Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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martedì 21 maggio 2019

Senecana (3): tutto è pneuma

Dice il saggio stoico: "La realtà è un tutto materiale animato da un unico principio, il pneuma, che si configura come una corrente tonica di fuoco e aria che può assumere anche la consistenza della terra e dell'acqua. Dal pneuma derivano tutte le cose semplici e complesse, dal pneuma si dirama la tensione strutturale che tiene coese tutte le cose e le orienta verso la pienezza della propria funzione nel piano universale. Ogni causa produce un preciso effetto, e il senso finale del Tutto è nel suo stesso funzionamento. Non esiste un Altrove metafisico dove la realtà materiale possa tendere, forse ci sarà alla fine dei tempi - di QUESTI tempi - una gigantesca deflagrazione dopo la quale tutto ricomincerà daccapo. In ogni caso Dio - se così vogliamo chiamare il pneuma - abita nello stesso universo che ha creato, lo permea fino nelle più profonde fibre e lo fa funzionare. Qui e ora".
Certo, un conto sono le creature inanimate, pura materia senza altro obbligo che essere ciò che sono, senza evoluzione, senza coscienza: per esse il pneuma agisce unicamente come fattore (o causa) coibente, garantendo la semplice coesione strutturale degli oggetti.
Altro sono le creature viventi, nelle quali scorre il pneuma vitale, responsabile della crescita, del movimento, del nutrimento, della riproduzione, di tutto ciò insomma che contempli un processo evolutivo fintantoché il pneuma coibente garantisce la tenuta strutturale del corpo animato. 
Ed infine gli esseri umani, dotati del terzo livello del pneuma, quello psichico, strettamente connesso con gli altri due: ogni evento esterno non produce solo sensazioni che passano direttamente dal corpo all'anima (essendo corpo e anima- lo si tenga sempre presente - due aspetti della medesima sostanza), ma anche processi mentali, ovviamente razionali, che coinvolgono la capacità di giudizio, ovvero la possibilità di giudicare gli eventi dell'esperienza (materiale o spirituale) come beni assoluti, o semplicemente da preferire, o come fenomeni rispetto ai quali restare indifferenti, oppure come cose da evitare. In teoria, comunque, anche le cose da evitare non dovrebbero propriamente considerarsi come qualcosa di male in sé, perché un universo così razionalmente regolato non dovrebbe ammettere, a rigore, il male. Diciamo che, nella miriade di stimoli che il mondo offre all'uomo, alcuni andrebbero evitati per non venire distolti dal luminoso cammino che conduce alla virtù spirituale, unico obiettivo che rende la vita dell'uomo pienamente sensata. La virtù altro non è che perfetta sintonia tra il pneuma psichico individuale e quello universale, sintonia che si realizza nella condotta razionale basata a sua volta sulla comprensione dell'esistenza di un ordine intrinseco al reale e sul domino delle passioni, ovvero delle distonie pneumatiche che si verificano qualora la reazione agli eventi esterni non sia conforme a ragione per difetto di giudizio.   
Si comprende che il problema etico apre una voragine immane nel sistema stoico, poiché l'esperienza quotidiana ci dimostra che proprio noi umani, creature razionali per eccellenza, abbiamo la facoltà (o la debolezza) di assumere comportamenti contrari alla ragione e di dare al male, di per sé non consistente, la consistenza delle nostre azioni errate.  
Non meno provocante (o provocatorio) per questi pensatori era il problema della malattia del corpo: un conto, si capisce, è il 'razionale' invecchiamento fisico, molto più inquietanti sono le molteplici possibilità che un corpo anche giovane malfunzioni secondo le più varie occorrenze: febbri, dolori ai singoli organi interni, fratture, lacerazioni di ogni tipo mettevano sotto gli occhi dei filosofi-medici la realtà di un corpo sempre minacciato di disgregarsi.
Come spiegare in prospettiva stoica tutto ciò? Ripartendo, evidentemente, dai tre livelli del pneuma: un corpo umano è tenuto insieme dal pneuma coibente, si sviluppa grazie a quello vitale, desidera, ama, odia, gioisce, si rattrista per effetto di quello psichico. E' chiaro che, se di un'unica sostanza si tratta, il concetto di malattia per questi medici-filosofi è omnicomprensivo: a fianco di disturbi solo fisici o solo psichici, sarà inevitabile aspettarsi disturbi che, pur nascendo nel corpo o nell'anima, vadano poi ad estendersi dal corpo all'anima e viceversa. Parlando di due aspetti di una medesima sostanza, infatti, l'influenza reciproca è del tutto scontata. Si capisce che, affinché il transito di un disturbo dall'area fisica a quella psichica o viceversa si realizzi, è necessario comunque un elemento vettore che possa permeare tanto la solidità del corpo quanto la leggerezza dell'anima. Visto tutto quanto sin qui detto, questo ruolo veicolare spetta di necessità al pneuma coibente, responsabile della tenuta integrale e complessiva del nostro essere. E' l'energia pneumatica, scorrendo nelle ossa, nei nervi, nelle cartilagini, nelle arterie, a farci restare sani o a farci ammalare, benché la causa remota della malattia non dipenda da essa.
Qui di sicuro la medicina stoica (o pneumatica), pur germogliando da quella ippocratica, si esibisce in una svolta assai interessante: se un evento esterno, come potrebbe essere un colpo di sole (che chiameremo causa procatartica) o l'anomalia di uno dei nostri organi interni (un'infiammazione, ad esempio, che chiameremo causa antecedente) ci interessano in modo significativo, congiuntamente o disgiuntamente, potremo dirci ammalati solo se l'infiammazione, ovvero il riscaldamento eccessivo, si trasmetterà dalla singola parte del corpo a tutto il resto, complice il flusso pneumatico coibente in grado di portare ovunque lo squilibrio nel senso del caldo, essendosi evidentemente squilibrato a sua volta a causa del contatto, nel transito, con la parte infiammata. Solo quando il pneuma coibente ha compiuto il suo periplo in tutte le più minute zone del nostro corpo possiamo dirci ammalati, per esempio di febbre.  
E l'anima?

                                                                                                                                      (3- continua)

