Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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mercoledì 19 settembre 2018

Machittevole@Festivalfilosofia (1): l'allegria del nichilismo.


Era in effetti da qualche annetto che lamentavamo come il trilocalizzato festivàl della filosofia emiliano offrisse performances piuttosto noiosette, non nel senso dei contenuti, ma per quel modo di affrontare gli argomenti da parte dei dotti convenuti. In sostanza, finite le solite tirate di rito contro l’omologazione imperante della moderna società, sulla crisi del capitalismo, sul sequestro delle libertà democratiche effettuato dalle élite(s) economiche, restava sempre l’impressione che i dotti elocutori si compiacessero più che altro per il proprio esercizio retorico da Seconda sofistica, ma non gli interessasse granché di proporre vie d’uscita. E qui sorgeva il pensiero cattivello: certo, se poi questi ti danno la soluzione alla tetraggine attuale, chi viene più ad ascoltarli, una volta che il mondo avrà preso a girare per il verso giusto? Oppure era gente che preannunciava l’annientamento dell’umanità, ma forse se ne compiaceva pure: si sa, l’intellettuale DOC odia visceralmente la società che NON lo ascolta (anche se gli costruisce attorno i festivàl), quindi non può che godere di affondare con essa.
Fatto sta che quest’anno, sicuramente per effetto anche di questo post, a Modena- Carpi- Sassuolo hanno pensato di toccarla piano, anzitutto per il tema leggerino di tutti gli incontri: la Verità. Come dire: adesso arriviamo alla radice delle cose e vi diciamo noi come stanno. Tie’.
E siccome, notoriamente, la verità è semplice da trovare e ancor più da comunicare, alcuni convenuti hanno pensato di dare la propria, intesa come verità ASSOLUTA, contestando naturalmente quelle altrui. Il che è perfettamente in linea con quanto vediamo accadere da Platone in giù (Alessandro di Afrodisia che irride gli stoici, Hegel che irride Schelling, Nietzsche che irride tutti…), ma quando al filosofo si consegnano microfono e platea adorante senza contraddittorio, possono accadere cose, diciamo così, bizzarre.




Per quanto concerne i tre incontri da me esperiti, questo il succo del primo, i prossimi ai prossimi post.

 Umberto Galimberti (fu Severino), La verità dell’inconscio.

Ecco, di inconscio si è parlato pochino, diciamo che a questo giro, perlomeno nelle cose che ho sentito io, Nietzsche e il nichilismo si portavano benissimo. Il Galimberti parte effettivamente a parlare di inconscio, definendolo come l’aggettivo che caratterizza tutto ciò che si pone in antitesi col soggetto cosciente, cioè con la soggettività dell'Io. Da qui in poi l’inconscio sparisce dall’eloquio galimbertiano, per venire sostituito da legittime lamentele del medesimo contro quelli delle prime file che parlano tra loro, evidentemente in modo inconscio (del resto ogni folla adorante necessita di una componente eretica), ma soprattutto da una lunga digressione sullo stato dell’Io nella cultura occidentale. Di fatto, dice il dotto, l’economia dell'Io è antitetica a quella della Specie. Una donna che mette al mondo un figlio per dire, deve rinunciare a molto di sé, al tempo, alla forma fisica, alle relazioni, forse pure al lavoro, insomma ci rimette parecchio MA grazie a tutte queste rinunce la specie umana guadagna nuovi membri. La Specie ci genera, ci fa generare, ma poi ha bisogno di farci schiattare onde fare spazio a nuovi nati e nuova vita. Il ciclo della vita, of course. E così, se il tempo dell’Io si configura come lineare e scopico (cioè tarato in vista di un fine, uno skopos, ah, il greco... ), la natura e la Specie hanno il tempo ciclico della nascita e della morte. Gli antichi Greci, che a questa dicotomia erano arrivati comodi comodi col loro pensiero speculativo, hanno quindi portato alla luce la dimensione tragica dell’esistenza, la quale consiste nello scontro tra la ricerca del senso, tipica dell’Io scopico, e l'assurdo della morte, che è l’implosione di ogni senso. Di qui il senso del limite tipico di tutto il pensiero greco (‘conosci te stesso’, ‘niente di troppo’, ecc.). Tanto è vero tutto ciò, e qui il dotto vira sui suoi territori preferiti, che tra pretese dell’Io scopico e sovranità della Natura i Greci optano certamente per la seconda: infatti, nel mito, Prometeo, simbolo della Tecnica che vuol modificare la Natura, viene allegramente incatenato. Noi, dice il dotto, noi sciocchi moderni abbiamo s-catenato Prometeo, come dimostra il fatto che noi non poniamo limiti alla tecnica, non essendo però in grado di gestirne le conseguenze (laddove, come è noto, pro-metheus significa colui che capisce in anticipo).





E da dove viene a noi occidenteschi questa fiducia cieca nel progresso? Da chi abbiamo ereditato un ottimismo tale da spazzare via il sano pessimismo greco, con la sua lucida coscienza dell’assurdità inspiegabile della nostra esistenza? Chi o cosa ci ha illusi da mo’ che tutto abbia un senso? Risposta galimbert-nicciana (tutte le volte che il dotto scandiva: “Nietzsche dice…” molte anime zuccherose sollevavano il capo in quel di Sassuolo…): colpa del Cristianesimo (facile, eh, nella rossa Emilia, Galimbe’?)(ancora con questi pregiudizi, Marchesa?)(vabbè vabbè vabbè…).



Il Cristianesimo avrebbe, dice il dotto, le seguenti colpe:

-       Ha illuso l’uomo di occupare un posto speciale nel cosmo.
-      Ha introdotto il concetto di anima come lo intendiamo noi, quando in ebraico non c’è nulla di simile, né il greco psychè è apparentabile all’idea latina promossa da S. Agostino. Del resto sciocco è chi traduce il greco physis col latino natura, perché il termine latino ha in sé un'idea di esistere per un qualche fine che in greco non c'è.   
-      Ha introdotto la malsana idea di una vita dopo la morte e quindi la promessa che gli accidenti di oggi, previo intervento acconci di intermediari col divino, verranno riscattati un domani.
-      Ha influenzato TUTTO il modo di pensare occidentale, compreso quello di atei e scienziati. Qualsiasi processo epistemologico, gnoseologico, teoretico e tecnologico della nostra storia, compresa la Rivoluzione Francese, compresa la psicoanalisi (o psico-analisi)(ma NON psicanalisi, non si porta, no no) poggia sul triplice (orrendo, ovviamente) filotto  problema-intervento-riscatto.

Meglio sarebbe, dice il Galimberti, che la filosofia, prossima secondo lui a venire bannata persino dai licei, venisse insegnata fin dalle elementari per educare i piccoli al pensiero critico e indipendente (applausi dalla platea adorante). E soprattutto al sano nichilismo (perplessione della platea adorante), alla presa d’atto che nulla, in questa vita, ha veramente un senso e uno scopo, e chi a vedere lo scopo si ostina è ovviamente inquinato dal retaggio cristiano (come nei film di Don Camillo, suona la campana del Duomo a coprire la voce del Galimberti). Schopenhauer e Nietzsche avevano capito tutto, Hegel no.

