Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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giovedì 1 dicembre 2016

Scholastica - I - Tempo di nuovi paradigmi

Non spenderemo altre righe per spiegare alle scimmie vestite (che neanche ci leggono)(perché non sanno leggere, non per altro)(lolleria) cosa ci spinga a praticare una professione che ormai da due decenni è trattata in modo indegno dall'opinione pubblica e non solo. Parole come passione e fatica intellettuale sono incomprensibili a certe orecchie e pace.

Da qualche giorno ci è però sorto il dubbio che forse il problema, come dire, teoretico del dibattito scuolesco italico odierno non porta a nulla perché le premesse sono tutte rovesciate rispetto alla realtà. Almeno credo. Comunque, amico lettore, ti offro il mio ragionamento, e tu sarai libero di condividerlo oppure don't.

                                                   PARABASI   (t'a ricordi a parabbasi, Giacomì..? nun t'a ricordi?? Guarda qqua...)

<ODE'> Uno dei mantra che certi esperti del nulla ci ammanniscono, credendo di incantarci, è la fuffa circa la necessità di finlandesizzare il nostro sistema scolastico, perché la Finlandia, notoriamente membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU, primo Paese cui ci si rivolge quando arrivano gli alieni (era Finlandia questa, vero...?), culla di artisti in confronto ai quali Durante (detto Dante) Alighieri o Italo Calvino sono dei modesti inchiostratori, ebbene la Finlandia è la Terra Promessa, la Minas Tirith cui noi tutti, nani e hobbit, dobbiamo tendere, abbandonando la nostra pallosa lezione frontale, rinunciando ad ammannire conoscenze per forgiare esperti progettisti di semafori che fanno l'onda verde all'incrocio dei loro paesini; vuoi mettere le lezioni luminose, con un quarto d'ora di svago tra un'ora e l'altra (e sei ore di luce al giorno da novembre), la didattica costruttiva in cui le materie sono modulari come i mattoncini Lego e tutti crescono felici, visto che il Paese in questione ha il record europeo di suicidi e un consumo di antidepressivi altino (+1761% a partire dal 1985 o giù di lì)(comunque una volta era peggio)(anche loro, però, con questi psicofarmaci...)(no, carino, è tutta invidia!!)(si, ma la Francia dove la metti?)?
Certo, certo, del resto il loro sistema scolastico è così "oltre" che ha prodotto la prima casa produttrice di telefonini, la Nokia, che tuttora primeggia... ah, no...
Poi la loro scuola steineriana è così rassicurante che questi non sanno neanche cos'è un fionda, figurati una pistola... ah, no...
<EPIRRHEMA> Del resto la loro didattica, fatta apposta per i test PISA (umanisti, sotterriamoci!), nei quali notoriamente quelli ci strabattono (nel complesso, scorporando i dati viene fuori ben altro), insomma è giusto così, no? quando ti iscrivi a scuola guida, non sei lì a riflettere sui profondi significati del divieto di sosta o sull'opportunità etica di non sorpassare nei tratti ascendenti dei dossi: devi ricordarti che a quella domanda lì si risponde crocettando quel quadratino lì. Ecco, la loro didattica è così, teach for test come si dice (hanno dei dubbi anche gli inglesi, figurati...), ma intanto lassù si vive mille volte meglio che da noi (risalite a leggere di venti righe a partire da ora per conferma), noi invece, così scioccamente fissati ad ammannire agli alunni lunghe verifiche scritte per saggiare, oltre alle nozioni, lo spirito critico... no no no. L'adulto del futuro deve saper fare. Stop. Imparate dalla Finlandia, loro imparano facendo, mica prendendo voti e svolgendo i compiti a casa (ovvove!!!)(del resto, se il sole cala a mezzogiorno, che compiti vuoi fare...?)(vabbe', ma andranno a scuola nei mesi con più luce, no?)(ehm... no).
<ANTODE'> Ma perché poi fare confronti con un Paese che ha 17 abitanti per km quadrato e un dodicesimo della nostra popolazione?
I nostri amici Brexit e i loro epigoni d'oltreoceano, prime economie del mondo, sono certo più performanti come esempio: è evidente che la loro economia e soprattutto la cultura dominano in lungo e in largo (gente così, vedi?)(poi endorsano Hillary Clinton, ... ti credo che vince Trump)(e se non basta, vanno a fare shopping in Canada)(bricconcelli, anche i cetrioli bombardati da radiazioni mi fate cantare...) perché il loro sistema scolastico è il migliore al mondo... cioè, no, il migliore è quello finlandese, ma quello anglosassone dev'essere comunque il migliore, sennò come ha fatto Microsoft a mangiarsi Nokia? Loro hanno capito che le nozioni non servono, il docente deve essere un mero "facilitatore" dell'apprendimento alunnizio, guardare più al processo che al risultato (del resto, se mi faccio operare al cuore, conta molto di più che il medico abbia seguito tutti i passaggi necessari anche se gli muoio sotto i ferri, no??), assegnare ricerchine che quelli si arrangeranno a mettere insieme compitando da internet, ma va bene, così, no? L'importante è fare, districarsi tra un problem solving e un cooperative learning, basta che sia chiaro il messaggio che a fare l'insegnante non ci vuole poi molto, giusto un  po' di vigilanza mentre i pupi, seduti alle loro scrivaniette tutte colorate modello uffici di Google, surfano tra wikipedia e youtube per svolgere il tema "Il conoscimento cambia modalità a seconda dell'oggetto" e amenità consimili. Ma poi là sì che si trova lavoro in fretta, infatti vanno tutti in Inglesia (a Brexit piacendo, si capisce), le università ti buttano subito nel mondo del lavoro, perché loro là fanno, mica pensano... loro professionalizzano, da sempre.
E sai perché alla Samsung esplodono i tablet? Perché la loro scuola è troppo competitiva... questi qui stanno 10 ore al giorno in classe, studiano anche dopo cena e dormono 5 ore a notte, ci credo che qualcosa poi gli sfugge (ehi, ma questi hanno più suicidi della Finlandia!!).

