Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!
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mercoledì 3 luglio 2024

LE GRANDI BLOG-CRONACHE DI ELIGIO DE MARINIS. EURO 2024, SVIZZERA ITALIA 2-0, "LE MEMORIE CI ASSALGANO"

Se c’è mai stato un cartone animato che prova inequivocabilmente la tesi di Freud secondo cui il bambino piccolo è tutto fuorché un angelo, questo è Là sui monti con Annette, ambientato guarda te in Svizzera: nelle circa 50 puntate di questo psicodramma elvetico, giostrate nella Twin Peaks del Canton Vaud, ovvero Rossinière, vediamo in azione bambini capricciosi e vendicativi che si imbizziscono per episodi minimi, ragazzine bionde con un livello di permalosità Nina Moric plus

 


 

timidi aspiranti intagliatori di legno che giocano per tre quarti di episodio a fare la vittima, fratellini seienni petulanti che collezionano ermellini (vivi),

 


per salvare i quali non esitano a gettarsi in fondo ai precipizi salvo poi rompersi la gamba, il cui osso si salda poi in modo abnorme
(?) sì da rendere impossibile qualsiasi movimento, gli intagliatori predetti che si fanno una sciata in mezzo alla tormenta lungo il crinale che porta a Montreux, perché non hanno i soldi per il treno,  


solo per trovare un medico esperto a dissaldare ginocchia troppo rinsaldate, il tutto tra eroici tentativi del ragazzino di riconquistare l’amicizia perduta scolpendo nel legno arche di Noè puntualmente fatte volare in aria dalla biondina, nonché dispetti infiniti tipo la biondina che fracassa il cavallo ligneo dell’ ex amico per sabotare la sua altrimenti inevitabile vittoria al concorso della scuola, pentimenti,  fughe nel bosco in casa di vecchietti di dubbia affidabilità che però intagliano il legno divinamente,

 


 

la biondina che rischia l’assideramento e allora confessa all’ex forse ancora di nuovo amico il misfatto del cavallo, scuole elementari pluriclassi con episodi di bullismo che fortuna che non esisteva internet, dopodiché tutto si conclude con la fine delle scuole e la corsa di questi marmocchi demoniaci verso il loro pirotecnico domani.


Di fatto, siamo di fronte alla versione dark di Heidi. Cosa che rende allucinante il (banale) testo della sigla, vergato dalla compianta Alessandra Valeri Manera (RIP) e accompagnato da una musichetta troppo paciosa, che recitava: "Là sui monti con Annette/ dove il cielo è sempre blu/ là, con Dany e con Lucien/ vieni vieni anche tu" MA ANCHE TU COSA, IN MEZZO A QUEI BAMBINI PSICOPATICI?? (comunque nella seconda strofa anche la compianta non ha potuto fare a meno di chiamare 'diavoletti' i due, eh, 'nzomma, mentre nella terza Annette è definita UN PO' AGGRESSIVA e rancorosa, ma pronta a farsi una risata.. sì, dopo 23 puntate...)
 



Ciò spiega il disastro di sabato sera: undici piccoli Lucien convinti di avere davanti Heidi e che invece non hanno capito che la squadra avversaria era zeppa di Annette ferocissime, a partire dal roccioso capitano Annette Xhaka, per passare all’imprendibile Annette Embolo che si porta a spasso Di Lorenzo e Barella come gli ermellini di Dany, fino ai due cecchini che ci condannano all’eliminazione, il rapinatore d’area Annette Freuler e il cecchino da fuori area Annette Vargas. 

 


Noi, che poi avevamo rifiutato di guardare il primo tempo, perché in viaggio verso la città dove avremmo partecipato a un convegno sulla medicina pneumatica a una festa mangereccia, noi appunto con pizze e Vermentino andavamo a bussare alla porta, ma prima ancora di farlo sentivamo arrivare un Nooooooo!!! da dentro l’appartamento che ci infondeva i più cupi presagi, aggravati dal fatto che la maniglia della porta girava, ma la porta restava chiusa, finché sulla soglia compariva una gentildonna in gramaglie mormorando: “Ha segnato la Svizzera…”. Il che ci ha portati ad ignorare il secondo tempo, recuperando via registrazione tutto il match, anche perché il raddoppio svizzero appena rientrati dagli spogliatoi ci ha decisamente fatto preferire fregola e tramezzino diplomatico rispetto a quello strazio.

Strazio già tutto nell’inspiegabile congiuntivo impiegato da Caressa nel solito epic-pippone pre-gara: cosa vuol dire “Le memorie ci assalgAno?”. Visto il contesto della frase, e dato un rapido controllo a sei-sette grammatiche latine, esortativo non è, desiderativo non è, concessivo non è, potenziale non è, dubitativo nemmeno, suppositivo nemmanche, irreale no perché ci vorrebbe l’imperfetto. Ragionando alla stoica, la crisi del linguaggio è spia di un più generale impazzimento della struttura del cosmo, ed in effetti il Caressa medesimo, al 28’, osserva costernato che siamo troppo “frAttolosi” nella manovra. Mah. 

Che poi le statistiche iniziali di Bergomi che dovrebbero garantirci almeno un 56-0 e invece, senza tener conto della solita, storica frasaccia acchiappa-sfiga al 29’ (“vediamo quanto riescono a tenere il ritmo” detto degli svizzeri, e invece), Caressa che minimizza ogni boiata dei nostri, Bergomi che pialla (“non è riuscito a passare…”, “come non è riuscito…? NON HA VOLUTO!!”) e insomma al 35' coso là segna, Caressa dice “male” e Bergomi lo corregge pure lì (“molto male”).

Poi capisci che appena rientrati quelli là segnano e vabbè (“troppo, troppo facile”, opina Bergomi, e Caressa lombrosiano: “i nostri avevano facce che non mi piacevano già sotto il tunnel”). E ciao Europa.

