Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!
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martedì 26 novembre 2019

Pietro Ichino sulla Brexit: cronaca di un rigore a porta vuota (per noi).

Interessante disamina su alcuni aspetti non collaterali dell'ormai stracca Brexit ci viene elargita in un articolo a quattro mani (due delle quali appartenenti al giuslavorista- ex sindacalista- scrittore e opinionista Pietro Ichino) pubblicato sul glorioso megafono della buona borghesia italica con sede in via Solferino a Milano. 
Dicono Ichino e il suo attaché che uno dei lati di gran lunga più deprimenti della Brexit è il drammatico impoverimento del discorso politico e civile che l'evento ha snudato in Angliaterra. Stupisce, capiamo dalle righe ichiniane, che la patria del Parlamento lungo e corto, gente che ha decapitato i suoi sovrani con un secolo e mezzo di anticipo su Lady Oscar, gente che ha la politica attiva e passiva nelle vene da tempi remoti, in anni in cui i nostri scrittori dovevano rifare tre volte un romanzo per riuscire a farsi capire da tutti gli alfabetizzati della penisola (cioè da pochi), stupisce insomma che PERSINO in Inghilterra un argomento non proprio semplice come la Brexit sia presente nel dibattito pubblico soprattutto in una serie di slogan fritti e rifritti (leave the EU, take back control!, deliver a clean Brexit, out means out!), e che di fatto quasi nessuno dei sudditi dell'Eterna sia in grado di sostenere un'argomentazione minimamente articolata pro o contro l'uscita.


L'Eterna

Tutto si riduce a qualche tweet, come da noi. Ma noi, si sa, siamo les Italiens, i perenni immaturi della politica; sono quasi trent'anni, ci sentiamo dire da mezza Europa, che abbiamo affidato le chiavi del vapore ad una serie impressionante di imbonitori mediaticamente efficaci, ma incapaci di cambiare davvero le sorti del Paese, ecc. ecc. Adesso salta fuori che gli inglesi sono messi, se non peggio, perlomeno come noi.
Ovvove.
Noi, si sa, siamo abituati a veder polarizzare piattamente l'opinione pubblica su qualsiasi cosa, che si sia pro o contro la Juventus, i sacchetti di plastica maggiorati di prezzo al supermercato, Berlusconi, Milly Carlucci a Ballando con le stelle, la fecondazione assistita, il sovranismo, la cipolla nell'amatriciana, e si sa che da non meno di trent'anni il grosso dei nostri giornali e tivvù ama soffiare sul fuoco della polemica di pancia per agitare le acque, senza mai proporre un vero sforzo di sintesi tra gli opposti opponenti. Noi, di fatto, abbiamo ormai la vista talmente annebbiata dal diluvio di bias cognitivi inoculatoci dal sistema informativo e (cough cough) culturale che ci pare quasi strano che la nazione modello di ogni libertà costituzionale (gente che ha la BBC che ringhia ai polpacci del potere, noi abbiamo emittenti pubbliche e private inzerbinite di default) ci sia d'un colpo diventata così simile. Dice Ichino che i media inglesi, salvi rari casi preferiscono la drammatizzazione all’informazione, cosicché il Paese di Beckham è piombato in un’interminabile lotta tra Montecchi e Capuleti. Ovvove.
La disamina rotola quindi prevedibilmente sulla mesta osservazione che quanto accade di là dalla Manica ci dovrebbe servire da lezione al di qua, perché da più di due anni ci tocca sorbirci i giri di valzer di un leader acchiappa-sondaggi (ho il vago sospetto che parli di Salvini) che dice sempre una cosa e il suo contrario e nessuno gliene chiede conto. Del resto l'opinione pubblica ormai a tutte le latitudini guarda ai lati frivoli della vita dei leader, senza badare al succo delle loro proposte. Elementi, questi, che danno il passo della crisi della democrazia tradizionale.




Osservazioni, nella loro sostanza, che non aggiungono nulla rispetto alle pensose riflessioni sulla deriva della politica terrestre che sentiamo fare da un po'. E' in effetti un altro il momento della disamina ichiniana che ci ha fatto sorridere amaramente: dice l'esimio giuslavorista che per affrontare questioni complesse come la Brexit è necessaria altrettanta complessità: Occorre confutare costantemente le soluzioni semplici proposte dalla parte avversa, affrontando la fatica di comunicare la complessità a un’opinione pubblica distratta, il che si ottiene quando si hanno media veramente indipendenti e soprattutto un’opinione pubblica in qualche modo interessata a fare le pulci ai politici sulle cose che contano, non sui pettegolezzi da bar o da spiaggia.

Ecco. 

Caro Ichino, tutto vero tutto bello, ma possiamo chiederci da dove arrivi questa (apparentemente) improvvisa botta di superficialità degli inglesi? Peggio ancora: a partire da quando quelli là hanno disimparato a ragionare complesso? Si potrebbe fare il battutone e dire: "A partire da Guglielmo da Occam", ma la cosa è ben più seria. Quello che vediamo avvenire oggi oltremanica non è che l'ennesima coda di quel processo di rimbecillimento collettivo in atto da decenni, uno dei cui cardini è - indovina un po', Pietro? - la costante procedura di disavvezzamento al pensiero complesso (ovvero astratto) in nome di altre scale di valori cognitivi e pratici. 




Suvvia, Pietro, sai bene, e lo sai da quando noi eravamo ancora impegnati ad imitare il tiro ad effetto di Oliver Hutton, che è da non meno di 40 anni che un certo sistema mediatico-ideologico demonizza una certa regione del vasto mare degli studi possibili e- indovina un po'? - la regione incriminata è quella degli studi umanistici. Figurarsi se in un mondo dominato dalla tecnologia potrebbe ancora avere senso perdere tempo sui classici del pensiero, peggio ancora se letti nelle loro noiosissime e magari morte lingue originali (latino e greco brrrrrrrrrrrrrrrrr); macché: riduciamo tutto alla didattica del fare, diceva gente ostile bipartisan a quel mostro chiamato 'tradizione occidentale', fatto di assurde chiacchiere filosofiche, poemi lunghi o brevi che altro non sono che piagnistei di innamorati friendzonati o sciocche esaltazioni di valori defunti. Abbattiamo tutto, dicevano, svecchiamo la didattica, adeguiamola ai tempi.





Bene: adesso che anche Ichino se n'è accorto, vogliamo dire una buona volta che adeguare i contenuti della didattica a questi tempi significa fare l'esatto contrario di ciò a cui la scuola è chiamata? Inseguire la rivoluzione digitale digitalizzando i contenuti e trasformando tutto in piattaformina, ricerchina, dibattitino, rigettando i ragionamenti alti, gli studi pesanti, la fatica del costruire giorno per giorno un grande edificio di conoscenze, unico vero presupposto per lo sviluppo delle competenze, porta esattamente lì dove sta portando oggi gli inglesi: di fronte ad un caso pratico complesso, l'incapacità di ragionare complessamente in astratto, drammaticamente sostituita dai compitini empirici legati ad un unico risultato concreto, rende del tutto inermi. Non esiste abilità pratica complessa sganciata dall'abilità ragionativa altrettanto complessa. Conoscere a menadito le regole del testo argomentativo o del debate, e magari saper ammannire un prodotto in  power point  senza avere argomenti da inserire nell'argomentazione (o contenuti da inserire nel prodotto), è pura assurdità: io posso sostenere la mia tesi, e confutare quella altrui, io posso convincere gli altri della bontà del mio prodotto solo se la mia tesi o il mio prodotto sono frutto di conoscenze ampie e articolate che so rapportare in modo solido e approfondito. Usiamo la tecnologia e avvaliamoci delle nuove didattiche purché queste non ci costringano volare basso, appiattiti sul concreto, sullo spendibile, sull'immediato. Tutto si può concretizzare, spendere, immediatizzare, purché abbia fondamenti solidi e non si pretenda che i contenuti delle discipline umanistiche siano ridotti a pilloline effervescenti da sciogliere alla bisogna.   
Non siamo più noi a chiedere questo: è il dramma dell'istupidimento collettivo a obbligarci a rimettere la barra a dritta (e un po' anche a te, Pietro caro, che nello stesso blog ospiti questo e allo stesso tempo quest'altro). Chi non vede ciò, e continua a ciarlare di scuola fuori dal tempo senza mai averci messo piede, poi non si lamenti se la gente ragiona per pacchetti di frasi fatte e vota in base a quello che legge su Twitter.

mercoledì 5 giugno 2019

Post-humanism Q&A - 2. La dialettica fiocca.

Mentre elaboriamo risposte per le domande dei nostri affezionati lettori, procediamo in ordine di presentazione.

Q: Eligio, una sana attività di cooperative learning basata sul problem solving consente di sviluppare soft skills e attitudini al lavoro d'équipe, di modo che tutti, secondo le proprie capacità, possono contribuire alla riuscita del compito di realtà. Non è bello rispetto alla scuola selettiva che mette automaticamente all'angolo chi non capisce tutto e subito? Non è più bello consentire a ciascuno di attivare i propri stili cognitivo- operativi in vista della completezza della realizzazione finale?

A: Il problema e quello di tutte le rivoluzioni quando si pretende di sostituire ad un sistema ritenuto negativo (perché troppo chiuso e a favore solo di certi e non di altri) un altro sistema parimenti chiuso e parimenti discriminante. E' sempre una questione di misura: il cooperative learning e tutto il resto possono certamente applicarsi ai compiti di realtà, ma la cosa porta direttamente ed unicamente a situazioni concrete da cui si esclude in automatico l'esigenza di ragionamenti altamente astratti. Il che va benissimo per coloro che da anni ormai demonizzano le vuote nozioni a vantaggio della sana educazione alla praticità: peccato che se oggi siamo quello che siamo e non siamo rimasti a spaccare cocchi e ciucciare midolli dalle carcasse è stato proprio grazie allo sviluppo delle capacità di astrazione alta, se non altissima. La quale, certo, deriverà dal contatto con la realtà empirica (anche se qui il discorso aprirebbe scenari vertiginosi e dibattiti infiniti), ma poi si solleva da essa e giunge là dove i traguardi della scienza documentano l'eccellenza dello spirito umano. Ora, nessuno mette in dubbio la democraticità del cooperative learning, ma bisogna stare attenti a non confondere democrazia con svilimento dell'eccellenza. Uno studente bravissimo nei ragionamenti astratti se non astrattissimi non potrà non trovarsi a disagio se messo di fronte sempre e solo a compiti di realtà. Non perché noi si cerchi di forgiare genietti alienati a tutti i costi, ma non si può ribaltare del tutto la didattica pretendendo di piegare alla perenne soluzione dell'hic et nunc attitudini che di fatto ci hanno portati, tanto per dire, alla psicoanalisi e alla fisica quantistica. Se il compito di realtà e tutto quanto ne consegue serve a inserire nel gioco didattico chi non eccelle nell'ambito del ragionamento astratto, ben venga. A patto che non si verifichi la penalizzazione inversa. Se il compito di realtà serve a iniettare una sana dose di realismo empirico a gente che rischierebbe di svolazzare sempre e solo nell'iperuranio, a rischio magari di sprofondare nella propria psiche, si può fare: con l'avvertenza, però, che chi è fatto per l'iperuranio prima o poi torna lì, e sarebbe un delitto volerlo tirare giù a forza, strappandogli le ali. Non per lui solo: per il bene dell'umanità tutta. In sintesi: tutto sì, ma un po' di tutto.

