Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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domenica 18 gennaio 2015

Venticello di elezioni...

S'avvicina il Quirinodromo, neanche due anni dopo il precedente, e che precedente. Vergogna a 360° per l'indegna squacquerata parlamentare che portò a bruciare due candidati certi per finire con la rielezione del vecchio Giò. Oggi Renzi dice di avere tutti gli assi giusti da calare, quindi non si aspetterà certo che noi lo si voglia disturbare con alcuni consigli non richiesti. Infatti glieli diamo.
1) Matt, je t'en prie, non mettere un tecnico al Quirnale. Non sono epoche da gente di passaggio che non doveva neanche essere lì, ma ce l'hanno messo e ci sta. Queste cose vanno bene finché le dice Luca Argentero quando fa la parte dell'attore per caso, ma al Quirinale ci vuole uno che conosca molto bene corridoi, usci, alcove, nicchie, tende e tavolini del palazzo e della politica italiana tutta. In un'età del ferro come la nostra ci vogliono anche quelle piccole o grandi astuzie, che solo un parlamentare può aver sviluppato, per saper gestire una politica che si dimostra sempre più personalistica e riottosa alle normali corsie costituzionali.
2) Che poi, Matt, osservazione che già feci l'altra volta, che figura farebbero i 1009 grandi elettori ad eleggere uno che non è neanche lì nell'arengo? Lo so, tu stesso sei a Palazzo Chigi senza essere in Parlamento, ma è diverso. Eleggere un capo dello Stato fuori dal Parlamento è come dire agli italiani: "Scusate, facciamo così schifo che abbiamo dovuto pescare altrove". Ci sarebbe da essere orgogliosi di ciò? E come si sentirebbe legittimato un Presidente "esterno" innalzato alla carica da gente così?   
3) Che risolviate la cosa alla prima, quarta o sesta votazione, Matt, mi raccomando: evitate di ricadere nella palude dell'elezione di Leone. L'Italia è sotto gli occhi dell'Europa tutta e non può permettersi simili figuracce.
4) Che risolviate in tempi brevi, Matt, sia però chiaro che il nuovo Presidente deve avere una valanga di voti. Stavolta non basteranno (moralmente, intendo) i 543 voti di Napolitano I. Qui ci vogliono (almeno) gli 832 voti di Pertini
5) Io non so se tra Montecitorio e Palazzo Madama possa spuntare un uomo capace di coagulare il consenso di molta parte dello Stivale. Venti e passa anni di politica ridotta a tifoseria certo in questo non aiutano. Quindi, esclusi tutti gli altri, io vedrei bene Casini. Cioè: il personaggio spesso pare più innamorato di se stesso che del suo ruolo, però ha esperienza trentennale dei meandri romani, è stato allievo di un pezzo da novanta della DC come Forlani, è stato ex alleato di Berlusconi, ex Presidente della Camera, cattolico non sgradito alla sinistra per effetto della sua increspata vita matrimoniale, piacente quanto basta, neanche sessantenne. Certo, spesso dà l'impressione di parlare a lungo e dire poco, ma in questo ha ottimi compagni di viaggio. Però, però, lo vedrei in fin dei conti come un efficace lansoprazolo, o magaldrato di sodio vedete voi, per spegnere l'acidità diffusa nei corridoi della nostra politica. All'estero resterebbero positivamente impressionati da un eccellente diplomatico del buonsenso quale lui sa essere, né ci si dovrebbero aspettare da lui derive picconatorie alla Cossiga o pesanti interventi sul campo di gioco come fece Scalfaro. Si sa, non è che, quando decisero di elevare Pertini al seggio quirinalizio, i socialisti pensassero di avere per le mani chissà che genio, anzi di lui dicevano che aveva la testa tutta d'osso, per intendere che grandi dee nel cervello non gliene frullavano, e le poche che aveva erano per lui inscalfittibili. Eppure...          

venerdì 2 gennaio 2015

Coraggio, è andata...

Ieri sera, dunque, Napolitano si è congedato ufficialmente dalla nazione da lui presidenziata in questi otto anni e spicci. Si capisce che il suo discorso non poteva accontentare tutti, ma questa è storia di tutti i discorsi presidenziali, perlomeno da Cossiga in giù, per quanto io possa ricordare di persona. Semmai ci sono dei dettagli estetici e delle paurose amnesie collettive che questo discorso porta con sé. Analizziamole, giusto per mandar giù il cenone e il post cenone.