domenica 19 maggio 2019

A proposito del post-umanesimo: un parere (forzatamente) di parte

Se c'è una cosa vantaggiosa del lavorare nella scuola è il fatto di intercettare all'istante il mutare delle brezzoline del sistema socio-culturale in cui ci tocca esistere. E' noto che le richieste che ci giungono insistentemente 'da fuori', specie a noi dell'ambito umanistico, consistono sostanzialmente in uno svecchiamento della didattica frontale a favore di metodologie più coinvolgenti, meno professor-centriche, sì da mettere sotto i riflettori LORO, gli alunni, veri & autentici protagonisti dell'azione didattica, nel senso che da fruitori passivi devono diventare creatori di apprendimenti, motori di ricerca & sviluppo, piccoli robottini del problem solving a cui si chiede, usciti da scuola, di sapere e saper fare ecc. ecc. ecc. 
S'intende che l'idolo polemico di quest'impostazione ha un nome che brilla sinistro nei deserti assolati: nozionismo. Declinato, si capisce, nella fattispecie dei terribili ed insopportabili contenuti, da sostituirsi entro breve con le più agili e spendibili competenze.
Il discorso sarebbe lungo né mi interessa protrarlo: il nocciolo (o mandorlo) della nouvelle théorie sposta il focus dell'azione educativa dal mero rimpinzamento di conoscenze astratte alla loro traduzione pratica, nel senso che si possono inculcare meno conoscenze, ma renderle più produttive se le si pensa sin da subito come destinate ad un qualche impiego nella realtà quotidiana. Prima di chiedersi come mai si possa spendere la spiegazione di Beatrice circa l'origine delle macchie lunari in Paradiso II e abbandonarsi a quelli che i competentisti bollerebbero subito come piagnistei da anime belle nostalgicamente legate ad un passato di scuola- caserma, scioccamente innamorati di un umanesimo superato dal tempo, scartiamo subito in avanti e prendiamo il problema dall'altra parte, come fece Scipione l'Africano quando spostò la seconda guerra punica a casa del nemico.
Sappiamo bene che in molte altre parti del mondo il problema educativo è già morto e sepolto proprio sotto la montagnola delle competenze: università straniere che sfornano ottimi studenti-manager abilissimi nella loro nicchia benché del tutto sprovvisti della visione generale ('filosofica') delle cose, che del resto nessuno chiede loro, diventeranno probabilmente un modello diffuso ai quattro angoli del globo terracqueo. Il verbo del saper fare-saper essere prenderà la forma definitiva del saper funzionare.   
Lascio perdere la questione di come si possa competere ampiamente senza ampiamente conoscere, perché sennò quelli là mi ritirano fuori i millemila esempi di gente ignorante bovino more che 'ha fatto strada' perché sapeva poco 'ma sapeva come muoversi'. E sia. Forse schiatteremo prima che tuttoavvenga. O forse assisteremo per intero al grande trapasso verso il post-umanesimo, tappa a quanto pare inevitabile dell'antropocene avanzato. Del resto i pesci sono diventati rettili e i rettili uccelli: perché dunque temere l'avvento del post-uomo, bravissimo a rispondere agli stimoli concreti della realtà empirica e risolvere ogni questione pratica con l'ausilio, più che di un pesante bagaglio di conoscenze, di una duttile cassettina di competenze? Sarà un essere genuinamente multi-tasking, inventore di macchine cibernetiche che a sua volta tenterà di cibernetizzarsi il più possibile, con una svolta ontologica che farebbe impallidire gli scrittori della Bibbia: il Creatore che si assimila alla Creatura. Altro che incarnazione.
Bene anche questo. Procediamo oltre, dunque: secondo me e la mia Spocchia l'unica cosa che rimane in dubbio circa il post-uomo sarà appunto la coscienza del post, o meglio se il post-uomo vorrà o potrà mantenere questa coscienza senza conseguenze.
Detto in breve: nessun uccello ricorda di aver avuto antenati rettili, nessun rettile ricorda di aver avuto antenati pesci. Quando però toccherà ai post-uomini misurare la distanza tra se sé e noi che li abbiamo preceduti, come si comporteranno? Noi, ai loro occhi, appariremo forse come una genìa bizzarra che non si accontentava dell'hic et nunc, ma si ostinava a cercare un senso più ampio al di sopra delle singole fattualità empiriche. Loro di sé stessi potranno dire di aver immolato l'umanesimo e i suoi tormenti sull'altare della produttività e del problem solving che tutto nobilita. Del resto, diranno i post-uomini, secoli e secoli di umanesimo non hanno fatto altro che porre domande sul reale a cui si sono date le risposte più ampie e tra loro contraddittorie; l'umanesimo, anzi, parrà a costoro un'inutile zavorra che ha ritardato a suon di sofismi il luminoso progresso dell'uomo cibernetico. Né del resto si ricorda alcun effetto dell'umanesimo nel prevenire le guerre più catastrofiche che hanno funestato la nostra storia. Si pensi a quante utopie/distopie su questo tema popolano da mo' i circuiti culturali popolari: un esempio su tutti, relativamente recente, è Il mondo di Jonas, ambientato in un futuro appunto post-umano nel quale la civiltà ha anestetizzato se stessa dalle memorie del passato per consegnarsi ad un super-tecnologico e programmatissimo presente perpetuo, datosi poi che nessuno lì dentro muore ma molto eufemisticamente si congeda. Solo a pochi è assegnato il compito di mantenere i ricordi del tempo che fu, non per diffonderli ma per circoscriverli, quasi tenendoli a bada come un fratellastro di Luigi XIV qualsiasi. Eccetera eccetera.
I post-uomini sono dunque già all'opera dietro le apparentemente innocue didattiche rovesciate, le piattaforme clicca-e-impara come Thingling o Edmodo o clicca-gioca-e-impara come Kahoot? La riduzione a pillolina effervescente da sciogliersi secondo necessità delle nozioni più alte che hanno - secondo noi- contribuito a plasmare lo spirito umano e permesso le sue più alte conquiste, benché mai immuni da tragici risvolti, è solo l'antipasto di una civiltà in cui l'UNICA materia oggetto di studio sarà il coding? Forse esageriamo, forse no. Ma per stavolta ci limiteremo a guardare gli eventi immaginandone lo sviluppo come ineluttabile. E cosa vediamo?
Ecco, se c'è una cosa che il post-uomo, per mandare ad effetto tutte le nuove strategie educative di cui sopra, dovrà dimenticare, essa va oltre la semplice ricerca del senso ulteriore delle cose: quello sarà già compromesso (o - nella loro prospettiva - felicemente estirpato) dall'ossessione di far quadrare i conti con le proprie 'istruzioni operative' giorno per giorno, così pervasive da impedire la creazione di 'spazi di rilascio' in cui la mente possa vagare per un momento al di là dell'attimo per guardare nel suo insieme la serie degli attimi e interrogarsi sul suo verso, se  non addirittura sul suo senso. Credo che il prezzo del transito al post-uomo sarà più costoso, ma paradossalmente meno doloroso: la perdita della coscienza dell'essere.
Si badi: se le grandi domande di senso si possono ridurre sostanzialmente a "chi sono?", "perché sono qui?", "cosa sarà di me?", non ci vuole molta scienza a raccogliere a fattor comune il verbo essere e constatare che c'è un'unica condizione su cui l'uomo, anche il più tecnologico, non può intervenire, ovvero quella di venire al mondo, o se si preferisce di venire all'essere. Tutte le domande, infatti, presuppongono un esistere che è già in atto, e che ovviamente colui che esiste non ha potuto decidere, ma solo subire. Il traguardo più alto del post-uomo sarebbe ovviamente la frantumazione dell'unico limite invalicabile in questa prospettiva, ovvero poter decidere di esistere o non esistere PRIMA che il processo riproduttivo si attivi. Ma nemmeno il post-uomo arriverà a tanto, perché ciò che ancora non c'è non ha alcuna facoltà di autodeterminarsi
Ora, in una società in cui all'uomo cibernetico sarà concesso tutto, qualcosa scatterà - forse - nelle anime dei post-uomini come forma ipercompensativa: costretti solamente a funzionare, rinunciando quindi a chiedersi il senso del proprio agire, affinché quest'ansia inconscia (coraggio, figlioli, non illudetevi: quel solletichino di grigio che ogni tanto vi prende anche quando tutto vi sembra perfetto è esattamente quella cosa lì...) non li consumi segretamente per poi deflagrare quando meno la si aspetti, dovranno semplicemente dimenticarsi di essere, anche se è esattamente questa coscienza che sin qui ci ha condotti al vertice degli esseri viventi. Un essere vivente funzionante ma inconsapevole di funzionare (quindi di essere) è l'unica condizione in grado di eliminare ciò che nessuna speculazione umanistica o post-umanistica (se di ossimoro non si tratta) potrà mai mappare: non, si badi, il mistero dei destini ultimi dell'essere, né tantomeno quello dell'origine dell'essere, ma l'indisponibilità del proprio essere da parte dei singoli esseri; incapaci di decidere di venire al mondo, sottratti all'esistenza per non controllabile (suicidio escluso, ma anche lì uno non si può suicidare prima di essere) arresto delle funzioni vitali, i post-uomini non troverebbero nemmeno consolazione nella vita biologica ininterrotta promessa dal trans-umanesimo: essa, nuovamente, risolverebbe il poi ma non il prima (fingiamo ovviamente che una vita biologica resa eterna dalla tecnica non porti con sé criticità). Ecco perché la perdita della coscienza sarebbe la soluzione definitiva, prezzo alto ma necessario dell'evoluzione. Con conseguenze sulla civiltà e sul mondo impossibili da delineare.
Dice: parlavamo di flipped classroom e siamo arrivati ai cancelli dell'Essere? Certamente: questo passaggio graduale dal piccolissimo al grandissimo è la specialità dell'umanesimo, ciò che ha aperto alla civiltà le vie a quella scienza che ora sembrerebbe voler soppiantare proprio l'umanesimo dalla cui forma mentis essa è germogliata.
Paradossale, no? (certo che no: gli uccelli si nutrono di pesce...)


domenica 12 maggio 2019

Visti per voi: Il campione (L. D'Agostini)

Dopo la fiabesca incursione nel mito pre-romano di Roma stessa, Matteo Rovere decide di produrre un film per dimostrare che esiste un solo genere più incredibile del mito: la fantascienza, declinata per l'occasione nella storia di un calciatorino ventenne viziato e superpagato che decide di mandare a picco la carriera per prendere il diploma, in ciò convinto da un professore di lettere assoldato per dargli ripetizioni private che riuscirà a fargli passare la spocchia e ricondurlo sulla via della responsabilità. Al confronto Avengers è una novella di Maupassant.
Gli osservatori più attenti hanno scomodato paralleli audaci, come Will Hunting- Genio ribelle o Scialla!, ma io non disdegnerei L'uomo senza volto per il tema del docente di ripetizioni dal passato sfigatissimo e Il discorso del re per il tema dell'insegnante lanciato nell'impresa disperata con l'alunno altamente non malleabile, ma pure da non disdegnare sono Jerry McGuire e naturalmente Cars. Dopodiché, applicando alla casareccia le funzioni di Propp, la scansione della storia è quanto di più classico (all'americana proprio) ci si possa aspettare:
a: situazione iniziale: c'è un ribelle da rieducare e chiamano il salvatore della patria.
b: prime ribellioni: il ribelle vuol rimanere tale.
c: conversione inaspettata: il maestro trova la strategia didattica per far sì che il ribelle impari e tutto inizia ad andare sul verso giusto.
d: complicazioni proprio sul più bello: il ribelle scopre cose brutte brutte sul padre e ricomincia a sbroccare, congedando a parolacce il maestro.
e: resurrezione finale. 
Sul messaggio complessivo del film, essendo io insegnante e avendo avuto a che fare con calciatori di belle speranze (rimaste purtroppo tali), avrei parecchio da dire. Ma prima un bel non-riassunto. Ricordate che siamo in piena sci-fi.