Q: Eligio, non trovi deliziosamente democratica la didattica per flipped classroom che finalmente abbatte i muri tra docente e alunni? Non è più appassionante se lo studente non si limita a subire le nozioni che apprende ma le organizza autonomamente?

A: Niente da dire. Dipende da quanto però il docente vuole rimanere tale e non limitarsi a diventare facilitatore o peggio semplice uditore delle performances degli alunni. Possiamo flippare tutto quello che vogliamo, basta che sia sempre ben chiaro che loro possono crearsi la didattica perché noi li guidiamo dall'alto di una superiore visione globale della materia, visione generata, rassegnatevi, dal fatto che noi ne sappiamo di più e padroneggiamo le più diverse metodologie di insegnamento, verifica e valutazione. Il che non vuol dire che noi sappiamo tutto e loro niente: si imparano sempre un sacco di cose dai ragazzi. Però noi ci possiamo permettere di ampliare lo spettro delle nostre conoscenze, anche grazie agli alunni, perché abbiamo alle spalle un bagaglio che loro, per motivi puramente anagrafici, non hanno. Si capisce insomma che a noi cale poco delle ridicole utopie che vorrebbero l'orizzontalità del rapporto docente-alunno, il rifiuto della visione gerarchica del sapere e la trasformazione della scuola in un ufficio di Google perpetuo. Ma anche qui non è che noi non ci si creda per vacuo narcisismo personale: le occorrenze del globo terrestre ci obbligano a questa forma di resistenza contro gli slogan oggi più in voga. Per un semplice motivo: che la 'nuova' didattica sia palestra di democrazia perché fa saltare le gerarchie tra docente e discente, possono crederlo giusto i bambinologi che vedono il mondo con gli occhiali rosa: vediamo già a sufficienza i deleteri effetti dell'assurda pretesa che il sapere sia solo una costruzione individuale senza una guida esperta.  Dipendendo infatti come pellegrini sitibondi da internet, volendo convincerci che tutti possono tutto, ecco che ci siamo trovati sul groppone i terrapiattisti e i No-vax (sì, stiamo prendendo posizione, non siamo un blog cerchiobottista: le Big Pharma hanno le loro ENORMI colpe, né ci piace la medicalizzazione perpetua della gente, ma tornare indietro a prima della penicillina anche no), gente che si permette di smentire secoli di scienza in nome del democratico convincimento che la scienza serve alle élites per difendere le loro rendite di posizione mantenendo nell'ignoranza e nello sfruttamento le masse. Ora che le élites pure abbiano colpe ENORMI circa il degrado culturale e morale della nostra civiltà è abbastanza chiaro, ma è parimenti paradossale che proprio l'istupidimento generale da queste élites voluto per raggiungere l'obiettivo delle quiete masse consumatrici e tonte produca sì dei tonti, che però si ribellano alle élites medesime che così tonti li hanno voluti. Ma questa è un'altra storia. Rimanendo in argomento scuola, noi non vorremmo mai che questo sbullonamento della direttrice docente-discente provocasse le scene da delirio che potete godervi qui: è un rischio di cui tener conto se, sotto la superficie delle 'nuove' metodologie, l'intenzione di fondo è l'erosione dei fondamenti e quindi degli obiettivi più alti della didattica, che non sono questo o quel power point, ma arrivare a costruire questo o quel power point avendo sviluppato spirito critico, capacità di scelta, organizzazione del discorso, finezza dei collegamenti: tutte cose, rassegnatevi, che non vengono spontaneamente mentre si clicca qua e là sul web, ma si sviluppano perché un'autorità superiore (tremate, ho scritto S.U.P.E.R.I.O.R.E.) ha guidato il lavoro dei ragazzi. E poi, in termini di educazione, cosa c'è di così grave se ad un adolescente viene messa di fronte la figura di un adulto che ne sa più di lui? Non è forse massimamente stimolante fare di costui un modello da imitare, e superare magari, ma solo dopo una lunga e faticosa gavetta di errori, correzioni e miglioramenti (tradotto: non diventi quello che sono io perché mi metti insieme due slide su Virgilio)(e vabbè, datemi dello spocchioso...)(e non ho citato Seneca...)? Sfido chiunque a dire che questa 'verticalità' umilia lo studente o lo disincentiva ad imparare.
Questa è la nostra idea e così, secondo il nostro spocchioso parere, si creerà una democrazia di individui responsabili e utili alla società, e non una massa di parlatori a vanvera che giocano ad abbattere il sistema: a meno che non preferiate la flipped medicine, con pazienti che vanno a spiegare al medico come curarli 'perché l'ho letto su internet'. Attenzione, gente: le democrazie muoiono quando la libertà diventa anarchia.

[N.B.: se alla fine della lettura avete concluso che qui si sia sostenuta piattamente l'equazione flipped classroom = no- vax, il vostro problema si chiama analfabetismo funzionale, per la qual cosa vi rimandiamo qui]





martedì 6 dicembre 2016

ITALICA -1- RICORDATE CHE REFERENDUM E' UN GERUNDIVO.

[VI RICORDIAMO IL POLIZIESCO PENTADIMENSIONALE QUI]


Lungi da noi levare la nostra vocetta nel panorama di rumori di fondo e colpi di clava assortiti che caratterizza il post-referendum. Provo a dire qualcosa di umile & sommesso (tu, proprio, Spocchia!) in rapporto ad una visione alternativa, insomma tanto per fare.

1) Assodato che, negli ultimi 20 anni, ci sono stati 3 (TRE) tentativi di cambiamento istituzional/costituzionale e che tutti e 3 (TRE) sono morti in culla, nello specifico:
1a: commissione bicamerale 1997-1998, presieduta da Spezzaferro D'Alema, morta di berlusconite fulminante;
1b: riforma proposta dal centrodestra nel 2006, morta di referendite fulminante, più complicazioni di Calciopoli, senza contare che era ancora vivo Jesse McCartney;
1c: riforma di centrosinistra Renzi/Boschi et alii, abortita per via referendaria poco fa.

Bene.

Assodato che nel caso (1a) Berlusconi poteva (come ha potuto) benissimo dire che, tirate le fila, i lavori della commissione non gli quagliavano, e ri-assodato che nei casi (1b) e (1c) il popolo votante ha avuto ben diritto di esprimere il suo voto sovrano verso riforme che hanno avuto il solo vero torto di essere state messe a punto da una sola fetta dello schieramento politico, mi domando e chieggo: quand'è che si riuscirà a riformarla, 'sta benedetta Costituzione?
Cioè: se non passano tentativi bipartisan e se, visto il clima di aperta tifoseria in cui ormai vegeta il nostro sentimento politico, le riforme monopartisan fanno la fine che fanno, siamo condannati alla perpetuazione dello stato attuale, detto familiarmente status quo? Non giungeremo mai allo status qui o perlomeno ad un onorevole status qua? [scusate...]
Dice: di ritocchi alla Costituzione se ne sono già fatti, altro che sistema bloccato. Difatti se ne lamentano tutti.
Ridice: la legge Fornero, perché avevamo il cosiddetto peperoncinarculo, è stata concepita, gestata e partorita in 20 (VENTI) giorni, vedi che il bicameralismo non ostacola nulla? Vero. Allora dobbiamo domandarci: COSA ha impedito ai nostri politici, in giusto 70 anni di democrazia parlamentare, di approvare altre leggi con la stessa rapidità della Fornero? Perché è chiaro che, messa così, la questione è doppiamente angosciante: la giaculatoria sui difetti del bicameralismo perfetto è fuffa, ma di fatto abbiamo una classe politica che accelera legiferando solo quando vuole, e in genere lo vuole solo sotto pressioni apocalittiche. I mezzi ci sono, ma nessuno li usa.

Proiettiamoci dunque già al di là dell'agone odierno: il fallimento renziano è il terzo in ordine di tempo, e verosimilmente nuove riforme di questo peso si rivedranno forse quando Plutone verrà riclassificato come pianeta, cioè mai. Buttiamo a mare, da oggi e per sempre, ogni sogno di riforma costituzionale e, non per fare la volpe e l'uva, ma per prendere atto dell'esistente, decidiamo che è altrove che bisogna incidere per guarire l'Italia dai suoi mali.
E allora torniamo a cose già dette: non è il sistema politico a rendere efficiente un Paese che campa di cialtronaggini e sotterfugi, come non è il metodo di studio a rendere bravo uno studente che non ha né voglia né capacità apprenditizie. Sui limiti strutturali dello studente forse è impossibile intervenire, ma si riuscirà prima o poi a ripulire la rogna morale di un Paese che puntualmente si rispecchia in quella dei suoi rappresentanti? Sotto-questione: può la scuola aiutare in tal senso? Certamente sì, se si permetterà alla scuola medesima di formare il sentimento civile smettendo di demonizzare le materie umanistiche "che tanto non interessano a nessuno", sbattendo fuori dall'insegnamento delle medesime i docenti che hanno palesemente sbagliato mestiere e popolando le relative classi di concorso di gente che insegna con passione e sa trasmettere il messaggio più vero che si cela dietro le analisi del testo, la narratologia e la divisione in sequenze. Basterà per fare breccia nel muro eretto dalle famiglie delle scimmie vestite, che mandano i loro figli alle superiori e soprattutto al liceo solo come certificazione di status symbol, ma sotto sotto restano convinte, e ai loro figli ciò non sfugge, che l'umanesimo non serva a nulla? In parole più crude: ti mando a fare il Liceo, vedi cosa riesci a fare, tanto a me serve dire che fai il Liceo per far vedere che ho raggiunto un certo livello sociale, dopodiché stai tranquillo, colto o ignorante che tu mi esca, un posticino in bottega te lo preparo già, quindi a quei poveracci dei tuoi professori puoi anche sputare in bocca.
E' chiaro che se la base di partenza è questa, base che si basa sull'idea che il merito e lo sforzo non contano quando c'è chi ti ha già preparato la cuccia, non c'è discorso che tenga: più in grande, gente così si disinteresserà SEMPRE della cosa pubblica finché potrà coltivarsi il suo orticello di privati interessi e mezzucci per tirare a campare, educando in modo consimile la prole. Salvo poi lamentarsi che la politica "non fa abbastanza" per i cittadini. No, scimmia vestita-padre: se non si rivoluziona il modo di concepire il proprio ruolo nella società, la politica non farà che replicare i nostri vizi peggiori. Abbi, per dire, il coraggio di spedire il figlio ciucciapaghetta a lavorare ben lontano dalla tua bottega; assumi chi si è fatto il vero mazzo per sviluppare le vere competenze che servirebbero alla tua bottega, e che il figlio ciucciapaghetta non svilupperà mai, o molto più lentamente di quest'altro. Perché ciò? Perché si creerebbe un circolo virtuoso: gente competente e premiata per le competenze sarà di stimolo ad altra gente competente, non si punterà al ribasso offrendo un posto di lavoro al pargolo incapace, ma si ragionerà più in grande promuovendo i capaci e chissà, da questa perpetuata violazione di familismi amorali e clientelismi sciocchi forse in capo a tre, quattro generazioni usciranno politici in grado di anteporre il bene pubblico agli interessi di cricca perché sono cresciuti in un clima in cui gli interessi di cricca non hanno mai fatto premio sulle qualità oggettive dei singoli. E magari avremo un Paese davvero competitivo, in cui non ci è limitati a replicare l'identico, umiliando i meritevoli e mandando avanti i paraculati, ma si sono (ri)messi al primo posto i valori del sacrificio e della promozione sociale in base alle virtù innate o acquisite (e di ciò parleremo un'altra volta, sennò famo notte).
Voglio cioè dire che il processo non è breve né facile, ma parte dal piccolo. E la scuola può aiutare se è al tempo stesso aiutata.
Utopia?
Chissà.  

giovedì 1 dicembre 2016

Scholastica - I - Tempo di nuovi paradigmi

Non spenderemo altre righe per spiegare alle scimmie vestite (che neanche ci leggono)(perché non sanno leggere, non per altro)(lolleria) cosa ci spinga a praticare una professione che ormai da due decenni è trattata in modo indegno dall'opinione pubblica e non solo. Parole come passione e fatica intellettuale sono incomprensibili a certe orecchie e pace.