1) Il colpo d'occhio: ecco, va bene la cornice istituzionale, la serietà della situazione, il senso dell'addio, però... boh, non avevano un direttore della fotografia, iersera, al Quiry? Napolitano era flashato da quella luce piattissima che lo faceva sembrare a tratti un extraterrestre. Sguardo fisso vero l'obiettivo, occhi sul gobbo, viso inespressivo... spiace dirlo, ma sembrava uno di quei prigionieri delle organizzazioni islamiche quando parlano alla telecamera per chiedere di essere liberati e maledicono i propri governi per aver causato la guerra. Oddio, un filino ostaggio di una situazione sgradita Napolitano lo è stato, in questo biennio. Che in cuor suo abbia maledetto quei mille e passa capoccioni che non hanno saputo trovare un nome condiviso nel 2013, l'abbiamo già ipotizzato. Ciò detto, quello di iersera era il volto del disagio, dello sfinimento, di una sottile disillusione nascosta sotto il manto dell'ufficialità. Il discorso sparato a mitraglia, senza pause, come di uno che non vedesse l'ora di levare le tende; le pochissime increspature espressive, che hanno reso il grosso della concione qualcosa di più vicino alla lettura dell'elenco del telefono; quella voce, che si arrochiva negli ultimi cinque minuti e ci faceva temere un collasso su due piedi del discorritore. Mah, l'effetto complessivo è stato bruttino. I 90 anni si vedono tutti.
2) Le cose dette: Giò ha esordito dicendo che sarebbe stato un discorso diverso dal solito. Cosa ci sia stato di diverso non saprei. Forse l'aver detto chiaro e tondo che nessuno si sogni di rivederlo lì al prossimo S. Silvestro. Per il resto, un rapido bilancio del fatto e del non fatto, qualche accenno all'attualità, agli italiani che funzionano nel mondo, l'invito a tutti, giovani e vecchi, a fare del proprio meglio per far ripartire l'Italia. Ecco, più che un discorso, sembrava la scaletta di un discorso. Non che noi si preferissero discorsi di 45 minuti, 21 vanno più che bene. Però a quel punto, invece di dire di tutto un po', avrei scelto due temi irrinunciabili (rapporti con l'Europa e questione morale, per dire) e avrei sviscerato quelli. Così abbiamo avuto l'impressione di una frettolosa lista della spesa, gravida di partecipazione personale senza dubbio, ma comunque troppo affastellata.
3) Le reazioni: Renzi non poteva che dire #graziegiorgio, e certo, da sponda cdx, più d'uno avrà recriminato che Giò non ha nemmeno per un secondo esitato a conferire l'incarico di Presidente del Consiglio ad uno che neanche siede in Parlamento; almeno con Monti si ricorse all'escamotage di nominarlo senatore a vita giusto due giorni prima di fiondarlo a Palazzo Chigi in sostituzione del non più maggioranzato Berlusconi. Vero. Il duo dei raffinati parlatori Brunetta-Salvini opina che Napolitano non ha fatto un grammo di autocritica sulla legge Fornero, né ha parlato di immigrazione, marò, mancata conclusione della riforma del sistema elettorale, crisi tuttora persistente del nostro Paese. Brunetta ha poi rimarcato la parzialità di Giò, a suo dire Presidente schierato sempre e solo con la sinistra. Tutte posizioni lecite, ma ribadiamo l'adagio di ieri sera: chi ce l'ha messo lì, il Nap? Volendo ragionare secondo il sistema voltafrittata, di cui Brunetta è maestro, potremmo dire che ci voleva tutta a che Napolitano non fosse di parte, visto che nel 2006 l'hanno votato solo i parlamentari di centrosinistra; forse che la rielezione anche coi voti del centrodestra, rielezione subìta più che accettata, ricordiamocelo, avrebbe sparzializzato l'uomo? Lamentele, quelle brunettiane, francamente tardive. Legge Fornero? Odiosissima, specie dalle nostre parti del mondo della scuola, sia chiaro: pretendere che maestre di 67 anni corrano dietro a classi di 30 seienni, o che professoresse di 65 riescano a interagire con adolescenti ormonalizzati al grido di : "Virgilio è bello" è PURA FOLLIA. Ma anche lì: perché si è giunti a Monti? Perché Berlusconi ha DILAPIDATO un vantaggio numerico parlamentare mai visto in tutta la storia repubblicana fino a ridursi a mendicare i voti di Scilipoti e Razzi? Certo, è stato molto più comodo aizzare il Paese contro la classe insegnante e far passare tra grida di giubilo degli ignoranti i tagli della Gelmini, però alla fine l'aver rimandato altre riforme, ben più strutturali, l'aver agito trascurando i segnali di disagio che venivano ANCHE dal mondo che vota centrodestra, e che infatti ha voltato per il 60% le spalle a Silviuccio, ebbene, di tutta 'sta roba ha colpa Giò? Noi stessi, in post ormai remoti, opinammo che non è possibile far cadere un governo a colpi di spread, ma il governo di Silviuccio agonizzava già per conto suo, vittima della sindrome da yesmen di persone che non sono state in grado di fargli correggere la rotta prima del naufragio. Berlusconi lamentò di essere stato sabotato, e disquisì di quanto sarebbe meglio per un premier decretare per vie immediate senza le doppie, triple, quadruple letture delle due Camere che tutto rallentano. Beh, anche in questo caso dipende da cosa si vuole decretare: a costo di sembrare monomaniacale (massì, è Capodanno, su...), la legge Gelmini che ha ammazzato scuola e università è passata a tempo di record, unica vera "riforma" partorita e portata a compimento dalla maggioranza del 2008; lì non ci sono stati rallentamenti o insabbiature, si è proceduto a spron battuto, senza calcolare minimanente le conseguenze di un piano indiscriminato e punitivo, volto solo a fare cassa senza alcun riguardo per la qualità della "nuova" scuola che sarebbe nata dalle macerie di quella strage. Ebbene: risulta che Giò abbia rinviato la legge alle Camere, rifiutandosi di firmarla? No, ma non per questo oggi io e tutte le vittime di quella follia malediciamo l'ormai quasi ex-Presidente. E se Berlusconi non ha avuto le stesse performance legislative in altri comparti, evidentemente il problema non sta nel Quirinale, ma in una strategia politica che, a parte il fuoco di fila contro un obiettivo facilmente demonizzabile, non ha poi saputo adire le vie giuste per attaccare alla base i veri problemi del Paese. E Giò ha preso atto. Il bello e il brutto della politica sono in Parlamento e a Palazzo Chigi: Napolitano ha solo tratto conclusioni sulla base dei fallimenti delle nostre coalizioni, né lui, uomo appunto "di parte", si è mai sognato, nel 2008, di spronare Prodi o chi per esso a trovare una soluzione politica che scongiurasse il ritorno alle urne dopo solo due anni. Macché: defunta l'Unione, nuove elezioni e vai con Silviuccio. Forse Scalfaro avrebbe fatto un tentativo. Napolitano, no (peraltro portando così alla lunga all'abolizione del piano straordinario di immissioni in ruolo previsto dall'allora Ministro dell'istruzione Fioroni, che con 150.000 assunzioni avrebbe risolto già allora ciò che Renzi si appresta a risolvere l'anno prossimo - ok, la smetto). Ha visto e ha fatto quanto gli toccava fare: se ha supplito la politica "vera", ciò è avvenuto perché l'inettitudine dei politici gliel'ha permesso. E fa sorridere che Brunetta rinfacci a Napolitano la mancata conclusione dell'iter di riforma della legge elettorale. Dico io, René caro: ma 'sta porcata del porcellum, di cui voi oggi parlate come fosse una deiezione bovina calata dall'alto, non l'avete inventata voi? Ah, ma vi eravate ispirati al sistema elettorale delle regionali in Toscana? Quindi è colpa della Toscana? 
Ecco. Poi lamentiamoci, eh?    

mercoledì 31 dicembre 2014

Ciao. Ma stavolta sul serio.