                                                   SI PROTRUDE IL CORIFEO

Ecco, dalla volutamente caotica rassegna di cui sopra, credo si sia capita una cosa (ah, no...?), cioè che forse è il momento di disilludersi circa la convinzione che un Paese diventa quel che diventa grazie al suo sistema scolastico. Semmai è vero il contrario: il sistema scolastico riflette (come sovrastruttura)(no, Marx noooo!!)(ma che tte frega? stamo ner dumila, ahò!) il Paese che lo ospita. Se la scuola anglosassone è così, diciamo, empirica, lo è perché loro, i Brexit e gli Yankee, sono empirici da sempre, da quando Guglielmo da Occam rasoiava Aristotele e Locke polemizzava amabilmente contro Cartesio. Da lì, e non al contrario, nasce la 'loro' scuola. [di Giappone e Corea adesso non ci occupiamo, right?] I finnci, che pure hanno rivoluzionato la loro scuola 'solo' da 40-45 anni, hanno potuto farlo con calma e senza fretta perché... sono finnici, cioè non avevano il mondo addosso ad aspettarsi chissaché da loro. Mi rendo conto che detta così sembra un'idiozia, ma rimane il fatto che parliamo di un Paese di 6 milioni di brava gente la cui ex-punta di diamante si chiamava Nokia dal nome del fiume su cui fu impiantata una cartiera (sì, non esattamente la Silicon Valley...) che dal 1865 agli anni '90 del secolo scorso evolvette (o evolse)(o evlibbe) meritoriamente a leader mondiale del telefonino. Merito della loro scuola? Giustacconto negli anni '70 questi si riformarono l'istruzione e Nokia decollò? E allora perché adesso è schiantata? Non funziona più la scuola finlandese?
Il sistema economico mondiale si è evoluto in una direzione capitalistico-neoliberista che ha dato ragione, diciamo così, a chi di quel sistema è stato la mosca cocchiera, ovvero il mondo anglosassone, oggi imitato dalla Cina. Ma non è certo a scuola che gli anglocinesi hanno appreso lo spirito del capitalismo: quello spirito ha semmai chiesto un certo tipo di scuola per venire perpetuato a livello di strutture di pensiero (vedi, elabora, risolvi, vinci)(semplicità, semplicità). L'errore nel parlare di scuola sin qui è stato appunto scambiare l'antecedente col conseguente. Mi si conceda (no, no!!)(sì, invece, taci, Wotan!!) l'arguta battuta da classicista impenitente: che sistema scolastico avevano Atene e Roma ai bei tempi del loro splendore? E appannaggio di quanti cittadini? E' in virtù di quello che hanno dominato il loro pezzo di mondo per le rispettive spettanze? O la scuola non finiva per riprodurre un'ateniesità e una romanità preesistenti? Tra l'altro i greci imparavano a perculare i persiani leggendo e studiando Omero (per tacere che i primi elementi della loro educazione erano musica e ginnastica, vedi tu...), ma appena i Romani hanno iniziato a studiare se stessi, diciamo a partire dagli Annales di Ennio, gli sono iniziate in casa le guerre civili...


