Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!
Visualizzazione post con etichetta scuola. didattica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scuola. didattica. Mostra tutti i post

lunedì 27 maggio 2019

Post-humanism Q&A: una ciliegia tira l'altra (1).

Il nostro ameno post sui nostri ameni dubbi sull'altrettanto ameno post-umanesimo mi ha garantito l'accensione di un ameno dibattito che merita qui ulteriore, spocchioso, approfondimento.



Q: Eligio, quindi tu difendi a spada tratta la lezione frontale nell'anno di grazia 2019 e rifiuti a priori qualsiasi novità didattica?
A: Certamente no. Mi fa paura semmai il nuovo a tutti costi quando il presupposto è che tutta la didattica anteriore alle novità degli ultimi anni viene liquidata come 'vecchia', 'fallimentare', 'inadatta ai nuovi stili cognitivi dei ragazzi'. E' chiaro che poco o nulla mi costerebbe buttare a mare la didattica come è stata erogata a me da studente e rinnovarla da capo a pie'. Secoli fa ci dissero che, come futuri docenti, non potevamo pretendere che, siccome noi avevamo studiato in un certo modo, allo stesso modo avremmo fatto studiare i nostri alunni. Certo certo. Quello che tuttavia mi rende difficile questa rivoluzione totale non è sciocco narcisismo, come se la lezione frontale fosse il palcoscenico imprescindibile per nutrire il mio Ego; mi dà enorme fastidio, semmai, il ritornello ormai vieto & vetusto secondo cui è SOPRATTUTTO il vecchiume didattico che noi sciocchi docenti poco evoluti abbiamo ammannito in questi anni ad aver causato la crisi lavorativa del Paese. I giovani non trovano lavoro? Certo, a scuola non gli hanno insegnato  'a saper fare',  ma li hanno inzeppati di nozioni inutili. Ora, a parte che non si capisce la pretesa che fin dal liceo (perché siamo noi del liceo a finire nel mirino) la scuola professionalizzi, ma vabbe', chi ci accusa dimentica che ben altri sono i problemi del mondo del lavoro in questo Paese: il familismo amorale, la ricerca assidua della raccomandazione, il merito scavalcato dalle conoscenze, i contratti a progetto umilianti e, ovviamente, i 'cercasi apprendista con esperienza'. Casomai. Ricordate che la scuola plasma i futuri membri della società, ma se la società 'là fuori' smentisce regolarmente a suon di episodi corruttivi ed esaltazione dell'imbecille di successo quanto noi si tenta invano di inculcare (spirito di sacrificio, serietà, impegno, accettazione dell'insuccesso, duttilità intellettuale, spirito critico - QUESTE sono le competenze di livello AAA+++, le altre a seguire) allora poi è inutile lamentarsi con noi. Si smetta dunque di demonizzare la didattica 'tradizionale' come fucina di ogni fallimento delle generazioni di questo Paese e allora si potrà sperimentare qualsiasi cosa. Con un'avvertenza: 'nuovo' non è automaticamente 'meglio'.



Q: Eligio, ma non sarebbe il caso di aggiornare la didattica in funzione delle nuove strutture neuronali che i nativi digitali stanno sviluppando?  
A: Non sono io a dirlo, ma sono eminenti capoccioni da me personalmente auditi or qui or là a dire che i computer che noi abbiamo creato sono multitasking, il cervello umano no. La nuova didattica, quindi, può pure servirsi copiosamente delle tecnologie digitali come immensi database di risorse e link tra gli infiniti settori del sapere; e sì, ci sarà sicuramente chi trarrà vantaggio dall'organizzare i proprio contenuti di studio avvalendosi ANCHE degli strumenti informatici. Ma si badi, parliamo sempre di metodologie, che in quanto tali sono assolutamente soggettive: se una piccola o grande fetta di studenti impara meglio 'alla vecchia', dovremo penalizzare costoro per inseguire lo stile cognitivo degli altri? E poi: esistono dati CERTI che le nuove metodologie fanno SEMPRE imparare meglio delle vecchie, dove per 'sempre' intendo che chi studia alla vecchia diventa poi un cittadino/lavoratore meno di successo degli altri? Perché alla fine questo dobbiamo ricordarci: non  si tratta di rendere più o meno 'divertente' l'apprendimento rispetto al passato, e certo nessuno di noi rimpiange la scuola anni '50 con i suoi ritmi da accademia prussiana; nondimeno, divertente o no, lo studio deve formare i cittadini di domani, non coccolare gli adolescenti di oggi. Pertanto, a fronte di ogni pretesa facilità di immagazzinamento e organizzazione delle nozioni decantate dalle nuove metodologie, ciò a cui bisogna badare è la persistenza degli apprendimenti. Non accetterei mai una metodologia che, favorendo la rapidità dell'apprendimento di una nozione (e relativa competenza), ne causasse l'altrettanto rapido oblio (con relativa in-competenza). Si ricordi che oggi le pretese abilità multitasking favorite dalla tecnologia deriverebbero in gran parte dall'interazione del singolo studente col mondo virtuale di internet, il che vuol dire per il 90% con l'universo usa e getta dei social network. Stiamo ben attenti a non trasformare le nuove piattaforme didattiche in un magazzino di cosucce utili al momento e dimenticate subito dopo: per quello c'è già Instagram. 
                                                                                                                          