Avendo dunque iniziato a sospettare, verso la fine della conferenza, che Galimberti non abbia in simpatia il Cristianesimo, non mi sono posto tanto il problema di questa sua avversione (figuriamoci se ci mettiamo a fare teologia qui...), quanto quello dell’alternativa che egli pone. Alternativa, si badi, non tanto al Cristianesimo, quanto a qualunque dottrina, razionale o fideistica, che oltre il caotico sdipanarsi degli umani e cosmici eventi vede comunque la possibilità di teorizzare un piano, un fine, un disegno, qualcosa insomma. Il punto di partenza è quanto abbiamo spocchiosamente osservato sopra: inneggiare alla lucidità del pensiero critico e poi non proporre, ma imporre come incontrovertibile la PROPRIA visione delle cose è sempre un rischio di autogol. Certo, uno deve per forza avere una sua idea. Il problema è sempre che essa idea, creduta fino in fondo senza aperture dialettiche, diventa ideologia o perlomeno così è percepita dagli altri. Per Galimberti il Cristianesimo non è, immagino, religione, ma ideologia; per un cristiano quella di Galimberti è ideologia nichilista.

Guardo la cosa dal mio lato (mancino, peraltro): c’è, al fondo del Galimbertismo, qualcosa che ci galimberta poco: a parte l’impostazione filonicciana dell’intervento, come se la storia della filosofia si fosse fermata lì, ma non è il mio campo; a parte l’idea che l’unica educazione che si può impartire come pura e assolutamente veritiera è quella nichilista; a parte tutto ciò, chi elimina qualsiasi fine/speranza dalla prospettiva dell’umana umanità mi pare si inoltri in una strada altrettanto consolatoria rispetto a quella che lui stesso contesta agli altri: siccome nulla serve davvero a nulla, tanto vale smettere di attaccarsi ad alcunché e lasciarsi beatamente vivere in attesa di dissolversi. Cose già sentite, si dirà. Però questo tipo di abbandono oggi mi pare narcisisticamente rinunciatario, molto più che in passato, quasi un indispettito guizzo della Ragione che si schianta contro l'Assoluto e, non ricavandone nulla, non dice nondum matura est, ma proprio non est. Il nichilismo poteva andare bene (detto rozzerrimamente) come correttivo (rozzezza, rozzezza...), più che all’ottimismo religioso, a quello positivista che credeva che il mondo e l’uomo fossero misurabili (e quindi prevedibili)(e quindi manipolabili) in tutto. Ma dal momento in cui la scienza ha cessato di essere rigidamente deterministica per aprirsi all’oceano probabilistico della fisica delle particelle, credo che anche il nichilismo, e i filosofi ad esso suggenti, dovrebbero rivedere i propri bersagli, facendo molta attenzione ad ammannire certezze come antidoto ad altre certezze. Il nichilismo è comunque un modo di guardare le cose da dentro il sistema, non da fuori. E, come la fisica delle particelle insegna, osservatore e osservato formano un insieme inscindibile che si condiziona a vicenda. Detto altrimenti: a considerarlo con mente sgombra da TUTTO, il nichilismo è una modalità di interrogare il reale, ma non costituisce per ciò stesso LA verità (e comunque...).




E tuttavia, alla mia mente che già anni addietro si lanciò là da dove sarebbe meglio tenersi lontani, il verbo nichilista non suona del tutto intonato, perché mi rimane sempre enorme un quesito: toglimi il fine, toglimi il disegno, toglimi l’utilità dell’Essere; sai dirmi perché l’Essere di sarebbe dato la pena non solo di essere, sgorgando dal nulla o essendoci sempre, ma persino di esistere nella dimensione del divenire per non avere uno scopo? Di fronte a questa Barriera Estrema io preferisco sempre fermarmi. Altri si (e ci) rispondono che già solo questa domanda dimostra che l’Essere non ha senso, perché se l’avesse sarebbe evidente a tutti. Il problema diventa allora perché l’uomo ha dato battaglia alla natura da quando esiste per dominarla e per superare i limiti imposti dalla Specie. Così, dicono. Spinte evoluzionistiche senza scopo. Quindi disperiamoci pure. Notevole resta comunque il fatto che i teorici della disperazione non si suicidino mai. I disperati veri, spesso, sì.


                                                                                                                  [continua...]

domenica 11 febbraio 2018

Sanremo 2018: cronaca di un Festivàl metafisico.

Ad un certo punto hanno dovuto indossare delle giacche che sembravano arrivate direttamente dalle migliori boutique del mondo di Hork



Favino e Baglioni, cioè, hanno dovuto rendere ancor più palese ciò che noi tutti dovevamo già capire dal primissimo fotogramma di questo Festivàl pre-elettorale, quando vedemmo aprirsi la scalinata d'onore come fosse l'astronave di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Ma noi non capimmo, e loro capirono che non avevamo capito. E allora vai con un look ultradimensionale per farci capire. Questo Festivàl, dato in gestione ad un uomo che con croccante soavità e felpata eleganza aveva galleggiato elegiacamente sopra i decenni, sia che si trattasse di ammannire frammenti di Io lirico (in parole casarecce: butto me e i miei sentimenti sulla pagina, il resto ciccia) come di snocciolare riflessioni più "politiche" (cfr. P. Jachia, Claudio Baglioni. Un cantastorie dei giorni nostri 1967-2018 Frilli editori, cap. 8), mai però gravate dalla melma di qualsivoglia ideologia, questo Festivàl insomma era nato per essere "al di sopra" di tutto o, come si dice per gli imperatori  giapponesi quando schiattano, "al di là delle nuvole". Tutto, in questi cinque giorni, è stato cosparso col più raffinato cinnamomo del disimpegno, anche quando i momenti parevano impegnati: la canzone anti-terroristica dei due piacioni, i Dj bolognesi stonati come un esercito di campane zoppe che esibivano i tesserini degli operai della FIAT, il pezzo pro-migranti di Favino (SUPERLATIVO) che faceva da traino al duetto Mannoia-Baglioni (finito il quale grazie a tutti, grazie a Ivano Fossati, uh come siamo stati sensibili e via dritti dietro le quinte con un "tre stronzi" che svolazzava a mezzo microfono), il veloce reminder della giornata del ricordo delle Foibe "per non dimenticare" e poi subito la pubblicità, la sontuosa praeteritio per cui "avremmo voluto ricordare i cantanti morti come Mango e altri, ma pace" e poi tutti a cantare La canzone intelligente. Encomiabile tutto, s'intende. Ma tutto, irrimediabilmente, "estetico". Al di là del qui ed ora. Senza la pesante retorica pedagogica dei Festivàl di Fabio Fazio, né il furbo sfruttamento dei precordi pietistici made in Carlo Conti, ogni attimo di Sanremo Eighteen è stato puro spettacolo, senza note a pie' di pagina o ditini alzati per svegliare le coscienze quiescenti del pubblico. Il Baglioni prima maniera era del resto quello che sbatteva in faccia alla platea E tu come stai? quando altri avevano pronto in canna Banana Republic. Claudio ha insomma impresso alla sua esperienza sanremese un certo ritmo stilistico che vorremmo definire petrarchesco; è noto che il linguaggio poetico di Francescuccio, quando Francescuccio scrive in volgare, è caratterizzato dalla cosiddetta aristocratica medietà, dicasi cioè l'effetto che si raggiunge impiegando vocaboli né troppo elevati né troppo bassi. Orbene, il collocarsi dei vocaboli scelti "in mezzo" tra gli estremi del registro espressivo dà luogo ad una lingua poetica che di fatto è sin troppo "pulita" per essere sovrapponibile a quella parlata, e risulta quindi, per puro amor di paradosso, aristocratica. Ecco: Baglioni ha disseminato per il Festivàl momenti mai troppo alti e/o pretenziosi né all'opposto pecorecci, creando una perfetta teca di cristallo, una lanterna magica in cui ogni riflesso del Reale è diventato Arte senza più veri agganci col Reale di partenza (sigla di Heidi esclusa). Da siffatto piedistallo, ecco il guizzo verticale, grazie soprattutto all'eccellenza sua (di Claudio, cioè) e di Favino, capaci di dare il meglio da soli o di moltiplicare la bravura dei co-duettanti chiunque essi fossero, si trattasse del già atomico Fiorello o pure di Gianna Nannini che non vedeva l'ora di andarsene, come di rendere decenti i meno dotati, vedasi la bionda nel remake di Despacito. Questa è la performance che vogliamo: eccellenza che però non è mai sconfinata nell'autocompiacimento spocchioso, nemmeno quando si è trattato di tenere delle note per 30 secondi. E il pubblico è stato coinvolto, ma non catechizzato né solleticato nei bassi istinti: sul podio sono andati una ballata tutta cuore (Annalisa), una clownesca satira con ballerina ottuagenaria (Lo stato sociale) e una canzone di sbriciolata attualità per cui mi rimetto al giudizio del blog Tuttofamedia: "Non parlo del plagio ma proprio di portare una canzone letteralmente oscena che mira solo alla circonvenzione di incapaci: Il Cairo, Parigi, Londra, Nizza, chiese, moschee, chi prega sui tappeti, galassie, scambiamoci la pelle in fondo siamo umani. MA CHE CAZZO DITE". Un po' di tutto, ma nulla di troppo. Al pubblico, soprattutto, si è chiesto di ammirare un palco che era contemporaneamente a Sanremo e in un Altrove in cui il Bello è andato in cerca di se stesso, rispecchiandovisi come il miglior Narciso alla fonte.
E così, tra duetti, trietti, quartetti tutti giuocati sulle SUE canzoni, intervallati dalla trascurabile presenza dei cantanti in gara, Claudione nostro ha agglutinato attorno al SUO Festivàl tre-quattro generazioni di pubblico, ricordando a noi tutti, in quest'epoca di tregenda, che in passato siamo stati capaci di sognare. O forse che abbiamo sognato troppo, o meglio ancora ci hanno fatto sognare troppo per anni, salvo poi svegliarci poveri e scemi. In ogni caso, grazie per questi cinque svolazzanti giorni, Claudio. Attento però a non pretendere gli onori divini per tutto ciò che hai fatto: l'ultimo tuo omonimo che ci ha provato è salito al cielo in forma di zucca