 

 

Già in passato opinammo sullo stato comatoso del nostro calcio, quindi non aggiungeremo nulla, se non una tipica osservazione da blogger che si improvvisa esperto di un ramo che non gli appartiene, in questo caso la sociologia. Ebbene, per comprendere come giocatori con tatuaggi più elaborati degli affreschi di Santa Maria Novella, roba che al confronto le polemiche sull'acconciatura di  Nesta [read my lips: N.E.S.T.A., uno a cui oggi Calafiori potrebbe FORSE insaponare i tacchetti] diventano barzelletta, dicevamo per capire come gente simile assurga al ruolo di portabandiera dei nostri destini pedatori bisogna affondare il coltello nella purulenta piaga dei mali che ci affliggono da ormai un trentennio: detto che la polemica sui ‘miliardari in mutande’ è datata, ma non priva di un certo fondamento, il problema è che QUESTI miliardari valgono, sportivamente parlando, meno delle loro mutande: essi sono la propaggine estrema di quello sciagurato fenomeno di esaltazione del calciatore sempre e comunque, indipendentemente dai risultati, che ad un certo punto si è incrociato col mito dorato del binomio calciatore-velina, che a sua volta si è incrociato col mito del belloccio incapace di successo incarnato dai tronisti. Risultato: il calciatore resta un mito per coloro che seguono questo sport con lo zelo con cui si è adepti di un culto, per cui i singoli ministri possono sbagliare qualcosa, ma IL culto non si discute. Si ricordi del resto che Dante Alighieri, nonostante alcune trascurabili divergenze col Papa, non ha mai abiurato alla fede cristiana; allo stesso modo, chi segue il calcio come una religione non cessa di rimpinguare gli introiti dei suoi protagonisti, delle società e relativi stadi, delle televisioni, del merchandising in genere anche quando costoro fanno schifo allo schifo, così che possono sempre dire “di far girare l’economia” e quindi giù milioni di stipendio. Solo che oggi non abbiamo calciatori di valore, ma onesti mestieranti che hanno semplicemente intrapreso una professione che è associata alla ricchezza, al lusso, ai privilegi esclusivi, dimenticandosi che ricchezza, lusso, privilegi esclusivi sono solo il promontorio estremo di una vita di allenamenti, fatiche, sacrifici, delusioni e rinunce. Vigendo tuttavia il modello del tronista, adorato senza senso da folle femminili così come il calciatore-zappa è adorato senza senso dai tifosi-adepti, i nostri campioni si sono specializzati nell’italianissimo tirare a campare: finché il pubblico c’è, e paga, finché il mio stipendio annuale equivale a quello di CENTOVENTI vite di un operaio, e nessuno me lo contesta, perché devo mettercela, chessò, per onorare i colori della mia nazionale (Graziano Pellé, cucchiaista incapace MA con stipendio cinese, remember?). Sui problemi dei nostri vivai e della sciagurata esterofilia delle nostre squadre taccio, perché molto è già stato detto. Resta inteso che così, con questa etica da reality show, faremo la fine delle vacche svizzere quando sono avanti con l’età: diventano carne Simmenthal.

domenica 12 maggio 2019

Visti per voi: Il campione (L. D'Agostini)

Dopo la fiabesca incursione nel mito pre-romano di Roma stessa, Matteo Rovere decide di produrre un film per dimostrare che esiste un solo genere più incredibile del mito: la fantascienza, declinata per l'occasione nella storia di un calciatorino ventenne viziato e superpagato che decide di mandare a picco la carriera per prendere il diploma, in ciò convinto da un professore di lettere assoldato per dargli ripetizioni private che riuscirà a fargli passare la spocchia e ricondurlo sulla via della responsabilità. Al confronto Avengers è una novella di Maupassant.
Gli osservatori più attenti hanno scomodato paralleli audaci, come Will Hunting- Genio ribelle o Scialla!, ma io non disdegnerei L'uomo senza volto per il tema del docente di ripetizioni dal passato sfigatissimo e Il discorso del re per il tema dell'insegnante lanciato nell'impresa disperata con l'alunno altamente non malleabile, ma pure da non disdegnare sono Jerry McGuire e naturalmente Cars. Dopodiché, applicando alla casareccia le funzioni di Propp, la scansione della storia è quanto di più classico (all'americana proprio) ci si possa aspettare:
a: situazione iniziale: c'è un ribelle da rieducare e chiamano il salvatore della patria.
b: prime ribellioni: il ribelle vuol rimanere tale.
c: conversione inaspettata: il maestro trova la strategia didattica per far sì che il ribelle impari e tutto inizia ad andare sul verso giusto.
d: complicazioni proprio sul più bello: il ribelle scopre cose brutte brutte sul padre e ricomincia a sbroccare, congedando a parolacce il maestro.
e: resurrezione finale. 
Sul messaggio complessivo del film, essendo io insegnante e avendo avuto a che fare con calciatori di belle speranze (rimaste purtroppo tali), avrei parecchio da dire. Ma prima un bel non-riassunto. Ricordate che siamo in piena sci-fi.

Siamo nel lontano pianeta di Trigoria, dove il sovrano locale, magistralmente interpretato dal solito grande Popolizio (l'unico veneziano che riesce a fare il romano incazzoso), custodisce in un'improbabile bacheca strani trofei vinti da una certa squadra di calcio chiamata (pare) A.S. Roma (dove A.S. sta per Aspetta e Spera): 9 coppe Italia (contro le 13 della Juve muhahahaha), due supercoppe italiane (contro le 8 della Juve muahahahaha), una Coppa delle Fiere (vabbe', non infieriamo), tre  scudetti (contro i 35 della Juve muahahahahaha), omettendo, tapino, di documentare le innumerevoli figuracce in Champions League e soprattutto L'UNICA finale persa (contro le sette della Juve, muahahahaha... ah no...).
Orbene, alla corte del Sovrano arriva un calciatore peruviano, stanco di suonare col flauto il jingle del Nescafé, che appena entra nell'atmosfera del pianeta impara subito l'accento locale.



Christian Ferro (per gli amici CR 24) è stato in realtà ottenuto per fusione dei gameti di Cassano, Balotelli e Donnarumma, ereditando dal primo l'irresistibile propensione a compiere idiozie, dal secondo l'indisciplina, dal terzo l'allergia alla scuola. Accortisi dell'errorino in fase di montaggio genomico, il Sovrano e la Segretaria decidono quindi di affidare il pischello alle sapienti arti insegnantizie di un misurato Stefano Accorsi, calato alla perfezione nella parte del docente plurisfigato MA in grado di capire che il problema di rendimento del giovine si deve ad un elemento sfuggito a GENERAZIONI di docenti: il metodo di studio. Non meno sconvolgente è la soluzione al problema: organizzare le nozioni secondo (udite udite) SCHEMI con quadratini e freccette.



