Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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giovedì 20 agosto 2015

Il pensiero s'infeltrisce

Estate ballerina, pare. Come se non ne avessimo già avuto abbastanza delle sparate sulla scuola del sempre stimato Abravanel, quello secondo cui alla fine il vero scopo dell'istruzione è la messa a punto degli algoritmi per regolare i flussi semaforici, entra in giuoco Mr. Fighetteria in persona, quello Stefano Feltri che nel recente passato frequentava con assiduità il salotto di Lilli Gruber per fare a gara di pettinature gellate e lenti a contatto glamour con Civati, sì da contendergli il ruolo di intellettuale più telegenico di La7 (bella forza competere con uno più vecchio di te di nove anni, vero, Ste?).
Il Feltri, bocconiano DOC e convinto probabilmente che il piano studi della Bocconi serva essenzialmente a diventare giornalisti, si è lanciato la settimana scorsa in un bombastico assalto all'arma bianca contro gli studi umanistici, facendo aggio su un paper (come si dice nell'ambiente) di studiosi multinazionali, ma soprattutto fraintendendone totalmente dati e conclusioni, come altri addetti ai lavori gli hanno fatto impietosamente notare.
Riassumo le tesi feltriane, rimandando al sito ROARS per l'elenco dei contro-articoli che le sbugiardano, e anticipo che non sarà qui il luogo per la difesa della cultura e dell'istruzione umanistica, da noi già attuata in altri post del blog: ci limiteremo ad un'analisi antropologica del modo di ragionare del Feltri, mostrandone punti di contatto e scarti in avanti rispetto all'Abravanel.
Dice Feltri: le facoltà umanistiche sono uno spreco assoluto, chi vi si iscrive in genere proviene con voti bassi dalle superiori (bufala CO-LO-SSA-LE, e lasciate che lo diciamo io e la Spocchia, che alla facoltà di Lettere lavoriamo davvero), le prospettive di impiego e guadagno post-lauream sono un niente rispetto ad altre facoltà e, colpo di grazia, il laureato in lettere rappresenta un costo che la società non può permettersi: si iscrivano alle facoltà umanistiche quelli ricchi che possono sostentarsi da soli gli studi. Piccatissimo poi a seguito delle repliche sbugiardanti al suo primo articolo, il Feltri, ben lungi dal fare anche solo una minima autocritica per aver del tutto travisato i dati del paper da lui citato, si lancia in acide repliche degne del peggior fighetto isterico: se volete vivere da bohémien con la laurea in lettere, accomodatevi, ma poi non lamentatevi quando sarete dei poracci.
E vabbe': gli hanno risposto in molti, dati alla mano, per dimostrargli la falsità tanto dell'assunto quanto delle argomentazioni da lui svolte per corroborarlo. Certo, vien da dire, se un giornalista laureato alla Bocconi non capisce neanche i saggi che legge e poi ci costruisce sopra articoli senza capo né coda, c'è da tremare per l'obiettività e l'accuratezza del mondo dell'informazione italiana.
Ma appunto. Necessità biologica dell'umanesimo a parte (come da noi più volte sostenuto), resta nel Feltri la convinzione, ampiamente condivisa negli ambienti più miopi dell'accademia economica (Abravanel docet), che l'istruzione, tutta, debba alla fine essere non solo professionalizzante, ma professionalizzante in senso empirico. Quale che sia la facoltà scelta dal discente, egli deve uscirne abile solo a risolvere problemi pratici, siano essi la costruzione di un ponte, l'asportazione di una cataratta o la stesura di un piano aziendale di rientro dai debiti. Basta. Feltri argomenta di fatto asserendo che dall'università deve uscire il lavoratore, poi per l'individuo vabbe' c'è tempo. Gli hanno fatto giustamente notare che simili asserti sono degni della peggior dittatura sovietica, roba da far tremare Breznev (o dare il colpo di grazia ad Andropov).
Ma appunto. Al di là del fatto che anche insegnare alle persone a esprimere correttamente il proprio pensiero o far maturare in loro il senso critico nei confronti dei fenomeni storici e sociali non mi sembrano contributi così spregevoli al mondo empirico (ove si sottintenda che il grosso degli umanisti poi fa il professore), è noto che la laurea umanistica conferisce al laureato una duttilità e una capacità critica e creativa allo stesso tempo di affrontare i problemi che altri laureati, legati a visioni un filino più schematiche delle cose, non hanno, sì che non è difficle vedere umanisti occupati in posizioni professionali che, a rigore, quaglierebbero poco con la loro laurea. Ma non è questo che interesserebbe al Feltri. Feltri, in ciò ossequendo ancora Abravanel, direbbe che il tipo di società che ormai domina ai quatto angoli del globo richiede le soft skills, il problem solving, la praticità, mica si può stare a leggere poesie per 3+2 anni.
Lasciamoglielo dire. E chiediamoci: in cosa l'ottimo Feltri riesce persino a superare il già ottimo Abravanel? Nel format antropologico tipico di moltissimi fanciulli e fanciulle nati e cresciuti negli anni '80: la convinzione che la propria esperienza personale sia il modulo di riferimento UNICO in base al quale giudicare il mondo e le scelte altrui. Ora, se io volessi feltrizzarmi, direi che TUTTI i nati negli anni '80 rispecchiano il modello anzidetto. Non lo dirò: primo perché non sono Feltri, secondo perché ho per fortuna sottomano esempi di gente che esce dallo schema. Peccato che quelli che in questo schema rientrano, Feltri tra costoro, offrano di sé uno spettacolo che con acuto eufemismo potremmo definire solo che desolante. 
Vediamo le prove di questo gommoso egotismo. Lo dice, il Feltri, nel suo accorato benché sbullonato paper: IO ho fatto la Bocconi perché gente più saggia di me mi ha distolto da filosofia, I MIEI genitori si sono accollati la non sobria retta dell'università, IO non avevo diritto alle agevolazioni perché altri evadevano il fisco, IO ho raggiunto l'obiettivo che mi ero posto, IO mi sono già ampiamente ripagato delle spese sostenute, anche perché I MIEI non hanno rivoluto nemmeno un tolino indietro.
Eccoci al punto; siccome A LUI è andata in un certo modo, allora chi sceglie diversamente è per ciò stesso in errore. Ma sono così, la generazione dei Fabolous 80's, quelli usciti male, intendiamoci. Li sentiamo e vediamo, i freschi trentenni che si beano delle app che mettono a punto e che consentono loro guadagni faraonici in poco tempo, e che parlano come se saper sviluppare app fosse l'unica attività umanamente degna; li sentiamo e li vediamo, quelli che sono convinti che la politica italiana inizi nel 1994 con la discesa in campo di Berlusconi e dicono "Berlusconi sì, Renzi no" (o viceversa) adducendo come prova a favore della tesi il fatto che "Berlusconi sì, Renzi no" (o viceversa); li sentiamo e li vediamo, i fortunelli che non hanno vissuto i colpi di coda culturali ed esistenziali degli anni '70 e sono cresciuti a pane, vizi e giocattoli, vedendo crollare il Muro di Berlino, ma scambiandolo per una casa di Lego; quelli, per intenderci, e in particolare i nati tra il 1980 e il 1989, che per effetto dell'abolizione degli esami di riparazione a settembre voluta dal ministro D'Onofrio hanno passato beatamente il liceo potendosi permettere di perculare i docenti delle materie a loro sgradite, evitando accuratamente di studiarle "perché tanto Lei non mi può far niente"; ce li ricordiamo bene, quelli che a 15-16 anni "prima vado in palestra, poi studio perché sennò mi vanno via gli addo", con l'assenso delle mamme già rifatte a 40 anni, orgogliose di come il figlio sapeva stare al mondo e godersi la vita invece di marcire sui libri; quelli che hanno sempre soldi in mano pur senza lavorare, o lavorando molto poco a 33 anni suonati, perché tanto paga papà, vanno in ferie 6 volte l'anno (sommando ben più degli stereotipati "tre mesi a fare un c****" che rinfacciano a noi) e però sono sempre in prima linea a denunciare l'occidente cattivo e consumista e ad appoggiare Emergency (a parole, poi pagherà qualcun altro); quelli che credono che Alessandro e Carlo Magno siano fratelli e la rivoluzione francese sia una teoria di Galileo e che però un bel free Palestine sui loro stati di Facebook non lo fanno mai mancare. Gente che ha potuto pensare esclusivamente a se stessa perché il mondo era mandato avanti dagli altri e che ha visto la perfetta coincidenza tra volere, dovere e piacere. Ha cioè sempre fatto quel che ha voluto: senza spigoli, senza contraddittorio, senza divieti, senza sanzioni. Senza un non-Io che mettesse in discussione il loro Io. 
Gente così. Quelli usciti male, si diceva. Certo, si dirà che però il buon Feltri i suoi studi li ha fatti e la sua carriera pure, non è rimasto con le mani in mano. Senza dubbio. Sarei tuttavia curioso di chiedergli chi fosse Ezio Vanoni, per vedere se magari mi risponderebbe che era un parente di Ornella e non l'inventore di quella che oggi chiamiamo IRPEF. Ma è il profilo psicologico suo che è perfettamente 80's, quello di gente cresciuta senza dialettica e quindi capace solo di porre se stessa come tesi unica di un discorso che non ammette antitesi né, per carità, sintesi. Scettici e politicamente apolidi, seguono l'idea del momento, specialmente quando è la loro. Privi di ogni prospettiva storica, non sanno trovare radici ad un fenomeno che vadano oltre l'altroieri. La loro piccola esperienza diventa l'Esperienza e guai a chi dissente.
Ed ecco scodellato un articolo a dir poco delirante, ma che svela appieno la matrice antropologica del suo estensore: non è tanto il cieco ossequio alla linea Abravanel a deprimerci, quanto l'idea che un trentunenne ha già esaurito gli spazi dialettici e non vede altro all'infuori di sé. Certo, è lo stesso difetto della generazione bimbominkia. Sì. Solo che Feltri è, diciamo così, un filino fuori età.