(1 - continua)



domenica 19 maggio 2019

A proposito del post-umanesimo: un parere (forzatamente) di parte

Se c'è una cosa vantaggiosa del lavorare nella scuola è il fatto di intercettare all'istante il mutare delle brezzoline del sistema socio-culturale in cui ci tocca esistere. E' noto che le richieste che ci giungono insistentemente 'da fuori', specie a noi dell'ambito umanistico, consistono sostanzialmente in uno svecchiamento della didattica frontale a favore di metodologie più coinvolgenti, meno professor-centriche, sì da mettere sotto i riflettori LORO, gli alunni, veri & autentici protagonisti dell'azione didattica, nel senso che da fruitori passivi devono diventare creatori di apprendimenti, motori di ricerca & sviluppo, piccoli robottini del problem solving a cui si chiede, usciti da scuola, di sapere e saper fare ecc. ecc. ecc. 
S'intende che l'idolo polemico di quest'impostazione ha un nome che brilla sinistro nei deserti assolati: nozionismo. Declinato, si capisce, nella fattispecie dei terribili ed insopportabili contenuti, da sostituirsi entro breve con le più agili e spendibili competenze.
Il discorso sarebbe lungo né mi interessa protrarlo: il nocciolo (o mandorlo) della nouvelle théorie sposta il focus dell'azione educativa dal mero rimpinzamento di conoscenze astratte alla loro traduzione pratica, nel senso che si possono inculcare meno conoscenze, ma renderle più produttive se le si pensa sin da subito come destinate ad un qualche impiego nella realtà quotidiana. Prima di chiedersi come mai si possa spendere la spiegazione di Beatrice circa l'origine delle macchie lunari in Paradiso II e abbandonarsi a quelli che i competentisti bollerebbero subito come piagnistei da anime belle nostalgicamente legate ad un passato di scuola- caserma, scioccamente innamorati di un umanesimo superato dal tempo, scartiamo subito in avanti e prendiamo il problema dall'altra parte, come fece Scipione l'Africano quando spostò la seconda guerra punica a casa del nemico.
Sappiamo bene che in molte altre parti del mondo il problema educativo è già morto e sepolto proprio sotto la montagnola delle competenze: università straniere che sfornano ottimi studenti-manager abilissimi nella loro nicchia benché del tutto sprovvisti della visione generale ('filosofica') delle cose, che del resto nessuno chiede loro, diventeranno probabilmente un modello diffuso ai quattro angoli del globo terracqueo. Il verbo del saper fare-saper essere prenderà la forma definitiva del saper funzionare.   
Lascio perdere la questione di come si possa competere ampiamente senza ampiamente conoscere, perché sennò quelli là mi ritirano fuori i millemila esempi di gente ignorante bovino more che 'ha fatto strada' perché sapeva poco 'ma sapeva come muoversi'. E sia. Forse schiatteremo prima che tuttoavvenga. O forse assisteremo per intero al grande trapasso verso il post-umanesimo, tappa a quanto pare inevitabile dell'antropocene avanzato. Del resto i pesci sono diventati rettili e i rettili uccelli: perché dunque temere l'avvento del post-uomo, bravissimo a rispondere agli stimoli concreti della realtà empirica e risolvere ogni questione pratica con l'ausilio, più che di un pesante bagaglio di conoscenze, di una duttile cassettina di competenze? Sarà un essere genuinamente multi-tasking, inventore di macchine cibernetiche che a sua volta tenterà di cibernetizzarsi il più possibile, con una svolta ontologica che farebbe impallidire gli scrittori della Bibbia: il Creatore che si assimila alla Creatura. Altro che incarnazione.
Bene anche questo. Procediamo oltre, dunque: secondo me e la mia Spocchia l'unica cosa che rimane in dubbio circa il post-uomo sarà appunto la coscienza del post, o meglio se il post-uomo vorrà o potrà mantenere questa coscienza senza conseguenze.
Detto in breve: nessun uccello ricorda di aver avuto antenati rettili, nessun rettile ricorda di aver avuto antenati pesci. Quando però toccherà ai post-uomini misurare la distanza tra se sé e noi che li abbiamo preceduti, come si comporteranno? Noi, ai loro occhi, appariremo forse come una genìa bizzarra che non si accontentava dell'hic et nunc, ma si ostinava a cercare un senso più ampio al di sopra delle singole fattualità empiriche. Loro di sé stessi potranno dire di aver immolato l'umanesimo e i suoi tormenti sull'altare della produttività e del problem solving che tutto nobilita. Del resto, diranno i post-uomini, secoli e secoli di umanesimo non hanno fatto altro che porre domande sul reale a cui si sono date le risposte più ampie e tra loro contraddittorie; l'umanesimo, anzi, parrà a costoro un'inutile zavorra che ha ritardato a suon di sofismi il luminoso progresso dell'uomo cibernetico. Né del resto si ricorda alcun effetto dell'umanesimo nel prevenire le guerre più catastrofiche che hanno funestato la nostra storia. Si pensi a quante utopie/distopie su questo tema popolano da mo' i circuiti culturali popolari: un esempio su tutti, relativamente recente, è Il mondo di Jonas, ambientato in un futuro appunto post-umano nel quale la civiltà ha anestetizzato se stessa dalle memorie del passato per consegnarsi ad un super-tecnologico e programmatissimo presente perpetuo, datosi poi che nessuno lì dentro muore ma molto eufemisticamente si congeda. Solo a pochi è assegnato il compito di mantenere i ricordi del tempo che fu, non per diffonderli ma per circoscriverli, quasi tenendoli a bada come un fratellastro di Luigi XIV qualsiasi. Eccetera eccetera.
