere, dandoci genericamente del comunista (respingo al mittente, thanks...) ed elevando il conto in banca a unico parametro per giudicare la dignità umana (e se sapessero quanti uomini e donne di sinistra hanno il portafogli a destra...). Per costoro, tutto ciò che non diverte immediatamente o che spinge a riflessioni oltre il livello zero della comunicazione è in automatico una zavorra che obnubila il libero dispiegarsi delle facoltà naturali dell'uomo, che nel loro pantheon coincidono con quelle più istintivamente animali. Peccato invece che la cultura sia il punto più alto della nostra evoluzione. Che costa, certo. Ma rende. Voto 0, e tale rimane anche aggiungendo l'IVA al 22%.

La cretina che ha tentato il suicidio per non essere riuscita a procurarsi il biglietto per il concerto degli One Direction. Ora, a parte che da qui a giugno prossimo quelli lì potrebbero anche essersi sciolti ("NuuuuooooooooooHHHH, Louis nooooooooooOoOoOoo!!!!!"), rilevo nel per fortuna mancato autoannullamento della predetta figliola la traccia ulteriore della smaterializzazione etica e psichica della generazione bimbominkia. Sì, in altre sedi già osservammo che sono più di 20 anni che le fan delle boyband cianciano che senza il loro Nick, Robbie, Justin, Brian ecc. ecc. la vita non ha senso, ma alla fine erano frasi che restavano lì. Adesso no, è talmente forte l'anestesia morale in costoro che la barriera tra le cose per cui vale veramente la pena vivere (ed eventualmente morire) e la fuffa è del tutto crollata. Volersi uccidere perché non si riuscirà a vedere il Catechista mancato dal vivo (con quel muso, poi...)  va al di là del dispiacere che noi stessi provammo in un lontano e anonimo pomeriggio di periferia del 1987, quando ci accorgemmo di essere stati troppo in cortile a giocare, sì che avevamo bucato la puntata di Holly e Benji (che peraltro ineriva alla noiosissima partita con la Hot Dog dei gemelli Derrick, insomma nulla di imperdibile). Ci restammo male, è vero, perché all'epoca seguire quel cartone era quasi una religione (tralascio le schiere di coetanei che tentavano senza successo il tiro ad effetto...)(il tuo unico gol su azione in 13 anni di ora di ginnastica è stato un'autorete, ricordi?)(vabbe', quisquilie...), però a sera non ci si pensava più. E all'epoca per noi Oliver Hutton e soci erano davvero degli eroi. E non c'entra che nel caso degli OD ci sta anche tutto un fattore estetico-erotico che nel nostro caso era per forza di cose assente: c'è che l'eroe mediatico è una fonte di vita superiore a quelle reali proprio perché la vita reale non conta nulla rispetto al mondo fatato di sogni che i media hanno tessuto attorno ai bimbominkia. Questa qua tenta il suicidio, ma di fatto è già una pianta adesso, senza nemmeno attendere l'apposita assegnazione al girone di Pier delle Vigne; per una così non c'è famiglia, non ci sono amici, non ci sono agenzie sociali che tengano: fuori dal suo castello di favole e Sawii Badilati, semplicemente non c'è nulla di percepito. Cioè c'è solo la morte. Voto 2, che con l'Iva al 22% fa.... ah no, era già inclusa nel prezzo dei biglietti che non ha comprato...

domenica 15 settembre 2013

I grandi tour culturali di Eligio de Marinis. Machittevòle@festivaletteratura. Siamo tutti Mario Bros.

[Pre-avviso: a tutti quelli che a fine lettura alzeranno il ditino dicendo che la mia ricostruzione del parallelismo videogiochi-cartoni animati è cronologicamente disomogenea, ricordo che i prodotti culturali di un'epoca non vanno mai di pari di passo (letteratura e pittura romantiche, per dire), eppure mostrano ad uno sguardo panoramico ineludibili affinità. Gioiezze e abbraccitudini].  