Dovrebbe, perlomeno.   

domenica 6 aprile 2014

Professoroni imboscati.

Suppongo che la sterminata audience del blog abbia sbavato giorni interi in attesa di commenti da parte del sottoscritto riguardo alla geniale uscita della Ministra Belloccia Boschi (diciamo una Carfagna 2008 che non è ancora digievoluta al grado iena), la quale ha bollato sprezzevolmente come "professoroni" i mirabili giuristi/costituzionalisti/cavillatori che stanno minando le sacre basi della Grande Riforma dello Stato Ausonio. In poche parole: chi obietta al progetto di RenzOne è un parruccone fuoriuscito da polverose biblioteche che mira solo a custodire un non più custodibile status quo, cioè un professore che se la tira e che, va da sé, se la tira perché vive in un mondo a parte, fuori dalla realtà delle cose, e comunque parla parla, ma nel concreto combina poco.
Oddio, la cosa che più mi stupisce di tutta la faccenda è che non so chi faccia la figura peggiore. Epperò, frattalicamente, vedo ripetersi in grande ciò che ho già visto ripetersi più in piccolo con la riforma gelminiana della scuola. E, a vario titolo, i cattivi sono sempre i professori (-ini o - oni che siano).
Da un lato è chiaro che le posizioni del facilmente pronunciabile Zagrebelsky e della compagnia ad esso aggiogata sono ormai di pura retroguardia. Ovvero: per avere davvero il coraggio di difendere QUESTO assetto costituzionale, simboleggiando la salvezza dell'intero nel mantenimento dell'accolita senatoriale, bisogna avere un senso dello Stato che in Italia non c'è mai stato (pardon...). Che al suo principio il bicameralismo perfetto servisse a impedire i più vari ritorni alla dittatura, pertiene; che i "vecchi" correggano l'impeto legislativo dei "giovani" osservando ed emendando, è giusto. In teoria, però. In pratica, quaggiù nello Stivale, si è solo riusciti ad ingolfare la vita parlamentare in interminabili procedure di correzione/sabotaggio dei lavori di una camera da parte dell'altra. La concreta attuazione del bicameralismo all'italiana certifica il fallimento del medesimo, o perlomeno il suo raggiunto anacronismo. Non si tratta tanto dei 315 senatori. Fossero stati anche 630 come i deputati, magari pagati in modo meno esorbitante, me li sarei pure tenuti, se avessero funzionato come contrappeso virtuoso & fecondo all'attività della camera bassa. Quella che Zagry & C. difendono è l'astrazione di una condizione legislativa che allo stato di fatto ha fallito. 
Ma, sia chiaro, ha fallito non perché il bicameralismo perfetto sia fallimentare in sé: torniamo qui ad un argomento a noi tanto caro, ovvero che non c'è assetto costituzionale sufficientemente valido a garantire il buon governo di uno Stato se i suoi membri restano comunque dei bucanieri. Dicasi: caro Renzi, anche una volta che mi hai amputato il Parlamento di un settore, ma non fai in modo di garantire che il settore rimasto vivo sia composto da gente saggia, saremo sempre lì, con lo scandalo della corruzione dietro l'angolo, le spese pazze, le concussioni assortite, i voti di scambio, i cambi di casacca appena non vengono esauditi i miei appetiti ministeriali, il clientelismo, i ricatti incrociati et similia. Si eviti, come già dissimo, di cadere nell'errore dello studente scemo che crede che gli basti cambiare il metodo di studio o di rinunciare ai passatempi pomeridiani per diventare bravo: se alla base non c'è la sostanza, nel caso dei parlamentari declinata nelle forme dell'onestà e della competenza, hai voglia a potare i rami secchi degli organi dello Stato. Puoi anche farmi una camera con 20 deputati, uno per regione, ma se sono venti farabutti non ci si salva comunque. Matty caro, trovate il modo di selezionare gente sulla base della cultura politica e non solo sulla capacità di promuovere il brand del proprio partito. 
E qui dobbiamo scontrarci con l'amara realtà: di autentica cultura politica, nei nostri palazzi parlamentari, ne è sempre girata pochina. La Prima repubblica è affogata nel liquame tangentizio, ed erano cattive usanze invalse da decenni; in nome di equilibri quasi sempre eterodiretti dalla posizione specialissima occupata dall'Italia nello scacchiere della guerra fredda, abbiamo visto succedersi circa 50 governi in circa 50 anni, ma il denominatore comune è sempre stato quello di un asilo perenne di correnti e correntine impegnate a spartirsi fette di potere, poltrone, prebende, il tutto certo sotto la guida di gente saputa (De Gasperi, Moro, Fanfani, Andreotti di qua, Berlinguer, Nenni di là, Saragat in mezzo), gente però che, scissione di Palazzo Barberini a parte, è stata abile soprattutto a gestire più che a innovare, a subire più che a imporre, a privilegiare il basso profilo a scapito dell'assertività (7 ore di discorso per convincere la feroce platea ad accettare i socialisti al governo non trasformarono certo Moro in Abramo Lincoln...). Poi venne Craxi, il decisionista, l'uomo di Sigonella, quello che schiacciava amici e nemici semplicemente sedendovisi sopra. Tutta roba ad effetto, specie in rapporto alla generazione politica precedente, ma puntualmente disintegrata dall'esplosione di Tangentopoli. Morale: tanti ottimi Ciceroni, inteso Cicerone come la categoria politica in cui si iscrivono tutti coloro che privilegiano il compromesso con le situazioni che vanno man mano delineandosi piuttosto che la ricerca della creazione di situazioni nuove; e pochi, pochissimi  Cesari/Ottaviani, quelli che agiscono mentre il senato tentenna.  