Si avvia così un reciproco avvicinamento di posizioni che porta a elegiaci momenti di condivisioni di sfighe pregresse, giusto per farci capire che anche dietro un ventenne straricco per meriti pedatori può celarsi un passato infelice; quanto alle disgrazie dell'Accorsi, siamo in orbita Susanna Tamaro.
Non meno evocativa è la corte dei miracoli che ruota attorno a Christian: padre scialacquatore, agente tuttofare trentenne bimbominkia, amici parassiti, fidanzata influencer che va in deliquio orgasmico per il raggiungimento dei 500k follower(s) e, per compensazione, ex amichetta delle elementari pura e cara che rappresenta un po' la Beatrice in mezzo a tante Angeliche.
In effetti, prevedibilità assoluta della trama a parte, la cifra stilistica del film è di tipo polizianesco, ovvero la tecnica del pochino di tutto, un raffinato gioco di tessere che citano senza approfondire, ma spingono il fruitore a cogliere accenni plurimi che poi deve arrangiarsi a sviluppare. Cristian ha perso la mamma sei anni prima per un brutto male (ma la cosa scivola via), Accorsi ha perso il figlio piccolo (ma la cosa scivola via), Cristian fatica ad apprendere anche perché è un pochino dislessico (non tutto, un pochino: mi chiedo i non addetti ai lavori che idea si siano fatti della dislessia...), la Beatricetta roscia è ovviamente la brava fanciulla intelligente ma poverella che tenta la strada di Medicina (e mettiamola lì), alla cena romantica i due finiscono in un ristorante nouvelle cuisine perculato con lepidezza (adieu, Craccò) per poi sfogarsi con un paninazzo del chioschetto (e mettiamola lì); il professore sfigato, che OVVIAMENTE guida la Fiat Multipla, cioè il correlativo oggettivo più concreto della tristezza umana, riceve dal calciatorino l'omaggio di guidare la Lambo e la spara a millemila all'ora verso il sottopasso... ma non accade nulla, cambio scena.
Eccetera eccetera.



La super crisi finale che porta alla catarsi esaminantizia, pur in presenza di un copioso contratto col Chelsea, chiude con luminoso idealismo una trama che, per l'esperienza che ho io del fenomeno, è poco poco lisergica.
Mi spiego: ho avuto a che fare con almeno 5 studenti calciatori che, alle falde dell'adolescenza, sembravano (o li avevano convinti di essere) lanciati verso orbite che si sarebbero concluse con l'approdo, minimo, sulle poltrone Frau della panchina del Bernabeu. Premetto per correttezza intellettuale-sociologica che nessuno dei suddetti 5 ha mai avuto nei confronti del sottoscritto atteggiamenti del tipo: "Io con un mese di stipendio prendo quanto Lei in un anno" o boiate simili.
Semmai, in un caso, il problema erano le astronomiche aspettative dei genitori che erano davvero convinti di avere un fenomeno in casa, e naturalmente i cattivi eravamo noi che osavamo dare insufficienze in latino. In un altro caso credo che nemmeno il diretto interessato credesse di poter aspirare a chissaché, ma intanto ci provava. C'è chi ha mantenuto aspirazioni, ma nel frattempo ha provveduto a iniziare l'università. Uno solo era arrivato davvero vicino vicino all'Empireo, ma una (a mio parere) sciagurata preparazione fisica da rinoceronte applicata su un fisico, diciamo, esilino, ha provocato una serie di disastri a catena che hanno fatto catafrangere irreparabilmente l'ascesa (due soldini li avrà messi via, suppongo, ma ovviamente sono briciole rispetto a Crsitianferro). Alla fine, tutti costoro, tranne forse uno che ha mollato del tutto, adesso transitano nelle serie inferiori.



Si comprende che, nessuno di costoro essendo arrivato ai livelli da serie A prima squadra di Cristianferro, i paragoni valgono poco, nel senso che gli atteggiamenti da piccolo principe di quello là loro non potevano certo permetterseli. La lisergia della trama quindi dove sta? Nel fatto che il caso di Cristianferro è un tertium non datur: o abbiamo "piccoli Pirlo crescono" che veramente se ne strasbattono della scuola e prendono la maturità con la sciolina, ma non buttano certo via i contratti stellari, oppure i miei ex studenti che, finita l'ubriacatura dei 17 anni, già a 18-19 capiscono che non era cosa e più o meno realisticamente si adattano. Basta. E' vero che nel film non si può capire cosa farà Cristianferro dopo la maturità, se abbia buttato ai rovi la carriera o si sia lasciata aperta qualche occasione, ma il finale di viziofighetteria redenta è pura utopia.
Ora, sulle colpe, enormi, di genitori e società nel gonfiare la fantasia dei calciatorini adolescenti già dissimo a suo tempo quiqui. Semmai verrebbe qui da chiedersi se, vista la situazione moribonda del nostro calcio a livello di competitività internazionale, Il campione non sia, paradossalmente, ormai anacronistico, parlando di un tipo di carriera e di un tipo di calcio cui ormai non si capisce chi possa accedere. Resta il problema, secondo me e la mia Spocchia, che forse il danno provocato dall'idolatria (economica e antropologica) del tipo-calciatore ormai ha prodotto danni che meriterebbero altri film e non questo. Troppi anni abbiamo passato a vedere i giovani sottoposti al drammatico messaggio "meglio calciatore ricco e ignorante che laureato sfigato"; non era infrequente sentire damazze della buona, buonissima società sdilinquirsi per il figlio calciatorino di successo, pregustando (loro, donne in carriera sposate con altrettanti mariti di pregio, quindi gente a cui non ne mancava) un futuro con nuora velina e faccino del figlio spalmato su giornali e tivvù; genitori a colloquio tutti contenti perché, è vero che il figlio era mediocre a scuola, ma giocava a calcio e in squadra "è un piccolo idolo", lasciando intendere che QUELLA era la sua vera realizzazione (retro-spoiler: anche questo ha mollato per problemi fisici... tutti a me capitano...).



Insomma, se adesso piangiamo miseria perché mancano i medici in corsia, non dico che tutti questi potenziali medici si siano dati al calcio, ma è chiaro che certa cialtronaggine bimbominkiesca trasversale tra adulti e piccini,  soprattutto nel primo decennio di questo millennio, ha prodotto un clima gravissimo di disconferma nei confronti di chi si "abbassava" a fare sforzi e sacrifici per conseguire competenze lavorative che, pur non facendo girare l'economia ai livelli dei calciatori, sicuramente hanno una ricaduta sociale ben più utile. La cosa spesso sfugge, ma il cervello di un adolescente anche bravo ma impressionabile può maturare un enorme scoraggiamento rispetto allo spirito di sacrificio in certe direzioni, quando vede che i sacrifici che rendono in termini di 'popolarità' sono altri. Aggiungete le pretese di trasformare la scuola in un luna park e il disastro è fatto. Poi non lamentatevi se non troverete uno capace di diagnosticarvi l'ulcera anche se vi sentirete un trapano nello stomaco. Noi ve lo dicemmo.




mercoledì 13 marzo 2019

Le grandi telecronache di Eligio de Marinis: Juve-Atletico 3-0. ll crepuscolo del Puffo Piumino.