Scriviamo queste genuine parole in attesa del cenone, che cucineremo noi stessi perché il pesce a capodanno, eh, beh... tuttavia non può passare sotto silenzio che stasera assisteremo ad un evento unico nella storia repubblicana, ovvero il bi-congedo del Capo dello Stato: il vecchio Giò, dopo averci già salutato due capodanni fa, è stato costretto a 'ripensarci' e stasera, cronometro alla mano, valigia per la Polinesia sotto il tavolo e un gran voglia di mandare a quel paese tutti quelli che lo hanno re-issato al Quirinale, ebbene Napolitano ci dirà davvero: "Addio", con tentazione ben sopita di gesto dell'ombrello e parolacce compresse nel cavo orale. Lui non voleva starci, lì. Lui aveva già pronta la teglia di pastiera alla Mergellina; lui già sospirava elegiache notti al chiar di luna dalla terrazza di Castel dell'Ovo. 
Macché.
Due anni passati a macerarsi di fronte allo spettacolo di una politica caotica, inconcludente, caciarona, costretto a fare il maestro d'asilo per dare un indirizzo ad una platea di politichetti rissosi, neanche capaci di trovargli un successore. Mai, nella nostra breve esperienza repubblicana, noi italici ci trovammo a rieleggere un Capo dello Stato per mancanza di alternative. Anzi, semmai il contrario: tutte le volte che si ventilò l'ipotesi di un bis, ci pensarono i parlamentari stessi a infrangere i sogni del bissando, fosse egli Gronchi (rovinato dal disastroso esperimento Tambroni e ancor più - pare- dall'amicizia con Mattei) o Scalfaro, che candidamente, a fine 1998, fece capire di essere prontissimo a ricicciare, ma i pur flebili accenni ad un'ipotesi anche solo di un biennio extra si infransero contro la voglia diffusa, a destra come a sinistra, di toglierselo dai piedi, e così si pescò Ciampi. 
Stavolta no: Napolitano era pronto a scappare da un tunnel qualsiasi che dal Quirinale portasse alla fermata del metrò di Piazza Barberini e da lì raggiungere la stazione Termini e lasciare il Parlamento alla sua nequizia. Poi la ragion di Stato; poi la minaccia di nuovi tuffi allo spread; poi il rischio di un impasse politica e il trionfo definitivo dei 5 Stelle. Vabbe', si disse Giò, diciamo di sì e vediamo fin quando dura.
E' durata. Anche troppo, penserà lui stesso. Ma perché tutto ciò? Di fatto, non si tratta qui di giudicare il quasi novennale operato di un uomo che ha alle sue spalle anni e anni di militanza attraverso tutte le più intricate stagioni della politica italiana; sarebbe semmai da chiedersi: ma perché nove anni?
Perché questa zonta di due anni è il frutto estremo di tutta la contraddittorietà della Seconda Repubblica. Figlia, rendiamocene conto e sotterriamoci, di un sistema elettorale, rinnegato dal suo stesso demiurgo, che è riuscito a creare o maggioranze spaccatutto (PDL 2008, tagli della Gelmini inclusi) oppure minoranze di governo (Ulivo 2006, PD e spicci 2013) sempre bisognose di calcolare i vivi e i morti in Senato per sperare di far passare le leggi, salvo creare coalizioni col meccano, magari prendendo pezzi di opposizione e riverniciandoli. 
Si veda il 2006: non ci rallegrammo affatto dell'elezione di Napolitano, e non certo per la persona in sé, quanto per il come lo si era eletto, ovvero a maggioranza della sola coalizione di governo, 543 voti, con l'opposizione a votare scheda bianca di corsa nelle cabine. "Potrà essere il Presidente di tutti?", ci domandammo. Dicasi: eravamo bensì certi che, da bravo uomo della Prima Repubblica, Napolitano avrebbe avuto la capacità di collocarsi, una volta quirinalizzato, in posizione assolutamente super partes rispetto alle bercianti aie degli schieramenti parlamentari. Però che tristezza vederlo eleggere senza una controparte. Anche gente di spessore come Segni, per dire, ottenne nel 1962 il soglio quirinalizio con voti a dire il vero pochini (400 e qualcosa  su 842), ma perché il grosso degli altri neanche 400 se li era presi Saragat. Ottimo. Scontro tra DC e PSI, ci stava (al netto di alcune contraddizioni). Ma nel 2006? "Votatevelo voi, noi usciamo e ciao!", esclamò il PDL, dopo la breve ipotesi D'Alema, sobriamente cassata da Berlusconi.        
Nel 2013, un immobilismo ben peggiore, dovuto all'exploit dei 5 stelle e al sistema di premio su base regionale del Senato che ha creato di fatto 3 schieramenti perdenti a Palazzo Madama. E Bersani a umiliarsi in un giro di consultazioni tra i più deprimenti che si ricordino, paragonabile solo ai mandati esplorativi a fondo perduto che Pertini e Cossiga affidavano a inermi volonterosi quando non si riusciva a rabberciare una maggioranza di governo neanche a rovesciare il bostik sulle due Camere. Poi i 101 affossatori di Prodi. Sublime epica dell'italica inconcludenza? Semmai raffigurazione perfetta di un Paese che va guicciardinianamente a caccia del proprio particulare e non vede l'interesse generale: per quanto notarile sia la figura del nostro Presidente della Repubblica (e comunque Napolitano, ma pure Scalfaro hanno mostrato che i suoi margini di azione sono molto più elastici di quanto la nuda lettura della Costituzione lascerebbe intendere) un Parlamento serio DEVE giungere, presto o tardi, ad un nome, perché in quella figura si coagula, bene o male, l'immagine di un'intera nazione e delle sue istituzioni. Due anni fa, ad un certo punto, è sembrato davvero che il Parlamento girasse a vuoto, anche per merito della grande new wave dei pentastellati, i quali, al grido di "sfonnamose tutto, magnamose er tiranno", avevano proposto nelle loro credibilissime graduatorie online le candidature di Prodi e Rodotà, notoriamente due pivelli mai visti prima nei palazzi romani. Da una parte il "no" pregiudiziale a TUTTO, poi due nomi che più stantii non potevano essere; in casa PD i sabotaggi assortiti; in casa PDL il sospiro per la catastrofe mancata (per quanto si fossero persi 6 milioni di voti in 5 anni). Poi, il nulla.
E tutto per colpa di una legge elettorale assurda, che oggi si riesce a fatica a gettare al macero. Ecco, di questo ci duole il novennato napolitanesco: le sue due elezioni sono nate su un'assenza in entrambi i casi, assenza di una voce dell'opposizione le prima volta, assenza di un intero parlamento la seconda. Di qui, con solo apparente paradosso, l'inevitabile ruolo quasi degaulliano che Giò ha dovuto ricoprire per gestire sia l'esuberanza berlusconiana, sia il criticissimo passaggio al governo Monti, sia la scelta di Letta, sia la nomina premieratizia di Renzi, uomo che in Parlamento non siede neppure. Azioni anomale di fronte ad interlocutori tutti anomali, per i più vari motivi. Stasera ci sarà certamente l'endorsement di addio a Renzi, e noi stessi qui a Spocchialand non sapremmo davvero cos'altro augurarci se non che Matt combini qualcosa, visto che dopo di lui non sembra proprio esserci nient'altro. Ma è possibile che, al fondo di tutto, stia semplicemente un meccanismo operativo? In Italia sì, perché siamo forse l'unica democrazia occidentale dotata di una legge elettorale (per fortuna cassata da chi doveva cassarla) fatta per creare confusione e non per garantire maggioranze stabili, fatta anzitutto per sabotare, ove si perda, il nemico, sulla base dei presumibili flussi di voti regionali, e poi per garantirsi, ove si vinca, un comodo margine di maggioranza. Che poi, vista la storia della legislatura 2008-2013, 'sto gran margine non era poi tale, se si sono dovuti cercare, diciamo così, dei riempitivi
Ma è così: schiavi non di una sostanza, ma di un accidente, come se uno si accorgesse che basta cambiare le lenti degli occhiali per distinguere i cartelli stradali e non andare a sbattere appena uscito di casa. Qui però non sono occhiali: sono alchimie elettorali che ci hanno regalato Parlamenti instabili e un bi-Presidente della Repubblica di emergenza. Il fatto però di aver eletto e ri-eletto un galantuomo come Giò vedendo in lui più la garanzia di un minimum ("almeno si va avanti") che il sigillo di un maximum ("in lui si esprimono il Parlamento e un Paese intero") è il più giusto correlativo oggettivo di una situazione ormai incistata nello Stivale del nostro cuore: il tirare a campare day by day. E quindi non credano di essere chissà che originali tutti coloro, Grillo in primis, che stasera controdiscorreranno alla stessa ora di Napolitano. Siamo saturi anche di pose e platealità che sanno di retorica peggio di qualsiasi discorso ufficiale.
Buona pensione, Presidente. E grazie della pazienza.
(Poi eleggono Casini, sono arcisicuro, quest'anno è il suo anno!!)