Siamo nel lontano pianeta di Trigoria, dove il sovrano locale, magistralmente interpretato dal solito grande Popolizio (l'unico veneziano che riesce a fare il romano incazzoso), custodisce in un'improbabile bacheca strani trofei vinti da una certa squadra di calcio chiamata (pare) A.S. Roma (dove A.S. sta per Aspetta e Spera): 9 coppe Italia (contro le 13 della Juve muhahahaha), due supercoppe italiane (contro le 8 della Juve muahahahaha), una Coppa delle Fiere (vabbe', non infieriamo), tre  scudetti (contro i 35 della Juve muahahahahaha), omettendo, tapino, di documentare le innumerevoli figuracce in Champions League e soprattutto L'UNICA finale persa (contro le sette della Juve, muahahahaha... ah no...).
Orbene, alla corte del Sovrano arriva un calciatore peruviano, stanco di suonare col flauto il jingle del Nescafé, che appena entra nell'atmosfera del pianeta impara subito l'accento locale.



Christian Ferro (per gli amici CR 24) è stato in realtà ottenuto per fusione dei gameti di Cassano, Balotelli e Donnarumma, ereditando dal primo l'irresistibile propensione a compiere idiozie, dal secondo l'indisciplina, dal terzo l'allergia alla scuola. Accortisi dell'errorino in fase di montaggio genomico, il Sovrano e la Segretaria decidono quindi di affidare il pischello alle sapienti arti insegnantizie di un misurato Stefano Accorsi, calato alla perfezione nella parte del docente plurisfigato MA in grado di capire che il problema di rendimento del giovine si deve ad un elemento sfuggito a GENERAZIONI di docenti: il metodo di studio. Non meno sconvolgente è la soluzione al problema: organizzare le nozioni secondo (udite udite) SCHEMI con quadratini e freccette.



Si avvia così un reciproco avvicinamento di posizioni che porta a elegiaci momenti di condivisioni di sfighe pregresse, giusto per farci capire che anche dietro un ventenne straricco per meriti pedatori può celarsi un passato infelice; quanto alle disgrazie dell'Accorsi, siamo in orbita Susanna Tamaro.
Non meno evocativa è la corte dei miracoli che ruota attorno a Christian: padre scialacquatore, agente tuttofare trentenne bimbominkia, amici parassiti, fidanzata influencer che va in deliquio orgasmico per il raggiungimento dei 500k follower(s) e, per compensazione, ex amichetta delle elementari pura e cara che rappresenta un po' la Beatrice in mezzo a tante Angeliche.
In effetti, prevedibilità assoluta della trama a parte, la cifra stilistica del film è di tipo polizianesco, ovvero la tecnica del pochino di tutto, un raffinato gioco di tessere che citano senza approfondire, ma spingono il fruitore a cogliere accenni plurimi che poi deve arrangiarsi a sviluppare. Cristian ha perso la mamma sei anni prima per un brutto male (ma la cosa scivola via), Accorsi ha perso il figlio piccolo (ma la cosa scivola via), Cristian fatica ad apprendere anche perché è un pochino dislessico (non tutto, un pochino: mi chiedo i non addetti ai lavori che idea si siano fatti della dislessia...), la Beatricetta roscia è ovviamente la brava fanciulla intelligente ma poverella che tenta la strada di Medicina (e mettiamola lì), alla cena romantica i due finiscono in un ristorante nouvelle cuisine perculato con lepidezza (adieu, Craccò) per poi sfogarsi con un paninazzo del chioschetto (e mettiamola lì); il professore sfigato, che OVVIAMENTE guida la Fiat Multipla, cioè il correlativo oggettivo più concreto della tristezza umana, riceve dal calciatorino l'omaggio di guidare la Lambo e la spara a millemila all'ora verso il sottopasso... ma non accade nulla, cambio scena.
Eccetera eccetera.



La super crisi finale che porta alla catarsi esaminantizia, pur in presenza di un copioso contratto col Chelsea, chiude con luminoso idealismo una trama che, per l'esperienza che ho io del fenomeno, è poco poco lisergica.
Mi spiego: ho avuto a che fare con almeno 5 studenti calciatori che, alle falde dell'adolescenza, sembravano (o li avevano convinti di essere) lanciati verso orbite che si sarebbero concluse con l'approdo, minimo, sulle poltrone Frau della panchina del Bernabeu. Premetto per correttezza intellettuale-sociologica che nessuno dei suddetti 5 ha mai avuto nei confronti del sottoscritto atteggiamenti del tipo: "Io con un mese di stipendio prendo quanto Lei in un anno" o boiate simili.
Semmai, in un caso, il problema erano le astronomiche aspettative dei genitori che erano davvero convinti di avere un fenomeno in casa, e naturalmente i cattivi eravamo noi che osavamo dare insufficienze in latino. In un altro caso credo che nemmeno il diretto interessato credesse di poter aspirare a chissaché, ma intanto ci provava. C'è chi ha mantenuto aspirazioni, ma nel frattempo ha provveduto a iniziare l'università. Uno solo era arrivato davvero vicino vicino all'Empireo, ma una (a mio parere) sciagurata preparazione fisica da rinoceronte applicata su un fisico, diciamo, esilino, ha provocato una serie di disastri a catena che hanno fatto catafrangere irreparabilmente l'ascesa (due soldini li avrà messi via, suppongo, ma ovviamente sono briciole rispetto a Crsitianferro). Alla fine, tutti costoro, tranne forse uno che ha mollato del tutto, adesso transitano nelle serie inferiori.



Si comprende che, nessuno di costoro essendo arrivato ai livelli da serie A prima squadra di Cristianferro, i paragoni valgono poco, nel senso che gli atteggiamenti da piccolo principe di quello là loro non potevano certo permetterseli. La lisergia della trama quindi dove sta? Nel fatto che il caso di Cristianferro è un tertium non datur: o abbiamo "piccoli Pirlo crescono" che veramente se ne strasbattono della scuola e prendono la maturità con la sciolina, ma non buttano certo via i contratti stellari, oppure i miei ex studenti che, finita l'ubriacatura dei 17 anni, già a 18-19 capiscono che non era cosa e più o meno realisticamente si adattano. Basta. E' vero che nel film non si può capire cosa farà Cristianferro dopo la maturità, se abbia buttato ai rovi la carriera o si sia lasciata aperta qualche occasione, ma il finale di viziofighetteria redenta è pura utopia.
Ora, sulle colpe, enormi, di genitori e società nel gonfiare la fantasia dei calciatorini adolescenti già dissimo a suo tempo quiqui. Semmai verrebbe qui da chiedersi se, vista la situazione moribonda del nostro calcio a livello di competitività internazionale, Il campione non sia, paradossalmente, ormai anacronistico, parlando di un tipo di carriera e di un tipo di calcio cui ormai non si capisce chi possa accedere. Resta il problema, secondo me e la mia Spocchia, che forse il danno provocato dall'idolatria (economica e antropologica) del tipo-calciatore ormai ha prodotto danni che meriterebbero altri film e non questo. Troppi anni abbiamo passato a vedere i giovani sottoposti al drammatico messaggio "meglio calciatore ricco e ignorante che laureato sfigato"; non era infrequente sentire damazze della buona, buonissima società sdilinquirsi per il figlio calciatorino di successo, pregustando (loro, donne in carriera sposate con altrettanti mariti di pregio, quindi gente a cui non ne mancava) un futuro con nuora velina e faccino del figlio spalmato su giornali e tivvù; genitori a colloquio tutti contenti perché, è vero che il figlio era mediocre a scuola, ma giocava a calcio e in squadra "è un piccolo idolo", lasciando intendere che QUELLA era la sua vera realizzazione (retro-spoiler: anche questo ha mollato per problemi fisici... tutti a me capitano...).



Insomma, se adesso piangiamo miseria perché mancano i medici in corsia, non dico che tutti questi potenziali medici si siano dati al calcio, ma è chiaro che certa cialtronaggine bimbominkiesca trasversale tra adulti e piccini,  soprattutto nel primo decennio di questo millennio, ha prodotto un clima gravissimo di disconferma nei confronti di chi si "abbassava" a fare sforzi e sacrifici per conseguire competenze lavorative che, pur non facendo girare l'economia ai livelli dei calciatori, sicuramente hanno una ricaduta sociale ben più utile. La cosa spesso sfugge, ma il cervello di un adolescente anche bravo ma impressionabile può maturare un enorme scoraggiamento rispetto allo spirito di sacrificio in certe direzioni, quando vede che i sacrifici che rendono in termini di 'popolarità' sono altri. Aggiungete le pretese di trasformare la scuola in un luna park e il disastro è fatto. Poi non lamentatevi se non troverete uno capace di diagnosticarvi l'ulcera anche se vi sentirete un trapano nello stomaco. Noi ve lo dicemmo.




martedì 16 aprile 2019

Notre- Dame e dintorni.