Mentre in un altro punto del Piemonte muoiono monaci e non si sa perché, a Torino si frulla il Cholo (tu e i tuoi gestacci, tie').
E' in effetti curioso che il tenero Griezmann (o come dice Pirlo da bordocampo Grìzman) entri in campo con due pacchi di Swiffer sulla testa. Forse avverte l'elettricità nell'aria e vuole immunizzarsene. O forse è caduto nell'ammorbidente e non lo hanno centrifugato in tempo.
Del resto un Caressa che esordisce parlando di sale sulle ferite manco fossimo al reboot di Troy ci indirizza verso oceani di speranza: l'Atletico ha avuto 40 infortuni dall'inizio dell'anno, e siamo in quaresima. E loro non hanno Diletta Leotta.

Ecco dunque che la Juve pressa sin dal primo minuto, fraseggiando e dominando su avversari inebetiti, benché una VAR assassina ci neghi il meritato 33% di trionfo GIA' al minuto 3. Bergomi (minuto 7) invita a non avere fretta, ma noi non ci chiamiamo GiampiVentura, noi vogliamo sangue fresco, altro che il piede a trapezio di Cancelo che perde palla al minuto 10.
Al minuto 13 Pjanic scodella un pallone 'interessante' dice Caressa. MA CHE STAI A DDI'???? vogliamo la Gloria!!
Peccato che Bernardeschi si accentri scioccamente al minuto 15 e Spinazzola perda tempo ad arare senza frutto la fascia sinistra. Dove sei, vantaggio?
Non ci incita alla pucciosità vedere Puffo Piumino Griezmann togliere la palla a Cristiano (sì, Caressa lo chiama per nome come fosse suo cuggino...): al minuto 20 Caressa opina che l'Atletico voglia addormentare il giuoco (e in effetti Grìzman assomiglia ad una pastiglia di melatonina). Bergomi, stetoscopio all'orecchio, contro-opina che la Juve stia respirando. MA SPERIAMO!
Ed ecco che il respiro si fa pneuma universale, struttura mista di fuoco e aria che dà un senso al reale: Spinazzola decide di assaporare il prato dello Stadium spalmandovisi mentre da un gioioso corner Bernardeschi spizza acutamente col goniometro per CR7 e lui, fresco di spinzettatura, non sbaglia, grazie a quelle sopracciglia in grado di mutare l'attrito: gol al minuto 27 (l'età a cui morì Jimi Hendrix, sai?) e prime scintille di Aura cosmica che piovono sulla chierica di Allegri.
Inutile dunque la loro punizione al minuto 28, anche perché contro le 6 consonanti su 8 lettere del cognome di Szczesny nulla si può. Altri fraseggi loro si concludono in un sontuoso nulla, al punto che Bernardeschi può controdedurre con una rovesciata tricuspidale (minuto 33) che rischia di mettergli il quadricipite al posto della spalla, ma va bene così.
Bergomi viene in ogni caso colto da precoci allucinazioni di vittoria, datosi che i nostri fraseggiano da loro, ma loro raddoppiano e triplicano (minuti 34-35).
Ed ecco che decliviamo sobri verso la fine del tempo, con i loro sciocchi fraseggi e un nostro sciocco campanile (Emre minuto 39), corner assortiti (minuto 43) e un ridicolo quasi gol del TRADITORE Morata, fine e ciao.
Neanche il tempo di riaccendere il diffusore di essenze al bergamotto e CR7 scende dal suo carro dorato trainato da Umpalumpa e trafigge coso lì (minuto 49). Griezmann si cerca gli occhiali nei capelli perché non crede a quel che vede, mentre Pirlo da bordocampo commenta CON VIVO entusiasmo la situazione come non si sentiva dai tempi del nano Pisolo quando trovò il kit da shatush di Biancaneve in mezzo ai cuscini (minuto 52).
Allegri, ascoltando in cuffia a palla T'appartengo della sua futura moglie, ammira i contrattacchi a vuoto del Puffo Piumino (minuto 50), vede Giménez abbattere Ronaldo con la coscienza che Ronaldo è costituito di superlega Z come Mazinga  E QUINDI e lascia che Bergomi discetti citando Come Foglie di Malika (minuto 59: Bonucci ha tempo e spazio e anche Emre Can)(che quindi rappresenta una terza intuizione a priori oltre alle altre due...??).
Manca il terzo gol, affondiamo ma non diamo il colpo di grazia, pare che Allegri stia dettando ordini, ma siccome lo fa nella lingua degli Angeli, gli ancora terricoli giocatori non capiscono, quindi gli tocca accendere la macchina Enigma e finalmente Cancelo capisce da che parte è voltato Griezmann.
Scioccamente Gianfranco (o Juanfran per i terricoli) abbatte Ronaldo (minuto 72) credendo di poter offendere le sue ginocchia di topazio, ignaro del fatto che la Kryptonite del Nostro CR7 sono le calzamaglie non coordinate con i pantaloncini. Ciò spiega la sua totale (di Gianfranco) perdita di trebisonda al minuto 77, quando rinvia avanti di schiena finendo indietro verso il portiere e creando le premesse per un'eventuale irregolarità, ma l'arbitro capisce che CR7 ha spedito l'avversario nel Tesseract già da mo' e il povero Gianfranco è convinto di essere su Saturno. Passiamo in cavalleria, su.
Tanto ci pensa Bernardeschi al minuto 83 a farsi spolpare in area di rigore e CR7 a trasformare un umile pallone in un proiettile metafisico che va a colpire il Cholo PROPRIO LI'. Dopodiché cinque superflui minuti di recupero, ma l'inscalfittibile Bernardeschi non teme di lasciarsi camminare addosso in tutte le zone del campo pur di guadagnar tempo. E il tempo si chiude con il napoleonico Dybala che scende sulla fascia. Fischio. Applausi. Griezmann usato per spolverare gli angoli della panchina.

COMMENTO
Allegri, che poteva passare per quello che tanto sta svuotando casa e quindi fatti vostri, ha trovato una connotazione tattica epicurea, in grado affondare con sobria noncuranza nelle maglie avversarie, ammirando di converso il loro colare a picco silenzioso senza infierire. Concretezza e concentrazione hanno caratterizzato l'azione di una squadra che è andata al sodo fin da subito, sfruttando forse anche una certa spocchietta dei madrileni (non è escluso che l'acaro della Sfiga si annidasse nella chioma di Grìzman), troppo adagiati sul risultato di partenza. Bravò bravò ad Allegri. Del resto, Lady Juventus all'età di Kean faceva cose così.  


venerdì 17 novembre 2017

LE GRANDI TELECRONACHE DI ELIGIO DE MARINIS. ITALIA-SVEZIA 0-0: "BUONASERA A ENTRAMBI".