Insomma, Zagry mio, Rody mio, costituzionalisti miei, sarà pur vero che Renzi sta muovendosi col tatto di uno schiacciasassi, ma cosa hanno fatto le generazioni politiche precedenti per rendere difendibile il bicameralismo perfetto? La palude di doppiezze e veti incrociati, interessi taciuti e avvisi per chi sapeva intendere si è irrancidita entro un contesto storico-economico qual è quello degli ultimi 7 anni, ovvero una crisi come non se ne vedevano dal 1929. Un popolo di tartassati impoveriti ed esasperati non può che salutare con gioia provvedimenti come la formattazione del Senato, per quanto il plauso a ciò sia forse più di pancia che di testa. Ma il contesto è questo qui, al politico saggio adeguarvisi, machiavellicamente finché si vuole, ma il mondo della politica funziona così.
Ciò detto, e sottolineato che la furia iconoclasta di Renzi comunque mi disturba, perché riforme fatte al grido di "Corri che non c'è più tempo" rischiano di riuscire piene di gobbe e nodi da rimbeccare, non posso non notare una curiosa analogia, certo non voluta da Miss Universo Boschi, tra le sue sprezzanti parole e quanto abbiamo visto fare da madama Gelmini.
Notate, pubblico: c'è un' unica riforma che il Berlusconi IV ha mandato in porto senza dovervi applicare il minimo correttivo, ed è la famosa (e sciagurata) riforma della scuola sulla cui nequizia latente e patente ci siamo già pronunciati assai e ovunque sul blog (cliccate sui tag qui a fianco). Ora come allora, tutto fu fatto in modo unilaterale, senza consultare le controparti, senza aprirsi al minimo compromesso, che non voleva dire annacquamento dei nobili propositi riformisti, ma necessaria fase dialettica; ovvero: io posso avere le migliori idee del mondo, ma bisogna ben sentire punti di vista diversi, giusto perché magari qualche aspetto (e difetto) delle mie idee potrebbe essermi sfuggito. No. Solo e sempre no. I tagli dovevano essere fatti così, le ore da sopprimere erano quelle lì, nessuno si peritò di verificare, in via di modello teorico, eventuali storture che a lungo termine si potessero produrre (e si sono prodotte) e che al momento non erano così evidenti. No. Nulla. Avanti a testa bassa. Non ci fu mezza proposta avanzata da sindacati e associazioni docenti a venir non dico presa in considerazione, ma nemmeno ascoltata, udita, minimamente orecchiata. Scivolo pensioni per agevolare gli insegnanti anziani e scoppiati e lenire un filino la mannaia dei tagli; no. Rimodulazione dell'obbligo delle 18 ore di cattedra a 17 (un'ora in meno) per garantire l'ora buca da destinare alle supplenze giornaliere ed evitare di lasciare classi scoperte, con tutti i rischi connessi; no. Numero minimo di alunni per classe da 28 a 26 (due in meno) per evitare le classi pollaio; no. E oggi siamo dove siamo (a proposito, Matt, dopo tutto l'infervorato endorsement pro-scuola di febbraio dove siamo rimasti?).
Noto insomma nel dinamismo riformaiolo renziano la stessa spietata coriaceità dell'allora ministra Gelmini (e dei suoi suggeritori, chè Gelmini nulla sa e mai nulla seppe di scuola): guai a contestare, la ragione è tutta nostra. Non sei d'accordo? Te ne farai una ragione. E benché Zagrebelsky e compagnia non siano i diretti destinatari della riforma del Senato, non essendone quindi le vittime designate come lo furono invece i docenti dell'olocausto gelminiano, colpisce che noi di allora e loro di adesso in fin dei conti risultiamo accomunati dal lemma professoroni da zittire. Alla fine Boschi- occhi-di-cielo si è lasciata scappare la battutina qualunquista che riporta tutto al solito principio: l'uomo di cultura è la zavorra dell'Italia. Lo pensavano gli artefici della mannaia gelminiana, lo pensa la pasionaria renziana. Certo, anche in questo caso gli intellettuali hanno poco da recriminare, specie quelli che hanno sempre immolato l'indipendenza di pensiero alle convenienze della parrocchia politica che li foraggiava; così come a noi docenti, o meglio a quelli prima di noi, fu facile rinfacciare la litania "18 ore- pomeriggi liberi- vacanze lunghissime d'estate", con l'aggiunta dell'alto tasso di incapaci che salivano in cattedra. Però, se davvero si pensa che il momento riflessivo/dialettico sia l'impiccio alla magnifica sorte della politica, subordinando il pensare all'agire, o eliminandolo proprio, si cade nell'errore opposto dei totalitarismi, per i quali l'Idea Suprema era la norma di ogni azione. Però il risultato è lo stesso: piante coi rami forti e le radici deboli. Col che ribadisco che la difesa del bicameralismo attuale è patetica quando non imbarazzante, ma ci sta, ci deve stare. E' il futuro, Matty caro, che mi inquieta: se la tua loquace ancella pensa quel che dice, e quindi si accoda al lungo treno di spregiatori della classe intellettuale, non so cosa aspettarmi al prossimo giro di riforme. Cervello, mi raccomando. Guai a fare tutto a testa bassa. Ricordati di Robespierre.