Visto che, com'era inevitabile, a fronte del disastro parigino si è subito aperta la controffensiva del "ma tanto è una chiesa, e pure rifatta", "con tutti quelli che muoiono in ogni parte del mondo...", "ma sì, tanto l'Europa deve fare quella fine lì", cerchiamo di dire una cosa semplice semplice: monumenti come Notre Dame hanno un valore che trascende (TRASCENDE) la loro destinazione d'origine, a maggior ragione se religiosa. Non si tratta di fare le anime belle che si stracciano le vesti per il crollo di una guglia e le bruciature su quattro rosoni "e poi lasciano che i bambini muoiano di fame". Se esiste un'umanità compassionevole che si occupa ANCHE di bambini che muoiono di fame, ciò si deve al fatto che i valori umani, quelli che perdurano al di là delle transitorie esistenze di ciascuno di noi, vengono tramandati ANCHE dalla bellezza dei monumenti che ci accompagnano nei secoli. Quella bellezza è la testimonianza che il genere umano non si rassegna alla propria fragilità e trasmette di generazione in generazione l'amore per l'ordine, nonché la più segreta aspirazione a non finire per sempre con il concludersi dell'esperienza terrena. Tutto ciò è valido ANCHE se il Colosseo di fatto servì come mattatoio di gente mandata in pasto alle belve, ANCHE se i credenti in quella stessa fede che ha tirato su Notre Dame si sono ammazzati tra loro nei secoli passati  e hanno ucciso altri in nome di Dio. Lo splendore immortale di quei monumenti ci dice che c'è una parte buona nell'umanità di ognuno, che purtroppo convive con l'altra, ma è proprio quella parte che aspira ad un Oltre e ad una Permanenza al di là del tempo individuale a sentire, quasi paradossalmente, l'esigenza di salvare dalla sofferenza del presente quante più persone possibile. E' in nome di quei valori più o meno palesati dalle mute pietre che si è deciso, con un lungo e faticoso cammino di civiltà, di considerare nobile e preziosa la vita di chiunque. Se non ci fosse quest'anelito, a chi mai verrebbe in mente di fare del bene ai più deboli? "Tanto dobbiamo morire tutti, cosa importa che tu sia nato in Francia o in Bangladesh?". Illusione, dicono? Bene, se l'alternativa che i cantori del nichilismo ci offrono è il solito benaltrismo per cui c'è sempre qualcos'altro per cui dispiacersi, che è poi il modo migliore per non dispiacersi più di nulla e rifugiarsi in una comoda indifferenza, allora noi piangeremo (spiritualmente) l'incendio di Notre Dame. Sempre.

domenica 14 aprile 2019

Senecana (2). Torniamo alle cose serie.

Certo Il nome della rosa versione 2.0 ha scatenato profluvi di guappidtudine che una quieta disquisizione senecana può solo sognare. Ma tant'è.
C'eravamo lasciati l'altroieri con una sommaria introduzione a quelli che secondo me e la mia Spocchia sono i caratteri che rendono Seneca un grande, anche nelle sue infinite contraddizioni di uomo.
Ora ci occupiamo di aspetti del pensiero del Nostro che non sempre sono stati messi adeguatamente in luce, per il semplice motivo che nessuno se n'era occupato prima di un certo individuo. Ovviamente le teorie di costui hanno suscitato pareri contrastanti, per il semplice motivo che nel dibattito delle idee è del tutto impossibile ottenere il plauso di tutti, poiché significherebbe che non c'è più nulla da cercare. Solo con il dissenso può infatti generarsi quella sana tensione dialettica che apre nuove vie della conoscenza anche là dove sembra che sia stato tutto detto.
Facciamo un passo indietro, perché per capire un certo Seneca bisogna retrocedere a circa 4 secoli prima. Solo pochi ingenui presentisti, infatti, alcuni dei quali diedero gran prova di sé ai festivàl filosofici da noi assiduamente frequentati, avrebbero il coraggio di dire che mai prima dei decenni di nostra esperienza biografica il mondo ha conosciuto la globalizzazione. Meglio: questa globalizzazione, viste le condizioni di massmediatismo imperante, è certamente senza precedenti, ma da qui a dire che MAI prima di questi anni regioni del mondo storicamente non comunicanti hanno provato a comunicare è affermazione rischiosetta.
Grazie alle conquiste di Alessandro Magno, infatti, il mondo greco aveva innervato di sé, lasciandosene innervare a sua volta, il mondo orientale (Egitto, Asia minore, Asia interna) con risultati in termini di progresso culturale, scientifico spirituale semplicemente mostruosi. Le parole chiave di quest'epoca sono, a lume di Spocchia, le seguenti:
- cosmopolitismo, ovvero il fatto che un individuo grecofono poteva sentirsi cittadino di un mondo ben più grande della piccola Grecia dei tempi che furono; poiché il greco si apprendeva come oggi si impara l'inglese, ciò comportava l'aprirsi di strade non solo fisiche che portavano l'individuo a far parte di una comunità culturale transnazionale.
-sincretismo, dicasi la fusione naturale tra elementi culturali che di fatto erano nati per fondersi, solo che si manifestasse l'agente agglutinante: sotto la superficiale, progressiva assimilazione, tanto per dire, di divinità appartenenti a pantehon diversi (Iside-Selene-Astarte, tanto per dirne una) non faceva altro palesarsi la comune appartenenza di questi popoli alla Mezzaluna fertile sin dai tempi del neolitico, ciò per cui esseri supremi tutti legati al ciclo della vegetazione e ai fenomeni atmosferici si affratellavano al di sopra delle singole culture di elaborazione.
- relativismo: inevitabilmente, la presenza di diversi sistemi di valori coesistenti e tra loro conflittuali crea la problematica dell'esistenza di un gruppo di verità uguali per tutti al di là delle singole visioni del mondo. Ci si può certo isolare in un mondo autonomo e autogiustificante, ma come fare di fronte alle 'verità' altrui? Cercare il compromesso, cedendo parte delle proprie certezze per giungere a nuova sintesi? Oppure accettare il fatto che i recinti delle singole verità possono toccarsi senza confondersi, in ciò riconoscendo che una certezza assoluta non esisterà mai? 
- inquietudine: strano a dirsi, ma nemmeno troppo. Da un lato, un mondo in cui una lingua, e una cultura, sovranazionale si sovrappongono ad altre senza cancellare il sostrato precedente; dall'altro, il mondo da cui quella lingua nasce sperimentava una condizione che nell'immaginario collettivo della sua popolazione sembrava retrocessa per sempre nel mito: non più cittadini, ma sudditi di sovrani sempre in lotta fra loro per espandere il proprio dominio ai danni dei vicini. Un clima che, unitamente ai fattori di cui sopra, non può che provocare nei singoli un certo smarrimento, nonché una crescente insicurezza circa il proprio futuro prossimo e remoto. Impossibilitato a decidere autonomamente il proprio destino, costretto a delegare pace e libertà ad un' autorità lontana, l'uomo ellenistico esprimerà istanze esistenziali parzialmente nuove rispetto al passato, e le filosofie dell'epoca saranno lì pronte a rispondere in un modo che merita certamente attenzione.
Parliamo evidentemente di Epicureismo e Stoicismo, le quali, in disaccordo pressoché su tutto, concordano tuttavia in cima e in fondo:
1) il principio del mondo è unicamente materiale, negandosi di rincalzo la possibilità di una dimensione metafisica oltre quello che si vede.
2) il fine della filosofia è un'etica che dimostri come solo una vita secondo natura, immune dai desideri eccessivi che sconvolgono l'anima, possa dirsi autenticamente felice.
Sorvolando evidentemente su tutti i dettagli che sarebbe lungo ripassare, la certezza di questi filosofi circa la possibilità di mettere a punto una 'cura' per le inquietudini della vita riposa appunto sulla non-metaforicità del concetto stesso di cura: l'anima si può curare come un corpo perché essa stessa è di fatto un corpo fisico, costituito da atomi secondo gli epicurei, da pneuma secondo gli stoici. E' cioè relativamente più 'semplice' rapportarsi con un'entità che non è astratto ed impalpabile spirito, ma corporea, benché intangibile, sta da qualche parte dentro di noi e quindi può essere in qualche modo 'trattata'.
Il ragionamento è ai suoi fondamenti piuttosto lineare: guardando in casa epicurea, un'anima fatta di atomi deve essere mantenuta in uno stato di a-tarassia, intendendosi in ciò uno stato di relativa quiete degli atomi spirituali, ottenibile riducendo il novero dei desideri da soddisfare a quelli strettamente naturali e necessari. L'ingresso nell'anima di desideri eccessivi (come quello smodato di ricchezza, per dire) sortisce l'effetto di una palla da biliardo che all'improvviso venisse lanciata sul tavolo, andando a scontrarsi con le altre e provocando una serie di tamponamenti a catena che genererebbero la più totale confusione. Ecco, basta sostituire le palle del biliardo con gli atomi e il quadro è chiaro: il normale fluttuare degli atomi psichici, disturbato da un'onda di immagini legate a oggetti, e quindi a desideri, che non si è stati in grado di filtrare, diventa d'un colpo vorticoso e ingestibile, traducendosi nell'ansia di vivere che rovina se stessi e qualsiasi rapporto con altri.
Per gli stoici il discorso è simile: immaginando l'anima come un flusso energetico dotato di giusta tensione, se per qualche motivo uno stimolo esterno si imprime con forza eccessiva su questa sorta di 'corda' e ne altera il tono, l'individuo non è più in grado di discernere il bene relativo da quello assoluto e soprattutto si convince che nella vita qualcosa o qualcuno possa provocargli il male, elemento che non dovrebbe trovare cittadinanza nel razionale universo stoico. Ecco quindi perché l'immunità dalle passioni raccomandata da questa scuola si chiama a-patheia: pathos indica qui, etimologicamente, qualsiasi condizione in cui l'anima 'subisce' una pressione dall'esterno e si deforma, anche in questo caso trattandosi di qualcosa di meno che una metafora e più vicina all'analogia coi fenomeni del corpo, dal momento che gli eventi esterni lasciano la loro impronta sulla psiche esattamente come il pollice si imprime sulla cera. Tenendo quindi ben allenata l'anima, in modo che non perda il suo tono e non si indebolisca, si dovrebbe in teoria essere in grado di respingere ogni negatività, o vedere positività in eccesso laddove non c'è.
Vista quindi l'estrema 'fisicità' delle terapie spirituali di queste due filosofie, nessuno stupore che da esse germogliassero altrettante scuole mediche.
                                                                                                                    (2- continua)


domenica 7 aprile 2019

Il nome della Rosa 2.0, finalone. E poi l'oblio.