giovedì 3 ottobre 2013

Le pagelle della settimana [7]. Di suicidi veri e tentati.

Partiamo dall'ovvio.
Silvio Berlusconi: cosa si può dire che non si sia ancora detto delle follie di Silviuccio in questi ultimi giorni? Notevole, certo, è la botta suscitata dal suo dietro-dietro-dietro front di ieri all'una, botta che si può misurare, nella sua intensità, col fatto che ieri sera, ancora alle 23 passate, la rassegna stampa di Sky Tg24, numero monografico "Il giorno della fiducia", non mostrava l'anteprima della prima pagina di Repubblica: il motivo è evidentemente uno solo, e cioè che Mauro, Giannini, Ceccarelli, Lo Papa, Bei, Rampini, Spinelli e tutte le redazioni distaccate ai quattro angoli del globo erano ancora in coma etilico dopo un pomeriggio di feroci festeggiamenti per aver visto finalmente avverarsi il sogno di un ventennio, dicasi Berlusconi messo definitivamente all'angolo, ridotto ad un comprimario dalla ribellione dei suoi stessi sottoposti. Grande, come al solito, il talento recitativo del nostro: mani giunte, volto tirato, dichiarazione di voto imparata come le preghierine della sera nei collegi di una volta, ma soprattutto un sesquipedale sprezzo del ridicolo, detto che fino a mezz'ora prima, come testimoniano fonti orali e scritte (cuccia, Tucidide!) la parola d'ordine era "sfiducia all'u-na-ni-mi-tà!!!". Meravigliosa l'arrampicata sugli specchi di Sacconi appena dopo i fatti, davanti ai microfoni dei giornalisti, tutto all'insegna della lode di Berlusconi e del suo "responsabile gesto da grande statista", ovvero ritirare la sfiducia da lui stesso minacciata una settimana fa, riportandoci al punto di prima, ma con un punto di IVA in più; perché poi qui casca l'asino: se alla fine dobbiamo rilevare come la blitz-crisi di questa settimana era gnagna, ciò porta a concludere che non c'erano veri motivi per bloccare l'azione del governo e far scattare l'aumento ivesco. Deduzione della deduzione, se oggi paghiamo la benzina 1,5 centesimi al litro in più, la colpa è di chi ha provocato il pandemonio. Sì, Silviuccio, sei tu. Sia chiaro: mai e poi mai ci professeremo gente di sx, esclusa la mano con cui scriviamo, ma per amor di democrazia dobbiamo dire basta alle mistificazioni. Basta col gioco del lupo e dell'agnello, per cui tu, Silviuccio, hai passato due mesi a fare la vittima, a dire che erano gli altri che ti provocavano, che toglievi deputati dal parlamento e ministri dal governo perché tutti erano cattivi con te, che l'IVA è aumentata perché Letta ha bloccato tutto, quando invece la causa del blocco sei stato tu stesso. Patetici i titoli dell'ex miglior quotidiano d'Italia: "Il PD mette in crisi il governo", ad insinuare che i piddini si ostinavano in giunta a volerti far decadere, ergo i tuoi erano costretti a togliere la fiducia a Letta. Ergo un tubo. Tre gradi di giudizio, Silviuccio: per quanto sia evidente che nei tuoi confronti c'è stata un'attenzione, diciamo così, particolare da parte della magistratura, è pur vero che le irregolarità c'erano e sono state sanzionate; dirai: "Eh, grazie, se tutti venissero sottoposti allo scanner finanziario che ho subito io, nessuno sarebbe immune da condanne". Vero, Silviuccio, ma tu non sei 'nessuno', tu conti, tu hai proclamato per vent'anni di essere venuto a salvare l'Italia e alla fine l'unica riforma andata a segno è quella che ha distrutto la scuola e le carriere dei giovani insegnanti. E poi, la foglia di fico somma: "È saltato tutto fuori perché avete indagato ME, ma se indagavate qualcun altro...". Teorema dell'autovelox: "Certo, andavo 20 km oltre il limite e c'era l'autovelox giusto lì, e ho 150 euro di multa, ma se lo mettevano quando quello là con la Porsche passava a 200 all'ora gli toglievano la patente". Già, ma ciascuno è responsabile delle cose che compie quando le compie. E chi scende in politica avendo alle spalle un copioso passato imprenditoriale (atteso che il mondo dell'imprenditoria non è esattamente un giardino di vergini)(atteso che la tua natura da simpatico squalo che non guardava in faccia a nessuno era cosa nota in tutta Milano già a metà degli anni'80), deve sapere che da quel momento ogni suo battito di ciglia presente, passato e futuro sarà messo sotto esame. E se poi il marcio salta fuori (perché c'era, non perché se lo sono inventati i giudici, posto pure che ti abbiano tenuto fin troppo d'occhio), non ci si può stupire o scandalizzare. Invece passa l'idea che non ha colpa chi commette il dolo, ma è l'autorità costituita che si impiccia a cose ormai fatte, osando pretendere che una situazione di fatto, confliggente con quella di diritto, vada corretta: nella tua antropologia, invece, antropologia in cui purtroppo ci specchiamo un po' tutti noi italica gente, la trasgressione reiterata alla regola diventa regola essa stessa, una specie di usucapione allargato. Litigai in epoche remote con alunni motociclettofili a proposito della lievissima evasione fiscale scoperta a carico di Valentino Rossi. Risposta classica: "Pota, profe, si è scoperto, perché lo hanno preso dentro" (come dire: "Mi ha interrogato perché stamattina ero a