                                             ENTRA L'AUTORE (AH, VI RICORDO IL NOSTRO POLIZIESCO...)

Battute a parte, torniamo al focus della chiacchiera e stabiliamo due punti fissi che poi svilupperemo quando ne avremo voglia:
1) Come le leggi fisiche danno conto che nell'universo le cose funzionano così e non cosà, ma non spiegano perché il così prevalga sul cosà, allo stesso modo sarebbe ora di smetterla di magnificare i sistemi scolastici diversi dai nostri come la radice profonda del successo che tanto invidiamo nei Paesi economicamente e socialmente più floridi di noi. Quel successo deriva da altri fattori, che si possono contestare o meno: il trionfo del capitalismo aggressivo può piacere o no, finora è andata così e non è detto che duri, ma potrebbe anche durare più del previsto in forza di qualche - al momento ignota - evoluzione. Duri o non duri, non sarà il sistema scolastico a decidere la svolta, quale che sia.
2) E allora la scuola a che serve? E quella italiana non ha mezzi di formare futuri cittadini che siano un po' più concorrenziali con quelli del resto del mondo? Dipende da cosa si vuol chiedere alla scuola e dal sistema entro cui questa 'nuova' scuola dovrà inserirsi. In altre parole:
a) divertiamoci pure con la didattica della competenze, la flipped classroom, le soft skills, il tutoring, il learning by doing (e amenità varie...), innoviamo fin che si vuole, facciamo tutto sulla LIM e mettiamo in scena l'Eneide in lingua originale. Sia però chiaro che se da tutto questo profluvio di novità si pretende semplicemente di tirar fuori dei bravi esecutori di compiti (anzi tasks) pratici privi di qualsiasi senso critico, se in altre parole ci si chiederà di azzerare le difficoltà dell'apprendimento teorico e speculativo in nome di un generico 'fare', se in altrettante altre parole si ridurrà la scuola a bottega dell'apprendista lavoratore, coi professori cui verrà vietato di fornire una visione più alta, sinottica e problematica del reale (paroloni, paroloni!!), allora sì l'Italia si troverà ad essere un popolo di futuri servi di qualsivoglia Paese avrà il ticchio di colonizzarci. Una massa non pensante e solo operante è la materia bruta irrinunciabile per qualsiasi sogno di dominio totale, sia esso ideologicamente di destra o sinistra o, come dicono accada oggi, 'laicamente' radicato nei piani alti della finanza che conta. Quegli stessi che magnificano la scuola pratica e futuristica sono, magari inconsapevolmente, gli sponsor della fine dell'Italia.
b) lasciate che la scuola, senza essere orrendamente selettiva e classista come in passato, ritorni a dire a ciascuno ciò che può e non può fare; per il bene suo di lui, non di lei. Basta con le mammine convinte di avere un genio in casa che di fonte alle insufficienze piombano dal docente a contestare e ad insinuare che "ce l'avete con mio figlio!!"; basta con la demonizzazione delle insufficienze, la pretesa di farsi promuovere portando "cinque paginette, così recupero!" alla mattina del 6 giugno, i piagnistei per due verifiche in due giorni; basta con l'idea che la scuola sia come un'agenzia viaggi o una concessionaria che deve erogare il servizio che vuole mammina, nel senso che se mammina vuole che il pargolo abbia tutti 8, noi docenti DOBBIAMO trovare il modo di farglieli avere; non funziona così: non stai mandando il piccolo dal barbiere, che lo taglierà PROPRIO come vuoi tu, mammina. Lo stai affidando a noi, che verificheremo se la sua capoccia è in grado di produrre quel che tu vuoi. Ma non dipende solo da noi, se nella capoccia manca la materia prima, non c'è taglio di capelli che tenga.
c) prima di lamentarsi che la scuola non produce figure competenti per il mercato del lavoro, ci si chieda se il mondo del lavoro e più in generale la mentalità italica sono pronti a sfruttare questi competenti: siamo il Paese dei figli di che vanno avanti ereditando posizioni di potere per via feudale (eventualmente incenerendole come questo genio qui...), il Paese che cerca apprendisti con esperienza max 29 anni, il Paese che non conosce meritocrazia se non quella che nasce dal merito di essere già nel giro giusto; il Paese della fuga di cervelli, dove le spintarelle contano più del talento, com'ebbe a dirmi uno dei tanti miei conoscenti che si credono fatti da sé e non si rendono conto che senza l'intervento familiare oggi sarebbero a cacciar nutrie; è il Paese dei Battiferro che, dopo aver urlato ai quattro venti che andavano a cambiar vita a Brexit, sono tornati precipitosamente a fare i ragazzi di bottega da papà, convinti anch'essi di essere diventati grandi imprenditori dopo aver lavoricchiato un annetto a buttar giù preventivi prestampati e tirar righe con la squadretta di Hamtaro, tutto alle dipendenze di chi non li licenzierà mai, bravi, dall'alto di una posizione che non meritano e per cui esistono millemila persone più qualificate, a sparare a zero sulla scuola "che non serve a niente", quando non vedono che sono loro a non valere niente, e che tutto per loro è pura fortuna; il Paese in cui il furbo che chiagn' e fotte prevale sempre sull'onesto che si illude che la virtù attiri di per se stessa i premi. Può davvero l'istruzione scolastica divellere QUESTA mentalità-Paese (per tacere di quando, purtroppo, la replica al proprio interno...), se il Paese stesso non si dispone a farsela cambiare? Se il Paese stesso vede la scuola come una zavorra popolata solo da fannulloni mangiastipendio? Un Paese che ha messo in cima ai suoi ideali il binomio tronista-velina, ovvero l'incapace di successo, negazione assoluta del sacrificio e della fruttificazione del talento che la scuola dovrebbe insegnare? Un Paese in cui mammina non esita a sborsare tonnellate di euri per mandare la figliuola a sentire Justin Bieber e poi protesta per un libro da 5 euro in più da comprare per la scuola? E la mancanza di profili coerenti con le occasioni lavorative sarebbe colpa dei professori?