[ANTEPRIMA]

Visto che solo pochi di voi arriveranno - stremati- in fondo alla lettura, sia qui consentito sciogliere un inno alla recitazione dell'unico che lì dentro ha capito qualcosa, il nostro SESQUIPEDALE Fabrizio Bentivoglio, perfetto nella resa tragica di Remigio, mai sotto né sopra le righe, ma perfettamente calato in una parte atrocemente atroce.

[FINE ANTEPRIMA]




Occitana viene portata urlante come un Nazgul in prigione, mentre un intirizzito Adso, ancora più inespressivo del solito, colpa del freddo, piomba all'abbazia e si spalma nella cella di Guglielmo, spalancando gli occhioni da cicciobello drin drin quando gli si fa notare che la tizia adesso è tra le mani di Bernardo, quindi è spacciata.  

Al che Adso fa per precipitarsi, ma Guglielmo gli ricorda che finire al rogo è un attimo, allora ad Adso si allungano le guanciotte e subito dopo lo vediamo in atteggiamento michelangiolesco a farsi medicare il faccino (Christian Slater, where art thou??).

La buoncostume provvede intanto a sigillare le gonadi di Salvatore con acconcia marchiatura  e mentre le urla del poliglotta invadono la notte, Bernardo prega.
Tutti i monaci fanno capolino nel corridoio, pensando a qualche rituale proibito con Adso protagonista ovviamente. 

Poi Bernardo passa da Salvatore e gli chiede: "Hai le palle per rispondermi?"
Salvatore: "Quali?"
Bernardo: "Appunto. Adesso vuota il sacco!"
Salvatore: "Ancora con 'sta storia???"
Bernardo: "Andiamo a cacciare nella vigna del signore?"
Salvatore: "Cioè?"
Bernardo: "Remigio ama Occitana?"
Salvatore: "No, è quel fighetto di Adso!"
Bernardo (alzando la cornetta): "Pronto, Novella 1327???"




Robina tenta invano di uccidere Bernardo, ma sbaglia tre volte cella e va a disturbare Jorge, il quale chiede di essere ucciso, ma lei no. 

Adso si spalma sul pavimento della chiesa per impetrare mercé a favore di Occitana e giusto in quel momento passa Jorge col frustino, tutto curioso di sapere cosa ci faccia il bel giovine INCHIODATO A TERRA. Appena prima che si passi alle vie di fatto, torniamo in cella con Occitana, sulla quale una guardia esercita un tentativo di sbirciatina, ma andando a vuoto le getta la pagnotta col piede.

Riprende l'adunanza chiassaiola e Salvatore infama bassamente Remigio per farlo finire al rogo
Bernardo: "E' vero che guardavate Topazio di nascosto?"
Salvatore: "Oui, meu domino"
Remigio: "Tu menti!!" 
Bernardo: "E che smerciavate cicche di Lupo Alberto al prezzo raddoppiato?"
Salvatore: "Oui, meu domino"
Remigio: "Tu menti!!" 
Bernardo: "E che avete craccato gli abbonamenti su Dazn perché a Dolcino piaceva Diletta Leotta?"
Salvatore: "Oui, meu domino"
Remigio: "Tu menti!! Ti fui madre, scudo, amico!"
Bernardo: "E le lettere con le password trafugate sono qui in abbazia ora, vero??"
Salvatore: "Oui, meu domino"
Remigio: "Tu menti!! Così mi ripaghi?" 



Guglielmo: "Scusate, ma un uomo con le parti basse arrosto può essere affidabile?"
Bernardo: "Come osi, eretico??? E comunque pur di difendere il segreto di quei codici Remigio non ha esitato a uccidere! Era convinto che anche Voi, Guglielmo, aveste in mano quelle carte... no?"
Guglielmo: "Veramente io stavo cercando un trattato sull'idrofobia canina [Adso socchiude gli occhi] che anche tu conoscerai [Adso sorridicchia]".

A questo punto Alinardo la tira addosso a Malachia: "Attento agli scorpioni".

Malachia: "Comunque non sapevo che fossero codici di Dazn..."
Abbone: "Ma vedi un po', adesso arriva la finanza, cretino!!"
Bernardo: "Vai pure Malachia..."
[voce da dietro uno scranno: "... tu mostravi le lettere e i novizi ti mostravano il culo!!"][risate][Adso abbassa gli occhi][Abbone minaccia una nota di classe e apre il registro elettronico]

Bernardo: "Insomma Remigio, vuoi confessare di aver craccato 'sti codici con Dolcino?"
Remigio: "Sì, perché non è giusto pagare per vedere il calcio!!! Confesso di aver creduto all'open source!!"
Bernardo: "Bene, sei condannato! E manderemo tutto in podcast gratuito"
Guglielmo: "Come??? Punite un peccatore peccando allo stesso modo?"

Al che Jorge, che rimpiange ancora 90° Minuto condotto da Paolo Valenti, si alza e grida di averne abbastanza. Adso si offre di accompagnarlo e Jorge gradisce. Guglielmo gli dice di stare attento. Adso ricambia con lo sguardo del tipo: "Tanto, peggio di così..."
Fuori nella neve Jorge chiede ad Adso di vuotare il sacco.
Adso: "Metaforicamente?"
Jorge: "Ovvio".
Adso: "Allora, se ti lascio schiacciarmi le guance, mi dai la benedizione a Occitana, così almeno muore in grazia del Signore?"
Jorge (spacioccando il giovine): "Cerrrrto... sei buono, ragazzo... ANCHE TROPPO..."
Adso conduce il vecchio conscio di aver compromesso per sempre le sue speranze recitare nel ruolo di Rambo.
Davanti ad Occitana, Jorge afferma di non sentire niente di diabolico. Anzi, niente proprio. E la assolve, mentre Adso la limona duro.





Bernardo: "Va bene, Remigio, adesso ti torturiamo un po'..."  
Remigio: "No, non è giusto!! E' grazie a me se Abbone ha fatto i soldi con i codici craccati!!"
Abbone: "Taci, bestia!!". E va a vomitare. 
Nel frattempo Remigio sbrocca a manetta delitti mai compiuti, il tutto con un tale trasporto che Guglielmo mette la mano sul ginocchio dell'ancora piangente Adso, contro il parere di Bencio, e gli fa notare di nuovo come la tortura faccia ammettere anche ciò che non si fece. "Maestro, me la state tirando??" chiede sottovoce il giovine.
Remigio inizia una preghiera satanica. Bernardo lo manda ai ceppi.

Guglielmo: "Bencio, tira fuori il libro".
Bencio: "Figurati, se sto zitto divento vice-bibliotecario". E se ne va.
Al che Guglielmo, non potendone più della faccia da cane bastonato di Adso, lo consola dicendogli che la lussuria ce l'hanno un po' tutti lì dentro, Bernardo quella del torturare, Bencio quella dei libri, ma la lussuria non c'entra con l'amore carnale, che vuole il bene dell'amato... Adso sorride rinfrancato, passando dalla smorfia da dodicenne triste a quelle di seienne triste. "E comunque, Adso, un monaco strafatto dell'Oriente mi disse che tre cose non possono essere nascoste: il sole, la luna e la...
Adso: "Maestro, posso ardire di completare la sua frase??"
"...verità!" . Adso abbassa lo sguardo.


Robina si fa un giretto nelle carceri e arriva alla cella di Occitana, promettendo di liberarla prima o poi e di portarle un po' di Elvive. Poi passa da Remigio e gli porta due ricariche della Wind in cambio dei codici di Dazn, poi però si mettono a ricordare i roghi dei bei tempi andati e allora lei si arrabbia e torna a liberare Occitana, disperata per le sue doppie punte, aprendo il lucchetto con un coltello da macellaio, poi svanisce dentro un buco a forma di croce, dimostrando di essere un barbapapà.

Bernardo: "Ma che odore aveva quella che ha provato a sgozzarti?"
Tizio: "Muschio"
Altra guardia: "Tipico odore da baldracca" [?] 