I post-uomini sono dunque già all'opera dietro le apparentemente innocue didattiche rovesciate, le piattaforme clicca-e-impara come Thingling o Edmodo o clicca-gioca-e-impara come Kahoot? La riduzione a pillolina effervescente da sciogliersi secondo necessità delle nozioni più alte che hanno - secondo noi- contribuito a plasmare lo spirito umano e permesso le sue più alte conquiste, benché mai immuni da tragici risvolti, è solo l'antipasto di una civiltà in cui l'UNICA materia oggetto di studio sarà il coding? Forse esageriamo, forse no. Ma per stavolta ci limiteremo a guardare gli eventi immaginandone lo sviluppo come ineluttabile. E cosa vediamo?
Ecco, se c'è una cosa che il post-uomo, per mandare ad effetto tutte le nuove strategie educative di cui sopra, dovrà dimenticare, essa va oltre la semplice ricerca del senso ulteriore delle cose: quello sarà già compromesso (o - nella loro prospettiva - felicemente estirpato) dall'ossessione di far quadrare i conti con le proprie 'istruzioni operative' giorno per giorno, così pervasive da impedire la creazione di 'spazi di rilascio' in cui la mente possa vagare per un momento al di là dell'attimo per guardare nel suo insieme la serie degli attimi e interrogarsi sul suo verso, se  non addirittura sul suo senso. Credo che il prezzo del transito al post-uomo sarà più costoso, ma paradossalmente meno doloroso: la perdita della coscienza dell'essere.
Si badi: se le grandi domande di senso si possono ridurre sostanzialmente a "chi sono?", "perché sono qui?", "cosa sarà di me?", non ci vuole molta scienza a raccogliere a fattor comune il verbo essere e constatare che c'è un'unica condizione su cui l'uomo, anche il più tecnologico, non può intervenire, ovvero quella di venire al mondo, o se si preferisce di venire all'essere. Tutte le domande, infatti, presuppongono un esistere che è già in atto, e che ovviamente colui che esiste non ha potuto decidere, ma solo subire. Il traguardo più alto del post-uomo sarebbe ovviamente la frantumazione dell'unico limite invalicabile in questa prospettiva, ovvero poter decidere di esistere o non esistere PRIMA che il processo riproduttivo si attivi. Ma nemmeno il post-uomo arriverà a tanto, perché ciò che ancora non c'è non ha alcuna facoltà di autodeterminarsi
Ora, in una società in cui all'uomo cibernetico sarà concesso tutto, qualcosa scatterà - forse - nelle anime dei post-uomini come forma ipercompensativa: costretti solamente a funzionare, rinunciando quindi a chiedersi il senso del proprio agire, affinché quest'ansia inconscia (coraggio, figlioli, non illudetevi: quel solletichino di grigio che ogni tanto vi prende anche quando tutto vi sembra perfetto è esattamente quella cosa lì...) non li consumi segretamente per poi deflagrare quando meno la si aspetti, dovranno semplicemente dimenticarsi di essere, anche se è esattamente questa coscienza che sin qui ci ha condotti al vertice degli esseri viventi. Un essere vivente funzionante ma inconsapevole di funzionare (quindi di essere) è l'unica condizione in grado di eliminare ciò che nessuna speculazione umanistica o post-umanistica (se di ossimoro non si tratta) potrà mai mappare: non, si badi, il mistero dei destini ultimi dell'essere, né tantomeno quello dell'origine dell'essere, ma l'indisponibilità del proprio essere da parte dei singoli esseri; incapaci di decidere di venire al mondo, sottratti all'esistenza per non controllabile (suicidio escluso, ma anche lì uno non si può suicidare prima di essere) arresto delle funzioni vitali, i post-uomini non troverebbero nemmeno consolazione nella vita biologica ininterrotta promessa dal trans-umanesimo: essa, nuovamente, risolverebbe il poi ma non il prima (fingiamo ovviamente che una vita biologica resa eterna dalla tecnica non porti con sé criticità). Ecco perché la perdita della coscienza sarebbe la soluzione definitiva, prezzo alto ma necessario dell'evoluzione. Con conseguenze sulla civiltà e sul mondo impossibili da delineare.
Dice: parlavamo di flipped classroom e siamo arrivati ai cancelli dell'Essere? Certamente: questo passaggio graduale dal piccolissimo al grandissimo è la specialità dell'umanesimo, ciò che ha aperto alla civiltà le vie a quella scienza che ora sembrerebbe voler soppiantare proprio l'umanesimo dalla cui forma mentis essa è germogliata.
Paradossale, no? (certo che no: gli uccelli si nutrono di pesce...)