venerdì 9 febbraio 2018

Le grandi recensioni di Eligio De Marinis. Star Sanremo, episodio 68: gli ultimi Claudii.

Baglioni, beh si sa, la maglietta fina, le canzoni stonate urlate al cielo lassù, insomma uno che negli anni ’70 se ne sbatteva allegramente dell’impegno politico e tutti s’andava a Porta Portese. E quando ci fu il “riflusso” dei primi anni ’80, lui era già lì, col gancio in mezzo al cielo. E mentre Roberto Vecchioni si abbandonava, a giudizio di un nostro critico locale, alla micidiale retorica tardofemminista (si era nell’anno di grazia 1995 e l’ex prof. dell’Arnaldo cantava questa roba qui), lui tornava con un album dal sobrio titolo Io sono qui. Tra le ultime parole e dove va la musica (ah, i maccheroni col montarozzo...). Insomma, proprio nel cinquantenario del ’68, ecco al timone dell’Ariston un plasticato autore di elegie che il ’68 lo scavalcò d’un balzo. Claudio, ex strabico e quindi a noi gradito assai, non è ideologia, è emotività garbata e liricamente vellutata, gratinata nella migliore tornitura retorica. Quindi possiamo votare la prima serata del Festivàl (ma un po' tutto questo Festivàl, suvvia...) da lui condotto, attenendoci alla più fedele griglia di valutazione esistente, cioè quella che utilizzo io per i temi del triennio.






Attinenza alle consegne e alla traccia, schema logico (max 3 p.ti)

C’è tutto: il maxi palco che si apre come il Millennium Falcon, l’orchestra di bianco vestita, l'intruso che protesta, il pistolotto iniziale che gronda di analogie baglioniche (coriandoli, manciate di riso, cose così), i paragoni twittaroli con Renato Balestra o Lurch degli Addams del tutto ingenerosi, la valletta querula e con la ridarella tremens che saluta il marito in platea per far sapere che lei è ricca, l’attore tigrotto che occhieggia smorfie d’intesa con un punto non definito sospeso sopra la platea. Un trio che rassicura, come da tradizione, gag a volte infantili (quella della scarpa rubata alla bionda, per dire…), una scaletta che, al netto degli interventi dei superospiti, è fatta per stroncare un rinoceronte da tanto che sono noiose le canzoni, ma a Sanremo la canzone deve ingenerare noia, per illudere noi pubblico dialettico dell'esistenza di una superiore apatìa del cosmo, dal quale nulla di doloroso abbiamo da aspettarci. Il Sanremo baglionico segue dunque egregiamente, a livello di struttura, il fil rouge alla formaldeide dei predecessori (ah Nunzio Filogamo, ah Enza Sampò…) e tutti noi ci immergiamo nella bambagia dell’Identico: l’eternità è quaggiù, non altrove (2 punti).




Articolazione dell’indagine, motivazioni addotte a sostegno delle idee espresse, conoscenze pluridisciplinari (max 5 p.ti).

Che sarebbero i contenuti spicci della serata. Non v’è dubbio che Baglioni, fingendo di sparire dietro Fiorello, Favino e la bionda, abbia in realtà creato una cornice di prestazioni d’eccellenza a condimento di pezzi in gara mediamente noiosetti (non tutti, si capisce). È chiaro cioè che il mashup Baglioni/Morandi con lo scambio delle musiche rispetto ai testi originali delle canzoni dei due sia stato un momento alquanto bombastico, con la sfiatata finale che poteva costare uno/due arresti cardiaci a qualsiasi comune mortale. Quando, per sostituire la Pausini, Baglioni e Fiorello sversacciano E tu, riescono comunque a trascinare la solitamente ameboide platea dell’Ariston. Un plauso certo a Favino, da noi sempre ritenuto uno dei migliori attori del cinema italiano, che è stato in grado di esibirsi in un numero dimostrativo di capacità che vanno oltre quelle attoriali. Quello che facevano gli attori “completi” di una volta, insomma, duttili e versatili al di là del loro talento di base. Oggi, si sa, l’attore viene in TV, parla del suo film, sorride alle fans, rimane impiccato alla poltrona che guai a spostarlo. Se sia snobismo o incapacità non saprei. Ma ve li immaginate Riccardo Scamarcio, Alessio Boni o Stefano Accorsi a fare lo stesso sul QUEL palco?





Conduttori e ospiti di pregio quindi, che forse, paradossalmente, tolgono luce ai concorrenti. Alcuni dei quali contribuiscono ulteriormente ad auto-rabbuiarsi con pezzi più efficaci del cianuro (Nina Zilli, i due gommosi ex Pooh tutti paillette e pelle color porchetta, Mario Biondi che ha il microfono nel duodeno per ottenere un maggior subwoofer, i Decibel lucidati da poco col Sidol, Renzo Rubino che sembra reduce da una ciucca galattica). Altri riescono a scalfire il nulla con prestazioni pucciose assai (Max Gazzé che riesuma leggende bassoitaliche, la Vanoni che arriva in un pigiama palazzo di avorio in cui dev'essere stata inserita tre giorni prima), poi vabbé, la categoria piacionica ampiamente rappresentata dai The Kolors, con uno Stash dalla capigliatura scamosciatissima, e dal duo serio serio Meta-Moro, in odore di squalifica perché Sanremo è Sanremo; l'area-cazzeggio è tutta coperta da Lo stato sociale (ovvero Gabbani travestito da Geppetto e altri onesti mestieranti)  e gli Elii che si fanno il funerale da soli. E poi altra gente. No, Ron che pesca tra le reliquie di Dalla non ci piacque. No no. E no, l'altro Pooh che si butta in una specie di sigla da telefilm anni '80 non ci scaldò. No. 
Insomma, se è vero che da quando esiste il Festivàl ci si lamenta che le canzoni del Festivàl sono sempre uguali in ogni edizione del Festivàl, mi pare che gli ultimi Festivàl siano tra loro molto ma molto più uguali tra di loro di quanto accadeva nei decenni scorsi. Per quanto mi concerne, l'ultima canzone sanremica che mi ha smosso qualcosa fu Ricomincio da qui di Malika, e parliamo del 2010. Dopodiché, sarà l'effetto omologante dei talent show, sarà che gli autori sono sempre quelli, sarà che la musica pop ha detto qualcosa di nuovo finché c'erano in giro i R.E.M. (e questa la mettiamo qui così, estemporanea), sarà che anche Tiziano Ferro si è messo a fotocopiare se medesimo, morale, non c'è un'idea nuova che sia una. E le standing ovation che il pubblico generosamente regala ai grandi duetti baglionico-fiorellici non gettano luce a sufficienza per coprire il vuoto pauroso dei pezzi di quest'anno (3 punti).