scuola..."). Appunto: la polizia indaga per scoprire i reati, mica per passare il tempo. Ma poi, quell'indagine partì perché c'erano conti che non tornavano, giusto il fatto che dalla sera alla mattina TUTTO l'abitato di Tavullia si era trovato con la connessione Fastweb bella pronta (Fastweb sponsor di chi.....?). Risali che ti risali, è saltato fuori Rossi con i suoi MILIONI di euro non dichiarati al fisco, altro che povero perseguitato. Quindi nessuno "l'ha preso dentro", è lui che l'ha combinata, dando il destro per ulteriori indagini e ulteriori scoperte. Ecco il livello della nostra civiltà, non certo per effetto dei soli vent'anni di berlusconismo, perché queste furbate sono nel nostro DNA ad ogni latitudine politica da sempre, ma sicuramente elevato a sistema dopo questi vent'anni: se io la combino, colpa tua che mi scopri, essendoci sempre ben altro da frugare. E così abbiamo visto in questi mesi deputati e senatori difendere l'impossibile oltre ogni logica, ma anche oltre ogni dato empirico conoscibile per tutti, gente che, senza più argomenti, cercava il rinfaccismo facile tirando fuori lo scandalo MPS, gente che faceva la voce grossa pur essendo azionista di minoranza del governo, gente che ha fatto la figura del fesso mentre forze speciali kazake giocavano a 007 in casa nostra. Eccetera. Un eccellente script, in cui Alfani e Santanchesse, Gelmini e Carfagne, Brunetta e brunette sono stati costretti per mesi, per anni anzi, a fare quello che facevano i comunisti tutte le volte che la Madre Russia ne combinava una di indifendibile, ed erano stringati comunicati in cui si contestavano i resoconti dei fatti offerti dalla corrotta stampa occidentale, ci si appellava al fatto che nessuna rivoluzione è esente da passi falsi, e che comunque no, non era come vi avevano riferito, si trattava di una dialettica più complessa, che il torto era tutto nei borghesi reazionari, fino a quando, arrivati al colmo dell'instaurazione del regime di Jaruzelski in Polonia, il povero Berlinguer dovette ammettere che la spinta della rivoluzione socialista andava esaurendosi. Novello Berlinguer, ieri e oggi Al Fano (per distinguerlo da Al Bano) ha stracciato il copione, non ne può più delle interviste precotte guardando dritto nella telecamera come un piazzista televisivo che deve convincere della bontà del suo prodotto, ha capito che il destino di un singolo uomo politico non può essere più importante di quello di un Paese intero. Le repliche stizzite a assertive a giornalisti e avversari politici che tanto piacciono a Brunetta; le lezioncine di Costituzione impartite dalla nota modella di calendari hot Mara Carfagna, che con ampi remeggi delle braccine e il caschetto da rettrice di educandato parla di cose di cui nemmeno sa il significato, essendo tutta roba fattale pervenire dagli spin doctor del PDL e da lei imparata a memoria; le spiegazioni barocche della Bernini, senatrice-avvocato con una pista per sci acrobatico al posto del naso, che a colpi di vocaboli con più di 5 sillabe tenta di farci capire che Berlusconi è un santo: il team delle risponditrici automatiche Ravetto- Gelmini- Comi, ottime come segretarie d'azienda, ma solo quello: cose che sono ormai fuori luogo; ci vuole troppa faccia a difendere chi, in nome di un presunto danno personale, ha provato a gettare nel baratro un'intera nazione, pretendendo che i suoi eletti si riducessero al rango di servi sciocchi e gli dessero ragione anche stavolta. Liberissimo di sentirti ingiustamente condannato, Silviuccio nostro, ma da qui a ritirare parlamentari e ministri per arrivare al sabotaggio dell'attività istituzionale, no no no. È per questo che noi abbiamo (momentaneamente, spero) abbandonato la sponda cdx: una riedizione del PCI in versione soap-opera è troppo. Silvio, ti consigliai in tempi non sospetti di prendere il primo volo per Antigua e non tornare mai più in Italia. Oggi sei senza passaporto e non puoi più. Quindi ti dico quest'altra cosa: rinuncia, esci di scena, fatti decadere e goditi la vecchiaia a Bellagio. Vedi, so bene, per averli provati, cosa sono i deliri narcisistici, e so che una parte di te, autoscusandosi per le piccole marachelle compiute in 50 e passa anni di carriera, non capisce perché certuni ti vogliano tanto male anche se tu sei sceso in campo per il loro bene; il tuo difetto è quello tipico di chi concepisce la felicità altrui come semplice estensione della propria, nel senso che si deve essere felici alle sue condizioni, magari anche sovvertendo un pochino le regole che tutti dovrebbero rispettare, ma che ostacolano il compiacimento edonistico; e quindi guai a criticarlo per quello che fa, nel suo mondo magico di psichiatrica consistenza il Bene è automaticamente dalla sua parte e cattivo e da eliminare è chiunque si opponga alla riuscita del giuoco. Tu credesti e agisti, ma sbagliasti. Per questi vent'anni in cui sperai e da te venni deluso, il voto è 3, che col 22% di IVA diventa 3,66. Arrotondo a 4, perché quando hai detto: "Siamo giunti a decidere dopo molto travaglio", il lapsus legato all'uso di questo sostantivo dimostra che anche tu sei umano.