martedì 27 gennaio 2015

Non ce l'abbiamo con lui, sia chiaro...

Sono abbastanza in imbarazzo nel dover quasi vedermi costretto, e non so per quanto, ad inaugurare una sorta di "Osservatorio Abravanel", ovvero un gruppo di ascolto formato da me medesimo, la Spocchia e l'Arciduca, sì da poter monitorare le sempre scoppiettanti dichiarazioni del manager-scrittore che non perde occasione per dire cosa non gli piace della scuola. Intendiamoci, la stella polare del suo pensiero è quella parolina per cui anche noi andiamo in deliquio, e deliquieremmo ben di più se la vedessimo concretizzata oggi sì e domani pure: meritocrazia. Checché ne dicano i figlioli e nipotini del '68 (ovvove e steveotipia!!), l'aver appiattito i valori educativi sulla sufficienza garantita a tutti come se la scuola dovesse essere la livella delle ingiustizie sociali, è stato il primo passo di un cammino a discendere che ha portato l'Italia al baratro attuale di incompetenza e corruzione. Di ciò restiamo fortemente convinti: chi sa e sa fare di più, merita di più, perché con le sue capacità dovrà contribuire al progresso spirituale e materiale della società in cui vive (sempreché sia stato sottoposto a robuste dosi di umanesimo, nevvero?)(che poi l'uomo per natura è imperfetto, si sa)(vabbe', almeno provi...). Semmai c'è da tutelare che meno sa e meno sa fare, consentendogli di trovare una scuola che gli dia quel minimo dirozzamento per non finire sotto i ponti o magari per scoprire quella passione nascosta o quella competenza ignota che studi di diverso tipo e con diverse aspettative avrebbero magari lasciato in ombra per sempre. Non è difficile, in teoria. In pratica, il problema è alla fonte: quarant'anni di ugualitarismo ipocrita hanno umiliato la professione docente, gettando nel calderone di stipendi uguali e basati solo sulla anzianità di cattedra insegnanti eccelsi e mezze tacche che avrebbero al più meritato di sgusciare carrube in qualche mercatino rionale. Da gente così si pretende la selezione delle qualità degli alunni? Ma tant'è, è l'Italia.
E allora, perché siamo prevenuti nei confronti di Abravanel, che in sostanza si pone nel nostro campo? Per i motivi già accennati pochi post sotto a questo: il buon Abry parla di scuola, ma secondo me non vi ha mai messo piede. Finora, lo ammetto, ho seguito poco le sue diagnosi e le sue ricette in materia, e spero che la scarsità di rilievi empirici sia alla base di ciò che sto per dire, ma rimango nel dubbio che egli pontifichi di cose viste da lontano, senza il contatto con la carne viva della didattica quotidiana e dei temperamenti dei ragazzi con cui ci dobbiamo misurare noi addetti ai lavori. E se queste esperienze non si fanno continuativamente e approfonditamente, qualsiasi modello proposto, per quanto accettabile in astratto, sa già di stantìo non appena esce dalle pagine del libro. Ecco, il buon Abry sta per dare alle stampe La ricreazione è finita, e lo leggeremo di certo. Atteniamoci per ora alle sue interviste, come questa rilasciata a Il giornale (nostro ex-foglio di riferimento culturale, ora ridotto a ring di peracottari). E veniamo subito al dunque: spiace, Giorgio caro, vederti ridurre l'immissione in ruolo dei 150.000 o giù di lì precari ad un'operazione nell'interesse dei docenti e non degli studenti. Allora, ribadito che né i concorsi né le SSIS hanno mai veramente fatto filtro, impedendo ai meno saggi di adire alla cattedra, ma questo l'avete saputo SEMPRE tutti e avete SEMPRE lasciato correre, ti domando: sei sicuro che non sia anche un po' interesse degli studenti avere finalmente dei consigli di classe stabili, sottratti alla girandola degli incarichi annuali e delle cattedre volanti che saltano e riatterrano puramente a caso? So bene che anche l'organico funzionale non risolverà alla radice il problema, giacché qualche docente che chiede trasferimento