[Diario del capitano, data astrale 5 settembre 2013]

Saltabeccando tra uno scrutinio settembrino (bocciali!bocciali!) e un puccioso matrimonio, non avremo grandi occasioni di venire quest'anno a Virgiliopoli, nondimeno oggi qualcosa riusciamo a sentire. Mantova è come sempre un crogiuolo di etnie, nel senso che, passeggiando amenamente per Piazza Sordello, odo non solo accenti norditalici più o meno familiari, ma bensì persino invece addirittura gente del sud e pure TEDESCHI in giro con tanto di brochure degli eventi e relativa cartina orientativa. Ora, sarà pur vero che una forte percentuale dei partecipanti al festivàl forse viene più per curiosità che per altro, e magari tra costoro si celano quei famosi italiani che leggono in media meno di un libro all'anno. Però il grosso della gente alla letteratura tiene davvero, vedo in questo momento, negli augusti corridoi che conducono all'aula magna dell'università, individui di età assai diversa che confluiscono e la cosa mi dà un certo piacere. Sì, la quota bimbominkia è rispettata, ne ho giusto tre qui a fianco,  ma...
Comunque, che una città medio-piccola, pur di enorme tradizione culturale come Mantova, riesca anche in tempi grami come quelli odierni a calamitare tutta 'sta gente ad ascoltare scrittori che provengono da dovunque, e parlano di qualunque cosa, permettendo di soddisfare davvero tutti i gusti, io dico che siamo al miracolo. È la prova della tesi che noi pervicacemente sosteniamo almeno dai tempi dell'esordio di Del Piero nella Juventus: non è vero che gli italiani sono tutti ignoranti o non amano la cultura, con la quale al massimo si possono fare i panini, vero Tremonti? No, gli italiani amano la cultura, solo che siano offerte loro occasioni vere e coinvolgenti e non pallosi vernissage i cui protagonisti e relativi ospitanti si parlano addosso, a ribadire che loro sono tanto bravi e grazie al popolo bue che è venuto a sentire, ma tanto non capirà niente. Per fortuna situazioni di questo tipo si verificano di rado a Mantova. Giusto quando un quintetto di boriosi cattedratici ciarlò su Pavese per concludere che "io mi sono laureata nel '70 su questo scrittore, ma a quasi 40 anni di distanza mi  rendo conto che è davvero difficile capirlo, anzi impossibile, l'ho capito solo io, voi ascoltatemi, se ci arrivate"; oppure, presente il giovane 98enne Gillo Dorfles, l'intervistatore che se ne esce con: "Gillo, possiamo dire che oggi, qui a Mantova, ad ascoltare te, ci sia la parte migliore dell'Italia?", come no, il primo leghista di passaggio ti avrebbe replicato: "No, c'è la parte d'Italia che al giovedì pomeriggio può permettersi di non lavorare e venire a Mantova a sentir conferenze!"; o ancora, presente l'ultimo Levi rimasto, Arrigo, il suo dotto interlocutore, il sempre modesto Riccardo Chiaberge, occupa circa un quarto d'ora a dirci di come lui, giovane giornalista pivello ma già pieno di talento, fu assunto a La stampa da Arrigo, e come ci siamo voluti bene, e come ho imparato il giornalismo da lui, e gnè gnè gnè.
Temevo, a dir la verità, che l'ottimo Carlo Freccero, relatore su argomento fiction, cadesse lui pure nell'autoreferenzialità di quello che ha lavorato in modo innovativo e ha capito la tv meglio di chiunque altro, e mi ricordo i miei primi anni a Rete4 ecc. Invece no, di sé Freccero ha detto solo l'essenziale e il vero, ovvero che l'hanno praticamente rottamato. Ciò però è emerso durante un intervento molto coinvolgente, cosa rara quando si legge una relazione già pronta, che Freccero ha detto in esergo essere dedicata soprattutto agli spettatori più giovani. Oddio, visti certi riferimenti 'alti' (Hegel, Lukacs, Propp, il formalismo, lo strutturalismo, l'iperrealismo, cose così...), non so quanti 'giovani' siano riusciti ad orientarsi, nondimeno grazie Freccy, ci sei arrivato. Freccy che ne sa, nevvero? è colui che ha riportato Boncompagni in Rai con Macao, ma sopratutto colui che ama e odia Berlusconi in egual misura, lodandone il mostruoso talento imprenditoriale, da lui stesso sperimentato quando lavorava a Rete4, e deprecandone con gocce di bile che cadono dagli incisivi la parabola politica, condotta a suo giudizio all'insegna di un bonapartismo cieco e psicotico che ha ammazzato la cultura in questo Paese, provocando peraltro la rovina lavorativa di Freccero medesimo. Insomma, un pezzo grosso che conosce altezze e cadute del sistema della creatività televisiva.
