Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!
Visualizzazione post con etichetta anni '80. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anni '80. Mostra tutti i post

sabato 12 ottobre 2019

Machittevòle@festivalfilosofia: ipotesi di complotto

La sera Sassuolese di venerdì 13 si frizza con l'intervento dell'acuto Paolo Ercolani.

L'intervento prende le mosse da una questione che può essere ormai frusta, eppure sempre gravida di spunti: l'esperienza online è un arricchimento o una minaccia per il soggetto?
Come piace a noi, la risposta parte da dati concreti e non da fuffa. Ercolani ci dice di avere effettuato una survey con studenti delle superiori ai quali è stata posta una domandina facile facile: perché i ggiovani d'oggi si fissano ad immortalare i momenti più inutili della loro quotidianità per poi condividerli sui social? Non è una perdita di tempo? Davvero si vive nell'ansia perenne del riscontro?   Ebbene, la giovanil risposta è di quelle notevoli: noi, dicono gli studenti, sappiamo bene che la quasi totalità dei contenuti che postiamo sui social è del tutto inutile, siamo consci che nel mondo virtuale fluttuano elementi e azioni obiettivamente senza scopo, ma, caro Ercolani, "se la sera non ho condiviso parte della mia vita reale nel mondo virtuale, mi sembra di non essere esistito".




Si capisce che la frase si commenta da sé, e potremmo chiederci dove noi tutti abbiamo fallito. Di là da ciò, Ercolani nota una sorta di inversione dell'umano, in ragione della quale molti, moltissimi utenti social vomitano nella vita reale aggressività, incomunicabilità, intolleranza, ma nelle bacheche web è tutto un frullare di bellezza, pienezza di vita e attività. Al di sotto di questa dinamica tra passerella di sé e matta bestialità per le strade del mondo, giace un immenso oceano di solitudine, che produce odio e non trova autentica consolazione spolliciando sulla tastiera. Paradosso supremo, abbiamo i giovani meno capaci di relazionarsi della storia umana. Loro che oggi hanno reti relazionali potenzialmente infinite nello spazio & nel tempo. Il solipsismo è sterilità. Già la tv aveva spento i cervelli degli spettatori (ricordi Homo videns di Sartori? Adesso c'è internet...), oggi gli schermi non ci chiedono solo di guardarli, ma anche di entrarvi, dando più importanza a quel che avviene dentro di essi rispetto alla vita concreta. Risultato che ci si para davanti (cfr. J.M. Twenge, Iperconnessi, Einaudi) sono giovani che sembrano felici e sempre felicemente impegnati, poi basta una mezza indagine sociologica e ci dicono di essere soli e spaventati. La generazione più in crisi che abbiamo mai avuto.



L'identità via social si crea tramite la vetrinizzazione del sé: selfie come si deve, elenchi fluviali di musiche e film preferiti, creazione o meglio ri-produzione di un'identità preconfezionata (quindi dipendente da modelli preesistenti all'identità stessa) volta al successo, ovvero ai like. Di converso, certuni si convincono di valere poco perché hanno pochi like. Peggio ancora, gli ingenui osservatori di stories altrui si convincono dal chiuso della loro alienata cameretta che gli altri siano felicissimi, loro dei poveri sfigati (il che ovviamente non è vero). Il ragazzo diventa un prodotto stesso della realtà virtuale, si fa in certo senso 'consumare' dal suo pubblico. Certo, se il pubblico reagisce maluccio, per esempio col cyberbullismo, si verificano quei casi estremi di suicidio che non cessano di interrogarci e tormentarci. Sui social è vietato mostrarsi deboli ed erranti. Guai ad essere angosciati.


Da qui l'Ercolani parte per una ampia & desolante panoramica sul rapporto tra umanità e tecnologia: tutta la tecnologia che ci sommerge ha come effetto imprevisto, ma forse non imprevedibile, di  impoverire o addirittura eliminare il pensiero, il ragionamento, la conoscenza e il dialogo. Stiamo dunque dando l'addio al logos nell'era in cui Internet avrebbe dovuto costituire il trionfo del logos medesimo. Morale: siamo diventati una società misologa.
Seguono dati, un pochino acri verso lo zio Sam.