Considerando che ormai l’italica popolazione non si indigna più per nulla, sarebbe paradossale vedere domenica curve schiumanti di rabbia per la mancata qualificazione ai mondiali. Ma ci aspettiamo di tutto.
No, ma non succederà nulla: nulla è accaduto in campo, nulla accadrà domenica, a parte la solita corsa al piagnisteo e al caprone espiatorio. Personalmente, mi ha fatto molto peggio l’uscita alle semifinali di Italia ’90: là c’era una nazionale VERA (Zenga tra i pali, Baresi, Maldini, Donadoni, ROBERTO BAGGIO, Schillaci, Vialli, Mancini, Ferrara, devo proseguire…?) che giocava convinta di difendere i colori di un popolo intero. Qui no, qui una serie di fighetti smidollati, di brocchi strapagati, di bimbominkia vestiti d’azzurro affidati ad un simpatico (?) oste pronto a mescere vino misto a fiele. Senso della maglia, no. Inutile piangere adesso. È gente che non è mai entrata nello spirito della nazionale, men che mai in partita. Occhi vitrei, facce inespressive, mai un guizzo, mai una scintilla. Basta vedere le facce di Bernardeschi e Gabbiadini nelle interviste del dopo partita, e il nulla delle loro frasi. 
Nulla in campo, nulla fuori. Questa nazionale è specchio di molte cose.

Finire fuori da un Mondiale dopo un doppio confronto con una squadra globalmente di serie C (o Lega pro) buona solo a respingere senza mai tirare in porta, chiudere una china discendente presa ancora 7 anni fa, interrotta da brevi barlumi di illusione agli Europei e ora trovarsi qui smarriti, come lo studente che ha provato con modesti mezzi a evitare la bocciatura, ma no, troppi risultati mediocri in fila e ciao: tutto il 2017 è stato una corsa al baratro, come nei migliori drammi scolastici che si consumano da marzo a giugno.

Il catino di San Siro si limita ad una coreografia tricolore coi fogli A3 verdi, bianchi e rossi, poi una bella bombardata di fischi all’inno svedese, perché da noi la sportività è di casa, quindi Bonucci con la mascherina di titanio a dirci che siamo a pezzi prima ancora di iniziare.
I tratti interessanti del match? 
• L’infinita serie di fraseggi laterali Candreva-Darmian; 
• gli affondi a vuoto di Parolo;
• le giravolte di Jorginho;
• i traversoni finiti nel niente;
• gli sciocchi fraseggi di ripiego a centrocampo;
• Bonucci che si toglie la mascherina e gioca con un ginocchio e mezzo perché crede di essere finito dentro Holly e Benji;
• la telecamera inquadra Moratti e Galliani in tribuna e Zenga dice: “Buonasera a entrambi!”.
• Darmian che finisce privato della cassa toracica dopo uno scontro con Lustig;
• El- Shaarawi con la riga di lato;
• Alberto Rimedio che, mentre siamo prossimi al naufragio, ribadisce che ci vuole pazienza;
• le interessantissime osservazioni tecniche di Zenga (“Se abbassiamo troppo Candreva e Darmian non abbiamo forza per prenderci la palla”; “Berg si abbassa su Jorginho”);
• Bernardeschi che entra e si fa il triplo segno della croce;
• “Ormai parla da solo, Gian Piero Ventura”; “Continua a guardare fisso a terra, Gian Piero Ventura” (cit. Antinelli): fidatevi, sono i segni clinici della melancolia.

E così un movimento celebra il suo fallimento. Del resto la nazionale è un intervallo tra due partite di club: l’Italia guicciardiniana, dove chiunque bada solo al proprio particulare, è tutta in questa catastrofe. Possibile, ci chiedevamo, che i nostri teneri under 21 della nazionale olimpica non riuscissero mai a combinare un tubo alle Olimpiadi, Olimpiadi che certo avevano il difetto di coincidere con l’inizio del nostro campionato? Vabbe’, lasciamola lì.
Forse che la visibilità e i rientri economici in termini di sponsor che dà la nazionale non sono poi così un grande incremento rispetto a quando si guadagna nei club, laddove un infortunio in nazionale può compromettere un’intera stagione (e relativi contratti) e allora evitiamo di darci troppo dentro? Vabbe’, lasciamola lì.