La relazione frecceriana ci ha dato novella linfa per portare avanti la nostra idea fondamentale sulla civiltà bimbominkia, ovvero che i nostri adorati Nativi Digitali vivono immersi in un mondo di stimoli che li porta a concepire ogni aspetto della realtà come parte di un gigantesco videogame, videogame che coincide di fatto con la vita stessa. Scopro peraltro che in tempi remoti (anno domini 1947) il filosofo Theodor Adorno, quello di "come si può credere in Dio dopo Auschwitz", scagliò i suoi fulmini teoretici contro, udite udite, I CARTONI ANIMATI DELLA WARNER BROS (Gatto Silvestro, Will E. Coyote, quelli lì, insomma), poiché a suo dire producevano nel pubblico una sorta di anestesia al concetto di violenza: la visione di storie in cui i personaggi si picchiano coi martelli e gli incudini, esplodono con la dinamite, cadono nei burroni, vengono spiacciati a fisarmonica e magicamente subito dopo ritornano intatti come prima, aveva, secondo l'Adorno, l'effetto di neutralizzare la concretezza del dolore e della sofferenza, poiché il bamboccio d'allora veniva portato a concludere che la violenza vera non esiste e tutto si risolve come se niente fosse (se avesse visto anche solo mezza puntata qualsiasi di Ken il guerriero, si sarebbe suicidato...). Il che fa il paio con quella che io e la Spocchia abbiamo ribattezzato: "sindrome del drago Shenron", in memoria del dragone magico di Dragonball a cui si chiede sempre di riportare in vita tutti gli umani uccisi dal cattivo di turno: il bimbominkia d'oggi si illude che, nel suo percorso scolastico, ci sia prima o poi uno Shenron che gli tolga le castagne dal fuoco, ergo lo aiuti, senza alcun merito specifico, ad avere i voti sperati con poca o punta fatica, esorcizzando evidentemente lo spettro dell'esame a settembre o peggio della bocciatura. L'importante è non faticare.
Dimensione cartoonesca e videoludica hanno quindi profondamente innervato gia da mo' il nostro modo di pensare, e noi che siamo cresciuti a pane, Mazinga e Street Fighter 2 lo sappiamo bene; ma, come dissimo già altrove, a noi è rimasta ancora la facoltà di distinguere il momento videogame dalla realtà vera. Se però oggi, ai nativi digitali, ogni occasione massmediatica viene declinata nelle forme del videogame, quale scampo può trovare il bimbominkia odierno?
Questo mi domando mentre Freccy declina l'ottima relazione: veniamo a sapere che nelle facoltà di Scienze della comunicazione americane il libro europeo più letto è la Poetica di Aristotele (Gelmini-Tremontiiiiii, la sentite questa voce????), perché in essa gli sceneggiatori di fiction trovano la base teorica del successo delle fiction medesime, ovvero il fatto di puntare tutto sull'intreccio lasciando perdere sociologismi o psicologismi calati dall'alto, poiché, come insegna lo Stagirita (Aristotele, sempre), il carattere emerge direttamente dall'azione, che è imitazione della realtà, senza bisogno che l'autore avverta il pubblico di questo & di quello; in effetti in tragedia la cosa funziona così (domanda volante: e Dawson's Creek, con le pippe mentali reiterate dei suoi interpreti, allora da dove spunta?); ulteriore struggimento giuggioloso mi addiveniva dal sentire che di là dallo zio Sam i miti greci sono studiatissimi, perché il loro intreccio prevede tutto quanto messo in luce dagli studi proppiani sulle funzioni della fiaba (mancanza iniziale, prove, scioglimento, ecc.), sì che Indiana Jones non sarebbe spiegabile senza le fatiche di Ercole (Gelminiiiiii, are you listening?). E quindi lodi lodi lodi alla narratologia e al suo studio (ok, ma non ai bambini del biennio del Liceo, sennò non leggeranno mai più un libro in vita loro....).