                                                    VABBE', CHIUDI CHE MME SCOCE A PAJATA...

Ci vuole, insomma, un movimento delicatissimo, biunivoco e, ad oggi, pressoché inimmaginabile: una scuola che si apra alla proposte più feconde dell'innovazione senza diventare una succursale di Mountain View e una società che si faccia così schifo da sola da chiedere alla scuola di cambiarle i connotati.
Ripartiamo da qui, però: la si smetta di dare addosso alla scuola per lavarsi la cattiva coscienza di cittadini e lavoratori incompiuti. Veniteci incontro, perché noi, con le nostre sole forze a sradicarvi da dove vi siete incistati non possiamo arrivare. E lasciate in pace 'sta povera Finlandia: siamo italiani e da italiani dobbiamo (ri)costruire l'italianità. E allora anche la scuola finirà per servire a qualcosa.
Ecco.

(P.S.: ho forse peccato anch'io di astrattezza, come da me stesso imputato a Settis e Zagrebelsky? No, perché io so che il passaggio al concreto va fatto lavorando di squadra. Per adesso abbiamo tracciato il perimetro della questione, il resto verrà. Ciao).

domenica 4 maggio 2014

La coppa che scoppia.

Considerando che sarannno scritti oceani d'inchiostro sull'ennesima figuraccia del nostro calcio in termini di tifoserie bulle e aspiranti omicidi che approfittano di finali calcistiche per darsi un tono, ci abbandoniamo a riflessioni tangenziali, che peraltro sono snobbissime e ci piacciono assai.
1) Ancora mi stupisco se ti stupisci. Abbiamo già enucleato in altri post la nostra perplessità sul fatto che spesso si grida alla tragedia quando essa, se non annunciata, è perlomeno ipotizzabile. Il che vale sia per le tragedie immani come la bomba d'acqua sulle Marche che per la bomba di idiozia su Roma. Bombe diverse, ma entrambe figlie di improvvise degenerazioni della situazione, troppo rapide per potervi rispondere prontamente, epperò, per chi ne sa, degne di un certo sistema di accorgimenti preventivi che ne mitigassero i danni.