Il duo di Fort Apache, Napolitano-Letta: dopo una settimana come questa, il minimo che io mi sentirei di meritare se fossi uno di loro due sarebbe un viaggio di tre mesi su una sperduta isola della Polinesia, senza connessioni Wifi, senza telefono, senza cartina geografica, a spassarmela sulla spiaggia alla faccia di tutti.
Ma no, siete qui e vi voglio dire cose. Anzitutto, bravi per come avete retto al tentativo di strappo estremo di Silviuccio: abbiamo veramente rischiato l'implosione del sistema democratico, oltre che il ludibrio di tutti i Paesi civilizzati. Certo, ora che, come sembra, il governo poggia su una maggioranza molto meno ricattevole dell'altra, ma ce sincereremo più in là, una richiestina mi sento di elevarla alle vostre Somme Deità: Giò, non più tardi di dieci giorni fa hai ammesso pubblicamente che la scuola italiana è stata vittima in questi ultimi anni di tagli inconsulti e immotivati, che tutto hanno fatto fuorché migliorarne la qualità; Rick, da Fabio Fazio ancora a maggio, con successiva riconferma domenica scorsa, giurasti e stragiurasti che stop ai tagli all'istruzione. Bene. Mettete insieme queste due istanze e traetene le dovute conseguenze: ora che non ci sono più falchi pidiellini a minacciare l'iradiddio, ora che l'umanità pare comprendere che una cultura girata tutta sul tecnico non è meno inconcludente di una girata tutta sull'umanistico, Giò, Rick, CANCELLATE, DISINTEGRATE, PULVISCOLATE quella maledetta riforma Gelmini. Ricordate che c'è un ricorsino pendente in merito che verrà discusso il 21 novembre. Perché attendere? Eliminate l'unico relitto ancora pulsante del ventennio che tanto vi diede noia, l'atto di arroganza più insopportabile che mai uno Stato moderno abbia perpetrato contro i suoi stessi dipendenti, la vendetta più assurda che ha colpito non i percettori dei privilegi contestati da decenni, ma coloro che a questi privilegiati sono succeduti senza colpa veruna. Gettate nel dimenticatoio la riforma più persecutoria e disordinata che mai pubblica amministrazione ricordi. Fatelo per la pacificazione da tutti quanti invocata. Per il resto sono sicuro, Rick, che quando hai detto: "È un grande" riferito a Silviuccio, non stavi usando un aggettivo sostantivato. Dai, dicci cos'era, un grande cosa? Voto 7 sulla fiducia, più il 22% di IVA saliamo a 8,4. Più di così...

Giuseppe Civati: datosi che gli ultimi chiari di luna parlamentari hanno di fatto steso il sudario sulle ambizioni premieratizie di Renzi (e sai quanto ci spiace...), restiamo alla battaglia piddina per l'elezione a segretario. Pippo mio, siamo omonimi, siamo pressoché coetanei, siamo entrambi lombardi, siamo entrambi dottori di ricerca in discipline umanistiche, pertanto credo di avere una certa qual serie di obblighi intellettuali nei tuoi confronti. Vado ad assolvere il primo: ricordati che sono vent'anni che gli italiani mandano al potere individui dal viso inquietantemente glabro. Cerone di Silviuccio a parte, Renzi e quel lugubre becchino di Cuperlo sfoggiano ogni giorno che Dio manda in terra un volto rasatissimo, quasi riflettente. Spesso tu indulgi invece a quell'ispida peluria biondo-folletto irlandese che fa tanto studente universitario che ha tagliato i ponti col mondo perché doveva dare Analisi 1. Nella repubblica platonica il compito del comando tocca bensì ai barbuti filosofi, ma noi abbiamo superato da mo' la tripartizione indoeuropea delle mansioni all'interno di una polis, sicché tu devi evitare che ti si confonda col ceto intellettualoide di sinistra, quello delle movimentate barbe di Michele Serra o Marco Damilano per intenderci. Niente di peggio, vista la traboccante simpatia dei soggetti. Liscità, Pippo. Oppure oblio. Voto 5, che per effetto dell'aumento dell'IVA al 22% diventa 6,1. E ringrazia Silviuccio di ciò.

La Lega nord, che, OVVIAMENTE, oggi ha votato contro il Decreto Cultura del Governo. Certo, in tempi di crisi come questi sembra follia stornare fondi alle fondazioni lirico-sifoniche, roba da fighetti si sa, o addirittura alla salvaguardia di quel cimitero extratemporale cadente e malconcio di Pompei. Per carità. Chi sarebbe così folle da pensare che il potenziamento delle occasioni culturali, offrendo al pubblico bue qualcosa di diverso dalle fiction interrotte dalla pubblicità di prodotti che nessuno ha più voglia di comprare, porti soldini in cassa? Davvero c'è gente under 80 che pagherebbe per sentire le sinfonie di Mahler? Davvero una Pompei meno scalcinata di quella odierna attirerebbe turisti paganti e contanti? Ve li immaginate visitatori gaudenti agli Uffizi che non devono sempre chiudere metà delle sale, o presso il mausoleo di Augusto? Questo è il Lega-pensiero. Per loro cultura vuol dire spreco, ovviamente di sinistra. Nel loro immaginario, la nuova agorà è il centro commerciale dove spedire i pupi con la cicca in bocca a giocare coi videogiochi seduti alla tavola calda, mentre si acquista il telefonino da 800 euro e si tenta invano di far entrare la moglie nelle taglie 42 esibite alle vetrine degli outlet, pensando nel contempo a come implementare i tempi morti serali dopo l'anticipo di serie A in TV (birra e pizza o pizza e birra?). "Mah, che stereotipi qualunquisti". Lo so. Uguali e contrari a quelli che "il popolo della Lega" ha vomitato contro noi insegnanti e uomini di cultura in genere, dandoci genericamente del comunista (respingo al mittente, thanks...) ed elevando il conto in banca a unico parametro per giudicare la dignità umana (e se sapessero quanti uomini e donne di sinistra hanno il portafogli a destra...). Per costoro, tutto ciò che non diverte immediatamente o che spinge a riflessioni oltre il livello zero della comunicazione è in automatico una zavorra che obnubila il libero dispiegarsi delle facoltà naturali dell'uomo, che nel loro pantheon coincidono con quelle più istintivamente animali. Peccato invece che la cultura sia il punto più alto della nostra evoluzione. Che costa, certo. Ma rende. Voto 0, e tale rimane anche aggiungendo l'IVA al 22%.