Primo esempio di misologia: in USA negli anni '50 girava la favola intitolata La locomotiva, in cui una locomotiva pucciosa andava a scuola per diventare un treno. Le venivano insegnate due cose: non uscire dai binari e fermarsi alla bandierina rossa. Ma la locomotiva amava i fiori che crescevano a fianco dei binari e voleva uscirne. Allora la società ferroviaria fece in modo che la locomotiva desiderasse solo restare sui binari disseminando di bandierine rosse i prati in fiore e mettendo le bandierine verdi sui binari. Così la locomotiva rientrava tutta felice sui binari. Allegoria del tutto: l'uomo moderno vive solo sulla base dell'approvazione della società. I bambini vengono allevati secondo un conformismo eterodiretto: esistono dei binari, se li segui sarai felice, perché tutti ti approveranno (cfr. La folla solitaria). Questa favola dimostra il passaggio dal divide et impera di romana memoria al conforma e dirigi. Omologate le persone il più possibile, ci dicono queste allegorie, e avrete il potere di dirigerle dove vorrete. E dove vanno dirette? Ovviamente a consumare secondo una precisa pedagogia del consumo (cfr. I persuasori occulti).




Secondo esempio: nel 1971 un giudice americano, tal Lewis Powell, scriveva al Ministero dell'istruzione che il sistema economico basato sul profitto era in crisi, si vedeva che le Università erano piene di contestatori, quindi bisognava provvedere con un'azione chirurgica nelle facoltà di Scienze sociali. Lì si sarebbe dovuta scatenare una lotta a tutto campo contro le teorie di Marcuse e compagnia, neutralizzandole con contro-conferenze di eminente gente di orientamento liberista; a fianco di ciò, tv, stampa, radio, riviste avrebbero dovuto diventare altrettanti gangli di una rete di controllo dell'opinione pubblica che sarebbe stata indottrinata ai valori del sano capitalismo. Il tutto da esportare al resto dell'Occidente. 

Terzo esempio: nel 1975, in una delle riunioni della Commissione Trilaterale, fondata dal compianto Rockfeller, si creò un pool di 200 eminenze grigie provenienti da Usa, Europa e Giappone. Tre di questi studiosi, interpellati per mappare la situazione sociale in corso, conclusero che c'erano troppe persone istruite e dotate di pensiero autonomo e critico che decidevano di uscire dai binari come la locomotiva tirocinante dell'esempio 1. Si propose dunque una pianificazione educativa per correlare gli studi scolastici agli obiettivi del potere (tipico paradigma neoliberista): punto d'arrivo di ciò, la formazione del concetto di capitale umano da contrapporre a quello di sviluppo umano. Formare individui funzionali a quello che chiede il mercato, disinteressandosi della loro umanità autentica.

Il disastro attuale verrebbe quindi da lontano, con l'attuale collaborazione dei social: in essi l'identità reale si annulla nell'omologazione, portandosi via lo spirito critico.




Si capisce che le nostre antenne insegnantizie si sono rizzate quando l'Ercolani ha aperto il confronto tra scuola e mondo virtuale. Se la scuola richiede allo studente l'apprendimento tramite la lentezza, la profondità, la selezione delle nozioni per sviluppare lo spirito critico, nel mondo virtuale è tutto l'opposto: velocità, superficialità e opulenza informativa con assenza di spirito critico. Peccato che opulenza e buon funzionamento del cervello facciano apertamente a pugni, perché un cervello sovraccarico non funziona. La sua plasticità si manifesta non nell'incamerare quintalate di dati, ma gestendo i contenuti e sviluppando strategie per il loro immagazzinamento. Sicché, ed è anche la nostra tesi da millenni fin qua, la scuola non può competere con la rete nel poter dare informazioni, ma deve insegnare ai ragazzi la selezione del sapere mostruoso che trovano ormai ovunque. Lo spirito critico deve elaborare le informazioni perché si formi un pensiero autonomo. Ercolani mi pare quindi vedere con sospetto certe derive didattico-docimologiche degli ultimi tempi. In ciò ovviamente incontrando i nostri dubbi: bisogna vagliare attentamente certe 'nuove' mode che sembrano virare più sull'apprendimento funzionale al 'fare' immediato, sulla creazione dell'alunno 'efficiente' più prono alla soluzione dei casi singoli rispetto alla considerazione generale del reale.