giovedì 22 novembre 2012

Apologia, Critone, Fedone.....Sallusti? (Appunti di perduto pensiero democratico III).


Non è un periodo facile per il nostro sventurato Stivale: sembra che il destino si diverta a presentarci il conto di tutto il lassismo, i compromessi al ribasso, le facilonerie, gli atti di autentica incoscienza che siamo riusciti ad infilare come un rosario di bamboline voodoo nel corso di 65 anni di storia repubblicana. Diciamoci la verità: quando, fino a 23-25 anni fa, eravamo il baluardo dell'Occidente democratico in faccia all'Oriente comunista, ci si perdonava tutto. Bastava dare al resto d'Europa e agli Usa la garanzia che al timone del Paese ci sarebbe stata la Democrazia cristiana [con le frattagline social-democratico-liberal-repubblicane (e missine se proprio serviva, eh, Tambroni?)] e altri dettagliucci come l'instabilità perenne dei governi, l'intromissione sfacciata ed arrogante della politica in tutti gli appalti che andassero dalla cuccia del cane in su, i ritardi nella legislazione sociale, l'incapacità di sbarrare il passo alla criminalità organizzata costituitasi come anti-Stato al sud, insomma, tutto passava in cavalleria. Eravamo i paciocconi mediterranei, affidabili come le attuali Fiat Punto Evo, cialtroni, voltagabbana, ammiccanti con il medioriente, PERO' dai, figuriamoci se saremmo mai finiti in braccio ai sovietici. Alla fin delle finite, almeno su quello si poteva contare su di noi. Il resto era affar nostro. ["Sì, ma Sallusti?". Momento....]
Quando però il serratissimo meccanismo dell'Europa unita ha preso ad accelerare dopo il crollo del Muro di Berlino, ecco che un sistema che si credeva immutabile come le rughe di Ornella Vanoni è venuto giù come un castello di carte. L'Italia bonacciona e bonacciosa che andava bene fino a due giorni prima d'un colpo si scoprì scavalcata dalla Storia. Nessuno, dentro e fuori, fu più disposto ad accettare l'andazzo fin lì consolidatosi, venutene meno le ragioni storico-politico-tattiche. Tangentopoli, si sa....Crollato il regime democristiano, con i suoi tragici contrappesi che lo hanno reso sommamente detestabile e sommamente benefico nella nostra memoria della Guerra fredda, due regimi parimenti armati si sono ringhiosamente contesi l'arena lasciata vuota dalla Balena bianca: ["Sì, ma Sallusti?". Momento...]: da una parte, l'armata radical-chic ed elitaria dei partiti di sinistra, vicini alla ggente a parole, convinti in realtà che la cultura separi, in termini di diginità umana,  i "migliori" dai "peggiori", ben addentellata con i settori più influenti della società (università, magistratura, enti teatrali, redazioni giornalistiche, ecc.); dall'altra, la corazzata mediatica attorno a cui si è andato agglutinando il movimento politico di Berlusconi, le reti Mediaset e la stampa dei periodici Mondadori, ovvero i catalizzatori di un messaggio etico ed esistenziale incentrato sul consumismo edonista, sul primato dell'esteriorità, sulla ricchezza esibita come unico termometro del valore individuale. Se pure queste due parrocchie politiche non potevano essere più distanti tra loro dal punto di vista ideologico (cultura alta vs cultura pop, per dire, ma in realtà non vuol dir nulla), entrambe puntavano sull'uso dei mezzi di informazione come strumento di distorsione e propaganda faziosa atto a dare dell'altra parte politica non l'immagine, democraticamente ineccepibile, di "avversari", ma piuttosto quella dei nemici da abbattere, dell'incarnazione del Male assoluto da estirpare per il bene dell'Italia anzitutto, ma in generale a vantaggio dell'umanità intera. La cosa peraltro non ha costituito gran problema, essendo che la divulgazione informativa e culturale italiana è stata serva sin dai suoi albori, mai libera di dialogare col potere dominante, ma accucciata ai suoi piedi in cerca di prebende & protezione. ["Uffa, quando arriva Sallusti????".  Momento...].
Bisogna dire che le due parti di colpi bassi se ne sono scambiati assai, e volentieri. Tanto per dirne due, e lontani tra loro  così da capire quanto è durata questa ridda: l'avviso di garanzia a Berlusconi nel 1994, quando presiedeva a Napoli un vertice internazionale sulla criminalità, fu curiosamente anticipato dal Corriere della Sera; nel 2006 il Giornale  del fu Montanelli pubblicò MALIZIOSAMENTE  il testo di un'intercettazione in cui l'allora segretario di DS Piero Fassino gongolava come uno scheletro avvinazzato alla notizia della scalata di Consorte ad Unipol, cosa che avrebbe fatto "avere una banca" tutta sua al maggior partito della sinistra italiana.
E' chiaro che gli esempi si potrebbero sprecare, ma certo, se in epoca tangentopolizia chi temeva di finire nel registro degli indagati non doveva far altro che telefonare alla redazione di Repubblica e avrebbe avuto risposta, in epoche recenti sono i giornali di area PDL ad aver perfezionato un sistema di sputtanamento mediatico raffinato, benché non nuovo in un Paese come il nostro che sugli scandali ad orologeria campa da quei lontani giorni. Parlo evidentemente della cosiddetta "macchina del fango", altresì intesa come la scientifica creazione del "caso" in cui far precipitare colui che in quel momento assume posizioni eterodosse rispetto alla vulgata pidiellizia. Ecco che il direttore di Avvenire Dino Boffo finisce in odor di molestia sessuale dopo aver criticato la politica governativa nella gestione dell'esodo degli immigrati africani sulle nostre coste; ecco che Gianfranco l'Apostata Fini, uscito sbattrendo la porta da un partito in cui non ha mai creduto, scopre di aver case intestate al suo ex partito e abitate da cognati ad alto tasso di fighetteria; persino uno dei prodotti più puramente Mediaset della storia umana, Ambra Angiolini, si vede infamata sul settimanale Chi, con sospetto di corna rifilate al marito Francesco Ho Inghiottito Un Richiamo Per Anatre Da Piccolo Renga. Motivo? In pieno clima di scandali olgettinidi, Ambra aveva gridato al mondo intiero la sua indignazione per l'immagine degradante che veniva data delle ragazze coinvolte nelle vicende da Ruby in giù. Proprio una che ha cominciato la carriera come lolita di Non è la rai? Ecco pronto il servizietto fotografico signorinico, come dire: "Guai a chi critica, avete tutti il vostro bravo scheletro nell'armadio", che è poi la sintesi del relativismo costanzian- defilippico da noi ampiamente analizzato nei post ad hoc: tutti hanno la loro brava trave nell'occhio, non esiste la moralità condivisa, ciascuno viva per sé e lasci in pace gli altri.
Già. E così si pensava di arginare il crollo. Nel PDL, dico. La tattica di stornare sempre il discorso su altro, messa in atto in tutti i talk show, azzerava il dialogo. Alla prima accusa mossa a Berlusconi, ecco scattare la replica: "Ma guardatevi voi!". Il che, peraltro, è l'esatto simmetrico di ciò che si faceva in epoca di pensiero comunista dominante, quando ogni minimo appunto al Verbo Rosso era causa di scomuniche basate anzitutto sulla squalifica personale dell'interlocutore come individuo non umanamente degno di partecipare ad un dialogo che si voleva democratico, a patto che tutti la pensassero allo stesso modo. Dico cioè che, nella lunga bonaccia della Seconda Repubblica che va, pare, a morire (e temo per la Terza), chi critica cade, chi si adegua gode. Come nella Prima. Siamo cioé sempre lì, anche se cambiano i gestori della cultura dominante.
E Sallusti, insomma? Eccoci: l'attuale direttore del Giornale, all'epoca direttore di Libero,  ma interscambiatosi lepidamente con Vittorio Feltri alla guida di ambo i quotidiani,  sta rischiando (o forse non più) la galera per "omesso controllo" su un articolo di svariati millenni fa, uscito su Libero senza firma e ora scoperto essere frutto dell'agile e spionistica penna di Renato Farina, articolo che sparava a zero su un magistrato che avrebbe imposto un aborto coattivo a una tredicenne incinta, in ciò seguendo la volontà dei genitori di lei; l'articolo si chiudeva con la sobria richiesta della pena di morte per genitori e giudice; il magistrato ha sporto denuncia per diffamazione, però il colpevole è risultato non l'articolista, all'epoca anonimo, ma il direttore che doveva controllare la bomba; ergo l'articolista, oggi deputato e quindi un filino più immune del suo ex direttore, può dormire tra due guanciali, l'ex direttore, già ampiamente simile al tenente Kojak con una spruzzatina di Frankenstein, mostra da mesi ormai vistose occhiaie da notti insonni, agitate evidentemente dallo spettro del gabbio.