Da qualche giorno ci è però sorto il dubbio che forse il problema, come dire, teoretico del dibattito scuolesco italico odierno non porta a nulla perché le premesse sono tutte rovesciate rispetto alla realtà. Almeno credo. Comunque, amico lettore, ti offro il mio ragionamento, e tu sarai libero di condividerlo oppure don't.

                                                   PARABASI   (t'a ricordi a parabbasi, Giacomì..? nun t'a ricordi?? Guarda qqua...)

<ODE'> Uno dei mantra che certi esperti del nulla ci ammanniscono, credendo di incantarci, è la fuffa circa la necessità di finlandesizzare il nostro sistema scolastico, perché la Finlandia, notoriamente membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU, primo Paese cui ci si rivolge quando arrivano gli alieni (era Finlandia questa, vero...?), culla di artisti in confronto ai quali Durante (detto Dante) Alighieri o Italo Calvino sono dei modesti inchiostratori, ebbene la Finlandia è la Terra Promessa, la Minas Tirith cui noi tutti, nani e hobbit, dobbiamo tendere, abbandonando la nostra pallosa lezione frontale, rinunciando ad ammannire conoscenze per forgiare esperti progettisti di semafori che fanno l'onda verde all'incrocio dei loro paesini; vuoi mettere le lezioni luminose, con un quarto d'ora di svago tra un'ora e l'altra (e sei ore di luce al giorno da novembre), la didattica costruttiva in cui le materie sono modulari come i mattoncini Lego e tutti crescono felici, visto che il Paese in questione ha il record europeo di suicidi e un consumo di antidepressivi altino (+1761% a partire dal 1985 o giù di lì)(comunque una volta era peggio)(anche loro, però, con questi psicofarmaci...)(no, carino, è tutta invidia!!)(si, ma la Francia dove la metti?)?
Certo, certo, del resto il loro sistema scolastico è così "oltre" che ha prodotto la prima casa produttrice di telefonini, la Nokia, che tuttora primeggia... ah, no...
Poi la loro scuola steineriana è così rassicurante che questi non sanno neanche cos'è un fionda, figurati una pistola... ah, no...
<EPIRRHEMA> Del resto la loro didattica, fatta apposta per i test PISA (umanisti, sotterriamoci!), nei quali notoriamente quelli ci strabattono (nel complesso, scorporando i dati viene fuori ben altro), insomma è giusto così, no? quando ti iscrivi a scuola guida, non sei lì a riflettere sui profondi significati del divieto di sosta o sull'opportunità etica di non sorpassare nei tratti ascendenti dei dossi: devi ricordarti che a quella domanda lì si risponde crocettando quel quadratino lì. Ecco, la loro didattica è così, teach for test come si dice (hanno dei dubbi anche gli inglesi, figurati...), ma intanto lassù si vive mille volte meglio che da noi (risalite a leggere di venti righe a partire da ora per conferma), noi invece, così scioccamente fissati ad ammannire agli alunni lunghe verifiche scritte per saggiare, oltre alle nozioni, lo spirito critico... no no no. L'adulto del futuro deve saper fare. Stop. Imparate dalla Finlandia, loro imparano facendo, mica prendendo voti e svolgendo i compiti a casa (ovvove!!!)(del resto, se il sole cala a mezzogiorno, che compiti vuoi fare...?)(vabbe', ma andranno a scuola nei mesi con più luce, no?)(ehm... no).
<ANTODE'> Ma perché poi fare confronti con un Paese che ha 17 abitanti per km quadrato e un dodicesimo della nostra popolazione?
I nostri amici Brexit e i loro epigoni d'oltreoceano, prime economie del mondo, sono certo più performanti come esempio: è evidente che la loro economia e soprattutto la cultura dominano in lungo e in largo (gente così, vedi?)(poi endorsano Hillary Clinton, ... ti credo che vince Trump)(e se non basta, vanno a fare shopping in Canada)(bricconcelli, anche i cetrioli bombardati da radiazioni mi fate cantare...) perché il loro sistema scolastico è il migliore al mondo... cioè, no, il migliore è quello finlandese, ma quello anglosassone dev'essere comunque il migliore, sennò come ha fatto Microsoft a mangiarsi Nokia? Loro hanno capito che le nozioni non servono, il docente deve essere un mero "facilitatore" dell'apprendimento alunnizio, guardare più al processo che al risultato (del resto, se mi faccio operare al cuore, conta molto di più che il medico abbia seguito tutti i passaggi necessari anche se gli muoio sotto i ferri, no??), assegnare ricerchine che quelli si arrangeranno a mettere insieme compitando da internet, ma va bene, così, no? L'importante è fare, districarsi tra un problem solving e un cooperative learning, basta che sia chiaro il messaggio che a fare l'insegnante non ci vuole poi molto, giusto un  po' di vigilanza mentre i pupi, seduti alle loro scrivaniette tutte colorate modello uffici di Google, surfano tra wikipedia e youtube per svolgere il tema "Il conoscimento cambia modalità a seconda dell'oggetto" e amenità consimili. Ma poi là sì che si trova lavoro in fretta, infatti vanno tutti in Inglesia (a Brexit piacendo, si capisce), le università ti buttano subito nel mondo del lavoro, perché loro là fanno, mica pensano... loro professionalizzano, da sempre.
E sai perché alla Samsung esplodono i tablet? Perché la loro scuola è troppo competitiva... questi qui stanno 10 ore al giorno in classe, studiano anche dopo cena e dormono 5 ore a notte, ci credo che qualcosa poi gli sfugge (ehi, ma questi hanno più suicidi della Finlandia!!).

                                                   SI PROTRUDE IL CORIFEO

Ecco, dalla volutamente caotica rassegna di cui sopra, credo si sia capita una cosa (ah, no...?), cioè che forse è il momento di disilludersi circa la convinzione che un Paese diventa quel che diventa grazie al suo sistema scolastico. Semmai è vero il contrario: il sistema scolastico riflette (come sovrastruttura)(no, Marx noooo!!)(ma che tte frega? stamo ner dumila, ahò!) il Paese che lo ospita. Se la scuola anglosassone è così, diciamo, empirica, lo è perché loro, i Brexit e gli Yankee, sono empirici da sempre, da quando Guglielmo da Occam rasoiava Aristotele e Locke polemizzava amabilmente contro Cartesio. Da lì, e non al contrario, nasce la 'loro' scuola. [di Giappone e Corea adesso non ci occupiamo, right?] I finnci, che pure hanno rivoluzionato la loro scuola 'solo' da 40-45 anni, hanno potuto farlo con calma e senza fretta perché... sono finnici, cioè non avevano il mondo addosso ad aspettarsi chissaché da loro. Mi rendo conto che detta così sembra un'idiozia, ma rimane il fatto che parliamo di un Paese di 6 milioni di brava gente la cui ex-punta di diamante si chiamava Nokia dal nome del fiume su cui fu impiantata una cartiera (sì, non esattamente la Silicon Valley...) che dal 1865 agli anni '90 del secolo scorso evolvette (o evolse)(o evlibbe) meritoriamente a leader mondiale del telefonino. Merito della loro scuola? Giustacconto negli anni '70 questi si riformarono l'istruzione e Nokia decollò? E allora perché adesso è schiantata? Non funziona più la scuola finlandese?
Il sistema economico mondiale si è evoluto in una direzione capitalistico-neoliberista che ha dato ragione, diciamo così, a chi di quel sistema è stato la mosca cocchiera, ovvero il mondo anglosassone, oggi imitato dalla Cina. Ma non è certo a scuola che gli anglocinesi hanno appreso lo spirito del capitalismo: quello spirito ha semmai chiesto un certo tipo di scuola per venire perpetuato a livello di strutture di pensiero (vedi, elabora, risolvi, vinci)(semplicità, semplicità). L'errore nel parlare di scuola sin qui è stato appunto scambiare l'antecedente col conseguente. Mi si conceda (no, no!!)(sì, invece, taci, Wotan!!) l'arguta battuta da classicista impenitente: che sistema scolastico avevano Atene e Roma ai bei tempi del loro splendore? E appannaggio di quanti cittadini? E' in virtù di quello che hanno dominato il loro pezzo di mondo per le rispettive spettanze? O la scuola non finiva per riprodurre un'ateniesità e una romanità preesistenti? Tra l'altro i greci imparavano a perculare i persiani leggendo e studiando Omero (per tacere che i primi elementi della loro educazione erano musica e ginnastica, vedi tu...), ma appena i Romani hanno iniziato a studiare se stessi, diciamo a partire dagli Annales di Ennio, gli sono iniziate in casa le guerre civili...


                                             ENTRA L'AUTORE (AH, VI RICORDO IL NOSTRO POLIZIESCO...)