Ma la svolta quando avviene? Avviene, dice Freccy, quando la linearità dell'azione narrativa, con relative funzioni proppiane, si 'smonta' né più né meno come nei videogame: le vicende delle fiction videoludizzanti, che Freccero capostipitizza con Lost e le altre a seguire, sono come partite a scacchi che invitano lo spettatore a vedere e rivedere gli episodi per cogliere cose che magari al primo sguardo non erano chiare; i personaggi sono concepiti come eroi in lotta contro una realtà le cui regole non sono fissate all'inizio una volta per tutte, ma si rivelano man mano che la storia si dipana; essi personaggi sono poi messi in condizione di dover completare livelli narrativi per acquisire capacità via via più ampie che serviranno per gli ulteriori livelli della storia, ovvero per le stagioni successive della serie (e qui non possiamo non citare a supporto del Freccy il fenomeno anni '90 dei Librogame, che mettevano su carta esattamente ciò che avviene nei videogame, ah Lupo Solitario...); non è di fatto prevista un fine alla serie, che virtualmente può aprirsi ad infiniti sviluppi spiraliformi, sì che l'inizio della storia è un puro pretesto, il finale può anche sapere di posticcio, ove esso si riveli, poiché tutto il bello risiede nello sviluppo dell'azione. Freccy, ricicciando i concetti aristotelici di unità di tempo e luogo della tragedia, argomenta che una fiction come Prison Break è di fatto un gigantesco videogame, con un personaggio che ha addirittura tatuata sul corpo la mappa della prigione da cui dovrebbe sfuggire, e quindi la lotta è giocata contro l'unità spaziale, laddove l'angosciosa serie 24 vede i personaggi in lotta contro l'unità di tempo. Si tratta comunque di fiction in cui la storia è un puzzle che obbliga lo spettatore a partecipare attivamente per decifrare, quasi assieme ai personaggi, la situazione entro cui si svolge l'azione (e qui Freccy opina: tipico concetto di apprendimento attivo di scuola Dewey, vero, verissimo, chissà quanti hanno colto l'accenno...). Morale: la fiction italiana, che poi è tutta per Rai1 e Canale5, al confronto è pura preistoria. 
Analisi, come si vede, eccellente. Già certi film d'azione più o meno fantastici o fantascientifici americani, del resto, mostrano una struttura di trama che prelude ampiamente alla loro futura edizione in videogame, con sezioni arcade riconoscibilissime (da Spider Man a Minority Report, per dire...). Non v'è poi chi non veda come il concetto di potenziamento successivo delle abilità dei personaggi e quello di boss di fine livello da superare per accedere al livello successivo abbiano copiosamente innervato di sé le serie dei Cavalieri dello Zodiaco, di Sailor Moon e dei Digimon, tutti cartoni animati prottrattisi per stagioni e stagioni. Tutto si tiene, insomma. Ciò peraltro corrobora tutta la nostra riflessione sul bimbominkismo. Psichiatricamente parlando, già noi alfieri della generazione X abbiamo episodicamente sofferto della cosiddetta sindrome del mondo magico, ovvero di una deformazione mentale nel leggere la realtà che comporta la convinzione che tutto ciò che accade o ci accadrà sia orientabile solo ed esclusivamente secondo i nostri desideri, così che magicamente i momenti di opposizione dialettica con persone, cose ed eventi si risolveranno con la 'nostra' vittoria. Tale forma mentis, che io e la Spocchia conosciamo fin troppo bene (ah ah, sei pazzo, sei pazzo!!)