Credo che il commento alla vicenda sgorghi automatico da tutta la ricostruzione sin qui eseguita: laddove la magistratura ha, diciamo così, riservato una certa accorata attenzione agli affari di Berlusconi, indagandolo con sollecita puntualità a partire da dieci minuti dopo la sua discesa in campo nel 1993, la risposta a colpi di clava di Berlusconi medesimo e di tutto il suo entourage (giornali compresi) è stata un attacco a TUTTA la magistratura, rossa e politicizzata, impegnata a realizzare un progetto eversivo della libera democrazia. Chiaro quindi che anche vicende (sia detto con ogni pietà umana per la ragazzina di allora) che avrebbero avuto una risonanza pressoché nulla al di fuori delle cronache locali, avendo per protagonisti magistrati ritenuti un po' intraprendenti possono facilmente essere sbattute in prima pagina per alimentare un certo tipo di polemica. Pare però che Sallusti stavolta abbia toppato.
Resta assodato che mondo politico e giornalisti sono ai ferri corti: in Parlamento sta passando una legge anti-diffamazione che prevede al momento persino il carcere per giornalisti colpevoli di propalazione di notizie false & ingiuriose, salvo che si sta nel contempo provvedendo ad una norma salva-Sallusti che creerebbe la figura alquanto anomala del "direttore  irresponsabile" ,sollevando quindi il predetto dalla colpa per ciò che si è sfarinato sul suo quotidiano quel dì. Dicono poi che solo Guareschi nel 1948 e Jannuzzi molto più di recente sono finiti dentro per un reato simil-sallustico. Quindi perché infierire?