Sì, perché è anche ora di smontare il mito del calciatore-eroe che incarna i valori di una civiltà. Il calciatore, oggi, è una macchina da soldi, manager di se stesso, e il gioco del calcio è una fonte di reddito, lecita finché si vuole, ma da lì a dire che dal calcio si possono ancora estrarre nobili esempi di virtù ce ne passa.
Diciamo ciò, perché nella stagnante aria milanese aleggia già l’interrogativo: “E adesso? Da dove ripartire?”. E avanti con la solita litanìa: “Ripartiamo dai vivai”, “Valorizziamo i giovani” e via ciarlando.
Sarebbe ora di prendere atto che ci vuole una rivoluzione ben maggiore, ed è qualcosa che riguarda il modo stesso di concepire questo sport, almeno da noi:
1) La si smetta di considerare il calciatore come un dio in terra: li vediamo, alla prova delle grandi competizioni, i nostri “atleti”, onesti broccherelli che tirano insieme un campionato nazionale ormai asfittico, ma che di più non danno. La loro vera specialità è tirare sul prezzo del contratto, come squallidamente abbiamo visto fare Donnarumma l’estate scorsa. Basta con le mammine che vengono a colloquio a scuola ribadendo e tribadendo che “Sì, il mio [aggiungere nome a piacere] ci tiene tanto allo studio, però il calcio, sa, professore, è una scommessa importante…”. Se vabbe’, salutami il Bernabeu. Poi finiscono in serie D (se va bene) ed è colpa nostra che gli abbiamo tarpato le ali col latino.
2) La si smetta, di conseguenza, di perdonare qualsiasi disastro piccolo o grande costoro combinino, perché poi è inutile gridare e stracciarsi le vesti quando “i nostri giovani” si abbandonano ai peggiori comportamenti, perché i loro esempi sono quelli lì: quando si schiantano a 120 all’ora con i loro bolidi fiammanti, “ma sono ragazzate”, tanto per dire, non si pretenda poi che un pubblico facilmente impressionabile come quello dei giovani tifosi non si lasci traviare, “perché quelli alla fine c’hanno i soldi, tu chi sei per criticarli? Sei invidioso!!”. 
3) Si prenda atto, una volta per tutte, che il rapporto tra i “successi” di questa gente e i loro guadagni è una follia etica. Discorso, beninteso, che non è né di sinistra né di destra, perché l’Etica non ha bandiere. E non si venga a ciarlare che i calciatori “fanno girare l’economia, quindi prendono il giusto per gli introiti che generano”. Non sono questi miliardari in mutande a cambiare le sorti del mondo, né la loro attività genera alcun contenuto valoriale: la loro forza economica sta nella forza irrazionale del tifo che generano, e non è con l’irrazionalità che si fa progredire la civiltà, più semplicemente si fanno lievitare i guadagni di chi questa irrazionalità sa convertirla in merchandising. E se anche dalle loro pedate dipendono stipendi e pagnotte di giornalisti, cronisti, tecnici audio e video delle relative trasmissioni dedicate, venditori di sciarpe e famiglie al seguito, ciò non giustifica che essi guadagnino quanto i predetti lavoratori non guadagneranno neanche vivendo 30 vite consecutive. La retorica del gesto atletico, del campione che parte dal polveroso campetto di provincia e si trova sul grande palcoscenico magari riscattandosi da una vita difficile o anche solo anonima, dell’emozionante azione da gol che rende felici i tifosi che nello spettacolo sportivo scaricano ed esorcizzano le proprie frustrazioni quotidiane… bei quadretti del tempo che fu: la storia dice di gente che, facciamo l’esempio di Cassano, seppure in gioventù può trovarsi economicamente e socialmente svantaggiata, raggiunge grazie al calcio vertici di benessere economico non meno scandalosi della precedente miseria, se si pensa ad altri che poveracci restano solo perché non sanno fare gol. Attenzione, cioè, all’idea “democratica” del grande campione che fa strada solo grazie alla sua virtù e si riscatta dal triste passato: il fatto che lui abbia la virtù, e altri no, e che questa virtù lo renda un nababbo, rende nuovamente “aristocratica” tutta la situazione, perché alle vecchie ingiustizie basate su antichi privilegi se ne sostituiscono semplicemente di nuove. Se era ingiusto che uno fosse nobile (e ricco) per nascita, guadagnare da calciatore certe cifre per virtù pedatoria “innata” è tanto uguale. E alla fine questi idoli non educano in nulla le masse: sanno che, vincano o perdano, i loro portafogli si gonfieranno. Dove sta il merito? Credete che anche il più ingrifato dei tifosi non senta dentro di sé quest’assurdità? Credete che certe barbarie che vediamo svolgersi sugli spalti dei nostri stadi non dipendano anche da questi fattori inconsci che si celano dietro l’esibita idolatria dell’eroe? Altro che sfogo esorcistico delle frustrazioni. 
4) Per dire, insomma, che oggi il calcio è business. E non c’è nulla di male. Ma il business, di suo, non è buono né cattivo: dipende da chi lo gestisce e come. E se davvero vogliamo applicare certe regole, proprio quelle del business, questi bambolotti devono prendere quanto meritano e venire considerati quanto meritano, e oggi sono tutti sopravvalutati, come certi pacchetti azionari che fanno la bolla per poi esplodere. A cascata, i giovani e giovanissimi (e i loro genitori) devono crescere senza concepire la carriera calcistica come l’investimento della vita, il biglietto milionario della lotteria, l’attività più desiderabile perché assai più redditizia di molte altre. Se fossimo tutti calciatori, ci saremmo estinti da un pezzo. Si ricordi che alla base della passione sportiva e relativa motivazione esistono anche elementi immateriali. Quando si difendono i colori della propria patria, non è una questione di contratti che si ritoccano verso l’alto: è lo spirito di un popolo che trasmigra nell’azione dell’atleta. Ma l’atleta, per incarnare questo mondo emotivo, deve svuotarsi dei suoi egoismi individuali e farsi simbolo dei valori che tengono incollato il pubblico alla bandiera. Valori, di necessità, non quantificabili né “pagabili”. Questa è la nazionale come dovrebbe essere vissuta. Bisognerebbe però partire dai club, eliminando dalla prospettiva del calciatore italico le condizioni di vita di un monarca ellenistico: quando tutto il movimento finirà di viaggiare su scale quantitative di fatto insostenibili, e si recupererà il valore anche simbolico del gesto sportivo, allora forse crescerà una generazione di atleti veri e non di affaristi di se medesimi. Direi che per il 2300, quando i mondiali di calcio si giocheranno su Aldebaran, dovremmo essere pronti. Chi vivrà vedrà.

[Potremmo evidentemente aggiungere che lo sfacelo tecnico ed etico del nostro calcio si inserisce nel più generale sfacelo culturale di un Paese che ha deciso di buttare a mare la cultura, sia perché certe élites l’hanno considerata cosa loro e ne hanno fatto un balocco per parlarsi addosso alla faccia delle masse, sia perché altre contro-élites, in nome di una non meglio identificata ideologia pop-consumista, hanno demonizzato l’umanesimo e tutto ciò che consente lo sviluppo dello spirito critico e del pensiero indipendente: di qui la creazione di tutta una generazione di eroi a due dimensioni, calciatori compresi, che nell’infantilismo, nel vizio e nell’ignoranza, sempre perdonati in nome dei guadagni generati, sono assurti a nuovi simboli dell’individuo vincente; potremmo aggiungere che, esaltando il tipo del belloccio che fa ascolti o dello sportivo che fa soldi in opposizione allo sfigato che, poveretto, studia per diventare qualcuno di forse meno mediatico ma di gran lunga più utile alla società, certi media hanno gettato intere generazioni di gente ‘normale’ in oceani di frustrazione (o peggio) per il senso di incapacità di aderire alla figaggine e per quello di inutilità connesso coi propri sforzi, ridicolizzati da chi predicava il successo facile basato sull’estetica o sulla pedata: di qui la crescita di una generazione di montati sbruffoni, convinti di essere tanti piccoli cristianironaldi e bravi a prendersi gioco degli ‘sfigati’, tutta gente alla prova dei fatti che si è sgonfiata nei tornei sponsorizzati dalla macelleria all’angolo, ovvero tutta gente che nel mondo del lavoro VERO darà un contributo risibile, altro che far girare l’economia; potremmo aggiungere che una nazionale di nullità sopravvalutate è la propaggine estrema di un sistema educativo che non ha più il coraggio di dire alle persone quanto valgono e se si possono permettere certe aspirazioni o è meglio ripiegare su obiettivi più modesti, perché ormai alla scuola si chiede il todos caballeros, tutti bravi perché questa è (sarebbe) l’essenza della democrazia: di qui la nascita di una generazione di gente che fatica nella vita perché non è mai stata educata alla gestione dell’insuccesso e alla considerazione consapevole dei propri pregi e limiti. Potremmo. Ma evitiamo, poi direbbero che stiamo strumentalizzando…]

domenica 4 maggio 2014

La coppa che scoppia.