2) Ma non fu così: Marche sotto l'acqua, Roma e lo stadio Olimpico sotto il fango. Non fanno certo bene al calcio, ma in generale a tutto il nostro umore quei tifosi, giustamente paragonati ad Humpty Dumpty, che assidono sulle reti di protezione e dialogano amenamente con giocatori e forze dell'ordine per dar loro il permesso di iniziare la partita. Gente che appoggia gente che uccise gente, eh? La nostra memoria non può non andare a stagioni lontane, lontanissime di occupazioni scolastiche, anzi di autogestioni trasformatesi in occupazioni per decisione di studenti così convinti di avere chissà quale capacità decisionale da potersi permettere di mandare a qual paese i dirigenti scolastici e usare la scuola come cosa propria. Non vorremo certo qui ripiangere sulla fine del senso delle gerarchie, su cui si è pianto fin troppo, e inutilmente. È da tempo immemorabile che noi tutti si nota la tendenza, a svariatisssimi livelli del corpo sociale, verso una orizzontalizzazione dei ruoli, ciò per cui io capo ultras posso allegramente comandare truppe di lanzichenecchi che tengano in ostaggio i tifosi buoni e i giocatori stessi. Ciò, come sempre, è figlio di nascosti tramini legati al quieto vivere reciproco, di cui poi noi vediamo la scioccante superficie. Come il bimbominkia, da certe debolezze donabbondiesche dei genitori, capisce che può osare, e tanto, così il tifoso infoiato, vedendo che le società mostrano certi riguardi in termini di biglietti e trattamenti vari nei confronti dei settori caldi delle curve, capisce di avere un potere contrattuale ben maggiore di quello formalmente riconosciuto. Poi, quando la tensione è ben cotta, il caos.