Correttezza morfosintattica, ortografia, punteggiatura (max 3 p.ti).

In riferimento non ai testi, ma alle esibizioni, direi che emergono almeno due elementi: a parte la situazione sub judice dei due piacioni di cui sopra, a me è sembrato di sentire del già sentito parecchie volte (l'inizio della canzone della Vanoni, i The Kolors che auricolano vagamente i Sottotono,  i due Pooh che riciclano in modo sincretico 50 anni di carriera, i Decibel pure, Noemi anche- non 50 anni, il riciclo s'intende); in secondo loco, il numero pauroso di stecche prese dai cantanti in gara può spiegarsi o con un'epidemia di rape rosse bloccatesi in gola (direi che è il caso di Gazzé) o con frettolosi riscaldamenti vocali figli di un'indebita premura nel cacciare nell'arena gente giovane e sensibile (Caccamo è riuscito a scuoiare tutto il pentagramma, Renzo Rubino a un certo punto non riusciva nemmeno ad articolare un suono, neppure una nota) o perché ormai dormivano tutti (quando è toccato a Le vibrazioni). Vorremmo concedere anche un'attenuante strategica: timorosi che la gente registri l'esibizione o la scarichi da Youtube prima che essa svanisca dai radar, gli steccatori suddetti hanno deciso di cantare male per dissuadere il pirataggio o il semplice godimento gratuito dei pezzi, rimandando ad acquisti dei medesimi dietro venale lucro. Sta di fatto che il livello tecnico medio è bruttarello  (1 punto).






Lessico, registro (max. 4 p.ti).

Parlare questi parlano, a volte anzi si parlano addosso, sciolinatissimi (anche perché ci vuole tutta a non essere fluidi leggendo TUTTO dal gobbo: vi immaginate uno studente che prende 5 in un'interrogazione leggendo le risposte dal libro?). I picchi poetici di Baglioni che parla di musica si sposano egregiamente con la disinvoltura parlantinica di Favino. La bionda OSA cantare Mina, soggiacendo a tonnellate di ridicolo, Baglioni jr, con faccina da elfo del fantabosco, ci ammannisce una lezione sul congiuntivo (lui che insegnerebbe matematica e fisica, giustissimo), Lo stato sociale e Mirkoeilcane si lanciano addirittura a dire (o flautare) coglioni (che trasgressione, cos'era al confronto il capezzolo di Patsy Kensit ?), Pippo Baudo recita un Te deum, a se medesimo, Fiorello quando non canta si abbandona a battute fresche come una caciotta affumicata, la Liguria è bellissima, vietato parlare dell'attualità che siamo in campagna elettorale (giusto i fiori appuntati al petto per ricordare la violenza sulle donne, potevano fare qualcosa di più... flashante, visti gli ultimi eventi...), Baglioni, Baglioni e ancora Baglioni, fortuna che voleva fare il direttore artistico e basta. Altri tempi, quelli della commedia plautina, là il linguaggio pirotecnico soggiaceva a trame prevedibilissime, con Terenzio era esattamente (o quasi) l'opposto, qui invece sono prevedibili sia il linguaggio sia la trama. Né commedia, né tragedia, dunque, all'Ariston: piuttosto un meraviglioso cartoon che ricorda quel memorabile su Instagram: "Le nostre cicatrici ci dicono non da dove veniamo, ma da dove veniamo". Viva l'Italia (3 p.ti). 

Voto finale: 9/15. Se Baglioni jr non vince, alzo di un punto.





venerdì 17 novembre 2017

LE GRANDI TELECRONACHE DI ELIGIO DE MARINIS. ITALIA-SVEZIA 0-0: "BUONASERA A ENTRAMBI".



Considerando che ormai l’italica popolazione non si indigna più per nulla, sarebbe paradossale vedere domenica curve schiumanti di rabbia per la mancata qualificazione ai mondiali. Ma ci aspettiamo di tutto.
No, ma non succederà nulla: nulla è accaduto in campo, nulla accadrà domenica, a parte la solita corsa al piagnisteo e al caprone espiatorio. Personalmente, mi ha fatto molto peggio l’uscita alle semifinali di Italia ’90: là c’era una nazionale VERA (Zenga tra i pali, Baresi, Maldini, Donadoni, ROBERTO BAGGIO, Schillaci, Vialli, Mancini, Ferrara, devo proseguire…?) che giocava convinta di difendere i colori di un popolo intero. Qui no, qui una serie di fighetti smidollati, di brocchi strapagati, di bimbominkia vestiti d’azzurro affidati ad un simpatico (?) oste pronto a mescere vino misto a fiele. Senso della maglia, no. Inutile piangere adesso. È gente che non è mai entrata nello spirito della nazionale, men che mai in partita. Occhi vitrei, facce inespressive, mai un guizzo, mai una scintilla. Basta vedere le facce di Bernardeschi e Gabbiadini nelle interviste del dopo partita, e il nulla delle loro frasi. 
Nulla in campo, nulla fuori. Questa nazionale è specchio di molte cose.

Finire fuori da un Mondiale dopo un doppio confronto con una squadra globalmente di serie C (o Lega pro) buona solo a respingere senza mai tirare in porta, chiudere una china discendente presa ancora 7 anni fa, interrotta da brevi barlumi di illusione agli Europei e ora trovarsi qui smarriti, come lo studente che ha provato con modesti mezzi a evitare la bocciatura, ma no, troppi risultati mediocri in fila e ciao: tutto il 2017 è stato una corsa al baratro, come nei migliori drammi scolastici che si consumano da marzo a giugno.

Il catino di San Siro si limita ad una coreografia tricolore coi fogli A3 verdi, bianchi e rossi, poi una bella bombardata di fischi all’inno svedese, perché da noi la sportività è di casa, quindi Bonucci con la mascherina di titanio a dirci che siamo a pezzi prima ancora di iniziare.
I tratti interessanti del match? 
• L’infinita serie di fraseggi laterali Candreva-Darmian; 
• gli affondi a vuoto di Parolo;
• le giravolte di Jorginho;
• i traversoni finiti nel niente;
• gli sciocchi fraseggi di ripiego a centrocampo;
• Bonucci che si toglie la mascherina e gioca con un ginocchio e mezzo perché crede di essere finito dentro Holly e Benji;
• la telecamera inquadra Moratti e Galliani in tribuna e Zenga dice: “Buonasera a entrambi!”.
• Darmian che finisce privato della cassa toracica dopo uno scontro con Lustig;
• El- Shaarawi con la riga di lato;
• Alberto Rimedio che, mentre siamo prossimi al naufragio, ribadisce che ci vuole pazienza;
• le interessantissime osservazioni tecniche di Zenga (“Se abbassiamo troppo Candreva e Darmian non abbiamo forza per prenderci la palla”; “Berg si abbassa su Jorginho”);
• Bernardeschi che entra e si fa il triplo segno della croce;
• “Ormai parla da solo, Gian Piero Ventura”; “Continua a guardare fisso a terra, Gian Piero Ventura” (cit. Antinelli): fidatevi, sono i segni clinici della melancolia.