Battute a parte, torniamo al focus della chiacchiera e stabiliamo due punti fissi che poi svilupperemo quando ne avremo voglia:
1) Come le leggi fisiche danno conto che nell'universo le cose funzionano così e non cosà, ma non spiegano perché il così prevalga sul cosà, allo stesso modo sarebbe ora di smetterla di magnificare i sistemi scolastici diversi dai nostri come la radice profonda del successo che tanto invidiamo nei Paesi economicamente e socialmente più floridi di noi. Quel successo deriva da altri fattori, che si possono contestare o meno: il trionfo del capitalismo aggressivo può piacere o no, finora è andata così e non è detto che duri, ma potrebbe anche durare più del previsto in forza di qualche - al momento ignota - evoluzione. Duri o non duri, non sarà il sistema scolastico a decidere la svolta, quale che sia.
2) E allora la scuola a che serve? E quella italiana non ha mezzi di formare futuri cittadini che siano un po' più concorrenziali con quelli del resto del mondo? Dipende da cosa si vuol chiedere alla scuola e dal sistema entro cui questa 'nuova' scuola dovrà inserirsi. In altre parole:
a) divertiamoci pure con la didattica della competenze, la flipped classroom, le soft skills, il tutoring, il learning by doing (e amenità varie...), innoviamo fin che si vuole, facciamo tutto sulla LIM e mettiamo in scena l'Eneide in lingua originale. Sia però chiaro che se da tutto questo profluvio di novità si pretende semplicemente di tirar fuori dei bravi esecutori di compiti (anzi tasks) pratici privi di qualsiasi senso critico, se in altre parole ci si chiederà di azzerare le difficoltà dell'apprendimento teorico e speculativo in nome di un generico 'fare', se in altrettante altre parole si ridurrà la scuola a bottega dell'apprendista lavoratore, coi professori cui verrà vietato di fornire una visione più alta, sinottica e problematica del reale (paroloni, paroloni!!), allora sì l'Italia si troverà ad essere un popolo di futuri servi di qualsivoglia Paese avrà il ticchio di colonizzarci. Una massa non pensante e solo operante è la materia bruta irrinunciabile per qualsiasi sogno di dominio totale, sia esso ideologicamente di destra o sinistra o, come dicono accada oggi, 'laicamente' radicato nei piani alti della finanza che conta. Quegli stessi che magnificano la scuola pratica e futuristica sono, magari inconsapevolmente, gli sponsor della fine dell'Italia.
b) lasciate che la scuola, senza essere orrendamente selettiva e classista come in passato, ritorni a dire a ciascuno ciò che può e non può fare; per il bene suo di lui, non di lei. Basta con le mammine convinte di avere un genio in casa che di fonte alle insufficienze piombano dal docente a contestare e ad insinuare che "ce l'avete con mio figlio!!"; basta con la demonizzazione delle insufficienze, la pretesa di farsi promuovere portando "cinque paginette, così recupero!" alla mattina del 6 giugno, i piagnistei per due verifiche in due giorni; basta con l'idea che la scuola sia come un'agenzia viaggi o una concessionaria che deve erogare il servizio che vuole mammina, nel senso che se mammina vuole che il pargolo abbia tutti 8, noi docenti DOBBIAMO trovare il modo di farglieli avere; non funziona così: non stai mandando il piccolo dal barbiere, che lo taglierà PROPRIO come vuoi tu, mammina. Lo stai affidando a noi, che verificheremo se la sua capoccia è in grado di produrre quel che tu vuoi. Ma non dipende solo da noi, se nella capoccia manca la materia prima, non c'è taglio di capelli che tenga.
c) prima di lamentarsi che la scuola non produce figure competenti per il mercato del lavoro, ci si chieda se il mondo del lavoro e più in generale la mentalità italica sono pronti a sfruttare questi competenti: siamo il Paese dei figli di che vanno avanti ereditando posizioni di potere per via feudale (eventualmente incenerendole come questo genio qui...), il Paese che cerca apprendisti con esperienza max 29 anni, il Paese che non conosce meritocrazia se non quella che nasce dal merito di essere già nel giro giusto; il Paese della fuga di cervelli, dove le spintarelle contano più del talento, com'ebbe a dirmi uno dei tanti miei conoscenti che si credono fatti da sé e non si rendono conto che senza l'intervento familiare oggi sarebbero a cacciar nutrie; è il Paese dei Battiferro che, dopo aver urlato ai quattro venti che andavano a cambiar vita a Brexit, sono tornati precipitosamente a fare i ragazzi di bottega da papà, convinti anch'essi di essere diventati grandi imprenditori dopo aver lavoricchiato un annetto a buttar giù preventivi prestampati e tirar righe con la squadretta di Hamtaro, tutto alle dipendenze di chi non li licenzierà mai, bravi, dall'alto di una posizione che non meritano e per cui esistono millemila persone più qualificate, a sparare a zero sulla scuola "che non serve a niente", quando non vedono che sono loro a non valere niente, e che tutto per loro è pura fortuna; il Paese in cui il furbo che chiagn' e fotte prevale sempre sull'onesto che si illude che la virtù attiri di per se stessa i premi. Può davvero l'istruzione scolastica divellere QUESTA mentalità-Paese (per tacere di quando, purtroppo, la replica al proprio interno...), se il Paese stesso non si dispone a farsela cambiare? Se il Paese stesso vede la scuola come una zavorra popolata solo da fannulloni mangiastipendio? Un Paese che ha messo in cima ai suoi ideali il binomio tronista-velina, ovvero l'incapace di successo, negazione assoluta del sacrificio e della fruttificazione del talento che la scuola dovrebbe insegnare? Un Paese in cui mammina non esita a sborsare tonnellate di euri per mandare la figliuola a sentire Justin Bieber e poi protesta per un libro da 5 euro in più da comprare per la scuola? E la mancanza di profili coerenti con le occasioni lavorative sarebbe colpa dei professori?

                                                    VABBE', CHIUDI CHE MME SCOCE A PAJATA...

Ci vuole, insomma, un movimento delicatissimo, biunivoco e, ad oggi, pressoché inimmaginabile: una scuola che si apra alla proposte più feconde dell'innovazione senza diventare una succursale di Mountain View e una società che si faccia così schifo da sola da chiedere alla scuola di cambiarle i connotati.
Ripartiamo da qui, però: la si smetta di dare addosso alla scuola per lavarsi la cattiva coscienza di cittadini e lavoratori incompiuti. Veniteci incontro, perché noi, con le nostre sole forze a sradicarvi da dove vi siete incistati non possiamo arrivare. E lasciate in pace 'sta povera Finlandia: siamo italiani e da italiani dobbiamo (ri)costruire l'italianità. E allora anche la scuola finirà per servire a qualcosa.
Ecco.

(P.S.: ho forse peccato anch'io di astrattezza, come da me stesso imputato a Settis e Zagrebelsky? No, perché io so che il passaggio al concreto va fatto lavorando di squadra. Per adesso abbiamo tracciato il perimetro della questione, il resto verrà. Ciao).

martedì 25 febbraio 2014

Renzi, o come dicevan tutti Renzi...