Mentre in chiesa si canta, Malachia ha talmente schifo dei canti che muore, non prima di aver maledetto Alinardo.
Guglielmo: "Vedi, Berny? Non era Remigio il colpevole".
Benrardo: "Io un colpevole ce l'ho e me lo porto ad Avignone. Adesso brucio Occitana e voi vi arrangiate"
Guglielmo allora consiglia a Michele di telare il prima possibile.




Di notte, solito momento confessione: Adso prega Guglielmo di impedire che Occitana vada arrosto: "Si può sapere che colpe ha? E' riccia naturale!!"

Funerale di Malachia. Bencio ad Abbone: "Adesso mi fate vedere il labirinto???"
Abbone: "No. Facciamo tutti schifo, comunque... Quindi da oggi mi tolgo da tutti i social".
Allora salta su Jorge a rimproverare i mali del secolo e Alinardo gli dà man forte: "Gli ultimi due episodi di Star Wars sono un insulto alla trilogia originale! Ma l'avete visto il naso di Adam Driver???"

[Eccetera, eccetera, ma arriviamo al sugo]

A un bel momento Adso si ricorda di un giochetto ipogrammatico nascosto nella parola equus e allora Guglielmo decide di schiacciare la prima e quarta lettera di quattuor nel finis Africae. Oplà, ecco comparire in un andito della biblioteca il buon Jorge, che ha appena intrappolato Abbone in uno sgabuzzino per fargli fare la fine del topo.
Ed eccolo lì, il secondo libro della Poetica di Aristotele, che Guglielmo legge evitando di ciucciarsi il dito e avvelenarsi.
Jorge apprezza la furbizia, ma decide di dare fuoco a tutto in una gioiosa ekpyrosis stoica, perché la commedia è un genere che non gli piace. Quindi partono insulti al ritmo di "ti metterei piume di pollo in culo" e "povero giullare!!!"

Ed ecco il gran finale: Jorge smangiucchia con lepidezza il libro suddetto per avvelenarsi un po', mentre il fuoco vorace si nutre della cedevole pergamena trecentesca che trabocca dagli scaffali. E allora Guglielmo, lungi dal volersi salvare la vita, decide prima di farsi un giretto tra le scansie per  recuperare il recuperabile. Lui sa cosa scegliere, ma Adso no...
"Maestro, le ricette culinarie di Benedicta Parodi?"
"Per carità, no!"
"100 modi per curare la peste?"
"Ma ti prego, siamo nel 1327, la peste è roba da antica Roma!!"
"Letteracce assortite di Dante Alighieri alla cittadinanza fiorentina?"
"Ecco, quello sì!"
"E qui... aspetta, qui c'è un codice delle tragedie di Seneca omaggio di Lovato Lovati, dove tuttavia leggo al verso 123 della Medea l'aggettivo non sana del ramo A invece di vesana del ramo E. Che sia un esemplare contaminato??"
"Prendi tutto!!!"



Nel frattempo Robina arriva al culmine del freccianerismo della serie e minaccia di sgozzare Bernardo se non liberano Occitana, che era lì lì per andare arrosto. Ovviamente Bernardo abbozza, Occitana fugge a cavallo, portandosi via anche un discreto quantitativo di olio per capelli. Appena prima che Robina riesca a farsi dare i codici craccati di cui sopra, scoppia il portale della biblioteca, al che il cardinale francese ciucco ne approfitta per esercitarsi nel lancio del giavellotto e lui, proprio lui, la flaccidezza fatta uomo, CENTRA ROBINA DA 30 METRI scagliandole contro un affare più lungo di lui e inchiodandola al muro.


Passa di lì Adso in camicia notte che la vede e crede stia facendo Calisthenics, quindi si ferma pensando di darle un colpetto, ma poi vede che sta un po' morendo e allora la disincastra e passa direttamente alle benedizioni in latino, sbagliando pure l'accento (venéris invece di véneris):
"Non temere Robina, la tua anima si salverà... Libera me Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda.
Quando coeli movendi sunt et terra:
dum veneris judicare saeculum per ignem..."
"E'.... è viva...."
"Ciaooooo!!!!!" e schizza via lasciandola semi-purificata. Tancredi, prendi nota.

Remigio si butta nelle fiamme, Alinardo se la gode un mondo a vedere tutto quel fuoco e invoca
l'apocalisse, giusto prima di venir asfaltato da un cavallo.

Passano tre giorni e l'abbazia fuma che è un piacere, ma i nostri eroi sono già lontani. Adso, che da tre giorni cerca Occitana, trova su un tronco il libro di poesie che le aveva regalato, apre e vede scritto quanto segue: 

"Caro Adso, grazie per questo libro, ma come vedi io so solo scrivere, quindi non ho capito un tubo delle poesie che c'erano qui. Comunque sei stato gentilissimo. Anche se presumibilmente non ci vedremo mai più perché sei monaco, terrò sempre il tuo nome scolpito nel cuore, mio dolce Thomas. Tua Occy". 

[da qui Adso decide definitivamente di dedicarsi al culto...]

E' mattina, maestro e allievo si fanno una passeggiatina sui valichi alpini vestiti leggeri.
"Perché mi stai seguendo, Adso?"
"Il copione, Maestro..."
"Che sfiga però quella biblioteca... è il segno dell'anticristo... "
"Suvvia, siete stato un figo in mezzo a quei balordi..." [pacca sulla spalla che stimola la creatività verbale di Guglielmo]
"Adso, sono stato testardo, l'ordine immaginato dalla nostra mente è come una rete o una scala costruita per raggiungere qualcosa [Adso aggrotta le ciglia], dopodiché devi gettare via la scala perché per quanto sia stata utile, ora è priva di senso [Adso aggrotta sempre più le ciglia]... forse la missione di coloro che amano l'umanità è far sì che gli uomini ridano della verità... far sì che la verità rida!"
Adso a questo punto capisce che tutto questo delirio deve essere provocato da un'incipiente dissenteria, quindi prende un foglio di pergamena di quelli trafugati dalla biblioteca e lo dà a Guglielmo. "Ah, comunque poi torno a Melk a prendere i voti, qui in Italia crocione e mai più..."
Guglielmo: "Quando una rosa appassisce, della rosa resta solo il nome..." e gli dà una pacca sulla guanciotta.
"Va bene, alla prossima maestro..." e se ne va, non capendo che quest'ultimo volo concettuale era la richiesta di un deodorante per il dopo. 

Fine

Sul serio

Vabbe', guai a far pronunciare ad Adso le ultime parole prima di chiudere gli occhi per il viaggio eterno, il giovanotto deve restare giovanotto. Ma è il meno.   
Cosa non ci piacque di tutto ciò? Credo che sulla strada giusta possa metterci quella ricerca ad hoc degli studenti di Beni culturali dell'Università di Trento: i saggi osservatori hanno rilevato tutta una serie di errori che noi definiremmo filologici, nel senso che in abbazia sono presenti statue, vetrate e miniature che sono anacronistiche rispetto all'epoca dei fatti. Un modus operandi che tradisce un approccio ai fatti più da Trono di Spade che da film storico. Vero, o forse si potrebbe andare oltre: più che da fantasy americano, vedrei una certa arietta da film in costume alla Elisa di Rivombrosa, dove la cornice storica si estende attorno ad una vicenda che potrebbe essere ambientata in qualsiasi epoca, visto che la trama, ridotta all'osso, è quella di una qualsiasi soap opera. Niente a che vedere con I promessi sposi, tanto per dire. Che saranno pure la storia di lui che ama lei e uno si mette di mezzo, si separano e poi si riuniscono, ma il Seicento manzoniano è imprescindibile perché le cose vadano in quel modo e non altrimenti. 
Ecco, il Trecento in questa fiction è stato una raffinata quanto posticcia cornice per una vicenda che non ha trasmesso quasi nulla della tensione intellettuale presente nel romanzo. Troppo Adso [battutone...], vicenda sherlocckica messa spesso all'angolo, tematiche antropo-teologiche appena sfiorate, lungaggini nella disputa bernardesca che hanno addormentato senza eccitare.  
Nulla di memorabile, insomma. Anche se, a onor del vero, trovare qualcosa di memorabile che sia anche di qualità oggi è utopia. Perché da noi a Spocchialand alti ascolti NON SONO sinonimo di qualità. Semmai, come ci disse gente saggia al Master in Critica letteraria, un romanzo da 500.000 copie non è automaticamente un capolavoro, ma certo è un fenomeno da analizzare. 
Peccato che qui da analizzare seriamente ci sia stato poco.
Ciao.


[P.S.: a questo punto aspettiamo caldamente una fiction in 14 puntate su Va' dove ti porta il cuore]
[P. P.S.: Damian Hardung, con tutta la simpatia... entra in una boyband e stacci...]



domenica 24 marzo 2019

Il nome della Rosa 2.0 ep. 5-6. Disputando si affonda.

[ANTE-ANTEPRIMA]

La mostruosa banalità di quest'episodio mi indurrebbe ad astenermi dalla recensione, perché stavolta si è passato AMPIAMENTE il limite della stupidità. Pretendere che una fiction, basata su un romanzo che - lo si ami o lo si odi - ha un alto grado di complessità, si sostenga di fatto sulle spalle (e ho scritto spalle) di Adso e delle sue voglie occitane, facendo del resto un contorno, è una concessione al palato telefilmico più TRISTE che si possa immaginare. Ma alla fine meglio una sana critica che nessuna critica: spremeremo sangue dalle pietre, sallatelo.