Considerando che sarannno scritti oceani d'inchiostro sull'ennesima figuraccia del nostro calcio in termini di tifoserie bulle e aspiranti omicidi che approfittano di finali calcistiche per darsi un tono, ci abbandoniamo a riflessioni tangenziali, che peraltro sono snobbissime e ci piacciono assai.
1) Ancora mi stupisco se ti stupisci. Abbiamo già enucleato in altri post la nostra perplessità sul fatto che spesso si grida alla tragedia quando essa, se non annunciata, è perlomeno ipotizzabile. Il che vale sia per le tragedie immani come la bomba d'acqua sulle Marche che per la bomba di idiozia su Roma. Bombe diverse, ma entrambe figlie di improvvise degenerazioni della situazione, troppo rapide per potervi rispondere prontamente, epperò, per chi ne sa, degne di un certo sistema di accorgimenti preventivi che ne mitigassero i danni.

2) Ma non fu così: Marche sotto l'acqua, Roma e lo stadio Olimpico sotto il fango. Non fanno certo bene al calcio, ma in generale a tutto il nostro umore quei tifosi, giustamente paragonati ad Humpty Dumpty, che assidono sulle reti di protezione e dialogano amenamente con giocatori e forze dell'ordine per dar loro il permesso di iniziare la partita. Gente che appoggia gente che uccise gente, eh? La nostra memoria non può non andare a stagioni lontane, lontanissime di occupazioni scolastiche, anzi di autogestioni trasformatesi in occupazioni per decisione di studenti così convinti di avere chissà quale capacità decisionale da potersi permettere di mandare a qual paese i dirigenti scolastici e usare la scuola come cosa propria. Non vorremo certo qui ripiangere sulla fine del senso delle gerarchie, su cui si è pianto fin troppo, e inutilmente. È da tempo immemorabile che noi tutti si nota la tendenza, a svariatisssimi livelli del corpo sociale, verso una orizzontalizzazione dei ruoli, ciò per cui io capo ultras posso allegramente comandare truppe di lanzichenecchi che tengano in ostaggio i tifosi buoni e i giocatori stessi. Ciò, come sempre, è figlio di nascosti tramini legati al quieto vivere reciproco, di cui poi noi vediamo la scioccante superficie. Come il bimbominkia, da certe debolezze donabbondiesche dei genitori, capisce che può osare, e tanto, così il tifoso infoiato, vedendo che le società mostrano certi riguardi in termini di biglietti e trattamenti vari nei confronti dei settori caldi delle curve, capisce di avere un potere contrattuale ben maggiore di quello formalmente riconosciuto. Poi, quando la tensione è ben cotta, il caos.