Scriviamo mentre è ancora in corso il dibattito al Senato sulla fiducia al governo Renzi Uno 2.0, bluetooth, MP3, 5 giga di memoria, slot per smart card, 16 ministri e ciabattine omaggio ai primi 5 che telefoneranno. Sì, è circa il 60esimo e qualcosa governo in 65 anni di storia repubblicana, numeri che da soli dovrebbero farci arrossire e poi disintegrare di vergogna al cospetto di qualunque altro Paese civile. A cadenza decimestrale, la solita fuffa dei giuramenti, delle troupe televisive, dei giudizi sulle mise dei ministri e delle ministre, la solennità annacquata dal breve intervallo tra un governo e l'altro, le attese, i proclami, le marce indietro, le delusioni, i "ma tanto io l'avevo detto", i dietrologismi, gli scenari, le prospettive e poi altro giro altra giostra. Io ho avuto la fortuna (si fa per dire) di assistere all'agonia della cosiddetta Prima repubblica, e anche allora funzionava così: lo sgambettone istituzionale con cui Renzi ha fottuto Letta non è niente di diverso dalla trama che nel 1988 portò De Mita a Palazzo Chigi coi voti dei socialisti, ma pure con l'obbligo di dimettersi dalla carica di segretario della Democrazia Cristiana. Passa un anno, Craxi si esibisce in un discorso spaccatutto alla Camera e puf, tempo 24 ore De Mita si dimette e finisce per non essere più nessuno. Staffette DC-PSI, dicevano; equilibri pentapartitici; accordi di programma; passato l'uragano Tangentopoli, inaugurata la Seconda repubblica, morta pure lei (forse), siamo sempre qui, a far passare governi come succede a scuola quando su una stessa cattedra si alternano 6-7 supplenti all'anno. Gli alunni si inviperiscono, i genitori pure, "ma che schifo la scuola, viva la Gelmini!" e poi abbiamo visto.
In ogni caso, RenzOne parte con un venticello in poppa che pare più la brezzolina contro cui proteggersi indossando i maglioni di cotone. Si percepiva che i senatori lo detestavano cordialmente, compresi i suoi. Certo, se io al primo giorno di scuola entrassi in classe ed esordissi dicendo: "Salve, vi bocceremo tutti a fine anno, garantito!", non credo che si creerebbe tutta l'empatia necessaria con gli alunni; allo stesso modo, dire agli astanti: "Siete gli ultimi senatori della storia d'Italia a cui un capo di governo chiederà la fiducia", significa congratularsi coi tacchini che votano per il giorno del Ringraziamento. 
Ma non è ovviamente solo questo: Renzi è arrivato a Palazzo Chigi dopo una girandola di affermazioni, smentite, trappole e imboscate degne della miglior DC del bel tempo che fu. Lo ritengono il bamboccetto viziato che ha tanto sgomitato per avere il giocattolino e una volta ottenutolo fa capire che se l'è pure meritato, quando tutti sanno che il traguardo si è raggiunto solo per via di capriccio e sfinimento. Fa lo splendido, ma è visto palesemente come un intruso, uno che si è imboscato a forza, che ha trasformato la prepotenza in diritto e ora è lì a dare lezioni di civiltà, ringraziando pure Letta con un ultimo, sonoro sberleffo. Per dire insomma  che Matteuccio nostro non parte certo coi favori del Palazzo: due ore fa l'allegra coppia Scanzi- Cazzullo faceva notare che il neopremier parlava formalmente al Senato, ma in realtà si rivolgeva al pubblico da casa, marcando il più possibile la propria diversità da "quelli lì" dentro il bunker della Casta. È stato inoltre notato che tale atteggiamento è di fatto analogo a quello del Berlusconi degli inizi e dell'attuale Grillo. Colpisce in effetti che, per far accettare la "Politica" al popolo italico, sembri necessario farla passare per qualcos'altro: ai suoi esordi Silviuccio fu accusato di aver scambiato l'Italia per una delle sue aziende e il Governo per un consiglio di amministrazione; oggi a Matt si rinfaccia di aver parlato come se Palazzo Madama fosse un consiglio comunale e lui il sindaco. Grillo stesso fa politica attraverso i blog. È evidente che la struttura tradizionale delle istituzioni che ci portiamo appresso da 150 anni mostra una certa ruggine, così come il linguaggio e le proposte dei politici, drammaticamente uguali a se stesse e mai in sintonia coi bisogni del Paese: la Politica è diventata materia amorfa che prende forma nell'altro da sé (il partito-azienda, il partito-blog, il Sindaco di governo), la qual cosa potrebbe anche non essere un male se alla fine si addivenisse a risultati concreti e fattivi. Spesso invece si mette un abito nuovo alle immobilità e impotenze di sempre, e il Paese resta al palo.
Vedremo, Matty, dove ci porterai. Mi lascerai tuttavia esprimere un rapido giro di opinioni tutte mie su uno dei cuori pulsanti del tuo peraltro verbosetto discorso d'ingresso nei piani alti del Potere.
Non posso infatti non compiacermi del fatto che tu abbia dedicato il primo macroblocco delle tue riflessioni alla scuola e alla sua importanza per la ripartenza del Paese. Facile l'ironia grillina, essendo tu marito di una precaria sissina. Ma pazienza. Lodo la premessa, e però mi domando, se davvero tieni così tanto alla riqualificazione della scuola, a partire dagli edifici per arrivare a chi ci lavora dentro, perché diavolo hai lasciato il MIUR a Scelta civica, che odia gli insegnanti di default? Spero a questo punto che metterai in giuoco tutto il tuo peso politico per placare i bollenti spiriti montiani in materia di aumento indiscriminato e gratuito dell'orario di servizio dei docenti, e ci penserai MOLTO BENE prima di dare la stura a quell'autentica idiozia che è il liceo quadriennale. Ti teniamo d'occhio, sallo.
C'è però dell'altro, scusami se faccio il professorino, ma tu stesso hai detto che hai da imparare in termini di strategie comunicative. Orbene, chapeau per il bene che ci vuoi, ma tieni presente che il genocidio cui la nostra categoria è stata sottoposta a partire dal 2010 in termini di tagli in organico, campagna di odio, squalifica sociale e umiliazione stipendiale ha avuto il suo centro di irradiazione in una serie di slogan qualunquistici purtroppo drammaticamente in sintonia col sentire di una larga parte dell'opinione pubblica, e che pertanto, sempre purtroppo, così qualunquistici forse non erano. Mi spiego: Gelmini e i suoi ghostwriters hanno attaccato con la menata che il 98% del bilancio del Ministero andava in stipendi al personale, quindi, cara pancia del Paese, era giusto tagliare un po' di posti e dirottare i risparmi altrove, no? Certo, peccato che quei risparmi non si siano mai visti. Ma il problema è a monte: un Ministero non deve certo buttare i soldi dalla finestra, ma nel caso della scuola non si può ragionare in termini meramente aziendalistici, perché la scuola non ha fini di lucro. Il vero "guadagno" che essa produce è il capitale umano degli alunni che saranno in grado domani di essere efficaci ed efficienti lavoratori. Per giungere a ciò, semmai, si può e si deve ottimizzare il lavoro dei docenti, ma tagliare per fare cassa non  serve, peggiora solo la qualità della didattica e impedisce di formare i tipi umani anzidetti. Ma cosa rimase di tutto ciò al pubblico bue? Uh, Gelmini  risparmierà 8 miliardi, vai Gelmini, fagliela pagare, finalmente!
Sì, perché, e passo al punto 2, era da un po' che la pancia del Paese voleva farcela pagare: avendo fissato lo stereotipo dell'insegnante-tipo alla triade meridionale-di sinistra-fannullone fu un attimo per i vincitori del 2008 sventolare la bandiera del salutare bagno di sangue, adesso arrivavano loro e sarebbe finita coi privilegi, le assenze, il giornale letto in classe invece di fare lezione, i voti dati a caso, le cattedre con 15 ore in classe e 3 a disposizione per stare al bar e tutte le altre meraviglie. Si fece di tutta l'erba un fascio, senza mai ammettere che la scuola fosse anche "altro", ovvero professionisti preparati ed abili a trasmettere il sapere,  anche a dispetto di stipendi a dir poco squalificanti, gente che gli ex alunni ricordano sempre con affetto perché sanno di aver ricevuto da loro competenze impagabili che si sono poi applicate nella vita lavorativa, persone che vengono a scuola anche con la febbre, perché il dovere viene prima di tutto. Niente di tutto ciò: un esercito di mangiastipendio a ufo coi tre mesi estivi di vacanze, e insomma bisognerà pure farvela pagare, no?
Ecco, anche in questo caso è chiaro che c'era una parte di verità, nella misura in cui la scuola non ha mai provveduto a fare piazza pulita al suo interno delle mele marce, anche per la fiera opposizione di quegli stessi sindacati che poi hanno calato le braghe di fronte al massacro gelminiano. Ma non si è mai sentito che per i casi di malasanità qualcuno abbia preteso la chiusura degli ospedali o il licenziamento dei medici bravi. Ciò che è invece accaduto per la scuola: tagli orizzontali, che semplicemente colpivano i meno anziani in servizio, senza badare se chi partiva fosse più o meno valido di chi restava. Ma anche il popolo bue godeva nell'assistere al massacro e alle sprezzanti parole di Gelmini che definiva "fossili ideologici di sinistra" i precari disperati che si incatenavano ai cancelli dei provveditorati per protestare contro la disumanità dei tagli.
Ebbene, Matthew, dove voglio arrivare con questa retrospettiva? Al fatto che noi, nei recenti anni, siamo stati vittime di un'ondata di odio generalizzato e ingiusto che non ha distinto i buoni dai cattivi; tu, oggi, esordendo nel tuo speech a favore della riqualificazione della figura dell'insegnante, hai commesso l'errore uguale e contrario, hai cioè parlato dell'Insegnante come categoria astratta, il modo migliore per rinfocolare i truzzoni anti-scuola che intasano i forum del corriere.it vomitando odio e qualunquismi. Non c'è niente di peggio, oggi, che proporre al pubblico bue lo stereotipo dell'insegnante-eroe che ogni giorno si sobbarca la fatica di educare il futuro dell'Italia: la risposta dei truzzoni sarà immediata: "Beh, diciamo 5 mattine a settimana e l'estate a casa!". Mettere il discorso sui termini genericamente zuccherosi del "docente brava gente" accende subito lo sdegno della pancia del Paese, perché sarà subito tutto un frullar di bile "con quel cesso di insegnante di matematica/latino/filosofia che ha avuto mio figlio al liceo!". Se l'errore culturale dei nostri detrattori è quello di ritenerci tutti incapaci posapiano, la tua risposta non può essere "viva la scuola, tutti bravi tutti belli". Tu dici che la scuola deve recuperare fiducia (in sé e dall'esterno), ma non spieghi come mai è stata persa. Il discorso doveva essere: la scuola patisce almeno 50 anni di politiche gestionali discutibili, che non hanno mai premiato i meritevoli e hanno affogato tutto nella melassa ugualitarista, sia a livello di docenza che di valutazione degli alunni; in tal modo la scuola, in luogo di dire a ciascuno cosa sa fare, ha convinto chiunque di saper fare qualunque cosa, non ha saputo eliminare i rami secchi, ha lasciato in cattedra gente stanca e/o incapace che ha impedito agli entusiasti e preparati di dare il meglio di sé, di aggiornarsi adeguatamente, di sviluppare una didattica veramente utile rivolta a studenti che si trovano ciascuno nella scuola che gli compete. Oggi, pertanto, dopo le vendette gelminiane, la situazione non è migliorata in nulla, gli stanchi/incapaci sono sempre lì, la didattica langue negli schemi di 30 anni fa, la professione ha cessato di avere appeal sui giovani e l'odio popolare è a livelli persecutòri. Ci impegniamo, questo dovevi dire, a mettere i capaci e meritevoli in grado di fornire la didattica migliore in corresponsione di uno stipendio onorevole, immetteremo in ruolo più giovani possibile, svecchieremo gli organici anche a costo di violare i sacri dogmi della riforma Fornero, non permetteremo più che si creino graduatorie quindecennali con 140.000 aspiranti al ruolo. La professione insegnante non deve avere nulla di eroico, non deve chiudersi nei quadretti tardo- deamicisiani del professorino col maglioncino liso che insegna il congiuntivo all'alunno extracomunitario nelle ore libere o discetta di latino dentro aule che cadono a pezzi. Dignità, ci vuole, condizioni di lavoro degne di un qualsiasi ufficio di fornitura di servizi: la didattica agli alunni non italofoni deve essere sentita come serio momento di integrazione in un mondo che va globalizzandosi, e deve attuarsi con programmi ampi e strutturati, condotti da gente preparata e ben pagata SOLO per quello, così come l'insegnamento di tutte le altre materie deve essere affidato a dei veri professionisti, gente di cui NESSUNO deve lamentarsi, come si esce soddisfatti da qualsiasi studio professionale. Per dire. Altro che oleografie di una scuola automaticamente e immutabilmente buona in tutti i suoi elementi. Macché, la scuola è malata e va curata con una terapia d'urto. Matt, il tempo è poco e l'esasperazione è molta; abbiamo classi da 33 alunni che rendono IMPOSSIBILE  la didattica; il livello di vita medio di un insegnante è alle soglie della povertà; ma soprattutto, chi non dovrebbe stare in cattedra ci sta ancora. Fai qualcosa, o davvero naufragheremo su noi stessi. Restaura pure gli edifici scolastici, ma rinnova pure gli organici.  Parli di tregua educativa con le famiglie: che non capiti più la scena di genitori che vengono a questionare le insufficienze dei figli, ma perché ciò accada esse devono essere erogate da soggetti troppo ben preparati perché qualcuno si sogni mai di mettere in discussione i suoi voti. Tutto si tiene, Matt. Fai la tua parte. 

(update delle 0.50: 169 voti a favore? Ahi, ahi....)

mercoledì 16 ottobre 2013

Appello alla civiltà.