o che si ammala ci sarà sempre; nondimeno, sottrarre la massa dei precari all'umiliazione dello zingaraggio scolastico non avrà, ti chiedo, anche effetti costruttivi sulla loro autostima, sull'entusiasmo che deriverà dalla possibilità di programmare a lunga scadenza la didattica con le classi, sulla creazione finalmente di situazioni ambientali consolidate, unico presupposto per il consolidamento delle competenze? Poi tu mi dirai che questa immissione in ruolo in massa porterà cani & porci, e che non è certo per il fatto di essere finito in graduatoria che uno può pretendere di salire in cattedra se poi non sa insegnare. E allora di agisca alla foce, visto che alla fonte (le abilitazioni e i concorsi) qualche falla c'è sempre. Epperò non è per evitare i cani & porci in cattedra che le aquile e i cigni devono sentirsi dire che per loro c'era spazio, ma no, anzi abbiamo scherzato. Purtroppo la meritocrazia che sia io che tu tanto amiamo deve prevedere un momento di sversamento indistinto di nuova linfa nei ruoli dello Stato. Abbi semmai il coraggio di proporre misure che blocchino DOPO gli incapaci, quando cioè la loro incapacità è palese oltre ogni ragionevole dubbio. E' lì che ti trovo deboluccio, Abry.
Ma non solo lì. Ascolta, si capisce lontano un  miglio che, fosse per te, aboliresti tutti i licei d'Italia per sostituirli con scuole tecniche in cui tutte le materie sono insegnate in inglese, le lezioni si svolgono via Skype e i docenti sono solo dei modesti facilitatori. Si vede. Si sente. E allora, quando tiri fuori il preclaro esempio dei bambini di prima media in Finlandia a cui è stato chiesto di risolvere il problema dei flussi del traffico al semaforo del loro paesello, abbi il coraggio di trarre le conclusioni fino in fondo, pur nel ridicolo ASSOLUTO dell'episodio da te addotto a prova della superiorità finnica su noi eredi di Cicerone e Tucidide: dicci in cosa devono consistere i curricoli delle scuole del futuro, dicci chiaramente che del pensiero umanistico non te ne può fregar di meno, che è molto più importante aiutare gli automobilisti ad avere flussi di traffico decenti invece che spiegar loro dove porta la strada della vita che percorrono ugualmente. Dillo, su, che degli orizzonti di senso non sai che fartene, che alla scuola bisogna chiedere solo il saper fare, perché di saper essere, in un universo dominato dalla tecnica che trasforma i mezzi in fini è da folli andare oltre il quotidiano espletamento dei propri doveri materiali. Dillo che lo spirito è lo scomodo e non gradito ospite delle nostre esistenze, il proteiforme ed inafferrabile quinto o sesto o settimo elemento che invade i nostri corpi, attiva l'anima e ci costringe a chiederci dove tendono le nostre azioni, a metterci in rapporto con il mistero inconoscibile dell'essere, insomma tutte cose che certa neuroscienza e certo positivismo vigliacco definiscono come relitti imperfetti dell'evoluzione del cervello, come se chiedersi il perché (causale e finale) delle cose fosse un handicap e non la molla che ci ha garantito 5 milioni di anni di progresso dall'Australopiteco a qui (One direction e Fabrizio Corona esclusi, s'intende) (dai poverino, ha chiesto pure la perizia psichiatrica)(colpa dei professori che ha avuto alle superiori, di sicuro...). Dillo che la scuola deve cessare di educare e deve ridursi ad apprendistato continuo. Questa è la civiltà che vuoi? Tutti manager e tornitori? Vuoi sopprimere la ricerca del bello in nome dell'utile? Vuoi che l'uomo diventi un automa che regola i flussi semaforici? Se lo pensi, dillo. Abbi il coraggio di negare l'humanitas. Poi non stupirti se la nostra civiltà decederà del tutto, e quando anche tu sarai classificato come "non produttivo", verranno a chiederti se preferisci l'imbalsamazione istantanea o l'eutanasia da sano, "tanto ormai non servi più". Pensaci bene. Bene. Bene.