(e quindi? verità e bellezza si nascondono dietro le pieghe della follia)(che cretino, si risponde da solo...)(ok, chiudiamola qui...), si concreta in una 'storia' che prima o poi deve vedere la fine; il mondo magico di estrazione videoludica, teoricamente, non dovrebbe finire mai, perché ad ogni livello ne seguirà sempre un altro, ogni episodio di Call of Duty non è mai quello definitivo, poiché io giocatore so che i produttori hanno pronta una nuova edizione, con nuove abilità da acquisire e potenziamenti vari da sbloccare. La qual cosa potrebbe forse parzialmente spiegare la da noi più volte denunciata bidimensionalità fantavirtuale che caratterizza il modo bimbominkiesco di rapportarsi col mondo esterno: i videogiochi di oggi hanno appunto la tendenza a proporre una realtà fantastica senza fine, in cui certo la violenza è ridotta a puro gioco (Call of Duty, appunto), e difatti sappiamo di ragazzi che vandalizzano cose e persone giusto perché secondo loro la loro vita non è altro che estensione  di quella dentro cui giocano quando accendono la PSP. La spirale vince sul cerchio, ma soprattutto il diaframma tra finzione e concretezza si sbirciola, sì che la concretezza si fa finzione e viceversa.
Vorrei quindi registrare almeno tre tappe dell'evoluzione videoludica a sue relative ricadute: i primissi-issi-issimi videogiochi d'azione dell'evo moderno (Pac-Man, Donkey Kong, Burger Time) avevano come caratteristica la proposizione di un'avventura abbastanza statica, con un crescente livello di difficoltà, senza che fosse prevista una fine. Più si era bravi, più si imparava a scansare i nemici e completare il livello: l'abilità progressiva era tutta, per così dire, del giocatore, mentre il personaggio guidato rimaneva sostanzialmente uguale a se medesimo, senza potenziamenti di sorta. Notevoli poi le varianti come Pitfall, in cui il simpatico eroe doveva attraversare caverne & oceani per giungere da qualche parte, ma in genere per completare l'avventura e riprenderla daccapo, magari coi nemici più veloci. Sono videogiochi che noi abbiamo appena annusato, perché eravamo piccini all'epoca della loro uscita. Videogiochi, mi permetto di osservare, sovrapponibili alle avventure virtualmente infinite dei cartoni di Hanna e Barbera (o ancora WB), sì che ad ogni episodio Yoghi e Bubu avevano il loro daffare ad interagire col ranger e con varia gente umana e animale a Yellowstone; non c'era tuttavia la prospettiva di un'evoluzione dei caratteri, né l'ambiente dell'azione conosceva significative variazioni. Finché c'era materiale da sceneggiare, bene, poi chissà. Direi che nella loro prevedibie circolarità, cartoons e videogiochi di questo tipo impedivano automaticamente l'immedesimazione dello spettatore, che coglieva senza dubbio il limite metafisico tra la propria vita reale, basata su una decisa varietà di situazioni, e la stereotipezza (o stereotipitudine) di gente che continuava a schivare barili scagliati da uno scimmione ubriaco fino allo sfinimento.