Ma certo l'allocuzione ercoliana, specie sulla questione del rimbecillimento sistemico della gioventù, ci ha stimolato ulteriori istanze: anni fa, su un forum di Macchianera.net, un utente sintetizzò in modo sparaflashante l'evoluzione delle tattiche di insonnolimento del pensiero critico attuate dal Sistema nei decenni che furono, arrivando più a meno a dire che (semicit.) "se negli anni '70 in Italia si anestetizzarono i giovani con lo stragismo e l'eroina, negli anni '80 fu sufficiente la programmazione pomeridiana di Italia1". Il che, essendo io fruitore di quella programmazione, mi questionò: in effetti, non posso nascondere che una certa tendenza a cartoonizzare gli aspetti dell'esistenza sia piuttosto diffusa tra noi dei gloriosi second-mid-seventies. Già altrove e altrando (=altroquando) evidenziammo che certe pose di Matteo Renzi (Rignano, Firenze, 1975- vivente) in prossimità della fine della sua esperienza di capo del Governo sembravano molto vicine all'allure cartoonesco-videoludica. Si ricordi inoltre che l'ex vicepremier Matteo Salvini (Milano 1973- vivente), appena prima di schiantare la sua esperienza vicepremieriatizia, dalle assolate spiagge di Milano marittima chiese al popolo tutto pieni poteri, ricordando a noi tutti almeno due celebri episodi dell'epica nippo- giappo (vedere il Capolavoro 1 qui e il Capolavoro 2 qui). A molti di noi, in effetti, è stato sempre ripetutamente rinfacciato "di non essere mai cresciuti", di aver vissuto troppo coi videogiochi e di aver ritardato assai assai il distacco dalla mammella per farci una vita autonoma. Ora, a parte che come sempre ci sono esempi luminosi di gente che è maturata 'normalmente' accanto a gente dai percorsi più o meno... originali, è un fatto che, rispetto ai maremoti di fiamma che agitarono la gioventù scuolafrequentante nella generazione precedente alla nostra, noi adolescenti fabulouseighties abbiamo vissuto proporzionalmente abbastanza nella bambagia. Escludendo gli scioperi di default ad ogni approvazione di legge finanziaria, quando venne giù il Muro io ero in terza media, quindi non so bene se le piazze giovanili siano esplose, ma ricordo bene che, iniziati i bombardamenti della prima guerra del Golfo, si scioperò giusto il primo giorno e poi ciao. Qualche altro scioperetto giornaliero punteggiò gli anni successivi (per la strage di Capaci, per la mancata autorizzazione a procedere contro Craxi, per la guerra nell'ex Jugoslavia...), inframmezzato da tentativi di sciopero in cui un tizio di una classe venne da un tizio della nostra e gli disse che quella mattina lì bisognava fare sciopero perché sennò lo interrogavano in greco ("aiutami con lo striscione!!"). Bene, rispose l'altro, e per cosa lo facciamo? Ma sì, disse il tizio, diciamo che facciamo sciopero contro l'attuale situazione mondiale.
Certo, questo scambio di battute è illuminante sulla fondatezza della tesi ercolanesca: qualcosa, in effetti, cambiò in quegli anni, nel senso che la generazione cosiddetta 'di carta' dei giovani superimpegnati dei tempi di Moro e Berlinguer, gente che leggeva almeno due libri a settimana e giornali vari, fu sostituita, nella proposta mass-mediatica del 'ciò che faceva figo', da una gioventù teledipendente e giocherellona. Il metro della figaggine divenne progressivamente l'abbinata bellezza&stupidità, all'impegno politico si preferì progressivamente il disimpegno gaudente.