2) Quindi? Chiudiamo gli stadi? Tanto la Juve ha già vinto (almeno lo scudetto....sigh...)... No, perchè da un lato c'è una stragrande maggioranza di tifosi normali che non merita di vedersi estinguere il divertimento per colpa di una frangia di invasati. Oddio, frangia... anche qui, sarebbe da mettersi d'accordo sul quantitativo di esagitati necessario per passare dalla dicitura "frangia" a quella di "gruppo terroristico". Perché in quel caso ci penserei bene prima di far disputare un match qualsiasi. Ma qui no, sono frange. Frangette. Sai il danno economico se il campionato di stoppasse, anche solo per tre giornate, come succede in Formula 1 nei casi in cui la gara è dichiarata conclusa prima della fine dei giri previsti e valgono le posizioni occupate al momento? Contratti stipulati, sponsor che in fin dei conti hanno picciato i soldi e hanno diritto al ritorno d'immagine, ecc. Tutto vero. Ma è così che alla fine ogni catastrofe a matrice tifoseresca passerà sempre in cavalleria, liquidata, alla lunga, come una grave marachella di cui si dovranno trovare e punire i responsabili, salvo poi ricominciare come se niente fosse, perché "i tifosi veri hanno diritto al calcio" e "lo spettacolo deve continuare", almeno fino al prossimo disastro. Bisogna prendere lucidamente atto che la legge del circuito perpetuo produzione-consumo tipica della nostra civiltà capitalista vale indefettibilmente anche per le manifestazioni sportive: come è impensabile che noi consumatori finiamo ad un certo punto per avere tutto quello che ci serve, sì da non comprare più nulla e quindi fermare l'economia, così non si può fermare il calcio malato, perché per quanto malato fa girare i soldi, malati anch'essi si dirà, convogliati in stipendi che, per quanto uno possa essere un dio in terra da 47 gol in 43 partite, restano sempre esorbitanti rispetto all'effettiva materia che li produce, cioè a dire che tot milioni di euro l'anno a una sola persona per una serie di sgroppate sulla fascia e gol in rovesciata non possono davvero equivalere a decine di migliaia di stipendi di famiglie operaie ecc. ecc. Ma perfino Fabio Fazio, che calciatore non è e guadagna altrettanto, certo in una mansione un po' meno terrestre, e che però fa sempre l'uomo della rive gauche, vi direbbe che gli stipendi sono commisurati al mercato, a quello che il campione (lui o CR7) muove in termini di indotto, di pubblicità, di pubblico, di passaparola sui social network e insomma "è un guadagno giusto" perché si porta dietro possibilità lavorative anche per tutti gli altri che gravitano attorno al movimento. Ora, sulla base di questo assioma autoevidente si potrebbe davvero bloccare il calcio per dare una lezione sia ai cattivi, che si vedono rompere il giocattolo in mano, sia ai buoni, che impareranno d'ora in avanti a isolare e mettere all'angolo gli altri? Ciò sarebbe plausibile se nel meccanismo perfettamente oliato del capitalismo calcistico si inserisse il granello di sabbia dell'etica, sì da dividere i soldi, che notoriamente di loro non puzzano, in onesti e disonesti. Ovvero, se tutto il mercato dei calciatori e delle partite e il loro indotto sono il prerequisito per le scene da repubblica centramericana di ieri sera, semplicemente si dice basta, alla faccia dei mancati introiti. Ma il calcio muove l'economia, appunto. Secondo me manca un  passaggio: il calcio muove PRIMA la tifoseria POI l'economia. Ecco il punto che spesso si sottovaluta: il calcio, come ogni sport, è una forma di competizione che, quando coinvolge masse immani di folle, diventa una sorta di metafora guerresca per cui sul campo e sulle tribune si sfogano le tensioni, gli entusiasmi, le rivalità, tutto ciò che possiamo chiamare "passioni" in senso filosofico, ovvero fenomeni emotivi che l'animo subisce nel momento stesso che li concepisce. Roba irrazionale, insomma. Roba che è più facile eccitare che controllare o, più arduo ancora, reprimere e rieducare. Il tifoso va in visibilio per il suo campione, lo vede come una divinità, lo seguirebbe anche tra le fiamme, non si perde un numero della Gazzetta, presidia tutte le trasmissioni a tema, viaggia, compra, ricompra, riricompra, con il ritmo folle e gaudente che solo una passione filosoficamente intesa può spiegare; è su questa passione che si butta l'economia, generando un circuito inesauribile di occasioni di tifo che si tramutano automaticamente in fonte di guadagno a più livelli. Questo è il processo, e ha tre attori, come si vede, il calcio, il tifo, l'economia. Impedire al primo di esistere o alla terza di operare sarebbe pura follia. È il tratto centrale del segmento su cui bisogna agire, ma sono le agenzie educative a doversi sobbarcare l'onere, perché i calciatori non vorranno mai essere diversi da ciò che sono, checché il nostro buon Prandelli pensi di ottenere col suo codice etico, e i meccanismi dell'economia sono quelli che sappiamo. Se però di promuovesse un'acculturazione vera del branco tifosesco, è chiaro che il binomio calciatore-economia che si muove si sbriciolerebbe, perché il tifoso nutrito di sagge nozioni capirebbe che uno sportivo non può vivere come un nababbo sulla base delle passioni che suscita, passioni che non educano a nulla, non costruiscono nulla, non