[ANTEPRIMA]

Con una certa perplessità, il buon abate Abbone riceve e vidima la richiesta dei suoi inquilini di rinunciare al consueto momento comunitario del post cena per rinchiudersi in solitaria penitenza ciascuno nella sua cella. "Però, che gregge meditabondo...", pensa tra sé il sant'uomo mentre imprime il sigillo sulla carta. Egli ignora, evidentemente, che Remigio & C., avendo capito che Adso sta per concludere con l'Occitana, hanno disseminato tutti gli anfratti dell'abbazia di webcam per godersi lo spettacolo. Altrettanto tiepido stupore provoca nell'abate la ricevuta, firmata dal farmacista Severino, per l'acquisto di 82 ettolitri di Amuchina.



[FINE ANTEPRIMA]

Ripartiamo dalla fine dell'episodio pregresso, con Robina Hooda che si sveglia dopo essersi catafratta e Occitana se la porta via di peso, poi, avendo visto Il primo re anche lei (e anche noi) la medica inserendole dei vermi nella ferita. Il tutto con ampie rassicurazioni in un incomprensibile esperanto.
In realtà questo momento da voltastomaco serve a preparare lo spettatore alla visione della nuova puntata di Quattro Abbazie, che inizia con il sobrio banchetto offerto da Abbone ai numerosi ospiti giunti per la disputa: mentre Bernardo Gui ispeziona la location, il cameriere propone un menù degustazione del territorio all you can eat con salmì di piccioncini, coniglio, riso, pasticcio di borragine, olive ripiene, formaggio fritto, il tutto condito da vini e liquori di erbe. Al menù si potrebbe pertanto dare 7, benché non si abbia il coraggio di sperimentare una strategia fusion (chessò, nutria in crosta o noodles di tendini di macaco).
Al servizio  Bernardo non dà più di 5, perché Abbone non è riuscito ad evitare uno sterile battibecco sulla povertà della Chiesa, nonostante uno scicchissimo e soberrimo crocifisso d'oro zecchino regalatogli dall'inquisitore, con Cristo che ha al fianco una borsa (chi non si farebbe crocifiggere portandosi dietro due spicci, del resto?), ciò per ribadire che la favoletta della Chiesa povera è smentita sin da quei lontani giorni sul Golgota. Ebbene, nonostante lo sberluccichio, Guglielmo riesce a zittire l'interlocutore, che gli ricorda un passato da hippy, dicendogli: "Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi".

A riprova del carattere naif dei commensali, il capo  delegazione dei francescani poveracci si toglie il sandalo bucato, guarda compiaciuto e strafottente chi gli sta intorno, e lo sbatte sul tavolo, agitandolo anche un po' per condividere le zecche, in ciò anticipando un certo gerarca sovietico, per ricordare che la vera ricchezza è avere una suola biodegradabile a zero impatto ambientale. Dopo, pauperisti e gaudenti che siano, iniziano a mangiare come porci.



Ma come si sa, cibo e sesso vanno sempre a braccetto: ecco dunque che, mentre transitano i fegatini al vino rosso, Bernardo, con studiata noncuranza, la butta lì al rivale: "Non siete solo, Guglielmo, avete qualcuno con voi. Spero sia un allievo che dia gioia al suo maestro!!!" [i monaci dell'abbazia si danno vistosamente di gomito]
Adso [con occhi da cerbiatto]: "Sono benedettino".
Bernardo: "E dove vi siete conosciuti?".
Adso: "A Firenze".
Bernardo [sguardo famelico] "E cosa ci facevi lì?". 
Adso [affettando innocenza]: "Cercavo la bellezza!" [ad Alinardo va di traverso il branzino]
Guglielmo (sottovoce): "Stai mettendo le mani avanti??"
Adso (altrettanto sottovoce): "Molto avanti..."

Dal che, noi poveri spettatori che ci auguravamo una puntata meno sex-oriented delle altre due, ci ritroviamo pronti all'ennesimo giro di Bayside School - Middle Ages Edition: sospetto atroce e atrocemente confermato dal successivo dialogo col sempre più braccato Remigio, conscio che Bernardo ha pronto il cavatappi arroventato.

Remigio: "Bei tempi, comunque, quando con Dolcino ci dedicavamo al cannibalismo..."
Adso (come non avesse sentito): "Però laggiù a dolcinopoli avevate anche preso l'abitudine di unirvi con le donne, vero???" [ah, Adso, adso...].
Remigio: "Beh... è un modo di vivere... carino... è stata un'esperienza mai vista... non c'erano più padroni... Dio era con noi!".
Adso: "Bello, come a Woodstock?? Ma Jimi Hendrix era fatto sul serio quella volta con l'assolo?"
Guglielmo: "Attento Adso, i profeti mandano gli altri a schiantarsi..."
Remigio: "Vabbè, era un gran Carnevale e a Carnevale tutto viene fatto alla rovescia... no???" [sguardo ammiccante al giovine, che si controlla sotto il saio]

Manca un ultimo stimolo affinché il tedeschino vada a concludere: un dialogo surreale che lo convinca a mollare abbazia e abbaziati.
Alinardo: "Da giovane ho tradotto un poema greco intitolato Il male, cioè Mimnermo".
[Tutti ridono. Come faccia Mimnermo a far ridere rimane un enigma]
Allora Jorge si arrabbia: "Cristo non ha mai riso!!!"
Guglielmo: "Il riso fa bene come i bagni alle terme".
Jorge: "Il riso scuote il corpo e rende l'uomo simile alle scimmie"
Gugliemo: "Solo l'uomo ride, è segno della sua razionalità"
Jorge: "Ma figurati!"
Guglielmo: "San Lorenzo chiese ai suoi carnefici di girarlo, perché da un lato era già cotto".

E al pensiero del Santo grigliato, si grigliano anche i corpi cavernosi di Adso, che ruba un paio di allusivi Saint honoré dalla cucina per portarli a Occitana. Giunto nel bosco, col solito richiamo del colibrì carcassone trova la tizia. Le dà i bigné e le sussurra teneramente all'orecchio: "Si chiama metafora..."; lei gradisce; si guardano; lei gli bacia le mani; lui la guarda a pesce lesso; lei prova a baciarlo; lui si ritrae perché è monaco, ma continua a guardarla; non spaventarti, gli dice lei: ASPETTERO'; pronta ad aspettare per mesi e mesi, si sfila la spallina; lo accarezza; lui pesce lesso; lo avvicina; bacio; lo spoglia e sotto!!!




[Nel frattempo all'abbazia arriva un cardinale mezzo zoppo e chiede del vino rosso]

Si torna in mezzo al bosco con Adso e Occitana a guardare il cielo e lui, fresco fresco di peccato carnale - cioè mortale per un monaco: "Quanto può essere meraviglioso il mondo?" [intanto lei sgranocchia il bigné]

Di nuovo in abbazia.
Bernardo: "Maaaaa... tutte queste webcam?".
Malachia: "Dobbiamo... ehm... tenere d'occhio il novizio..."
Bernardo: "Ma di preciso cosa sapete di lui?"
Malachia: "Beh, prima di fare il monaco giocava a calcio nel Colonia... difatti ha la camminata a gambe arcuate tipica dei calciatori..."
Bernardo: "E quando gliele avete viste, le gambe arcuate??"
Malachia: "A-ehm... abbiamo le docce in comune... e in ogni caso ho mandato un piccione a Melk per saperne di più".
Bernardo: "Delle gambe??"
Malachia: "Ma no, del passato della sua famiglia!"
Bernardo: "Ah, vili, un ficcanaso tedesco in Piemonte!! Fate in modo che nessun francescano usi il  piccione... men che meno Adso!!"
[risatine in sottofondo]

E Adso?
Finiti i bigné con Occitana, viene portato da Robina. Due donne in una volta sola: è la mia giornata, dice tra sé e sé il biondino. Difatti non capisce più niente.
Robina: "Senti, ciccio, già che parli esperanto, ringrazia per avermi aiutato questa qui coi capelli PERFETTI nonostante viva di ghiande e fatti dare la ricetta delle medicine e del balsamo".
Adso: "Scusa, non parlo la sua lingua ma la capisco".
Robina [girandosi su un fianco]: "Vabbe' ciao".
Adso: "Cambiando discorso, perché sei ferita?"
Robina: "Vado a caccia per passare il tempo"
Adso: "Quindi ti sei ferita cacciando!"
Robina: "MA NO?????".

[Non preoccupatevi, in abbazia non stanno meglio....]


L'abate Abbone, girata per prudenza la ruota dell'isola, apre la disputa e relativo televoto. Il cardinale francese che aveva chiesto il vino entra spocchioso in sala, si avvicina a Guglielmo e apre i convenevoli:

"Caro Gandalf, è un vero piacere ritrovarsi qui a Gran Burrone..."

[Silenzio. Si sente un distinto rumore di chopper dalla roulotte dei costumisti in lontananza, subito seguito da un chiaro: "Ma 'mbecille, ma che c***o stai a ddi'????"]