2) Quindi? Chiudiamo gli stadi? Tanto la Juve ha già vinto (almeno lo scudetto....sigh...)... No, perchè da un lato c'è una stragrande maggioranza di tifosi normali che non merita di vedersi estinguere il divertimento per colpa di una frangia di invasati. Oddio, frangia... anche qui, sarebbe da mettersi d'accordo sul quantitativo di esagitati necessario per passare dalla dicitura "frangia" a quella di "gruppo terroristico". Perché in quel caso ci penserei bene prima di far disputare un match qualsiasi. Ma qui no, sono frange. Frangette. Sai il danno economico se il campionato di stoppasse, anche solo per tre giornate, come succede in Formula 1 nei casi in cui la gara è dichiarata conclusa prima della fine dei giri previsti e valgono le posizioni occupate al momento? Contratti stipulati, sponsor che in fin dei conti hanno picciato i soldi e hanno diritto al ritorno d'immagine, ecc. Tutto vero. Ma è così che alla fine ogni catastrofe a matrice tifoseresca passerà sempre in cavalleria, liquidata, alla lunga, come una grave marachella di cui si dovranno trovare e punire i responsabili, salvo poi ricominciare come se niente fosse, perché "i tifosi veri hanno diritto al calcio" e "lo spettacolo deve continuare", almeno fino al prossimo disastro. Bisogna prendere lucidamente atto che la legge del circuito perpetuo produzione-consumo tipica della nostra civiltà capitalista vale indefettibilmente anche per le manifestazioni sportive: come è impensabile che noi consumatori finiamo ad un certo punto per avere tutto quello che ci serve, sì da non comprare più nulla e quindi fermare l'economia, così non si può fermare il calcio malato, perché per quanto malato fa girare i soldi, malati anch'essi si dirà, convogliati in stipendi che, per quanto uno possa essere un dio in terra da 47 gol in 43 partite, restano sempre esorbitanti rispetto all'effettiva materia che li produce, cioè a dire che tot milioni di euro l'anno a una sola persona per una serie di sgroppate sulla fascia e gol in rovesciata non possono davvero equivalere a decine di migliaia di stipendi di famiglie operaie ecc. ecc. Ma perfino Fabio Fazio, che calciatore non è e guadagna altrettanto, certo in una mansione un po' meno terrestre, e che però fa sempre l'uomo della rive gauche, vi direbbe che gli stipendi sono commisurati al mercato, a quello che il campione (lui o CR7) muove in termini di indotto, di pubblicità, di pubblico, di passaparola sui social network e insomma "è un guadagno giusto" perché si porta dietro possibilità lavorative anche per tutti gli altri che gravitano attorno al movimento. Ora, sulla base di questo assioma autoevidente si potrebbe davvero bloccare il calcio per dare una lezione sia ai cattivi, che si vedono rompere il giocattolo in mano, sia ai buoni, che impareranno d'ora in avanti a isolare e mettere all'angolo gli altri? Ciò sarebbe plausibile se nel meccanismo perfettamente oliato del capitalismo calcistico si inserisse il granello di sabbia dell'etica, sì da dividere i soldi, che notoriamente di loro non puzzano, in onesti e disonesti. Ovvero, se tutto il mercato dei calciatori e delle partite e il loro indotto sono il prerequisito per le scene da repubblica centramericana di ieri sera, semplicemente si dice basta, alla faccia dei mancati introiti. Ma il calcio muove l'economia, appunto. Secondo me manca un  passaggio: il calcio muove PRIMA la tifoseria POI l'economia. Ecco il punto che spesso si sottovaluta: il calcio, come ogni sport, è una forma di competizione che, quando coinvolge masse immani di folle, diventa una sorta di metafora guerresca per cui sul campo e sulle tribune si sfogano le tensioni, gli entusiasmi, le rivalità, tutto ciò che possiamo chiamare "passioni" in senso filosofico, ovvero fenomeni emotivi che l'animo subisce nel momento stesso che li concepisce. Roba irrazionale, insomma. Roba che è più facile eccitare che controllare o, più arduo ancora, reprimere e rieducare. Il tifoso va in visibilio per il suo campione, lo vede come una divinità, lo seguirebbe anche tra le fiamme, non si perde un numero della Gazzetta, presidia tutte le trasmissioni a tema, viaggia, compra, ricompra, riricompra, con il ritmo folle e gaudente che solo una passione filosoficamente intesa può spiegare; è su questa passione che si butta l'economia, generando un circuito inesauribile di occasioni di tifo che si tramutano automaticamente in fonte di guadagno a più livelli. Questo è il processo, e ha tre attori, come si vede, il calcio, il tifo, l'economia. Impedire al primo di esistere o alla terza di operare sarebbe pura follia. È il tratto centrale del segmento su cui bisogna agire, ma sono le agenzie educative a doversi sobbarcare l'onere, perché i calciatori non vorranno mai essere diversi da ciò che sono, checché il nostro buon Prandelli pensi di ottenere col suo codice etico, e i meccanismi dell'economia sono quelli che sappiamo. Se però di promuovesse un'acculturazione vera del branco tifosesco, è chiaro che il binomio calciatore-economia che si muove si sbriciolerebbe, perché il tifoso nutrito di sagge nozioni capirebbe che uno sportivo non può vivere come un nababbo sulla base delle passioni che suscita, passioni che non educano a nulla, non costruiscono nulla, non migliorano i rapporti umani o le condizioni materiali del mondo, ma semplicemente fanno da sfogo per il centro del segmento (i tifosi ) e da lucro per gli estremi (calciatori e sistema economico). Questo è lo sport oggi. E le figure di calciatori che "fanno da esempio" per i giovani spingendoli all'impegno e al sacrificio sono ormai quasi del tutto scomparse, sostituite da superstar miliardarie pronte a baciare la maglia della squadra che le ha appena assunte, dichiarando fedeltà eterna al club, salvo poi migrare altrove l'anno successivo se appena appena non riescono a ritoccare verso l'altro il contratto di qualche centomila euris. Eroi da gossip, buoni solo a promuovere stili di vita zompospenderecci che fanno sentire dei falliti tutti coloro che hanno ben altre qualità, non certo meno utili alla società (e non sto alludendo agli insegnanti, chiaro?), ma che guadagnano infinitamente meno. E uno finisce per dirsi: "Perché sacrificarsi a studiare o a coltivare le mie qualità, quando un pedatore qualsiasi guadagna miliardi?". È qui che la risposta: "Ma il calciatore fa girare l'economia" cade nel vuoto per i motivi anzidetti: che l'economia giri in nome di un circo irrazionale e congestionato di cattive passioni può convincere molti, ma non tutti, di certo non quelli che da questo circo non guadagnano nulla, ma anche chi vi sta dentro prima o poi si porrà qualche domanda. E pure il tifoso standard, quello che segue il calcio con passione sì, ma senza eccessi e che al limite piange quando a Del Piero scade il contratto e non glielo rinnovano (uhmmm....), che gode ricciosamente alle vittorie della propria squadra, ma non si butta dal balcone se il Benfica gliela butta fuori dalla Coppa, che polemizza con gli sciocchi tifosi dell'altra sponda, ma alla fine la mette sul ridere, insomma gente così si chiede se valga la pena di vedere lo scempio di ieri sera in nome di un circuito così imperfetto.
3) Gli è che non è più davvero possibile ammannirci la storiellina strappalacrime del bimbetto che comincia a tirare i primi calci nel polveroso campetto di periferia e da lì nasce la grande storia sportiva. Roba buona per i nostalgici: oggi il sistema calcio produce i Cassano e i Balotelli, gente dal passato difficile o difficilissimo a cui però il calcio non offre altro che la superfetazione bombastica del reddito, ma non li rende certo modelli di vita da imitare; l'unica cosa che si può apprendere da quelli come loro è l'indisciplina perenne, la sbruffonata, la lite con l'autorità pubblica, i guai a ripetizione con la pretesa dell'impunità "perché in fondo sono ragazzi", in una parola l'ignoranza elevata a crisma di eccellenza. E non si tratta del calcio "che è vittima". O meglio, esso è vittima di un sistema infallibile che porta alla giustificazione e al discarico di qualsiasi boiata compiuta dai calciatori, sia che si sfracellino con la Ferrari nuova di pacco a 200 all'ora, sia che si facciano tour di gruppo nei bordelli. Tutto alla fine si scusa o s'insabbia, perché sennò c'è il rischio che questi perdano credito e squadra, e allora "l'economia si ferma". E il tifoso, da bravo adepto del dio-calciatore, vede che sono cose buone e giuste e si regola di conseguenza.      
4) Che poi, si fosse trattato di una finale di Champions... vojo di', non capisco questa ridicola volontà di attribuire chissà che carattere epico alla finale di Coppa Italia, torneuccio buono giusto ad inzeppare di ulteriori partite (e incassi, e indotto, ecc.) un calendario già di suo bulimico come quello italiano; e l'Inno di Mameli cantato dalle inascoltabili Marrone, Amoroso... e il gotha (?) della politica e dello sport in tribuna... insomma, a chi giova tutto 'sto gonfiaggio di una partita che è in realtà poca roba? Eppure, come già l'anno scorso, proprio in occasione di questo evento tutto sommato minore accadono le peggio cose. Come se la finale di Coppa Italia, proprio per il suo carattere 'italiano' fosse percepita come il luogo adatto per sfogare l'italianità frustrata, gli odi repressi, il disagio sociale, per dire all'Italia stessa e ai suoi dirigenti, pateticamente appollaiati in tribuna vip, che "ci siamo anche noi", che "c'è un altro mondo fuori dai vostri palazzi", che "esiste un potere parallelo a quello dello Stato"  da potersi scatenare affidando la direzione alle persone, che, purtroppo, ci sanno fare.  È chiaro insomma che questa partita sta assumendo da almeno un paio d'anni dei connotati semplicemente allegorici, serve per dire a nuora in modo che suocera intenda. È l'ulteriore spia di un mondo che ha smesso di funzionare, o che non sa più funzionare secondo i criteri tradizionali. Colpa dei singoli? Della società? Della scuola (beh, ma la scuola ha SEMPRE colpa, vero, Gelmini?)? Tutti hanno la loro parte di responsabilità, ma la radice di tutto sta nel definitivo divorzio dell'economia dall'etica (anche se per alcuni l'economia, per suo stesso statuto oggettivo, NON può essere etica): se le cose devono avvenire perché "sennò l'economia si ferma" e però quest'economia è incapace di garantire la decenza di vita a tutti, riducendo le sperequazioni, il grosso della società andrà sempre dove le passioni lo conducono. E lo spettacolo sarà sempre e solo quello del sangue.