E così un movimento celebra il suo fallimento. Del resto la nazionale è un intervallo tra due partite di club: l’Italia guicciardiniana, dove chiunque bada solo al proprio particulare, è tutta in questa catastrofe. Possibile, ci chiedevamo, che i nostri teneri under 21 della nazionale olimpica non riuscissero mai a combinare un tubo alle Olimpiadi, Olimpiadi che certo avevano il difetto di coincidere con l’inizio del nostro campionato? Vabbe’, lasciamola lì.
Forse che la visibilità e i rientri economici in termini di sponsor che dà la nazionale non sono poi così un grande incremento rispetto a quando si guadagna nei club, laddove un infortunio in nazionale può compromettere un’intera stagione (e relativi contratti) e allora evitiamo di darci troppo dentro? Vabbe’, lasciamola lì.

Sì, perché è anche ora di smontare il mito del calciatore-eroe che incarna i valori di una civiltà. Il calciatore, oggi, è una macchina da soldi, manager di se stesso, e il gioco del calcio è una fonte di reddito, lecita finché si vuole, ma da lì a dire che dal calcio si possono ancora estrarre nobili esempi di virtù ce ne passa.
Diciamo ciò, perché nella stagnante aria milanese aleggia già l’interrogativo: “E adesso? Da dove ripartire?”. E avanti con la solita litanìa: “Ripartiamo dai vivai”, “Valorizziamo i giovani” e via ciarlando.
Sarebbe ora di prendere atto che ci vuole una rivoluzione ben maggiore, ed è qualcosa che riguarda il modo stesso di concepire questo sport, almeno da noi:
1) La si smetta di considerare il calciatore come un dio in terra: li vediamo, alla prova delle grandi competizioni, i nostri “atleti”, onesti broccherelli che tirano insieme un campionato nazionale ormai asfittico, ma che di più non danno. La loro vera specialità è tirare sul prezzo del contratto, come squallidamente abbiamo visto fare Donnarumma l’estate scorsa. Basta con le mammine che vengono a colloquio a scuola ribadendo e tribadendo che “Sì, il mio [aggiungere nome a piacere] ci tiene tanto allo studio, però il calcio, sa, professore, è una scommessa importante…”. Se vabbe’, salutami il Bernabeu. Poi finiscono in serie D (se va bene) ed è colpa nostra che gli abbiamo tarpato le ali col latino.
2) La si smetta, di conseguenza, di perdonare qualsiasi disastro piccolo o grande costoro combinino, perché poi è inutile gridare e stracciarsi le vesti quando “i nostri giovani” si abbandonano ai peggiori comportamenti, perché i loro esempi sono quelli lì: quando si schiantano a 120 all’ora con i loro bolidi fiammanti, “ma sono ragazzate”, tanto per dire, non si pretenda poi che un pubblico facilmente impressionabile come quello dei giovani tifosi non si lasci traviare, “perché quelli alla fine c’hanno i soldi, tu chi sei per criticarli? Sei invidioso!!”. 
3) Si prenda atto, una volta per tutte, che il rapporto tra i “successi” di questa gente e i loro guadagni è una follia etica. Discorso, beninteso, che non è né di sinistra né di destra, perché l’Etica non ha bandiere. E non si venga a ciarlare che i calciatori “fanno girare l’economia, quindi prendono il giusto per gli introiti che generano”. Non sono questi miliardari in mutande a cambiare le sorti del mondo, né la loro attività genera alcun contenuto valoriale: la loro forza economica sta nella forza irrazionale del tifo che generano, e non è con l’irrazionalità che si fa progredire la civiltà, più semplicemente si fanno lievitare i guadagni di chi questa irrazionalità sa convertirla in merchandising. E se anche dalle loro pedate dipendono stipendi e pagnotte di giornalisti, cronisti, tecnici audio e video delle relative trasmissioni dedicate, venditori di sciarpe e famiglie al seguito, ciò non giustifica che essi guadagnino quanto i predetti lavoratori non guadagneranno neanche vivendo 30 vite consecutive. La retorica del gesto atletico, del campione che parte dal polveroso campetto di provincia e si trova sul grande palcoscenico magari riscattandosi da una vita difficile o anche solo anonima, dell’emozionante azione da gol che rende felici i tifosi che nello spettacolo sportivo scaricano ed esorcizzano le proprie frustrazioni quotidiane… bei quadretti del tempo che fu: la storia dice di gente che, facciamo l’esempio di Cassano, seppure in gioventù può trovarsi economicamente e socialmente svantaggiata, raggiunge grazie al calcio vertici di benessere economico non meno scandalosi della precedente miseria, se si pensa ad altri che poveracci restano solo perché non sanno fare gol. Attenzione, cioè, all’idea “democratica” del grande campione che fa strada solo grazie alla sua virtù e si riscatta dal triste passato: il fatto che lui abbia la virtù, e altri no, e che questa virtù lo renda un nababbo, rende nuovamente “aristocratica” tutta la situazione, perché alle vecchie ingiustizie basate su antichi privilegi se ne sostituiscono semplicemente di nuove. Se era ingiusto che uno fosse nobile (e ricco) per nascita, guadagnare da calciatore certe cifre per virtù pedatoria “innata” è tanto uguale. E alla fine questi idoli non educano in nulla le masse: sanno che, vincano o perdano, i loro portafogli si gonfieranno. Dove sta il merito? Credete che anche il più ingrifato dei tifosi non senta dentro di sé quest’assurdità? Credete che certe barbarie che vediamo svolgersi sugli spalti dei nostri stadi non dipendano anche da questi fattori inconsci che si celano dietro l’esibita idolatria dell’eroe? Altro che sfogo esorcistico delle frustrazioni. 
4) Per dire, insomma, che oggi il calcio è business. E non c’è nulla di male. Ma il business, di suo, non è buono né cattivo: dipende da chi lo gestisce e come. E se davvero vogliamo applicare certe regole, proprio quelle del business, questi bambolotti devono prendere quanto meritano e venire considerati quanto meritano, e oggi sono tutti sopravvalutati, come certi pacchetti azionari che fanno la bolla per poi esplodere. A cascata, i giovani e giovanissimi (e i loro genitori) devono crescere senza concepire la carriera calcistica come l’investimento della vita, il biglietto milionario della lotteria, l’attività più desiderabile perché assai più redditizia di molte altre. Se fossimo tutti calciatori, ci saremmo estinti da un pezzo. Si ricordi che alla base della passione sportiva e relativa motivazione esistono anche elementi immateriali. Quando si difendono i colori della propria patria, non è una questione di contratti che si ritoccano verso l’alto: è lo spirito di un popolo che trasmigra nell’azione dell’atleta. Ma l’atleta, per incarnare questo mondo emotivo, deve svuotarsi dei suoi egoismi individuali e farsi simbolo dei valori che tengono incollato il pubblico alla bandiera. Valori, di necessità, non quantificabili né “pagabili”. Questa è la nazionale come dovrebbe essere vissuta. Bisognerebbe però partire dai club, eliminando dalla prospettiva del calciatore italico le condizioni di vita di un monarca ellenistico: quando tutto il movimento finirà di viaggiare su scale quantitative di fatto insostenibili, e si recupererà il valore anche simbolico del gesto sportivo, allora forse crescerà una generazione di atleti veri e non di affaristi di se medesimi. Direi che per il 2300, quando i mondiali di calcio si giocheranno su Aldebaran, dovremmo essere pronti. Chi vivrà vedrà.