La cretina che ha tentato il suicidio per non essere riuscita a procurarsi il biglietto per il concerto degli One Direction. Ora, a parte che da qui a giugno prossimo quelli lì potrebbero anche essersi sciolti ("NuuuuooooooooooHHHH, Louis nooooooooooOoOoOoo!!!!!"), rilevo nel per fortuna mancato autoannullamento della predetta figliola la traccia ulteriore della smaterializzazione etica e psichica della generazione bimbominkia. Sì, in altre sedi già osservammo che sono più di 20 anni che le fan delle boyband cianciano che senza il loro Nick, Robbie, Justin, Brian ecc. ecc. la vita non ha senso, ma alla fine erano frasi che restavano lì. Adesso no, è talmente forte l'anestesia morale in costoro che la barriera tra le cose per cui vale veramente la pena vivere (ed eventualmente morire) e la fuffa è del tutto crollata. Volersi uccidere perché non si riuscirà a vedere il Catechista mancato dal vivo (con quel muso, poi...)  va al di là del dispiacere che noi stessi provammo in un lontano e anonimo pomeriggio di periferia del 1987, quando ci accorgemmo di essere stati troppo in cortile a giocare, sì che avevamo bucato la puntata di Holly e Benji (che peraltro ineriva alla noiosissima partita con la Hot Dog dei gemelli Derrick, insomma nulla di imperdibile). Ci restammo male, è vero, perché all'epoca seguire quel cartone era quasi una religione (tralascio le schiere di coetanei che tentavano senza successo il tiro ad effetto...)(il tuo unico gol su azione in 13 anni di ora di ginnastica è stato un'autorete, ricordi?)(vabbe', quisquilie...), però a sera non ci si pensava più. E all'epoca per noi Oliver Hutton e soci erano davvero degli eroi. E non c'entra che nel caso degli OD ci sta anche tutto un fattore estetico-erotico che nel nostro caso era per forza di cose assente: c'è che l'eroe mediatico è una fonte di vita superiore a quelle reali proprio perché la vita reale non conta nulla rispetto al mondo fatato di sogni che i media hanno tessuto attorno ai bimbominkia. Questa qua tenta il suicidio, ma di fatto è già una pianta adesso, senza nemmeno attendere l'apposita assegnazione al girone di Pier delle Vigne; per una così non c'è famiglia, non ci sono amici, non ci sono agenzie sociali che tengano: fuori dal suo castello di favole e Sawii Badilati, semplicemente non c'è nulla di percepito. Cioè c'è solo la morte. Voto 2, che con l'Iva al 22% fa.... ah no, era già inclusa nel prezzo dei biglietti che non ha comprato...

giovedì 25 aprile 2013

Le pagelle della settimana (4)

La carne al fuoco brucia profumando l'aere tutt'intorno di zaffate osmoeccitose. Ah, il barbecue del 25 aprile! (che in realtà NON sto consumando, sono a casa e leggo cose). Giorgio Napolitano: contro OGNI PREVISIONE, il nostro migliorista preferito è tornato al Colle, e probabilmente Clio sta predisponendo le carte per il divorzio. Ottimo e tonitruante il discorso di re-insediamento, peccato che i 945 geniacci applaudissero ad ogni suo strale contro quei cretinazzi che lo avevano riportato lì, senza accorgersi di essere LORO i cretinazzi in oggetto. Un caso di transfert da manuale. Ma il momento connotativamente più alto di tutta la cerimonia è stato quando, finita la concione, tutti i parlamentari si sono alzati ad applaudire e una sola, grande eminenza ha intercalato l'applauso ad una feroce consultazione dello smartphone, quasi sicuramente per twittare qualche instant- thought di quelli che fanno epoca:


lei, la mai più dimenticata ex-Ministro dell'Istruzione, frantumatrice della scuola pubblica e distruttrice di onorate carriere senza fare di strage di chi veramente meritava il licenziamento, insomma lei, Mariastella Gelmini, la quale, come l'ultima delle bimbominkia con cui quotidianamente interagiamo, non ha resistito al fascino della twittata anche in un momento in cui bisognava solo alzarsi e, impettiti, con o senza applauso, rendere omaggio ad un uomo che si è preso in spalla una soma di cui avrebbe volentieri fatto a meno. Ma lei NO, come il bimbominkia medio che entra in casa altrui e prima ancora di salutare i padroni finisce di messaggiare, e al limite dà la mano senza staccare gli occhi dallo schermo, così Marystar ha rovinato la solennità della standing ovation per commettersi subito ed informarci di una cosa che sapevamo già, ovvero che Napolitano era di nuovo lì. Quanto a Lei, presidente, butti giù l'amaro calice: ha avuto più voti dell'altra volta, nel paradosso assoluto di questo post-elezioni, ed ora deve traghettarci verso il Nulla. Non tema, La stimiamo comunque. Voto 8 a Napolitano, 4 alla Gelmini per l'atteggiamento non consono.

Il Partito Democratico (o quel che ne resta). Ok, sarebbe troppo facile sparare sulla Croce Rossa, specie perché ho votato questo partito per la prima e credo ultima volta in vita mia, ma penso proprio per questo di poter dare un parere abbastanza scevro da partigianerie o pregiudizi. La Caporetto democratica, con le candidature bruciate di Marini e Prodi, la regia oscura di Renzi (visto a non nominarlo delegato regionale? Più vendicativo di un chierichetto...) & D'Alema (che resta appunto quel gran fuoricorsista rancoroso di cui già dissimo), i mal di pancia a getto continuo della base e dell'altezza, e pure del perimetro e dell'apotema del partito, le imboscate e i tradimenti sanciscono un unico verdetto: il PD si dimostra una volta di più un partito nato morto, frutto dell'alchimia di elementi inconciliabili come l'ex sinistra democristiana e gli avanzi dell'ex PCI in salsina socialdemocratizzata. In nessun luogo al mondo, checché ne ciarlino gli esperti, il centro cattolico si allea con la sinistra, poiché, se anche i due poli paiono accomunati da una certa visione solidaristica dello Stato e della politica in termini di protezione dei più deboli e promozione di scelte egualitarie, sono d'altra parte separati da un oceano metafisico, poiché il personalismo teleologico cattolico non ha nulla a che vedere col cieco materialismo storico delle teorie a cui, se non è cambiato pure questo, si ispira un partito di sinistra. Da un lato valori non negoziabili perché emanati non dall'uomo, ma di Dio, dall'altro l'elevazione del bisogno individuale a legge pratica relativamente valida indipendentemente dal numero degli abbisognanti, da un lato il guariniano "piaccia, se lice", dall'altro il tassiano "s'ei piace, ei lice". E così enumerando. Ora, questa antinomia a monte si è tradotta, a valle, in due campagne politiche (2008 e 2013) che si sono rivelate una disfatta senza appello in entrambi i casi, perché sotto sotto, e lo dico perché ho sentito l'uomo della strada parlarne, il socialdemocratico convinto non ha voglia di votare la Bindi e tutto il mondo di vecchiume ideologico che costei si porta dietro, né il cattolico osservante può accettare che prima o poi il PD tiri fuori la legalizzazione del matrimonio omosessuale. Per dirne una. E c'è poi da ponzare sul fatto che la vittoria alle primarie ha a tal punto ubriacato la segreteria Bersani da far sembrare le istanze dei renziani poco più che capricci. Di qui le candidature di gente non impresentabile, ma vecchiotta, i giochini di far disputare le primarie a Finocchiaro e Bindi non nella loro regione di residenza, il peso abnorme dato a candidati molto sinistresi, laddove la fetta renziana dell'elettorato cresceva in sdegno e malcontento. Insomma, il netto successo alle primarie ha provocato nei bersaniani quella che potremmo da oggi definire "sindrome dei guelfi Neri", a memoria di quanto Ciacco profetizza a Dante nel sesto dell'Inferno, allorché gli racconta che i Neri, aiutati da Bonifacio VIII, prenderanno il potere a Firenze e bersaglieranno i Bianchi con rappresaglie ed ingiustizie multiple senza avere un minimo di pietà (vv. 70-72: Alte terrà lungo tempo le fronti, /tenendo l'altra sotto gravi pesi, /come che di ciò pianga o che n'aonti). Peccato che i guelfi Bianchi siano oggi capeggiati da un fiorentino DOC, Renzi appunto, che quindi di guerre civili se ne intende. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. (E anche il conte Ugolino ha avuto il suo risarcimento: Enrico Letta è pisano...) Voto: boh, come fai a votare una cosa che non c'è?