Cose che già dissimo, ma oggi abbiamo qualche spunto in più, legato ovviamente all'esperienza insegnantizia, ma anche alla tesi ercolanesca: sappiate infatti che negli anni '80-'90 non tutti smisero di pensare e tormentarsi sul senso delle cose. Forse la prospettiva era meno legata a (leggi: inquinata da) questioni di ideologia e forse, rispetto alla carne e sangue e m***a del vissuto socio-politico quotidiano, le inquietudini prendevano una piega, per così dire, metafisica. Fatto sta che ci furono adolescenze molto più pensose di quanto la vulgata abbia fissato nell'immaginario collettivo; ebbene, pensando da grandicelli alla nostra adolescenza pensosa, forse troppo pensosa, ci siamo indotti spesso a ritenere che tra noi e i bimbominkia la differenza fondamentale fosse nello spassoso mondo di bolle di sapone in cui fluttuavano loro rispetto al barile di chiodi giù per il fianco della collina stile Attilio Regolo in cui spesso eravamo rotolati noi. Pare invece che i giovani di oggi siano infelicissimi e il paradosso è che la società che li ha coccolati in epoca bimbominkia sembrava aver predisposto tutto per togliere dal loro cammino ogni inciampo e ogni dolore. O forse era l'illusione delle gioia che doveva predisporre agli abissi della solitudine e della frustrazione online. Credo però che 'predisporre' sia errato come verbo: non penso che, nascendo internet, le sue ostetriche avrebbero immaginato che esso internet da ricettacolo della democrazia globale sarebbe diventato (anche) vasca di fermentazione di odio e ignoranza globalizzati. Allo stesso modo, chi ha inventato i social non ha secondo me immaginato le conseguenze descritte dall'Ercolani. I social erano certo parte di un sistema basato, per dirla con Bauman, sulla stimolazione perpetua dei bisogni e del senso di inadeguatezza rispetto alle novità perpetue proposte dal mercato, ma che anche sui social si sarebbero riprodotte le stesse dinamiche della circostante civiltà consumistica non poteva essere chiaro sin da subito. Da mo' ci siamo convinti che non sempre tutte le conseguenze della tecnologia siano prevedibili, come del resto ci insegna il capolavoro dell'animazione anni '90 più complesso che sia mai uscito da cervello umano (oggi ridoppiato da denuncia).
Non credo, concludendo, che tutto lo sfacelo a cui assistiamo oggi fosse programmato (se è vero il motivo per cui Zuckerberg ha inventato Facebook, si capisce): esso si è gradualmente uniformato al presunto piano di rimbambimento generale, ma solo per effetto delle leggi dell'evoluzione umana che si sono estese alla blogosfera (di fatto Facebook, Twitter & C. sono tutti blog). La casuale invenzione dei social ha manifestato caratteri adatti all'ambiente più della vecchia bloggheria (qui mi leggono in pochi, ma anche i blog storici boccheggiano): narcisismo esasperato, sete di notorietà, senso di autorealizzazione like-dipendente. Evoluzione dell'evoluzione, ecco che dagli anfibi si arriva ai rettili: gli influencer. E gli 'altri', quelli 'sfigati con pochi like' a soffrire ai margini dei social. Visto però che ogni evoluzione è più casuale che altro, pare, non perderei la speranza di qualcos'altro.
(Comunque un rituale propiziatorio lo farei...)
   
