[Potremmo evidentemente aggiungere che lo sfacelo tecnico ed etico del nostro calcio si inserisce nel più generale sfacelo culturale di un Paese che ha deciso di buttare a mare la cultura, sia perché certe élites l’hanno considerata cosa loro e ne hanno fatto un balocco per parlarsi addosso alla faccia delle masse, sia perché altre contro-élites, in nome di una non meglio identificata ideologia pop-consumista, hanno demonizzato l’umanesimo e tutto ciò che consente lo sviluppo dello spirito critico e del pensiero indipendente: di qui la creazione di tutta una generazione di eroi a due dimensioni, calciatori compresi, che nell’infantilismo, nel vizio e nell’ignoranza, sempre perdonati in nome dei guadagni generati, sono assurti a nuovi simboli dell’individuo vincente; potremmo aggiungere che, esaltando il tipo del belloccio che fa ascolti o dello sportivo che fa soldi in opposizione allo sfigato che, poveretto, studia per diventare qualcuno di forse meno mediatico ma di gran lunga più utile alla società, certi media hanno gettato intere generazioni di gente ‘normale’ in oceani di frustrazione (o peggio) per il senso di incapacità di aderire alla figaggine e per quello di inutilità connesso coi propri sforzi, ridicolizzati da chi predicava il successo facile basato sull’estetica o sulla pedata: di qui la crescita di una generazione di montati sbruffoni, convinti di essere tanti piccoli cristianironaldi e bravi a prendersi gioco degli ‘sfigati’, tutta gente alla prova dei fatti che si è sgonfiata nei tornei sponsorizzati dalla macelleria all’angolo, ovvero tutta gente che nel mondo del lavoro VERO darà un contributo risibile, altro che far girare l’economia; potremmo aggiungere che una nazionale di nullità sopravvalutate è la propaggine estrema di un sistema educativo che non ha più il coraggio di dire alle persone quanto valgono e se si possono permettere certe aspirazioni o è meglio ripiegare su obiettivi più modesti, perché ormai alla scuola si chiede il todos caballeros, tutti bravi perché questa è (sarebbe) l’essenza della democrazia: di qui la nascita di una generazione di gente che fatica nella vita perché non è mai stata educata alla gestione dell’insuccesso e alla considerazione consapevole dei propri pregi e limiti. Potremmo. Ma evitiamo, poi direbbero che stiamo strumentalizzando…]

sabato 24 dicembre 2016

Senecana (1) : quanto ce piace ciangotta'...

[avviso ai lettori dal naso fino: ricordate che è la pagina di un blog...]

Dedichiamo qualche post ad alcuni punti fondamentali del pensiero del più grande filosofo di Roma e isole circonvicine, convinti della sua invincibile modernità.
Tralasciando la biografia e le complicate risultanze di un'epoca piuttosto ardua da viverci dentro (guardate cosa gira sul web, che bellezza...), diciamo che Seneca rispecchia nel suo animo complesso e multiforme un'ampia gamma delle disposizioni umane: filosofo stoico che non disdegna di praticare l'usura, teorico del disprezzo delle ricchezze purché a lui rimangano quei tre milioni di sesterzi giusti giusti per conseguire la virtù senza scendere a compromessi con lo stomaco, consigliere del principe finché tigelle e soprattutto Tigellino non gli consigliano di lasciar perdere, alfiere di un umanesimo quasi paolino e primo firmatario della mozione per far fuori Agrippina, adulatore senza faccia dell'imperatore Claudio per tentare di rientrare dall'esilio e poi zucchizzatore del medesimo quando costui morì, Seneca ci ha lasciato tesori di saggezza difficilmente comparabili coi prodotti di qualsiasi altra stagione della cultura occidentale (pace Volo et Moccia).
L'efficacia del messaggio senecano sta nella sua rinuncia alla chiacchiera astratta, in omaggio sia a certa tradizione cinico-stoica sia alla mentalità concretissima dei romani suoi uditori, il tutto a vantaggio di una prosa non certo semplice, ma costellata da esempi e metafore di squisita efficacia. 
Il bello è poi che Seneca ha tradotto in massime solidissime e indimenticabili i presupposti di una filosofia che per colmo d'ironia ci è pervenuta, prima di lui, desolatamente a pezzi. Spesso infatti si omette di considerare che la filosofia stoica, fondata dal greco/fenicio Zenone di Cizio laggiù verso il III sec. a.C, ha avuto bensì esponenti di genialità indiscussa (Zenone appunto, Cleante, Crisippo, Panezio, Posidonio), il pensiero dei quali ci è giunto tuttavia frammentario e spezzettato (guardate un po' qui...) in citazioni di altri autori, autori che in non pochi casi erano avversari dello stoicismo, le cui testimonianze vanno quindi prese con estremo beneficio di inventario.
La cosa stupefacente è appunto che una filosofia così architravica per la cultura occidentale risulti, alle sue fonti, per noi solo ricostruibile da una messe di frammenti non sempre chiarissimi, alle volte vagamente contraddittori tra loro o assai difficili da interpretare nel contesto generale (noch, Herr Max Pohlenz, wir lieben dich...).
E dunque.
E dunque il ruolo di Seneca come diffusore di filosofia bellissima ma perduta nella sua interezza originale appare di primissimo piano e meritevole della più ampia commendevolezza.
Certo, come egli stesso afferma, il SUO stoicismo non è rapsodico montaggio delle teorie dei greci, alla maniera di Cicerone diciamo (ricordate che ecc. ecc.), ma cosciente e responsabile rielaborazione di un mare magnum di precetti, a volte accettati, altre volte rimodernati in ragione delle esigenze dell'epoca sua. Egli è in tutto e per tutto erede della tradizione della sua scuola, nella quale si sono succeduti maestri che non hanno avuto problemi a rimettere in discussione, anche pesantemente, le dottrine messe a punto dai predecessori (o almeno così ci pare di capire dai frammenti).
Così lui pure assorbe tonnellate di stoicismo, ma non esita a mostrare gradimento nei confronti di sapide spezie epicuree, senza contare, come gente spocchiosa ha messo in luce ormai da millenni, il contributo fondamentale offerto dalla sapienza medica del tempo alla messa a punto delle teorie filosofiche.
Ricavare una condensazione minima di un pensiero ampio e articolato come quello di Seneca sarebbe, in questa come in qualsiasi sede, impresa a dir poco ridicola. E per le imprese ridicole abbiamo già provveduto. Per quanto concerne le intenzioni di questo umile blogghino, mi vorrò più e più volte soffermare su un aspetto del modus docendi di Seneca che mi ha sempre colpito in particolare e che in questi periodi di bullismo mediatico e arene social mi pare di tutta importanza: l'atteggiamento di un filosofo che, pur seguace di una dottrina in grado, teoricamente, di dare una risposta a TUTTO, è sempre perfettamente conscio che tra la luminosa perfezione delle concezioni astratte e il momento in cui esse devono calarsi nel concreto della quotidianità esiste una discrasia irriducibile. Detto meglio: altro è convincersi che l'universo obbedisca ad una struttura razionale ed infallibile, altro è illudersi che tali canoni di perfetta razionalità valgano davvero per tutti gli aspetti della vita umana, la quale sarebbe niente più che un prevedibile algoritmo facilmente controllabile una volta che, sapute le cause dei singoli fatti, se ne possono dedurre irrefutabilmente gli effetti. Con la conseguenza di essere sempre in grado di collocare senza errore il Bene e i Buoni da una parte e il Male e i Malvagi dall'altra.
Seneca forse ci sperava, ma ha sempre saputo, e le sue opere sono lì a dimostrarlo, che la tragicità della condizione umana riposa sull'irrisolvibile contrasto tra volontà individuale e attuazione della medesima in contesto popolato da altri che non siamo noi, nonché sulla triste certezza che il male non è un'entità esterna a noi, ma un prodotto delle nostre più insondabili fragilità. Il Bene assoluto che lo stoicismo promette e che consiste di fatto nella virtù morale, la quale a sua volta discende dalla comprensione della perfetta razionalità del mondo e dall'adeguamento altrettanto razionale della nostra anima ai suoi processi, questo Bene assoluto giace intatto e invitto nelle menti dei filosofi, ma per tutti gli altri, e Seneca si colloca fra costoro, è conquista quotidiana pezzo per pezzo, sempre perfettibile, tra cadute, risurrezioni, vicoli ciechi, cambi di direzione e purtroppo sì, anche palesi deviazioni nell'incoerenza (leggete qui cosa dice Montanelli di Seneca, due mesi prima di tirare le cuoia...).
Le vicende della Roma dei suoi tempi avranno poi convinto Seneca di qualcos'altro, che forse resta più sottotraccia, a motivo del carattere eminentemente razionalistico dello stoicismo: il fatto cioè che nessuno può veramente ritenersi detentore del Bene, poiché, a seconda delle prospettive, la tragicità dell'agire umano esige una goccia di male anche là dove si vorrebbe un esito moralmente buono. E' il dramma della ragion di Stato che Seneca ha conosciuto dal di dentro come pochi, ma è il prolungamento di quello stesso dramma che Virgilio aveva intravisto tra le pieghe del provvidenzialistico mito di Enea carinamente commissionatogli da Augusto via Mecenate: una volontà superiore guidava le azioni dell'eroe verso il radioso futuro della fondazione di Roma e del dominio di questa sul mondo intero, eppure tale disegno ha richiesto un tributo di dolore innocente e di sofferenze individuali e collettive che portano Virgilio stesso, all'inizio di un poema pure epico-celebrativo, a chiedersi se ne sia valsa davvero la pena.
Sono gli interrogativi che ci poniamo oggi noi occidentali del terzo millennio globalizzato, allorché registriamo le conseguenze quotidiane di processi storici alimentati dai nostri predecessori che sembrano presentare il conto tutti in una volta in questi ultimi anni. Di qui l'angoscioso dubbio che forse siamo noi gli sbagliati, mentre tutti coloro che riversano critiche su noi e sul nostro modo essere e di vivere, considerandoci causa del male di tutto il resto del mondo, sembrano essere invincibilmente nel giusto.
Ebbene, la risposta alle questioni di oggidì è ardua e complessa, ma gli spunti offerti dal pensiero di Senecuccio nostro, posto pure che non portino ad alcuno sbocco risolutivo, mi paiono comunque stimolanti per impostare un discorso critico che ormai è merce rara sul web, dove tutti procedono per verità autoevidenti e autopiaciute, in genere ammannite da profeti e profetesse dell'ovvio che prima guardano dove va il mainstream riguardo le singole questioni, dopo fanno due conti se sia più conveniente, in termini di seguaci social, mettersi in scia o dire l'esatto opposto, quindi scrivono. Bravi, eh, ma c'è anche di meglio in giro.
Concludo questo post introduttivo alla serie Senecana ridendo in realtà di me stesso, poiché affido alle pagine di questo blog che non ha certo il seguito di quelli là di cui sopra riflessioni assai impegnative che meriterebbero ben altro palcoscenico e numero di lettori. Non per me, per Seneca.
Vabbe', ma la Spocchia si nutre di sé medesima, dai...
Appuntamento al prossimo post dal titolo: Il mondo è tutto un logos.