Se pure Sallusti ha ribadito in tutte le lingue e principali  dialetti (persino il santanchese) di non volerne sapere di provvedimenti ad personam e di preferire piuttosto la galera, vedrei nell'ambiguità della politica che agita mazze ferrate e pannicelli all'olio di lino l'inevitabile sbocco di un triste pregresso.
Dicasi: MAI, ripeto MAI in una democrazia libera e "normale" si dovrà vedere un giornalista finire dietro le sbarre per errori, omissioni o diffamazioni. Gli si commini una pena pecuniaria memorabile ed esemplare, ma MAI i giornalisti dovranno subire la deterrenza della minaccia carceraria, poiché pochissimi  avranno il coraggio di fare inchieste, denunce o approfondimenti sentendo pendere su di sé la cigolante spada di Damocle della prigionia. L'informazione giornalistica è la linfa della democrazia, poiché permette lo scambio delle idee e delle informazioni, ovvero tiene attivo il sistema circolatorio della sana convivenza civile. Se le cose non si sanno, non si sa come agire. Se non si scopre l'esistenza o anche solo l'ipotesi di un altro mondo possibile rispetto a quello in cui si vive, non si lotterà mai per cambiare. Il giornalismo è quindi professione nobile, ma rischiosa ove si prendano gravi cantonate. Si puniscano quelle, però, ma senza minacciare indirettamente chi sbagli non li fa (chissà perché mi pare di parlare della categoria degli insegnanti....).
E però l'occhio attento dell'uomo di mondo sa che il caso Sallusti va oltre questo nobil ciarlare di basi democratiche: il signor Santanché va in giro per talk show, quasi esclusivamente su La7 peraltro, a gridare la sua innocenza e a dichiararsi vittima di un perverso meccanismo da cui sarebbero immuni altri direttori ben più querelati di lui. 2411 anni dopo il processo e la condanna di Socrate, saremmo dunque davanti ad un nuovo, clamoroso caso di giustizia, se non compiutamente omicida, di certo liberticida.
E' l'Italia, signori, altro che Atene dopo la guerra del Peloponneso. Cioè: la Storia, questo bizzoso risultato delle follie umane, ha di nuovo drammaticamente accelerato negli ultimi 5-10 anni, giacché, mentre noi qui in Italia si stava a sdilinquirsi nello scontro tra destra populista e telementecatta e sinistra nostalgica e racchiusa nel fortino della Verità, l'economia diventava il vero perno attorno a cui si decidono i destini della collettività. Il governo di Berlusconi non ha saputo promuovere una politica economica seria, a causa tra l'altro della zavorra costituita dall'ideologia socialmente egoistica e particularistica della Lega, ed è franato. Con lui cominciano ora a cadere i suoi più acritici fiancheggiatori. Sallusti, rimembratelo bene, fu tra i primi ad inaugurare una nuova strategia di confronto mediatico degli uomini di destra contro quelli di sinistra. Fino a qualche anno fra, in tutti i talk show non c'era storia: D'Alema, Folena, persino la Melandri mettevano sempre nel sacco i loro interlocutori, facendo aggio sulla pluridecennale esperienza comunista delle Frattocchie, la scuola di partito da cui si usciva perfettamente corredati di facce, aplomb, dialettica sofistica per risultare sempre più convincenti nei dibattiti. Poi anche gli uomini della destra devono aver seguito qualche corso di strategia della comunicazione, poiché hanno imparato a loro volta una tecnica standard fatta, s'è detto, di aggressività togliparola, accuse di incoerenza, messa sistematica in dubbio delle parole dell'avversario. Sallusti, appunto, fu tra i primi a dare sfoggio di queste nuove robotiche abilità, facendo uscire dai gangheri nientemeno che D'Alema. Oggi la prima testa che rischia di rotolare pesantemente per andare a costituire il falò delle occasioni perdute della moribonda Seconda Repubblica è proprio la sua. Lo dico apertamente (so' anonimo, che mme frega....): questo spettro di galera per il direttore del Giornale mi sa tanto di atto primo di una serie di regolamenti di conti che rimbomberà possente quando, con la prossima legislatura, verosimilmente il PDL cesserà di essere forza di maggioranza. Di nuovo, come in tutti i fragorosi cambi di regime della nostra storia, la rappresaglia dei nuovi padroni farà strage di chi stava coi vecchi (sarà poi interessante contare i cambi di gabbana, altra  nostra specialità nazionale). Incriminare Sallusti per un articolo legato ad un fatto da novella naturalista francese del XVIII secolo è un avvertimento chiaro. Del resto, si dirà, il signor Santanché se l'è pure un po' cercata. E così tutti hanno la loro parte di ragione. Ma infatti è qui il sugo esemplare della vicenda: Socrate, nel 399 a.C., fece da capro espiatorio per un'intera cittadinanza che, umiliata da una guerra perduta contro Sparta e avvelenatasi nelle continue rappresaglie tra aristocratici e democratici, aveva raggiunto una tregua formale con l'amnistia, ma non aveva del tutto espulso i germi del malessere dal suo corpo; quale vittima migliore di questo strambo pensatore che predicava per strada e con la sua filosofia metteva in crisi gli schemi di pensiero tradizionali? Ecco, con tutto il rispetto, non è il caso di Sallusti: questo direttore di giornale non è vittima super partes di un folle meccanismo politico assetato di sacrifici simbolici; semmai paga (duole sospettarlo) pegno a una troppo radicata abitudine della società e della stampa italiana: la partigianeria.