domenica 12 maggio 2013

Letti per voi: P. Grossi, "Incanto"


CHI CERCA TROVA

So che molti di voi si stupiranno, ma la querella più frequente tra i nostri alunni, specie del biennio, quando andiamo a proporre i libri da leggere durante l'anno o per l'estate, è sempre che diamo titoli poco accattivanti, storie lontane nel tempo (già, è dai tempi di Medea che le madri non assassinano più i figli, né si è mai più visto un parricidio dai tempi di Dimitri Karamazov...), temi poco attuali, scritture astruse e difficili da seguire. E allora noi brava gente che facciamo? Si cerca narrativa ggiovane, o perlomeno gente suppergiù under 40 con storie di oggi, ma che trasudino universalità. La qual cosa, come ben si capisce, taglia fuori i romanzi di Moccia dal parterre.
Epperò ogni tanto qualcosa si trova, detto pure che alcuni difettucci di scrittura paiono proprio trasversali in autori tra loro lontanissimi. Cioè, difettucci. In realtà lo sono ai nostri spocchiosi occhi, anche se in realtà si tratta di scelte poetiche su cui non ci sentiamo personalmente d'accordo, ma che di fatto potrebbero essere gradite ad altrui gusti. È noto ad esempio che dell'ultimo libro di Paolo Giordano abbiamo trovato un filino prevedibile l'impostazione da prossima fiction RAI conferita al troncone principale della narrazione; così come ci scoccia all'inverosimile la fissazione del fresco premio Strega Alessandro Piperno di inzeppare tre romanzi su tre (carini, poi, nel complesso) di dettagliati resoconti su rapporti sessuali a trigonometria variabile, con grandi esibizioni di fellatio, masturbazioni, diteggiature intravaginali e annusate varie ecc. ecc. Non è, sia chiaro, bacchettonismo: più che altro non crediamo che scendere nei particolari dell'atto sessuale, compresi quelli velatamente pre-pornografici, renda più vera una storia; ma, molto più banalmente, il fatto è che roba simile data ai nostri cocchi scatenerebbe subito la levata di scudi di madri, nonne e parroci del Paese, insensibili agli altri valori del romanzo in oggetto, e pronti solo ad accusarci di corruzione della gioventù (c'è già passato lui, grazie). Non vi dico cosa ho rischiato a far leggere Acciaio (il pericolosissimo Acciaio!!!) della Avallone.
Tutto ciò per dire che il romanzo che andiamo a sbioccolarvi oggi, Incanto del 35enne Pietro Grossi, è caruccio assai, ma ci sono sempre quelle (poche) paginette un filino hot (“Ah, perché i tuoi cocchi non conoscono tutti i meandri di Internet?” - ma lo so che non ho a che fare con gli gnomi delle montagne, del resto devo pur pararmi le spalle) che poi rischierebbero di diventare la pietra dello scandalo che andrebbe ad oscurare cose interessanti. Ma questi, appunto, sono problemi insegnantizi. Veniamo al momento laico e lucido della recensione.