                                                                                                                                         [1- continua]  

domenica 18 dicembre 2016

ITALICA - 3- Ancora col metodo.

[VI RICORDIAMO IL POLIZIESCO PENTADIMENSIONALE QUI]



E' vero che Cartesio ha scritto una volta per tutte il Discorso sul metodo e poi non l'ha più rivisto, gettandolo nel mondo bello com'era appena uscito dalla stamperia: molto meglio, si disse l'uomo pineale, andare a fare jogging con la regina di Svezia e schiattare di polmonite.
Più di recente, quando Charles de Gaulle, ultimo monarca di Francia (lol), fece l'eutanasia alla Quarta Repubblica per sopravvenuta Algeria, creò la Quinta dalla sera alla mattina, ne buttò giù uno scartafaccio di Costituzione, mise insieme il semipresidenzialismo con tutti i suoi addentellati (elezioni a doppio turno, ballottaggi, possibilità di coabitazione tra un Capo dello Stato di un partito e un premier dell'altro) e finita lì. Il metodo per tenere su la Francia era quello e i successori, si chiamassero Valéry Giscard d'Estaing o François Mitterrand, vi si attennero scrupolosamente. Giusto Chirac, ma siamo nel campo delle finezze di pura scuola alessandrina, ha ridotto gli anni di presidenza da sette a cinque (ridotto... vi rendete conto?). Per il resto, dal 1958 la République Française è come la vediamo tutti.
Loro, del resto, di passaggi non incruenti tra repubbliche e repubbliche, con neo-monarchie, imperi e regimi filo-nazisti dal nome di crema idratante a far da intermezzo, se ne intendono. Oggi però si presentano al mondo con un assetto politico perlomeno coerente da decenni, il che non implica che lassù vada tutto bene, ma le figure di palta che la nostra politica rimedia di fronte a tutti i Paesi civili non hanno paragoni.
E veniamo a oggi, con una discussione interessantissima: la nuova legge elettorale (l'ennesima) dalla cui redazione dovrebbe finalmente discendere un assetto politico stabile sia per la Camera che per il Senato. L'ultima proposta che pare stia acquisendo credito crescente è quella del maggioritario più o meno esemplato sul mattarellum di Mattarella. Il quale si chiederà per quale strambo giro dell'oca si torni là dove la seconda Repubblica, auspice lui medesimo, pareva iniziare tra salve di cannone ed evviva! di rinnovamento.
Già lo dissimo altrove: illudersi che la legge elettorale sia la cura miracolosa per tutte le storture della vita parlamentare è come credere che uno scolaro poco dotato diventi di botto un genio solo cambiando metodo di studio. Bisogna intervenire chirurgicamente su mali ben più profondi della nostra coscienza civile, quali il familismo amorale, la propensione a sacrificare sistematicamente l'interesse pubblico a quello privato, l'idea che il potere sia una diligenza da assaltare ed uno strumento per punire anzitutto chi non è con noi e poi riempire di favori i nostri alleati. E molto altro, tutto ciò insomma da cui dipendono le ormai settantennali crisi di governo ad orologeria, con maggioranze che cadevano sul nulla, per tacere dei vorticosi cambi di casacca cui i parlamentari ci hanno abituato negli ultimi due decenni. La coerenza disintegrata dall'egoismo spicciolo. 
Bene.
Adesso il neo-mattarellum risolverà tutto, perché la corsa, nei collegi uninominali, la fanno i candidati che devono guadagnarsi sudando sangue i voti degli elettori, non sono calati dall'alto dalle segreterie nel comodo e caldo cestello delle liste bloccate. Macché: consensi da guadagnarsi casa per casa, piazza per piazza, perché col maggioritario uninominale l'elettore vota la persona, non il partito. 
Come no...
Credo a questo punto che ai fautori caldi e croccanti di questo ritorno a sistemi ormai sepolti, quelli che ora si stracciano le vesti per i governi non eletti dal popolo, giovi ricordare un paio di cosette, giusto perché sappiano che la zuppa della nostra politica è così da un pezzo.
Una, che dovremmo sapere noi tutti per i quali la consapevolezza della storia della politica italiana rimanda indietro di almeno un trentennio, è questa: il tanto rimpianto mattarellum non ha garantito nulla. Esso nacque, visse e defunse tra il 1994 e il 2006, venendo applicato in tre corse elettorali che hanno dato luogo ad almeno due legislature imbarazzanti (1994-1996 e 1996-2001), laddove la terza (2001-2006), pur essendo esteriormente occupata dal solo Berlusconi (che si voglia splittare la sua esperienza in Berlusconi II e III o II e IIbis o II e basta) ha così chiaramente mostrato il bello e l'efficacia del mattarellum che esso mattarellum medesimo è stato fatto morire per essere sostituito dall'orribilerrimo porcellum, del quale curiosamente tutti rinnegano la paternità.
Più nello specifico, signori della giuria, col mattarellum associato ad una elargizione di collegi a dir poco suicida, Berlusconi fece avere alla Lega Nord un numero di seggi tale da poterlo allegramente sfiduciare nell'autunno del 1994 dopo solo sette mesi di governo; seguì poi il capolavoro del governo Dini, voluto da Berlusconi, ma tenuto su dai voti di quelli che a Berlusconi si erano opposti, mentre all'opposizione ci finiva Berlusconi stesso. Geniale.