sabato 3 novembre 2012

Dolore matematico e avvocati cinesi

Ci sono notizie che, prese spaiatamente, dicono poco o comunque "passano" rapidamente dal palcoscenico dell'attenzione e finiscono chissà dove. Quando però a una notizia appena un po' particolare se ne aggiunge un'altra, in apparenza senza alcun legame con la prima, si suscitano nel soggetto associazioni piuttosto curiose, che ovviamente deflagrano meglio se le notizie in oggetto possono essere ricondotte all'area di maggior interesse del soggetto stesso. Tutto ciò per dire che ci sono un paio di fatterelli di cronaca spicciola che mi hanno stimolato assai quando li ho messi arbitrariamente insieme: giovedì scorso dal Tg2 vengo a sapere che a Roma ha aperto il primo studio di avvocato il cui capo non solo è donna, ma pure cinese. Costei, di nome Liu Fen o giù di lì, è arrivata in Italia a 6 anni, i suoi genitori, molto originalmente, possiedono un ristorante, e dopo anni di studio & applicazione, giunta alla soglia dei 35 anni, la fanciulla si è avvocata. Superfluo sottolineare le mostruose prospettive di reddito che ha davanti, visto il giro di clientela italo-cinese che si rivolgerà a lei.
Seconda notizia:i ricercatori dell'Università di Chicago, studiando le aree del cervello in cui si attiva la sensazione di dolore connessa all'ansia, hanno concluso che tra le ansie più affini al vero e proprio dolore fisico, almeno per come il cervello le percepisce, ce ne sarebbe una legata alla risoluzione dei problemi matematici, in particolare, sembrerebbe, le equazioni, anche quelle più semplici di primo grado. Dal punto di vista strettamente scientifico noto la riconferma sull'inscindibile legame psicosomatico che fa funzionare la macchina-uomo. Dal punto di vista della potenziale ricaduta, diciamo così, sociale ed educativa della scoperta, tremo alquanto.
Il link tra i due eventi è presto illustrato: una volta di più, come persona di scuola, non posso non constatare che per troppi anni il nostro sistema educativo è stato volto a coccolare gli alunni, a toglier loro di mezzo gli ostacoli prima ancora di capire se fossero in grado di affrontarli, a compatirli se non arrivavano a certi standard, abbassando prontamente gli standard medesimi per non farli sentire inferiori, col rischio, si capisce, di rovinare per sempre le loro fragili esistenze. E' insomma quello sciagurato modello di "scuola amica", la scuola dell'accoglienza e dei contenuti minimi, delle verifichette e dei recuperini di 6 pagine al 9 di giugno mattina per evitare il 5 in pagella, la scuola, poi, che nell'ancor più sciagurato dodicennio 1995-2007 non ha più nemmeno rimandato a settembre, col risultato che chi è nato tra il 1980 e il 1989 ha avuto la sicurezza di cinque anni di scuola superiore immuni da esami di riparazione. I frutti di ciò si colgono ora: detto pure che la situazione del lavoro in Italia è eufemisticamente bruttina, non si può però dire che il lavoro, almeno in entrata, non ci sia, casomai è più facile perderlo di qualche anno fa. Fatto sta che c'è una robusta schiera di 25-30enni che non trovano lavoro o perché proprio non lo cercano o perché, ed è la cosa più grave, non sanno cosa cercare: a furia di essere "capiti", quindi giustificati a oltranza per le loro carenze, quindi depresponsabilizzati, a furia di conceder loro sempre la seconda, terza, quarta, dodicesima possibilità di recupero su porzioni sempre più piccole di programma, a furia di dire loro sempre di sì, senza mai poter sanzionare i difetti di preparazione, senza mai chieder loro un minimo di sacrificio di fronte alle difficoltà, a furia, spiace dirlo, di subire passivamente l'obbligo di promozione imposto da certi dirigenti, preoccupati solo di non perdere iscritti e anzi attrarne altri con la fama della manica larga della propria scuola, alla fine di tutto ciò i nostri ragazzi (non solo per questo, ma certo anche per questo) oggi boccheggiano in cerca di una via che non trovano perché non sanno neppure da che parte iniziare, laddove gente di Cina ci frantuma d'un colpo il cliché "ristorante- cucitura palloni da calcio- vendita di vassoi di plastica sottocosto" e ci sbatte in faccia una donna avvocato. La quale, intervistata, ha spiegato il suo successo nel modo più disarmante: lavorava dai suoi di giorno e di sera studiava. Niente di più né di meno. Domanda doppia: perché lei ha fatto così e molti dei nostri non sono più capaci di farlo? Perché quelli dei nostri che fanno come ha fatto lei spesso non arrivano allo stesso risultato? Alla seconda domanda non si può rispondere in modo sintetico, poiché bisognerebbe tirare in ballo la gerontocrazia italica, l'assenza diffusa di procedure meritocratiche ed altre squisitezze. Ma alla prima posso rispondere eccome: se la scuola vizia i suoi alunni, offrendo il miraggio della vita facile, la vita vera ci mette un attimo a bastonarli. Il problema è che da tempo la scuola è vittima anche di reti di tipo (pseudo) sociopedagogico in cui gli insegnanti spesso cadono (e non mi tolgo assolutamente dal numero) senza accorgersene. Quelle reti, che potremmo comodamente definire bambinologiche, sono tutte le riserve educative che, perfette se si tratta di alunni della scuola primaria, diventano delle palle al piede assurde se applicate agli adolescenti: l'attenzione a non squalificare l'alunno coi comportamenti riconducibili al cosiddetto "effetto- alone", ineccepibile di per sè e senza dubbio spesso ignorata in passato dall'insegnante della secondaria, può tuttavia produrre dei mostri se estremizzata: vediamo spuntare le verifiche programmate con le domande già note il giorno prima, oppure la ricerca coccolosa delle "competenze" dell'alunno, per cui se scopro che la sua passione sono i modellini di aereo della seconda guerra mondiale, come minimo devo impostare un modulo didattico su ciò, così lo gratifico. Ma è ancora poco. Peggio va quando il docente di lettere trascura di correggere l'ortografia dei temi del fanciullo, perché "sennò potrei zavorrare la sua creatività, e comunque il senso c'è"; colleghi che faticano a dare l'insufficienza per timore di sconvolgere la psiche del pargolo; lezioni di storia fatte dagli alunni in Powerpoint "così la scuola la creano loro!", eccetera. E su tutto, la continua sterilizzazione dei programmi, sempre più ristretti e sempre più facilitati per venir dietro al crollo delle capacità attentive dei ragazzi e all'impoverimento linguistico e psicologico provocato dalla sinergia consumistico-massmediologica che esalta lo stupidotto compratore a vantaggio dello sfigato che studia. Facile poi che una ragazza nemmeno nata in Italia, ma arrivata dalla Cina a 6 anni, cresciuta in ben altro clima motivazionale, si laurei in legge e superi l'esame da avvocato. Ebbene, pensate adesso se la scoperta dei dotti di Chicago cadesse in mano a qualche pedagogo d'assalto: tempo un anno, verrebbe stilato dal Ministero un protocollo volto ad "evitare il dolore matematico" ai ragazzi, protocollo nel quale, c'è da scommetterci, si inviterebbero i docenti di matematica e fisica a spezzettare la loro materia, riducendo la spiegazione delle equazioni a quelle di secondo grado nei Licei scientifici, primo grado in tutti gli altri, disegnando la x come la "chi" al Classico per far sentire più a loro agio gli studenti di greco, ammorbidendo i criteri di valutazione fino a rendere il 6 accessibile anche ad un attaccapanni. Nessuno potrebbe poi più stupirsi se da qui a qualche tempo in Italia avessimo solo ingegneri indiani, che in terza media nel loro Paese sono già in grado di calcolare gli integrali. Aiutiamoci a far risorgere la scuola da se stessa e proteggiamola dall'assalto pedagoghese. Altrime ti finiremo davvero per svendere l'Italia al primo che se la compra.