TOSCANA, OH, CARA...

Il Grossi, scrittore già piuttosto ben piazzato nel panorama italizio, ci regala un'opera ben scritta, scorrevole, inquietante quando tutto sembra scorrer via liscio, liscia quando l'inquietudine comincia ad irrorare copiosamente le pagine. Gli eventi ondeggiano tra la metà degli anni '80 (si cita Ivan Lendl e i protagonisti non hanno il telefonino) e i primi 2000 (si ricorda l'attentato alle Torri Gemelle). Il perno dei fatti si attorciglia sulle smerigliate esistenze di tre ragazzini toscani che abitano a San Filippo (forse quello in provincia di Siena?), Jacopo (futuro professore di Fisica in USA), Biagio (futuro campione di moto) e Greg (Gregorio, figlio della famiglia più ricca del paese e, in seguito, erede delle mostruose fortune paterne). Le mosse della vicenda sono il ritrovamento da parte di Greg di una vecchia moto Gilera, che verrà riparata e rimessa a nuovo grazie alle sapienti mani di Paolino, meccanico del paese. Di qui l'autore ci apre uno squarcio di pura provincia toscana, senza idilli, nostalgie crepuscolari né concessioni alla retorica del giovanilismo anni '80, ma semplicemente offrendoci un quadro esatto di un mondo semplice e piccino, in cui il massimo dell'eccitazione sono le corse in motorino, unico antidoto alla noia di un ambiente non più totalmente rustico e non ancora del tutto industrializzato (per dire, il grosso delle rendite della famiglia di Greg proviene dal Brasile, anche se lui fino ai 18 anni crede che tutto dipenda dai profitti di una in realtà asfittica azienda agricola da quelle parti). Simbolo di questo limbo è la Stradaccia, ovvero l'avanzo dell'antica strada che collegava San Filippo a Posta e che ora rimane come un segmento del tutto inutile, delimitato dal tracciato della nuova tangenziale, buono al massimo giusto per le gare suddette, in cui la Sandra è l'oggetto di culto, nonché il mezzo per tentare di battere record su record..
Gareggia che ti gareggia, Biagio viene notato da un tal Torcini, proprietario di un team professionistico di stanza al Mugello, che propone al ragazzo di venire una volta a fare una specie di provino. Dopo infiniti dubbi, Jacopo e Biagio partono all'avventura, viaggiando nel cuore più selvatico e meno artistico della Toscana, finché non giungono al circuito. E li per Biagio inizia un'altra avventura. Noi lo sapremo però un centinaio di pagine dopo, perché il Grossi struttura il romanzo come una serie di blocchi che si completano progressivamente, tramite attacchi di capitolo fulminanti poi completati da flashback che tuttavia non fanno perdere il senso complessivo della narrazione. Narrazione che, semmai, nel suo corpo centrale indugia fin troppo sull'iniziazione intellettuale ed erotica di Jacopo, che grazie ad una cartolina misteriosamente finitagli in un libro di scuola vince una borsa di studio in Matematica presso l'università di Glasgow, dove peraltro dopo un po' decide di passare a Fisica, che gli pare disciplina più concreta, e proprio nella nuova facoltà conosce e si zompa allegramente la giovane Trisha (ed è nel descrivere il primo approccio concreto di lui a lei che Grossi cede inevitabilmente alla quota Piperno di cui si parlava poc'anzi). Segue poi il gran viaggio in America per il post-doc e lo stabilimento definitivo a Nuova York, dove, dopo un'avventura pipernica con una tal Tara (che poi non si chiama così e nei bar non si limita a servire ai tavoli), Jacopo conosce Amanda. Dicevo che a mio giudizio, nel contesto generale della narrazione, la parte centrale tutta su Jacopo raffredda un po' quel senso di vita condivisa, semplice ma calda, che promana dalle vicende di San Filippo. Certo, l'opposizione (geografica e psicologica) Toscana-Scozia fa parte degli intenti del narratore, ma l'impressione è che si tratti più che altro di una giustapposizione, quasi una fotografia di quanto può essere imprevedibile il gioco del destino. Se di destino si tratta, of course, detto che Jacopo non manca di porsi quesiti sull'utilità dei propri studi, sia di matematica che soprattutto di Fisica, quesiti che inseguono in realtà l'interrogativo sommo su ciò che si nasconde dietro il teatro dell'Essere: giunto all'elaborazione di teorie sull'origine e il funzionamento dell'universo che aprono panorami inimmaginabili per la comprensione del nostro esistere dove siamo e come siamo, Jacopo sbatte contro una sorta di Barriera Estrema (nell'accezione fissata in questo blog da questo post, ovviamente), poiché l'approfondimento delle teorie sul come e sul quando dell'universo non soddisfa l'altra grande, devastante domanda che ci si pone appena ci si solleva dal mondo orizzontale delle beliebers: perché? Ed è qui che Jacopo si scontra con l'abisso cui nemmeno la sua scienza può portare luce. Tutto questo però dopo la ripresa delle vicende di Biagio, la cui carriera motociclistica conosce i tipici sobbalzi sinusoidi dei campioni bravi ma dannati, con un epilogo tutto sommato inevitabile, per quanto Greg, a colpi di miliardi che ormai gestisce da consumatissimo manager sempre in giro per il mondo, tenti di metterci più di una pezza. E sono altri perché: il destino aveva regalato a Biagio un' occasione eccelsa, ed ecco come va a finire. Sempre che di destino si tratti, ovviamente: da certe allusioni fatte da Greg, Jacopo capisce che il destino, per quanto riguarda loro, ha preso sembianze e soprattutto manine molto poco trascendenti e molto più umane di quanto non sembrasse, sì che alla fine del romanzo i nodi e i fili degli interrogativi paiono ricomporsi, benché il finale, dal punto di vista, diciamo così, ideologico, resti sospeso tra due opzioni: una, direi, di tipo oraziano, che incentra la vita sul piacere, inteso non come assenza di dolore o atarassia, quanto come carpe diem, godimento delle cose che la vita ci mette davanti meglio che si può finché si può, visto che dopo non si sa che c'è; l'altra, che di fronte all'ipotesi che il massimo dei piaceri sia perimetrare e plasmare al meglio la propria e l'altrui esistenza, vede prevalere la forza del dubbio che guarda al Nulla che inghiotte fatalmente qualsiasi presunto filo da noi guidato gli si butti tra le fauci. Ecco, personalmente avremmo preferito che queste riflessioni finali si mangiassero qualcuna delle pagine del momento-Glasgow.

CI PIACQUE, CERTO PIÙ QUI CHE LÀ.