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La seconda generazione di videogiochi, grazie anche alle maggiori possibilità offerte dall'evoluzione della tecnologia informatica, presenta storie più o meno concluse (Mario Bros, Shinobi, Ghosts 'n goblins con uno sviluppo che prevede anche l'acquisizione di abilità progressive tramite oggetti (i funghetti, i fiori del fuoco, l'armatura,  i poteri legati alle diverse armi, ecc.). In parallelo a questo sviluppo noterei il fiorire dei cartoni in cui, bene o male, un cenno di sviluppo pur nella prevedibilità della trama è presente, così come l'evoluzione delle capacità dei protagonisti. Certo perché ciò avvenga bisogna uscire da Yellowstone e andare in Giappone a vedere Mazinga (e Goldrake, e Jeeg, e Gordian, e Vultus 5, e Golion.....) che, dopo millemila scontri con mostri meccanici di ogni tipo, salva definitivamente la Terra (passando da Z a Grande, of course, poi ci hanno spizzato pure Mazinkaiser, ma siamo in altre epoche). Il versante splatter è tutto appannaggio di Kenshiro coi suoi guerrieri sempre più forti e sempre più asfaltati, fino allo scontro finale col cattivone Raoul. Sul versante rosa, compaiono simpatiche bambinette munite di bacchetta magica che fanno tante cose buone ai loro fantastici amici, tutto in episodi in sé conclusi, inseriti però in una trama generale che comporta momenti evolutivi da una bacchetta all'altra (Creamy, Evelyn) o addirittura interessanti approfondimenti che la personaggia principale esercita su se stessa (Magica Emi, con May che a fine serie decide di rinunciare ai poteri magici per fare prestidigitazione a livello 'umano' come i suoi amici del Magic Arts). Sailor Moon, s'è detto, implementa con situazioni di lotta contro il male e sviluppo di poteri delle ninfette in più serie che guarda già alla fase successiva. Quanto ai Cavalieri dello Zodiaco, che risalgono a fine anni '80, quindi prima di Sailor  Moon, vediamo brava gente che sviluppa poteri sempre più ampi contro avversari sempre più forti, poi sarà la bulimia anni '90-2000 a estendere le avventure a prima (Episode G, The Lost Canvas) e dopo (saga di Artemide, saga di Apollo) la situazione di base. Qui assistiamo al trionfo del mondo magico cui anche noi dobbiamo molto, poiché, tendenzialmente, l'accrescimento delle proprie doti mira ad una conclusione abbastanza definitiva (espressione sciocca, ne prendo atto), nella fiducia che le traversie dei buoni abbiano prima o poi fine e non debbano riprendere da capo. E che i cattivi, che sono sinceramente ed inconfondibilmente tali, vengano debellati una volta per tutte. Non posso negare che la fruizione reiterata di queste storie abbia esercitato, su ingenii particolarmente porosi (il tuo, ad esempio...)(ma che ne sai?)(solo il fatto che ti dai ragione da solo...), una certa influenza e abbia predisposto a episodici momenti di sviluppo di una concezione del reale un pochino giocattolosa (un pochino? ha detto un pochino?)(pazzo, pazzo...)(zitti, ordine nell'aula da me presieduta!), tale per cui le persone a noi avvverse diventavano i cattivi da abbattere, mentre a noi spettava la ricerca indefessa di una sorta di codice di attivazione per generare nuovi poteri in grado di superare le situazioni avverse. Lo so, lo so, è successo. Eppure non si è mai frantumato il diaframma cui accennavamo. Perché? Sia perché va bene essere stupidi, ma scemi no, sia perché le storie cartoon-videoludiche in oggetto, proprio per la loro conclusività circolare (il buon vecchio Jeeg) o limitata serialità (i buoni vecchi Mazinga Z - Grande Mazinga - Goldrake, sì, era il terzo capitolo della saga, ma in Italia ci hanno fatto credere il contrario) si rivelavano per ciò stesso 'altre' dalla vita vera, in cui, come si capisce, nessuna situazione esistenziale è conclusa una volta per tutte.