domenica 28 ottobre 2012

Sulla scuola e lepidezze varie

Il proprietario di questo blog, accuratamente celatosi sotto il nome idiota che vedete, di mestiere fa il professore di lettere. Nella mia finora decennale esperienza insegnantizia ho potuto constatare che, rispetto agli anni in cui ero studente io, e non si parla evidentemente della preistoria, il giudizio sulla scuola e su chi ci lavora da parte dell'opinione pubblica è semplicemente precipitato. I motivi sono i più vari e ne riparlerò spesse volte d'ora in avanti. La stretta attualità delle ultime settimane, tuttavia, mi suggerisce di postare qui il testo di una lettera che ho spedito al giornale in merito all'abbozzato e ora forse del tutto abortito tentativo da parte del Ministero dell'Istruzione di alzare l'orario dei docenti della scuola secondaria da 18 a 24 ore settimanali, senza commisurato aumento stipendiale. Ci sono almeno 2 articoli della Costituzione che verrebbero violati se la norma passasse, ma la cosa più grave è che l'Italia che ragiona "di pancia", e ci odia a prescindere, ha naturalmente plaudito alla cosa, ignorando che le ricadute di un simile provvedimento sarebbero innanzitutto la mummificazione del corpo docente italiano, già ora il più vecchio d'Europa, e l'impossibilità di una didattica veramente efficace, strangolata dall'esorbitante numero di alunni che ogni docente si troverebbe a gestire. Ho affrontato la questione nella lettera che ora vado a postare, avendo avuto cura di considerare tutto da un punto di vista avulso dalle polemichette "lavorate poco, prendete tanto" et similia. A voi il giudizio.

"Premetto che, al momento dell'invio di questa lettera, non è ancora chiaro se la proposta contenuta nella bozza della Legge di stabilità, inerente all'aumento dell'orario settimanale dei docenti della secondaria da 18 a 24 ore, sia destinata a venir soppressa o meno. In ogni caso l'ipotesi, almeno a leggere i commenti dei lettori sulle pagine dei quotidiani online, o anche ascoltando distrattamente le altrui conversazioni per strada, è stata salutata con fanfare di gioia da quella fetta di opinione pubblica che odia la nostra categoria al grido di : “Finalmente lavorerete anche voi!”. Ho constatato, insieme ai miei colleghi, che è pressoché impossibile convincere codesti interlocutori che, oltre alle 18 ore di lezione frontale, il nostro impegno ne prevede almeno altrettante di lavoro pomeridiano, spalmate tra preparazione e correzione compiti, riunioni, aggiornamento et similia. Nulla. Quelle sono ore non quantificabili, ergo non esistono. Tale chiusura di fronte alle nostre ragioni è poi sempre condita dalla (vecchiotta) sequela di stereotipi secondo cui guadagniamo troppo per quel che lavoriamo, siamo pagati d'estate per non far nulla – perché come è noto a luglio i ragazzi sono a scuola mentre noi giriamo per il mondo – quello che spieghiamo potrebbe spiegarlo chiunque, ecc. Giunti a questo punto, ho il sospetto che l'odio di cui siamo bersaglio, e che nemmeno i corposi tagli agli organici voluti dal precedente governo paiono aver saziato, sia ormai qualcosa di pregiudiziale. La nostra è una categoria di costosi fannulloni, quindi dobbiamo essere puniti in qualche modo, per esempio aggiungendo 6 ore di cattedra che si tradurranno in nuovi tagli. Proverò ora a spiegare ai nostri infaticabili detrattori perché questo accanimento è inutile e controproducente tanto per noi quanto per loro. Procederò per punti, come a scuola.
1. A chi ci odia perché a suo tempo ha avuto a che fare con qualche professore poco saggio, e quindi vorrebbe essere risarcito della sua triste gioventù vedendo gli insegnanti di oggi licenziati o gravati da più ore in cattedra, rispondo: io non pago per l'incapacità altrui, come non si chiudono gli ospedali se un medico sbaglia un'operazione. I tagli, è bene che i nostri odiatori lo sappiano, non ripuliscono le scuole dagli “incapaci”, ma impediscono il ringiovanimento del corpo docente: una scuola “taglia” nel senso che, graduatorie dei docenti alla mano, “toglie” semplicemente il posto a quelli con minore punteggio, a prescindere quindi dalla questione se siano individui validi o meno,  peraltro rallentando o addirittura bloccando l'immissione in ruolo dei più giovani. Dove sia il vantaggio per i figli dei nostri odiatori, delusi all'epoca dai loro insegnanti, è tutto da scoprire.
2. Sul fatto che lavoriamo poco: che vogliate crederci o no, sappiate che l'insegnante motivato, quando sale in cattedra, è come un attore che entra nel suo personaggio e spende energie per tenere avvinta a sé l'attenzione di un pubblico che non è esattamente quello di un teatro, ma deve essere continuamente gestito, sollecitato e sottoposto a verifica. Posso assicurarvi, odiatori carissimi, che già dopo tre ore di fila di lezione ci si sente provati né più né meno che se si fosse compiuta un'attività fisica intensa. Voi dite che è impossibile. Notevole è la superbia di chi giudica senza mettersi nei panni dell'avversario. Che voi, ai vostri tempi, non riusciste a mantenere una decente curva dell'attenzione, e quindi vi sembrasse che il professore non spiegasse, è un conto; che quel docente si sia consumato nell'istruire non solo voi, ma anche i vostri 25 compagni, è un altro.
3. La radice di tutti gli attacchi è però un'altra: “la scuola non serve” e le materie che si spiegano, in primis le umanistiche, “non interessano a nessuno”, mentre le cose veramente utili si imparano nella vita quotidiana e sul lavoro. Questa seducente tesi, sostenuta con un certo seguito già a suo tempo dall'australopiteco Lucy, ma poi smentita dal prosieguo della storia umana, cozza contro un dato di fatto che alla sua base è, oserei dire, darwiniano: la cultura, intesa come funzione della coscienza tramite cui l'uomo “si racconta” a se stesso e ai suoi simili, evolvendosi dalla condizione di animalità pura, è un dato biologico ineliminabile, al pari dell'attività respiratoria. La scuola a sua volta deve essere valorizzata come luogo in cui l'ossigeno della cultura si trasmette alle generazioni. Abbiamo il dovere di difendere e promuovere  la cultura (tutta: umanistica e scientifica) e la scuola come veicoli della nostra umanità. Chi si oppone a ciò, e vagheggia “soluzioni finali” contro l'insegnamento, finisce per essere un airone che rifiuta di volare. Troviamo il modo di intervenire sui casi di docenti obiettivamente inadatti al ruolo, ma solo su di loro; aggiorniamo la didattica; facciamo interagire scuola e territorio; discutiamo pure di tutto; al fondo di tutto, però, odiatori carissimi, toglietevi dalla mente l'idea che la scuola sia solo un'istituzione da punire o decimare indiscriminatamente: il vostro è autolesionismo inconsapevole."

Sono graditi i commenti, anche polemici.