Papa Francesco. Sempre più pop, a livelli che oramai scaraventano Wojtyla nella preistoria. Dopo aver detto che Dio non è uno spray, alla preghiera del Regina Coeli di domenica, evidentemente caricato a mille dalla parabola del buon pastore, Bergoglio ha arringato la folla come nemmeno il più esperto dj di uno spring break qualsiasi sarebbe riuscito a fare. Lui: "Sentite la voce del Signore?". La folla: "Sì!". Lui: "Non... non sento..." (mano all'orecchio in stile: "Let me feel your rythm!!"). La folla: ""Sììììì!!!!". Poi, la folla: "Fran-ce-sco, Fran-ce-sco!". Lui: "Grazie per il saluto, ma salutate anche Gesù! Gridate Gesù, forte!!!". La folla: "Ge-sù, Ge-sù!!". Ovvio che Ratzinger si starà fregando le mani, pensando di aver trovato il vasocostrittore giusto per ridare slancio anche mediatico ad una chiesa in gravissima crisi. E Bergoglio vasocostringe da vero entreneur. Secondo alcuni, ovviamente, anche un po' troppo fuori dalle righe con atteggiamenti magari pure eccessivi. Oddio, a parte che dopo 27 anni di pontificato wojtylesco in cui si è visto di tutto, in senso buono, grazie all'istrionismo di GPII, gente come Bergoglio non è più nuova in senso assoluto. A parte che, ormai, sembra che dobbiamo rassegnarci all'alternanza tra pontefici "seriosi" e pontefici "popolari" (Pio XII vs Giovanni XXIII, Paolo VI vs GPI e GPII, Benedetto XVI vs Francesco). A parte tutto ciò, Bergoglio mostra in realtà una scafatezza da vero gesuita. Ricorderanno i nostri piccoli lettori che una cosa fu imputata a Wojtyla appena deceduto, ovvero di aver riempito le piazze, ma svuotato le chiese; in other words, si osservò che la grande carica mediatica di GPII aveva bensì avuto ottime ricadute in termini di folle oceaniche agli Angelus, alle Giornate della gioventù, al Giubileo, ovunque questo umile polacco mettesse piede, insomma, epperò a questo boom promozionale della singola figura del Papa non era corrisposta la capacità di frenare il crollo delle vocazioni religiose, cosi come quello del numero di cattolici praticanti, che obiettivamente si sono acuiti proprio nei 27 anni di regno del cracoviano. Tutta roba che, poi, passò in cavalleria nel momento in cui si riconosceva a GPII di aver avuto un ruolo attivo e fattivo nel contribuire all'estinzione del Demone Sovietico che tanto turbò i nostri sonni da Yalta in poi (e comunque nemmeno Paolo VI riuscì ad arginare la marea montante dello scetticismo secolarizzante, figuriamoci un uomo che veniva da una nazione mai toccata prima dalle mode consumistiche).
Vero è che la questione della mediaticità non sempre feconda di Wojtyla può oggi essere analizzata in termini sereni: ci permettiamo senza dubbio di rimarcare come certe occasioni ecumeniche di quegli anni, Giubileo in primis, ci avessero lasciato un certo retrogusto sgradevole, non certo nell'impegno profuso da un Wojtyla ormai a pezzi, ma nell'atteggiamento di certi fedeli, di certe masse di fedeli, che sembravano partecipare all'evento non per Gesù, ma perché c'era quel Papa lì. Voglio dire che, a volte, mi si formava nella mente l'immagine di un cartellone teatrale con scritto a caratteri cubitali GIUBILEO!!!, poi appena sotto CON PAPA WOJTYLA!!! e poi ancora sotto sotto, in caratteri minuscoli, "e l'amichevole partecipazione di Gesù". Purtroppo pareva proprio che il Giubileo, specie il Giubileo dei giovani, fosse diventato una specie di Woodstock cattolica la cui star principale risultava essere (involontariamente) il Papa, dopodiché si faceva uno sforzo e ci si ricordava che il "protagonista" vero della cosa era colui di cui il Papa è il vicario, Cristo appunto. Ma era già tardi, le telecamere si erano già spente, i canti erano finiti, si disse addirittura che i preservativi coprivano la spianata di Tor Vergata, a dimostrare che la gioventù cattolica aveva saputo unire in maniera epica l'utile al dilettevole (ma cathopedia dice che non andò così, e lo speriamo vivamente, non per un soprassalto di pruderie, ma perché pensare che gente giubilare abbia approfittato dell'occasione per lo zompo è poiuttosto triste...): lo spettacolo imperniato sul Papa era andato bene, quello della Fede no.
Bergoglio, in quell'esortare la folla a scandire non il suo nome, ma quello di Gesù, mi pare abbia dimostrato di aver ben presente il rischio della mediatizzazione della figura del Papa, e di non voler cadere nel budello predetto. La sua idea è quella di essere un tramite, dotato certo di una visibilità negata a chiunque altro, e tuttavia conscio che il fascio di luce che si punta su di lui deve essere subito deviato verso la Sorgente stessa del suo essere lì. Non male, non male. Detto poi che, secondo me e la Spocchia, la sua voglia di stare tra la gente ci porterà di qui a poco ad assistere agli Angelus con lui in piazza in mezzo alla folla, microfono da guancia come ad Amici, giro per la piazza sul gippotto, le guardie del corpo che impazziranno tutte le volte. Ce lo vedo troppo. Voto 8.