C'è in ballo questo terrificante forum sul Corriere online dal 10 ottobre, e il punto di partenza è una sconsolante indagine statistica condotta a livello internazionale, secondo cui i livelli di competenza linguistica e matematica degli italiani tra i 15 e i 65 anni sono tra gli ultimi, o ultimi proprio, in una classifica di 24 Paesi. Il che, evidentemente, mette sul banco degli imputati non solo la scuola attuale, quella cioè che deve gestire i bimbominkia, ma sostanzialmente tutto il sistema scolastico italico dagli anni '50 ad oggi. Da ciò l'ottimo articolista deduce che aumentare i fondi alla scuola è inutile se non la si ripensa radicalmente. Vero, verissimo. Ripensare, cioè magari rivedere quella assurda mannaia di tagli gelminiani che altro non fece che invecchiare di altri 5 anni l'età media del corpo docente italiano, già altissima; ripensare, cioè decidersi una buona volta a buttar fuori dalle classi gli insegnanti decotti, senza metterli sulla strada, ma semplicemente destinandoli ad altra mansione all'interno della scuola, cosa fattibilissima, visto che di attività para-extra-sovra-lateral scolastiche da assegnare a didaskaloi non più (o mai stati) "sul pezzo" ce ne sono. E magari, torniamo ad un numero massimo di alunni per classe che renda decente la didattica e la possibilità di seguire i ragazzi con più pazienza. E magari impariamo a tappare la bocca ai genitori che vengono a colloquio come andassero al banchetto reclami delle agenzie di viaggi; e magari aggiorniamo la didattica senza lasciarci travolgere acriticamente dalle nuove risorse informatiche....e magari.
Potevano leggersi queste proposte da parte di chi ha partecipato al forum collegato all'articolo? Ma per carità... tutti i lettori più assatanati contro noi docenti, attratti dall'odore di sangue che stillava dal predetto articolo, sono usciti dalle tane come branchi di iene e, IN ORARIO DI LAVORO, hanno trovato il tempo di postare, evidentemente dai computer dei loro uffici, commenti al vetriolo sulla fannullonaggine degli insegnanti italiani e sul fallimento della scuola tutta. Al branco si è unito un tizio, evidentemente vittima di burnout, ex docente da un anno in persone, che ha dato ragione su tutta la linea alle tesi dei nostri detrattori. Un tapino, direi, di quelli che, falliti come docenti dopo una vita di didattica al ribasso, vorrebbero trascinare nel calderone la categoria tutta. 
Ma passi. Altre cose, però, sono inaccettabili, e credo sia giunto il momento di fare il punto su un po' di eccessi che dimostrano non tanto che la società italiana e la scuola parlano due linguaggi diversi, e non è cosa di oggi, quanto che il concetto di civiltà che va prendendo piede tra gente che, se legge (per quanto online) il Corriere, dovrebbe appartenere alla cara vecchia borghesia illuminata italiana, è paurosamente disumano. Orbene, se questa è la borghesia, povera Italia.
Sia chiaro che ogni critica costruttiva ad un mondo vario e sbilenco come il nostro è benvenuta. Costruttiva, però. Se invece si leggono i seguenti illuminati placiti:

-  A che serve studiare i Sumeri se poi non si sa una parola d'inglese?
-  A che serve il Greco antico al classico?
-  A che serve il Latino allo scientifico?
-  A che serve saper tradurre dall'Italiano in Latino?
- Lo studio del Latino è frutto della nostalgia (?) di quando eravamo dominatori del mondo.
-  Il Tedesco serve più del Latino.
-  Qual è il contributo del Greco alla formazione complessiva dell'individuo?
-  Si può imparare benissimo da Youtube se l'insegnante è bravo.
- I corsi universitari ad indirizzo umanistico sono frequentati al 99% da fannulloni, chiuderne il 95% significherebbe riportare l'Italia a livello degli altri Paesi civili.
 - Eccetera, eccetera, eccetera, e la cosa evolve anche ora mentre scrivo, e i miei interventi e repliche come Lettore_9362119 vanno avanti;

quando si legge roba simile, dicevo, e ve ne ho risparmiata altrettanta, è chiaro che il problema non risiede più nella struttura della scuola in sé, nei suoi organigrammi, nella didattica, nella valutazione, nei tagli e nei collegi docenti più o meno starnazzanti. Se una società (ok, dieci lettori del Corriere online, comunque significativi testimoni di un certo mood diffuso al riguardo) si ostina a vedere nelle materie umanistiche il freno al progresso, significa che qualcosa si è rotto. Vabbe', è da mo' che la civiltà tecnologico-edonista detta leggi di piacere istantaneo, di felicità artificiale, di sovrano disprezzo per tutto ciò che coinvolge le più remote angosce esistenziali dell'umanità. Si sa, contano l'hic et nunc, il soddisfacimento immediato dei desideri, la vita assoluta e irripetibilmente ricca di occasioni da gustare senza sovrastrutture psicologiche o remore etiche. Consumo ergo sum, guai a restare indietro rispetto alle novità del mercato, ok, ha già detto tutto Bauman. Perché buttare via tempo a pensare al tempo che passa quando si può godere del presente?
Bene, azzeriamo tutto. Sui problemi della scuola ho già replicato lungo tutto questo anno di vita del blog, e quindi gangna. È forse il momento di volare un pochino più alto, anche a costo di fare la figura dell'anima bella. 

Voi che disprezzate non solo e non tanto la scuola in sé, ma in special modo alcuni settori didattici, che a vostro giudizio sono improduttivi, tenete bene a mente ciò: la letteratura e gli studi umanistici in genere non sono una sovrastruttura inventata da pochi cervelloni saccentoni per far vedere che erano più bravi degli altri; la letteratura, come tutte le arti, nasce dalla vita, è un racconto dell'umanità a se stessa, è nient'altro che la resa istituzionale e artisticamente elevata  di ciò che l'uomo fa da quando fu costretto ad assumere la stazione eretta per vedere al di là dell'erba altissima delle praterie africane al tempo che fu: comunicare. Se per un certo tempo fare "letteratura" significava semplicemente avvisare del leone in arrivo o contare i sacchi di grano che dai campi giungevano al tempio, ci è voluto poco ad approdare a ben altri usi della comunicazione. Quando l'uomo è uscito dallo stato di semplice sopravvivenza e ha scoperto i sentimenti, le angosce, le paure, la forza propulsiva del Bello, quando ha affidato a ragionamenti astratti la ricerca di un principio che spiegasse le cose, la loro origine, il loro senso, quando ha cominciato a chiedere conto alle forze cosmiche del perché del dolore e della morte, quando ha cercato al di là del mondo sensibile, o quando ha voluto trovare la chiave di esso al suo stesso interno: in tutti questi casi l'uomo non ha perso tempo, semmai ha dato fiato a tutte le risorse della sua coscienza, ovvero all'elemento biologico che unico ci eleva rispetto alle altre creature. E la letteratura si è fatta strumento esplicativo di tutto ciò. Oggi, in un mondo che predilige l'agire piuttosto che il pensare, oggi che l'unica forma di riflessione degna pare solo quella finalizzata al saper far funzionare qualcosa, le grandi questioni di senso sono messe all'angolo. Per forza: se l'umanità tutta si fermasse per un momento a riflettere sull'abisso di mistero che ondeggia appena al di sotto delle nostre luccicanti o miserrime esistenze, tutto si bloccherebbe. Ma così non dev'essere, dobbiamo sorridere alla vita senza più lasciarci infastidire da sentimenti troppo complessi che sbalestrino la nostra mente al di fuori del piccolo accumularsi di giorni dietro ai giorni, dei piccoli amori, delle piccole avventure, dell'egoismo consumista, delle ideologie a basso costo, del chiacchiericcio pseudo-filosofico che procaccia ricettine per una sopravvivenza minima. L'umanesimo che è espresso dalla letteratura [in senso lato, non dico Poliziano & C.] è altrove: esso sta nel lasciar scivolare l'animo sulla linea del tempo, così da sentirsi prodotto di un tutto che ci precede ed elementi di un tutto che verrà dopo di noi; esso non chiude gli occhi di fronte alle domande estreme sull'eternità e sulla morte; esso non conclude che tanto non c'è una risposta, quindi tanto vale godersi la vita più che si può; esso cerca la bellezza, anche quella che non acquieta lo spirito, ma lo provoca. E alla fine dell'umanesimo, sono forse più le domande delle certezze: ma perlomeno l'umanesimo non mente, non ci illude di essere invincibili, non riduce tutto alla scimmiesca spirale produzione-consumo, non rinnega il mondo e le sue seduzioni, ma non ne fa un elemento assoluto. Ecco perché è scomodo: esso si ostina a subordinare i mezzi ai fini, le cose alle persone, l'essenza singola alla relazione dialettica. E l'umanesimo passa anche per studi apparentemente assurdi nell'anno del Signore 2013, i vituperati Greco e Latino. Detto che evidentemente le letterature di queste due lingue sono godibilissime anche in traduzione, accedere direttamente ad esse in lingua originale, costringere la mente ad un esercizio di uscita da sé e di ingresso in un mondo "altro", ma meravigliosamente "nostro", non è fatica sprecata, solo che si capisca che il fine di tutto non è azzeccare i participi congiunti o le perifrastiche passive, il fine vero è giungere alle radici stesse della nostra civiltà, per abbeverarci direttamente alla fonte da cui sono scaturite tutti quei quesiti, quelle riflessioni, quegli splendori concettuali ed estetici che ancora oggi tengono in piedi il nostro essere uomini e non bestie. La domanda: "A cosa servono le lingue classiche?" ha pertanto la sua risposta al di fuori di esse: si tratta di un patto con la nostra essenza più profonda, nella disposizione a concedere tempo (non poco, ne prendo atto) a qualcosa che sul momento non darà alcun frutto, ma che dopo attenta fermentazione ci aprirà le porte della Comprensione, dicasi del con-prendere, dicasi del fare nostro tutto ciò che ci circonda secondo una visuale critica che non accetta compromessi al ribasso o mitologie da supermercato, ma tende all'essenza dialettica dei problemi. È pertanto un falso dilemma quello "latino sì- latino no", o più alla larga "facoltà umanistiche sì, facoltà umanistiche no", poiché non è questa la domanda da porsi, ma l'altra: "Vuoi essere uomo o cos'altro?". È chiaro che chi rifiuta questa scommessa, non tanto perché non vuole o non può dedicarvisi (posizione legittima), ma perché ritiene che nessuno dovrebbe farlo, a cascata svaluta anche roba come le lingue classiche, ma evidentemente quest'ultimo è solo il sintomo di una distorsione più a monte e più grave; non si tratta di iscriversi tutti a Lettere, ma chi ha altre vocazioni deve riconoscere che chi studia e promuove l'umanesimo non spreca nulla, né si fa parassita di alcunché, semmai tiene viva la luce dell'intelletto, anche a vantaggio di chi fa altro, e così ci ricorda che solo riflettendo in modo dinamico su noi stessi  e sul senso del nostro agire possiamo evitare il regresso alla vita giorno per giorno che caratterizzava i nostri antenati Australopitechi, sviluppando indipendenza critica e sete di assoluto. E risparmiatevi frasi del tipo: "Con la gente che muore nel mondo tu stai a difendere Callimaco e Ovidio". Non crediate che per sanare le sofferenze dell'umanità più disgraziata bastino cibo e connessioni wifi: se pensate così, per voi i poveri bambini del centro Africa sono solo scimmiette denutrite da trasformare in scimmie sazie; non esiste progresso se oltre i bisogni materiali non si nutrono anche quelli spirituali, né i primi possono sostituire, o saturare, i secondi: siamo immersi in una società che fa del bisogno continuo di quel che non si ha il motore della vita e dell'economia, ovvero eleva l'insoddisfazione a parametro unico dell'esistenza. Ebbene, non ci sarà mai la totale soddisfazione dei bisogni, poiché questa coinciderebbe con la fine della spirale produzione-consumo; ma anche l'individuo materialmente più soddisfatto non sarà mai giunto ad asciugare per via di cose la sete dello spirito, poiché nessuna materia potrà mai rispondere al senso intimo che ciascuno di noi ha del fluire del tutto, e dello sbocciare misterioso dei nostri interrogativi, del nostro bisogno di corresponsione, dei legami arcani che uniscono, o separano, le persone tra la gioia, l'odio, il perdono, il rancore, la fiducia, la paura e il sollievo, la speranza e l'oblio. Tutto ciò sfuggirà sempre al dominio della materia e delle logiche tecnico-utilitaristiche. Tutti noi abbiamo il nostro smartphone, ma allo stesso modo in ciascuno di noi palpita, più o meno zittita, la coscienza del trascorrere delle nostre forze secondo una necessità che ci domina e ci lascia giusto la libertà di agire secondo un tempo capriccioso e ristretto. E l'umanesimo ci offre tutti i mezzi per vivere senza esserne schiavi. Miei cari esseri viventi immersi nell'Oggi (vergine, vivace e bello che possa essere), permetteteci di continuare a fare e studiare letteratura, non perché noi si voglia campare di aria fritta mentre voi vi sporcate le mani con la vita vera, ma perché noi e voi abbiamo lo stesso dovere: rendere l'umanità migliore. Ciascuno coi suoi mezzi e le sue eccellenze. Per un Fine che non divori se stesso. 