Le politiche del 21 aprile 1996 videro invece il mattarellum declinato nel democraticissimo metodo della desistenza, per cui agli elettori dell'Ulivo, cioè di Romano Prodi, si chiedeva caldamente di votare i candidati di Rifondazione comunista in un certo numero di collegi, sì da ottenere il contro-voto rifondarolo in tutti gli altri dove il candidato ulivista si presentava senza avversari a sinistra. Risultato: Ulivo comodo al Senato, in bilico alla Camera, proprio in virtù dei seggi ottenuti da Rifondazione. Risultato del risultato: governo Prodi sfiduciato alla Camera (ottobre 1998, unico caso in tutta la storia repubblicana) dopo due anni e mezzo e nuovo governo guidato dal simpatico assai D'Alema. E sostenuto da chi? Massì, da un tot di ex-deputati centristi filo-berlusconiani scopertisi patrioti di sinistra coll'arrivo dell'autunno e rinominatisi UDR (Unione Democratica per la Repubblica)(che poi: mi vuoi dire che gli altri parlamentari non sono democratici e non sono per la repubblica?). 
Bene, D'Alema dalemeggia da par suo, dopo una gioventù di estrema sinistra concede agli odiati yankees le basi per andare a bombardare l'ex Jugoslavia, poi a fine 1999 qualcuno dei suoi gli dice che lui... boh, gli dice qualcosa, nessuno capisce niente, fatto sta che D'Alema si dimette e poi ritorna in sella con un governo rimpastato che va a schiattare nella primavera successiva con la débacle alle elezioni regionali, stravinte per 10-5 dal centrodestra. 
Elezioni? Macché, la maggioranza c'è ancora, dicono, era D'Alema ad essere antipatico. Ed ecco che per un annetto mi va a guidare il governo uno che aveva gridato e giurato ai quarantaquattro venti che in politica, per carità, mai più: Giuliano Amato, ex braccio destro di Craxi, rapido a rinnegarne la bracciodestraggine quando Craxi medesimo tracollò.
E via così, ancora un anno a tener su una legislatura con l'ossigeno e il defibrillatore. Poi Berlusconi rivince nel 2001 e, numeri alla mano, governa comodo. Sennonché, lamenta l'uomo di Arcore, i suoi alleati continuano a mettergli il piombo nelle ali, ostacolando tutti i suoi provvedimenti per rinnovare l'Italia. Ecco quindi nell'estate del 2003 i quattro tavoli e la cabina di regia per tentare di mettere ordine in una coalizione solo esteriormente compatta, poi, sondaggi alla mano, la consapevolezza che col mattarellum alle elezioni del 2006 non c'è speranza. Ed eccoci al porcellum, vero sudario di ogni democratica libertà di mandare in Parlamento chi si vuole. Ma fermiamoci pure al 2006. Qual è stato, quindi, lo spettacolo offerto da questo sistema elettorale maggioritario? Lo stesso di quando c'era il proporzionale: agguati, instabilità, interessi di bottega. Tiriamo pure delle casarecce somme: in dodici anni di Parlamento mattarellico si sono succeduti al timone di Palazzo Chigi 6 governi, 8 se si splittano D'Alema e Berlusconi 2001-2006. Meno certamente della media di tutto il settantennio, ma comunque troppi rispetto a qualsiasi Paese avanzato. Ci duole quindi concludere che no, non è il maggioritario la ricetta.
Non lo è anche un secondo motivo, più municipale, ma non meno significativo. A chi sostiene che coll'uninominale il candidato ci mette la faccia e gli elettori se li deve guadagnare indipendentemente dalla parte politica di pertinenza, mi pregio di portare l'esempio delle nostre elezioni bresciane per il Senato nel 2001. Candidato nella circoscrizione 22- Brescia per la Casa delle Libertà (Berlusconi, sempre) era l'ottimo giornalista Paolo Guzzanti. Personaggio sulfureo, padre di cotanti comici, intellettuale e giornalista dal senno fine e dalla penna corrosiva, tutto bene insomma, ma... non esattamente bresciano di origini. Romano, anzi, pare. Vissuto a Brescia per anni come Ambra Angiolini o Mina? No no. Cultore da tempo immemore del nostro spiedo e quindi bresciano per adozione in virtù di banchetti e lieti conversari più e più volte ripetutisi nel tempo? Nemmeno. Guzzanti conosceva Brescia come presumibilmente io posso conoscere La Spezia, essendoci passato di sguincio una volta mentre andavo al mare a Castiglioncello. La cosiddetta conoscenza del territorio, nonché la familiarità con la mentalità dell'elettorato locale, che sarebbero i requisiti ineliminabili dei candidati col maggioritario erano, nel caso di Guzzanti, pura chiacchiera ('elettorato ostile', disse di noi, 'linguaggio violento', eccallà...). Serviva un collegio libero, comodo, e statisticamente sicuro: nulla a che vedere con la certezza assoluta data dalle liste bloccate, ma il meccanismo era affine: siccome nella Seconda repubblica la passione politica è sinonimo di tifoseria, non importava chi fosse il tizio in questione, è della mia parte, ok, votiamolo. E così fu. E così Guzzanti ascese al soglio palazzomadamesco (tralasciamo le intemperanze degli anni successivi, che lo portarono a mollare e riprendere Berlusconi con movimenti a fisarmonica degni di un gitano). Davvero potevamo dire di aver mandato in Parlamento uno che ne sapeva di cose bresciane? Certamente no, visto poi che, come primo firmatario, presentò disegni di legge di interesse, diciamo, limitato per noi del Cidneo (belle, eh, le disposizioni di riordino e promozione del pugilato... per non parlare dell'istituzione della figura professionale dell'educatore cinofilo...). Ma era la faccia oscura del maggioritario: c'è SOLO quel candidato della parte che piace a me, e se non voto lui vince l'altro. Piuttosto, allora... voto lui, anche se della mia terra egli nulla sa né mai saprà.     
Non esiste, insomma, sistema elettorale perfetto, ma il problema è che noi italici riusciamo a far funzionare benissimo solo i difetti e le storture di tutti quelli a cui ci affidiamo. 
Se ne ricordino, i geniacci del presentismo.