migliorano i rapporti umani o le condizioni materiali del mondo, ma semplicemente fanno da sfogo per il centro del segmento (i tifosi ) e da lucro per gli estremi (calciatori e sistema economico). Questo è lo sport oggi. E le figure di calciatori che "fanno da esempio" per i giovani spingendoli all'impegno e al sacrificio sono ormai quasi del tutto scomparse, sostituite da superstar miliardarie pronte a baciare la maglia della squadra che le ha appena assunte, dichiarando fedeltà eterna al club, salvo poi migrare altrove l'anno successivo se appena appena non riescono a ritoccare verso l'altro il contratto di qualche centomila euris. Eroi da gossip, buoni solo a promuovere stili di vita zompospenderecci che fanno sentire dei falliti tutti coloro che hanno ben altre qualità, non certo meno utili alla società (e non sto alludendo agli insegnanti, chiaro?), ma che guadagnano infinitamente meno. E uno finisce per dirsi: "Perché sacrificarsi a studiare o a coltivare le mie qualità, quando un pedatore qualsiasi guadagna miliardi?". È qui che la risposta: "Ma il calciatore fa girare l'economia" cade nel vuoto per i motivi anzidetti: che l'economia giri in nome di un circo irrazionale e congestionato di cattive passioni può convincere molti, ma non tutti, di certo non quelli che da questo circo non guadagnano nulla, ma anche chi vi sta dentro prima o poi si porrà qualche domanda. E pure il tifoso standard, quello che segue il calcio con passione sì, ma senza eccessi e che al limite piange quando a Del Piero scade il contratto e non glielo rinnovano (uhmmm....), che gode ricciosamente alle vittorie della propria squadra, ma non si butta dal balcone se il Benfica gliela butta fuori dalla Coppa, che polemizza con gli sciocchi tifosi dell'altra sponda, ma alla fine la mette sul ridere, insomma gente così si chiede se valga la pena di vedere lo scempio di ieri sera in nome di un circuito così imperfetto.
3) Gli è che non è più davvero possibile ammannirci la storiellina strappalacrime del bimbetto che comincia a tirare i primi calci nel polveroso campetto di periferia e da lì nasce la grande storia sportiva. Roba buona per i nostalgici: oggi il sistema calcio produce i Cassano e i Balotelli, gente dal passato difficile o difficilissimo a cui però il calcio non offre altro che la superfetazione bombastica del reddito, ma non li rende certo modelli di vita da imitare; l'unica cosa che si può apprendere da quelli come loro è l'indisciplina perenne, la sbruffonata, la lite con l'autorità pubblica, i guai a ripetizione con la pretesa dell'impunità "perché in fondo sono ragazzi", in una parola l'ignoranza elevata a crisma di eccellenza. E non si tratta del calcio "che è vittima". O meglio, esso è vittima di un sistema infallibile che porta alla giustificazione e al discarico di qualsiasi boiata compiuta dai calciatori, sia che si sfracellino con la Ferrari nuova di pacco a 200 all'ora, sia che si facciano tour di gruppo nei bordelli. Tutto alla fine si scusa o s'insabbia, perché sennò c'è il rischio che questi perdano credito e squadra, e allora "l'economia si ferma". E il tifoso, da bravo adepto del dio-calciatore, vede che sono cose buone e giuste e si regola di conseguenza.      
4) Che poi, si fosse trattato di una finale di Champions... vojo di', non capisco questa ridicola volontà di attribuire chissà che carattere epico alla finale di Coppa Italia, torneuccio buono giusto ad inzeppare di ulteriori partite (e incassi, e indotto, ecc.) un calendario già di suo bulimico come quello italiano; e l'Inno di Mameli cantato dalle inascoltabili Marrone, Amoroso... e il gotha (?) della politica e dello sport in tribuna... insomma, a chi giova tutto 'sto gonfiaggio di una partita che è in realtà poca roba? Eppure, come già l'anno scorso, proprio in occasione di questo evento tutto sommato minore accadono le peggio cose. Come se la finale di Coppa Italia, proprio per il suo carattere 'italiano' fosse percepita come il luogo adatto per sfogare l'italianità frustrata, gli odi repressi, il disagio sociale, per dire all'Italia stessa e ai suoi dirigenti, pateticamente appollaiati in tribuna vip, che "ci siamo anche noi", che "c'è un altro mondo fuori dai vostri palazzi", che "esiste un potere parallelo a quello dello Stato"  da potersi scatenare affidando la direzione alle persone, che, purtroppo, ci sanno fare.  È chiaro insomma che questa partita sta assumendo da almeno un paio d'anni dei connotati semplicemente allegorici, serve per dire a nuora in modo che suocera intenda. È l'ulteriore spia di un mondo che ha smesso di funzionare, o che non sa più funzionare secondo i criteri tradizionali. Colpa dei singoli? Della società? Della scuola (beh, ma la scuola ha SEMPRE colpa, vero, Gelmini?)? Tutti hanno la loro parte di responsabilità, ma la radice di tutto sta nel definitivo divorzio dell'economia dall'etica (anche se per alcuni l'economia, per suo stesso statuto oggettivo, NON può essere etica): se le cose devono avvenire perché "sennò l'economia si ferma" e però quest'economia è incapace di garantire la decenza di vita a tutti, riducendo le sperequazioni, il grosso della società andrà sempre dove le passioni lo conducono. E lo spettacolo sarà sempre e solo quello del sangue.