E così mi taccio. 

lunedì 27 maggio 2013

Tipologia A - analisi di un testo letterario.


Per festeggiare degnamente i 5000 contatti del blog (evviva!!!, no, aspe', 200 contatti sono spam dalla Russia... Vabbe', non vorremo fare come quelli che festeggiano di domenica il compleanno se esso cade in un giorno feriale, vero? Viva Machittevòle,  nunc et semper!) ci dedichiamo all'esegesi di un pezzo di letteratura comica tra i meglio riusciti dai tempi delle Tesmoforiazuse di Aristofane. Potremmo anzi definirla commedia dei voluti equivoci, o darle proprio un titolo greco, chessò, Kenolalùsa (“Colei che ciarla a vuoto”) o Allologoplesthèisa (“Colei che è riempita dalle parole altrui”) o al limite Anaretòphoros (“La non-portatrice di virtù”), insomma vorremmo dire due parole sulla replica dell'ex, molto ex Ministro della Pubblica Istruzione MariaStellaGelmini (d'ora in poi MSG) alle dichiarazioni del fresco neoministro sempre dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza, (d'ora in avanti MCC).
Noi umanamente si vorrebbe essere amici di tutti, ma non posso non provare sincero astio nei confronti di un ex Ministro dalle competenze nulle rispetto al dicastero che fu chiamato a ricoprire ormai 5 anni fa: l'azione devastante dei tagli, condita con slogan qualunquistici o falsi come: “La scuola è un ammortizzatore sociale”, “Ci sono più bidelli in Italia che carabinieri”, “Gli insegnanti sono una categoria proletarizzata DALLA SINISTRA [mai io no...!] e perciò i peggio pagati d'Europa”, “I sindacati hanno creato illusioni a tutti gli specializzati SSIS che ora si trovano a dover scoprire che i posti di ruolo che loro sognavano non sono mai esistiti”, l'impressione evidente di non sapere un cicca di ciò di cui parlava, l'aver agito come mettifaccia per un piano di vendetta storico-politica contro una categoria di privilegiati coccolati per anni DALLA SINISTRA [ma io no...!], le rispostine precotte con sorrisino di sufficienza tutte le volte che le si chiedeva un parere sulle disperate proteste degli insegnanti di tutta Italia (“Mah, cosa vuole, è gente legata a vecchi schemi DI SINISTRA [ma io no...!] che non si rassegna, poca cosa, gli insegnanti veri stanno dalla mia parte”), l'ipocrisia della qualità promessa e mai arrivata, l'indegnità, ebbene sì mi spingo a dirlo, l'indegnità rispetto al compito assegnatole, tutte queste cose fanno di MSG, e mi spiace davvero, l'individuo ad oggi più esecrato nella storia di questo blog.
Stesse almeno zitta. Macché. Donna Carrozza, in una serie di interviste, ha spiegato le sue intenzioni volte a restaurare un minimo di quiete in un mondo preso disumanamente di mira nell'ultimo lustro. E MSG ha voluto ribeccare.
Dice MCC: c'è bisogno di un esercito di insegnanti, perché la scuola deve essere rinsanguata.
Starnazza di rimando MSG: “Gli insegnanti ci sono, inutile assumerne ancora... E più che aumentare il numero di insegnanti, credo che si debba procedere lungo il percorso già tracciato: la razionalizzazione delle spese per finanziare la qualità e reimpostare il sistema educativo sulla base del merito"
Osservo io: cara MSG, non sei forse tu che hai fatto in modo di far sparire 187.000 cattedre coi tuoi tagli? Sì, ricordo benissimo quando la tua macellante riforma fu proposta all'Italia tutta nello studio di Matrix su Canale 5: non c'eri tu a parlarne, perché evidentemente non avevi memorizzato ancora tutte le cose da dire, e al tuo posto furono mandati due noti intellettuali come Roberto Cota della Lega (che continuava a chiamare al maschile le scuole di specializzazione definendole “i SSIS” - e Fioroni a correggerlo) e Roberto Bocchino, allora in quota PDL. Ricordo il sofisma bocchinesco secondo cui “con questa riforma nessuno perderà il posto, è una semplice opera di razionalizzazione che prevede dei tagli al personale”. Ora, senza scomodare la logica aristotelica, com'era possibile che una riforma razionalizzante fatta di tagli al personale non comportasse perdite di posti? Si trattò in effetti di un argomento sul tipo delle profezie ambigue di Apollo a Delfi, vere in enunciato, ma falsificabili in attuazione (Creso, si sa...): la riduzione delle ore delle singole materie e l'aumento del numero minimo degli alunni per classe avrebbero certo ridotto i posti, ma in organico di diritto, posti che spesso e volentieri sarebbero stati riassorbiti in organico di fatto. Senza stancare troppo i lettori non addentro a questi ingranaggi particolari, l'organico di fatto si sarebbe fatto paracadute dei posti persi in diritto, costringendo gente di ruolo a trovarsi di anno in anno una nuova sede di titolarità. Allora aveva ragione Bocchino? No, perché in anni non gelminiani gli organici di diritto non soffocati servivano ad immettere in ruolo i giovani insegnanti, mentre gli organici di fatto servivano, e servono, ad assegnare i cosiddetti incarichi annuali ai precari. Ebbene, strozzando a monte il diritto, e a valle il fatto, è chiaro che il grosso dei docenti di ruolo si salva, ma a prezzo di continui pellegrinaggi con tanti saluti alla continuità didattica e alla pace personale, oltre al fatto di non avere più immissioni in ruolo, o molto poche, con cui stabilizzare i precari, che si vedono pure decurtata la prospettiva di incarchi annuali. Tutto ciò per tacere di chi il posto non lo trova è più davvero e deve ripiegare su altra classe di concorso o sul sostegno (immaginate la passione che ci metterà con gli alunni portatori di handicap... grande umanità, brava MSG) o vedersi al peggio messo a disposizione del Provveditorato come tappabuchi in tutta la provincia o alla fine licenziato dopo 48 mesi di esubero.
Insomma, sofismi a parte, più dei docenti che hanno perso per sempre il posto, conta il mancato turn-over coi giovani, l'inserimento di forze fresche ed entusiaste a supportare l'esercito di 50enni che già sognerebbero la pensione. Che gli insegnanti ci siano, cara MSG, sarà pur vero dal tuo punto di vista, ma è il loro stato attuale che tu dovresti guardare, il senso diffuso di essere presi di mira indiscriminatamente, il dover temere tutte le volte qualche punizione non meritata, la squalifica sociale cui anche tu hai contribuito. Ci sono, certo, gli insegnanti, ma devono lavorare in aule sovraffollate e NON A NORMA per quanto riguarda la sicurezza nel rapporto tra alunni e metri cubi; ci sono, certo, ma o sono condannati dalla tua riforma e da quella della Fornero a un'interazione con generazioni di bimbominkia che, sia nei numeri che nell'età, risultano un macigno assurdo per loro, o, nel caso dei giovani, devono continuamente aggiornare le speranze di una stabilizzazione che d'un colpo è diventata una pretesa infantile, quasi un capriccio da aspiranti fannulloni, sì che molti di loro guardano con amarezza al loro passato studentesco fatto appunto di studi e sacrifici, di successi tramutati in una palude di attese deluse, laddove le Olgettine tanto care al tuo capo uscivano da Arcore con 2000 euro in tasca per sera e le chiavi di una Audi R8 “perché non sanno cosa fare della loro vita”. Il messaggio è quindi questo (“meglio Dallas che Pallas?”) e tu magari hai acconsentito che così passasse a noi? Ci sono gli insegnanti, come no, ma la loro miscela anagrafica è una condanna per il futuro della scuola, la motivazione è ZERO, i numeri non sono in grado di gestire le nuove situazioni didattiche ed emotive creata dal bimbominkismo.
Dice MCC: se non mi aumentano le risorse, mi dimetto.
Risponde MSG: aumentare i docenti è una logica di sinistra che ha proletarizzato gli insegnanti con stipendi più bassi d'Europa, senza carriera e riconoscimento dei meriti. Si sono vendute illusioni, posti che si sono trasformati non in posti di ruolo ma in posti di attesa in graduatorie infinite.
Osservo io: cocca, non scambiare l'effetto con la causa. I posti c'erano prima che intervenissi tu. Non eravamo illusi, ragionavamo sulla base di prospettive numeriche che TU hai stravolto. Sarebbe come se io radessi al suolo interi quartieri ALER o IACP e alle famiglie bisognose dicessi: “Scusate, vi hanno fatto credere che aveste diritto ad una casa ad affitto agevolato, ma non le vedo...”. E la storiella della razionalizzazione a beneficio della qualità è una foglia di fico, tanto che tu stessa hai dovuto uscirtene dicendo che i soldi risparmiati sono andati tutti a pagare gli scatti di anzianità dei docenti; ah, perché non lo sapevi prima? Pensavi che lo scatto di anzianità fosse una variabile indipendente? Dopo averci scassato the zebedeys dicendo che il 98% dei soldi del MIUR andava in stipendi, scopri che i risparmi vanno ancora in stipendi? Come dire che siamo un pozzo senza fondo e forse non si è tagliato abbastanza? O forse non era meglio ammettere che la scuola non è un ente a fine di lucro e che il vero risparmio in questo settore è sbarazzarsi degli insegnanti incapaci, purtroppo protetti da sindacati miopi e pronti sempre a difendere gli indifendibili? Sai che il vero risparmio sarebbe stato usare GLI STESSI soldi per pagare gli insegnanti VERI dopo aver pensionato o indirizzato ad altra amministrazione pubblica gli imbecilli, e lo spazio d'azione ci sarebbe? Quelli erano i veri tagli, non alle risorse, ma ai rami secchi dal punto di vista della capacità didattica. Ma è evidente che a te e alla tua maggioranza di panini alla Divina Commedia interessava risparmiare da qualche parte, e avete avuto buon gioco a colpire noi, nell'acquiescenza ipocrita dei sindacati, con la pancia del Paese tutta contro una categoria in cui un numero ridotto di mele marce ha mandato in malora tutti gli altri. Non ci siamo illusi: tu ci hai rovinati.