Il Grossi struttura quindi una vicenda esponenziale, che parte dalla tranquilla provincia centroitalica per poi espandersi verso la Scozia, gli USA, l'Australia dove ad un certo momento Biagio va a vivere, senza contare tutte le località mondiali in cui Greg soggiorna per stare dietro ai suoi ultra-lucrosi affari. Dalla Stradaccia a New York, dove Greg e Jacopo si incontrano a fine romanzo, passano evidentemente storie di iniziazione, maturazione, fallimento, abbandoni e ritorni al nido, il tutto basato sull'idea che il motore (vero e metaforico) che porta ad evolversi le vicende dei tre protagonisti sia una forza che certo offre molto, ma dall'altra parte richiede una sorta di perdita dell'innocenza, diversa per ciascuno di loro, ma che in comune ha l'abbandono delle radici e la complicazioni dei rami dell'esistenza. Anche se Jacopo ad un certo punto torna al paesello, è chiaro che lui non è più lo stesso, né gli è possibile resettarsi su quello che era; Greg troverà ottima compagnia tra un affare e l'altro, per quanto la nevroticità del suo stile di vita sia più accennata che esibita, mentre Biagio è il classico ragazzino di provincia maciullato da un meccanismo troppo più grande di lui.
Si dirà che è tutta roba più o meno già letta. Certo. Anche I promessi sposi hanno il loro antenato nel romanzo greco del I secolo a.C., ma non per questo tacciamo Manzoni di plagio. Così il Grossi si rivela persona dalla sensibilità profonda e dalla scrittura che tien dietro a questa sensibilità, senza volersi sovrapporre a tutti i costi. Voglio dire che in troppi romanzi d'oggidì la vicenda narrata è messa semplicemente al servizio della debordanza stilistica dell'autore, sì che le pur piacevoli riflessioni ivi contenute, espresse con gran copia di compiaciuti mezzi retorici, si soffocano in una trama che alla lunga non porta da nessuna parte. Grossi invece domina le vicende, e le porta al dunque, sorretto da uno stile uniforme e sicuro, che agli occhi dei più vogliosi di slang giovanile ad ogni piè sospinto sembrerà banale e fuori tempo, mentre a mio giudizio è semplicemente e fortunatamente sottratto al tempo. Voglio dire che far parlare dei ragazzini del liceo con i congiuntivi tutti a posto, limitare il giovanilismo a qualche espressione fàtica (“Oh” disse Jacopo, “Eh” rispose Biagio), evitare i “cioè”, i “tipo”, far tornare tutti i gradi della subordinazione non vuol dire avere uno stile piatto, quanto piuttosto rispettare al punto il lettore destinatario del messaggio da volergli offrire un prodotto ad alto tasso di comprensibilità, oggi e sempre. Il che nulla toglie alla versatilità vorrei dire pittorica dei soggetti di Grossi, capace di dipingerci con vivezza da realismo ottocentesco unita a sapienti tocchi simbolici le polverose vie di San Filippo, i grigi edifici dell'Università di Glasgow, ma pure i sobborghi più pittoreschi e degradati della medesima, così come di New York vediamo sia i palazzi che i locali di lap dance, tutti credibili, tutti uniformi, ma di un'uniformità assolutamente razionale.
Se poi il pubblico volesse anche qui la Machittevòle's choice, la mia preferenza va senza dubbio al primo capitolo del romanzo, con quella capacità di evocare un'adolescenza del tutto antieroica senza un briciolo di elegia del tempo perduto, un mondo di bulletteria in fondo innocua, di eroismi legati alla presenza, accanto agli altri sghimbesci e tossicchianti motorini, della Sandra (così è ribattezzata la Gilera), prefigurazione di quell'Oltre così affascinante e tremendo che attende i protagonisti. La Stradaccia, anonima e di suo inutile, diventa un luogo di avventure in pieno stile Ragazzi di via Paal, i record sul giro stabiliti da Biagio sulla Sandra sono l'epica più credibile per quell'età e quel periodo. La storia di come Jacopo e gli altri si procurano i vari pezzi per riattare la moto, le prove, le sorprese e le delusioni tutte incentrate su quello che, alla fine dei conti, è un mezzo di trasporto, per quanto pensato anche per un uso sportivo, sono forse lo specchio più vero dei nuovi miti post-agricoli e proto-industriali di cui ci siamo nutriti negli anni '80: il mezzo meccanico, nuovo destriero fatato per cavalieri senza macchia e senza paura, è la nave Argo che traghetta simbolicamente gli adolescenti del romanzo verso una complessa e sofferta crescita. La natura di San Filippo e del Mugello mostra l'irrompere nella quiete bucolica delle forze del Progresso, la cui più remota propaggine, ovvero appunto la Sandra, diventa il totem attorno a cui la tribù dei protagonisti gioca le sue prime prove di maturità. E attorno a cui si compie, per poi lentamente incrinarsi sino alla dicotomia finale, l'incanto della giovinezza: uscire dalla Stradaccia, limitata ma sicura, vuol dire entrare in tangenziale, con tutte le uscite possibili.