Bernardo: "Ah-ehm, caro cardinale, volevi dire che le nostre dispute ti mancavano, vero??"
Cardinale: "Glom... sì sì, certo. Ecco, appunto, vogliamo chiuderla una volta per tutte col problema della povertà?"
Guglielmo: "La povertà è condizione imprescindibile per la salvezza"
Bernardo: "Povertà VOI?? Ma se quella volta là mi hai rifilato Vicolo Corto per la Centrale Elettrica!!"
Guglielmo: "Eri già passato su Viale dei Giardini e io avevo due alberghi, caro mio..."
Bernardo: "Marrano, tu menti!!"

[Nel frattempo Adso entra trafelato; i monaci, avendo intuito TUTTO, si esibiscono in un facepalm collettivo e dicono a Bencio di disattivare il wifi]

Guglielmo:"Dici? Adesso vediamo cosa dicono gli imprevisti. Vieni qui, Adso..."

[Il giovine si avvicina a Guglielmo, il quale gli infila la mano nel collo del saio - fremiti dal pubblico - e ne estrae un cartoncino]

"Cosa c'è scritto?", chiede Bernardo.
"Uh, uh,  fate tra passi indietro (con tanti auguri)... prego, Bernardo!".

[Bernardo, mormorando paroline poco francescane, indietreggia di tre passi e salta in aria]

Michele da Cesena: "Visto, a giocare a Monopoli? Noi abbiamo scelto di rinunciare a tutto!"
Cardinale: "E noi vi abbiamo bollati come eretici".
Michele: "Noi riteniamo che la rinuncia alla proprietà è meritoria e santa".
Cardinale: "No no, la proprietà privata è voluta da Dio e da Adam Smith".
Michele: "No, leggiti Luca 6 e Matteo 19: bisogna fare i poveri. Altro che accumulare terra e denaro. La salvezza è nell'amore".
Cardinale: "Ma non dirmi!! E allora mi spieghi perché ci avete fatto comprare le Black Rock quando erano a 442 e ci è toccato venderle a 436???"
Michele: "E a noi?"
Cardinale: "E a voi?? Ti rendi conto che ci siamo giocati la gita a Tokyo a vedere gli studi della Toei???"

E giù botte.

Adso: "Ma non ci sono argomenti migliori?"
Guglielmo: "Io mi sento come l'asino che deve scegliere cosa mangiare tra due sacchi. Capito Adso? DUE SACCHI".
Adso aggrotta le ciglia. Nel frattempo Michele da Cesena dà un sonoro 4 al conto.



[Nel frattempo Occitana, che ha il diametro cerebrale del mirtillo, viene ri-catturata da Salvatore con il laccio per conigli e portata nel mulino della carta, in modo che il tump-tump ritmico delle pale la predisponga al congresso col predetto]

E' notte: Adso sogna di annegare, quindi va da Guglielmo a confessarsi.
Guglielmo: "Era ora".
Adso: "Ho avuto un rapporto carnale".
Guglielmo: "Hai scelto la vita del monaco?"
Adso: "Sì, almeno credo".
Guglielmo, SUPERANDO A DESTRA SENZA FARE I FARI PREVENTIVAMENTE, fa diventare preistoria l'assoluzione preventiva di Bonifacio VIII a Guido di Montefeltro, e la lava via così: eri messo peggio di un eremita nel deserto. Non farlo più. Però almeno adesso che hai zompato sarai più indulgente con i peccatori.
[ineccepibile, no...?][ah, fosse stata la Rai di Bernabei....]

E Adso, a colpi di dolce stil novo feat. romanzo bretone feat. De amore di Andrea Cappellano: "La mia ragione mi dice di non peccare, ma il mo cuore la vede come portatrice di ogni grazia!!!"

[rumore di coda di Minosse in sottofondo]

Guglielmo: "Fatti un giretto in chiesa che ti passa".

Vabbe', corriamo [Robina che spunta all'abbazia, Salvatore col gatto nel sacco, ecc. ecc.] che sennò il pubblico s'addorme: ma tutta la vicenda sherlocckica che fine ha fatto?
Eccola: conscio del fatto che in abbazia si vogliono tutti bene, il farmacista urla a gran voce a Guglielmo che c'è un libro in farmacia pieno di immagini strane, MA NON E' SUO.
"Scusa vecchiotta..." ribatte il frate-profiler  "...comunque chiuditi dentro, che viene più facile, adesso devo finire di litigare con Gui: sai, Berny, che sarebbe il caso di fare un'assemblea generale elettiva? I successori degli apostoli non devono avere potere mondano per poter essere meglio vicari di Cristo".
Bernardo: "Bene, vieni dal Papa a dirlo!"
Guglielmo: "Non posso, ho la bronchite" [?]
Bernardo: "Ma se hai parlato per mezz'ora!!".
Gugliemo: "Vabbe', ma stavo discettando di verità evangeliche!" [prendete nota: disputa teologica is the new sciroppo alla propoli]

Intanto il farmacista muore.

Tutti a perquisire la farmacia, Adso trova un libro con la copertina fitta fitta di caratteri arabi che lui non riconosce come tali, e ovviamente Guglielmo lo cazzia: "Ignorante, manco l'arabo? Un dotto dovrebbe sapere le lingue!!"
Adso: "Ma neanche voi lo sapete.."
Guglielmo: "Sì, ma io almeno lo riconosco!!" [niente, sa sempre cosa rispondere]
Adso: "Vabbe', ma del libro che me ne faccio?"
Guglelmo: "Ma buttalo, a cosa ci serve l'arabo..."

Dopo aver associato anche la morte di Severino alle trombe dell'Apocalisse, Guglielmo va a farsi un giro, poi si ricorda dai suoi profondi studi universitari a Lutetia e Oxonium che ogni tanto nel Medioevo si creavano libri aggregando pagine in più lingue. Arabo compreso...
"Adso, torna in farmacia e riprendi il libro!"
Adso (sollevando il ciglio) "Quale libro? Quello che mi avete fatto buttare via, Maestro???"
Guglielmo (con la tipica umiltà del dotto medievale): "Bestia di un tedesco! Rapa ignorante! È normale commettere errori, ma ci sono soggetti che commettono più errori di altri e sono detti stupidi"
Adso: "Scusi maestro, ma perché a prima botta non avete pensato che..."
Guglielmo: "Ma perché quel libro era dentro una cintura di castità che non si è sciolta quando l'hai toccata, ho pensato ad un fake!!"




[Nel frattempo Gui arrostisce i piedi a Remigio, poi iniziano a parlare per enigmi:

Remigio: ero francescano
Bernardo: e adesso sei benedettino
Remigio: c'erano eretici ovunque, allora ho mollato
Bernardo: la depravazione eretica resta
Remigio: ma che stai a ddi'?
Bernardo: Vedete? Non ammettono la colpa, quindi sono in colpa! Ma si può sapere in cosa credi?
Remigio: in ciò che il buon cristiano crede
Bernardo: cioè?
Remigio: a ciò che insegna la chiesa
Bernardo: quale chiesa? Tu stai insinuando che se io credo a ciò che loro credono tu crederai a me, altrimenti crederai solo a loro!!!!]
[chiaro, no?]

Ma adesso siamo al culmine dell'episodio: Adso, che non congredisce da circa 6 ore, è ripreso dal fomento e va nel bosco ad usare uno dei due piccioni che non gli hanno requisito, cioè il richiamo con le dita. Ma Occitana non risponde, chissà perché? Forse perché è da tutt'altra parte?
[La puntata di Quattro abbazie mica è finita, sapete? Salvatore porta a Occitana un delicato patè di sterco guarnito da ottimi occhi di gatto e brunoise di viscere di squalo. Occitana, che se fosse un pelino furba, darebbe minimo 7 al menù giusto per sopravvivere, butta fuori un quasciuo che fa imbestialire Salvatore. Dimmi che ami me e non quel teutonico palestrato! Dimmelo!! E lei gli sputa in faccia... Strategia zero, insomma...]

Intanto Adso, fallito anche il richiamo della femmina di saltapicchio, viene colto dal leggerissimo sospetto che Occitana non risponda perché nell'aria echeggia quel fastidioso tump-tump che copre tutto... alt... "E questo tump tump cosa sarebbe..?", sobbalza il giovine.
Poi, intuito l'intuendo, si trasforma in Sonic il porcospino e schizza alla velocità della luce al mulino della carta e finalmente sente il richiamo. Anche l'altro richiamo.
Inizia qui un match con Salvatore in cui Adso rischia pure di restarci sotto [ricordate: integratori non è uguale a forza....] poi tutto si conclude con un uppercut devastante che però ha troppo rinculo, ragion per cui Adso precipita nel torrentello che alimenta il mulino inventando la nuova disciplina olimpica del bob acquatico senza slitta e sparisce tra le fronde. [Occitana fugge  dopo aver dato sciunqujie al menù]
Arrivano cavalieri a caso e Robina, novella Legolas, si appresta a scagliare il dardo. Fine.


[Che dire? Ormai la fedeltà del telefilm al libro è la stessa dei cartoni giapponesi di Pinocchio che giravano sulle reti private più di trent'anni fa (clicca qui per la versione splatter, qui per quella light). E non aggiungo altro].