Ma la perla della replica gelminiana è questa: “Anch'io con Tremonti ho dovuto alzare la voce”. Certo, per dirgli a pranzo: “Giulio, mi passi il saleeeee?”. Ora, MSG carissima, abbi almeno la decenza di non fare la figura di quella che ci ha pure voluto difendere: tu sei forse il primo ministro della storia repubblicana che si è fatto nemico dei suoi stessi dipendenti, agendo con una esibita volontà di pulizia dietro cui si celava solo un progetto di annientamento punitivo. Come un professore che pensa solo a bocciare gli alunni. Sicché, dolcissima avvocata nostra, risparmiati i lamenti postumi, poiché NESSUNO sulla faccia della terra potrà mai credere che tu, anche solo per un millisecondo durante il tuo ministero, abbia pensato a qualcosa che fosse dalla nostra parte, anche perché, è noto, non eri tu a decidere, ma facevi le veci, e le voci, del duo Brunetta-Monti, decisi a massacrare i dipendenti pubblici a loro giudizio più indegni di tutti, cioè noi, la qual cosa fa doppiamente senso se si pensa che i due in questione sono pure docenti universitari. Ma tant'è. Tu, però, in tutta simpatia, cerca d'ora in poi di non fare più uscite come questa; non coprirti di ridicolo; hai voluto tornare alla Pubblica Istruzione, e non ti ci hanno voluto; hai tentato di pretendere la presidenza della Commissione cultura e non ti ci hanno messo, né come presidente né come membro della commissione stessa; non credi che questo voglia dire qualcosa? Non cogli il messaggio che ti sta arrivando dalla tua stessa maggioranza? Il web è strapieno di pesanti allusioni ai motivi della rapidità della tua carriera politica, ma in questo blog si ragiona sui fatti, non sui pettegolezzi. E i fatti dicono che tu sei stata sfiduciata PER INOPEROSITÀ dalla tua stessa maggioranza quando eri assessore al comune di Desenzano; eppure, nonostante ciò hai fatto il salto di qualità: sii felice di esserti trovata nel giro giusto al momento giusto; hai cambiato tre licei classici, segno forse di non completa adattezza al corso di studi: ciò spiegherebbe abbondantemente il tuo disinvolto odio nei confronti della scuola. Grazie. Hai centrato l'obiettivo. Hai rovinato al vita ad un numero imprecisato di persone, hai mandato in fumo anni di entusiastica dedizione alla cultura, hai reciso speranze legittime e sacrificate sull'altare di conti strabici rispetto ai veri sprechi del nostro mondo, hai portato disperazione, frustrazione, rabbia, e tutto col sorriso sulle labbra. A te individui e famiglie devono il peggioramento delle proprie condizioni di vita e tu glissi. Hai ucciso il futuro di un'intera generazione. Brava. Ora taci. Non osare MAI PIÙ pronunciare una sola parola su un mondo che non hai mai capito, ma solo martoriato. Rasségnati ad un oblio verso cui stai scivolando impercettibilmente. Torna nel mucchio. Lascia che la scuola riposi ferita e non infierire con parole inutili e sciocche. Datta, dayadhvam, damyata.
Shanti
Shanti
Shanti.

domenica 28 aprile 2013

I grandi ultimatum di Machittevòle - extended version.

Tra ieri e oggi abbiamo avuto la netta percezione, quasi fisica, direi, dei diversi gradi di esasperazione che possono manifestarsi nel popolo- noi compresi - di fronte a situazioni al limite del sopportabile.

Verso le 13 e qualcosa, nell'imminenza del colloquio del Presidente del Consiglio incaricato Enrico Letta con Napolitano, colloquio con lista dei nuovi ministri del Governo acclusa, si ventilavano i nomi di Gelmini o Lupi all'Istruzione. Si sanno le mie idee sulla prima e la mia antipatia per il secondo. Così scrivemmo (o scrissimo, o scrimmo):

"Scriviamo da una postazione di fortuna dotata di wireless, quassù, all'estrema balconata dal Cosmo esterno, trepidanti d'attesa per il passaggio dell'ultima carovana di comete che probabilmente ci porterà in una galassia diversa da questa. Orbene, laggiù a Chigi's Palace si stanno rimesclando le carte per far uscire una squadra di governo che ci porti fuori dalle secche politiche in cui versiamo ormai da tempo immemore. Tra i nomi che circolano, al Ministero dell'Istruzione rischiano di andare o la nota esperta di didatttica Mariastella Gelmini, o il simpatico chiacchierino Maurizio Lupi, bravo a ripetere i copioni che gli fanno mandare a memoria e nulla più.
Ora, con tutto il rispetto che NON abbiamo per questi due, io, i fan di Machittevòle, l'universo tutto INTIMIAMO al neo premier di non provare nemmeno per un istante a pensare di inserire in un dicastero chiave per il futuro di questo sciagurato Paese una delle due persone anzidette. Si tratterebbe del colpo di grazia alla scuola pubblica. E si badi che lo scrivente, pur lavorandoci da più di dieci anni, non ha mai difeso acriticamente questa istituzione, oggettivamente lasciata per anni in mano alla sinistra per farne un serbatoio di posti di lavoro e voti conseguenti, senza MAI provare lontanamente a ripulire gli organici dai docenti obiettivamente INCAPACI, quelli che entravano in classe a leggere il giornale, spiegavano leggendo dal manuale e davano i voti a caso, avendo invece cura di bandire concorsi su concorsi per immettere in ruolo a più non posso, indipendentemente dalle capacità; nondimeno le terapie gelminiane, emanazione diretta delle direttive anticulturali e delle rappresaglie politiche progettate dai capi del Ministro medesimo, non hanno fatto il bene della scuola, ma hanno solo scatenato una campagna di odio, favorendo l'attuazione di un piano di tagli all'organico che non ha portato NESSUNA progressione qualitativa nela didattica, ma solo l'invecchiamento del corpo docenti e la contemporanea DEVASTAZIONE delle speranze di tanti giovani insegnanti che hanno scelto questo lavoro per passione e non per far propaganda politica travestita da insegnamento, che hanno creduto nel valore della cultura e che si sono visti sbattere in faccia glaciali affermazioni di disprezzo, irridenti battute del tipo: "Dovevate saperlo che con questo mestiere non si guadagna...", accuse di aver voluto cercare il lavoro facile e ben pagato, un part-time di 5-6 giorni, anzi mattine a settimana con le ferie di 3 mesi pagate per non far nulla eccetera eccetera.
No. Noi abbiamo scelto questo mestiere senza pretendere chissà quale favoritismo e ora ci troviamo davanti speranze di carriera sempre in bilico, come fossimo dipendenti di un'impresa in bancarotta. Ma noi dipendiamo dal Ministero, dallo Stato che i soldi per riprendere il circolo virtuoso del turn over generazionale li saprebbe trovare, SE VOLESSE. E oggi ci sbatte in faccia l'ipotesi di rivederci a viale Trastevere un Ministro che agisce per eterodirezione, oppure un uomo di partito fermamente fedele ai sogni di privatizzazione della scuola, di managerializzazione aziendalizzante degli istituti e sopratutto di chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi, idea che io sposerei subito in qualunque altro Paese che non fosse il nostro, perché qui e solo qui questo sistema diventerebbe la fiera del clientelismo e della raccomandazione. Detto poi che questa legge regionale fortemente voluta dalla Lombardia è stata già dichiarata incostituzionale, per dire.
Noi qui a Machittevòle non abbiamo mai creduto alla trimurti concettuale della scuola laica, democratica e antifacista, poiché i tre aggettivi sono sempre stati usati a sproposito solo per dire: "Scuola di sinistra in cui il merito non vale e tutti devono essere uguali per forza". I bei risultati di tutto ciò sono sotto gli occhi di chiunque veda lo sfascio logistico e amministrativo dell'Italia. Ma che la soluzione a tutto siano i tagli, le demonizzazioni, il blocco delle immissioni in ruolo, la martirizzazione degli insegnamenti di lettere, poiché le coscienze è sempre più bello plagiarle che educarle, ebbene tutto ciò è solo che inaccettabile. E non è (ri-?)chiamando all'Istruzione certa gente che i problemi si saneranno. Guardate al futuro del Paese, e ricordate che la scuola è la radice di tutto, senza la quale ogni albero, anche il più fronzuto, decadrà miseramente.
Ciò detto, sarà nostra cura prendere OGNI E QUALSIASI PROVVEDIMENTO necessario a manifestare il nostro totale dissenso ove uno dei due succitati diventasse Ministro dell'Istruzione. Ossequi".


Sarebbe puerile sottolineare che i provvedimenti minacciati erano ovviamente di tipo didattico: se Gelmini fosse davvero ritornata a Viale Trastevere, dal giorno successivo io sarei probabilmente entrato in classe a leggere il giornale da qui alla fine dell'anno. Quindi avrei presumibilmente disertato gli scrutini. Epperò oggi mi salta fuori una sparatoria davanti a Palazzo Chigi, colpevole uno squilibrato non tanto pazzo, pare, tal Luigi Preiti, che ha aperto il fuoco sui carabinieri. Il tizio avrebbe perso da poco il lavoro e si sarebbe separato dalla moglie, di qui la sofferenza ecc. ecc. e quindi la scelta di un'occasione di grande visibilità come il giuramento dei Ministri, la qual cosa ovviamente ha riportato a galla la memoria di un altro attentato durante un altro varo di Governo, ovvero i tragici fatti del sequestro Moro del 1978, avvenuto la mattina del giuramento del Governo guidato da Andreotti e sostenuto in modo, come dire, originale dal PCI. Niente a che vedere coi fatti di oggi, s'intende, qui pare proprio che il Preiti abbia fatto tutto da sé, benché, non avendo egli il porto d'armi, qualcuno debba avergli procurato la pistola.
Resta certo l'amarezza per gesti che sono frutto di una situazione evidentemente al limite, come al limite, se non l'avessimo scritto noi stessi, ci parrebbero certi toni del nostro post, che si potrebbero fraintendere al di là dell'intenzione dello scrivente. 
Che vogliamo dire? Che in ciascuno di noi può covare una rabbia più o meno sorda verso le istituzioni quando da esse ci sentiamo danneggiati (perché ovviamente il Preiti si sentirà vittima della crisi, dell'IMU, delle spese pazze della Casta, ecc.), ma la gradazione di essa rabbia è vastissima, visto che c'è chi minaccia cose innocue, chi le minaccia non innocue e chi le fa sul serio. Eppure, eppure, non so, alla fine non si può provare un lieve o meno lieve moto di spavento nel pensare che la nostra presunta società perfetta non riesce a sopprimere del tutto certi istinti, anzi alle volte l'incontro tra un'educazione non sufficientemente nutrita di senso civico, la miopia, per non dire cecità di certe scelte politiche, la debolezza MAI SCUSABILE dei singoli portano a certi esiti. Chi più chi meno sente un'ingiustizia, a volte esasperante, e manifesta il suo malessere in modi più o meno civili. Ma siamo tutti noi, animali razionali, prima animali e poi razionali. Molto poi. Ne abbiamo di strada davanti...
   
(Ciò detto, Ministro Carrozza, La invitiamo caldamente a salvare la baracca e sopratutto i burattini)