Cominciò poi la moda dei videogiochi non solo 'lineari', ma 'multidirezionali', quelli cioé in cui, accanto al filone principale dell'avventura, si sviluppavano sotto-giochi o andavano cercati schemi-bonus segreti, magari girando su e giù per mezz'ore intere lungo un livello già visitato ad libitum in cerca di quel passaggino o di quell'oggettino che era sfuggito. Super Mario World per Nintendo 16 bit ne è un esempio eloquente. Ed ecco profilarsi l'idea del gioco infinito, che chiede continui ritorni sul già visitato e pazienti composizioni di puzzle per risolvere vicende parallele a quella che richiede il semplice arrivo in fondo al gioco  (Donkey Kong Country, per dire...). Il salto definitivo si ha con l'ingresso dei giganti Sony e Microsoft che, sviluppando sistemi di console dalla memoria extra-ultra espansa, creano avventure mostruosamente lunghe, serialmente inesauribili, articolate lungo catene di sviluppi, potenziamenti ed enigmi, giocabili online con sterminati per quanto ignoti co-concorrenti. La serialità cartoonesca si accoda, con realizzazioni che sono di fatto videogame a disegni animati (i Pokémon, Yu-gi-oh),  in cui in effetti una storia non c'è, sostituita da una serie interminabile di scontri che preludono ad altri scontri. In altri casi la storia è una palese successione di 'missioni' (Naruto), o più semplicemente una riproposizione ad sfrangendas pilas di un unico cliché (Dragonball, Dragonball GT, Dragonball Z, Dragonball gné gné, ecc.). Di evoluzione in evoluzione, il personaggio offre allo spettatore l'illusione della inconsistenza dei confini tra vita e gioco, perché queste storie, esattamente come la vita vera, non hanno fine o, come nel caso degli indecifrabili manga giapponesi di ultima generazione (Neon Genesis Evangelion, I Cieli di Escaflowne e strazi consimili), sono enigmatiche e provocanti nel loro ansiogeno parlar per allegorie, nell'assenza della distinzione netta tra buoni e cattivi (Nerv vs Seele), evocando proprio per questo una dimensione problematica ed irrisolvibile che prolunga nel cartone la quotidianità delle inquietudini del fruitore. Ed è da questo livello, come Freccero ha saggiamente colto, che pesca la fiction americana d'oggi, aliena ormai tanto dalle storielle ad episodi in sé conclusi (ah, Mary Tyler Moore, ah, I Jefferson, ah, Star Trek...) quanto da quelle più articolate, ma fondamentalmente lineari (ah, Beverly Hills, ah, Streghe...). Trionfa il multiverso di Lost, True Blood e gioiezze varie. E soprattutto, lo spettatore bimbominkia è circondato ovunque da scenari di mondo magico INFINITO, infinito però NEL BENE E NEL MALE, che lo convincono senza possibilità di fallo alcuno che la storia inventata e la vita vera valgono uguale. Alla base dell'anestesia emotiva dei nostri Nativi Digitali, però, resta un paradigma che abbiamo conosciuto noi per primi, ma che a loro ha provocato danni enormi: Pitfall o Mario o Sonic cadono in un buco, ma poi il gioco ricomincia e loro sono lì dov'erano; oggi il personaggio videoludico, quale che sia il tasso di sfiga e/o incapacità di chi lo guida, può addirittura 'salvare' la sua posizione su cartuccia, così da essere eternamente riattivabile (vedi alla voce Rei Ayanami); come il povero coyote che si friggeva la testa nel tentativo di bloccare lo struzzo e poi tornava come nuovo. Credo che la faccenda si possa condensare proprio in questo dettaglio: siccome tutto ricomincia, tutto si può riportare all'ultima posizione utile salvata, anche il dolore degli altri, sia che lo si infligga o che semplicemente vi si assista, è un episodio che si può cancellare per sovrascrivervi altro. 'E vabbe', gli passerà,', pensa il Nativo Digitale "è la sua vita [leggasi= la sua partita], non posso mica intervenire...".  Idem per il dolore che gli altri ci infliggono. Se il fidanzatino tradito uccide la sua ex, o il padre uccide i figli avuti dalla ex moglie, lo fa per 'salvarsi' una posizione più conveniente nella mappa della sua esistenza, una posizione in cui LEI, così disturbante nel suo rifiuto, non deve più comparire. Gli infiniti schemi offerti dal videogame dell'esistenza consentono di resettare il proprio profilo per crearne uno migliore, con gli add-ons giusti e senza le penalità che tanto hanno ostacolato la risoluzione del livello.
Tutto ciò, insomma, è la riprova tragica che l'evoluzione dell'uomo nella sua componente artificiale muta in modo grandioso ma terribile anche i suoi connotati psicobiologici. Eppure nessuno vorrebbe rinunciare al progresso; ma c'è chi da questo progresso viene psicologicamente travolto. E la storia continua.