domenica 18 gennaio 2015

E dagli con il pallottoliere..

Troppo impegnati tra attacchi a Charlie Hebdo e la scelta del successore di Napolitano, pochissimi si saranno accorti dell'ennesima sciocchezzuola a tema scuola partorita da uno dei pensatori di economia che affollano i fondi del Corriere. Giorgio Abravanel, che in altri contesti abbiamo pure apprezzato, si è fatto prendere da un attacco di giavazzite e ha opinato sulla riforma della scuola di Renzi, nello specifico al capitolo assunzioni. Dice il pensatore che il piano di immettere in ruolo 150.000 precari o giù di lì in un sol colpo a settembre 2015 manda a farsi benedire la meritocrazia. Suppongo che il pensiero di fondo sia che si tratta di troppa gente tutta insieme, senza poi essere sicuri che siano tutti bravi bravi. Si sa, nelle Graduatorie ad Esaurimento, autentica palude di sofferenza e umiliazione per generazioni di aspiranti insegnanti di ruolo che davvero non si meritavano di essere trattati come vacche quali sono stati trattati, alberga gente che va dai 30 anni e qualcosa anni fino ai 60 e oltre: storie, percorsi scolastico-universitari, esperienze lavorative diversissime, temperamenti più o meno adatti alla docenza, capacità e competenze più o meno sviluppate. Si sa. Ma si sapeva anche quando queste graduatorie furono riempite con coloro che ora vi abitano. E nessuno fiatò. Si disse: "Vabbe', gente che perlomeno ha l'abilitazione, qualcosa sapranno fare". Nessuno fiatò nemmeno quando ci si accorse che esse graduatorie (anni 2001-2008) si rimpolpavano annualmente, per le medie e le superiori, di non meno di 10-12000 docenti all'anno sfornati dalle Scuole di specializzazione, laddove per l'infanzia e la primaria si arrivava dal canale universitario di Scienze della Formazione primaria. Nessuno, in quei magnifici anni, si chiese se davvero il sistema poteva assorbire tutti questi ingressi, se cioè fosse possibile per costoro addivenire prima poi dalle graduatorie al posto di ruolo a tempo indeterminato. O se anche qualcuno se lo sia chiesto, evidentemente non gli furono dati gli spazi che oggi invece si riservano sui quotidiani a chi spara a casaccio sulla scuola. 
Poi fu la Gelmini e il suo mantra: "Non possiamo continuare ad illudere i laureati" e vai con la chiusura delle Scuole di specializzazione, i tagli, la presa in giro continua della categoria, l'idea che uno non può pretendere, solo per aver studiato 4-5 anni più due di abilitazione più esperienze plurime in cattedra, di volere ANCHE il ruolo. Ma scherziamo? C'era da equiparare la professione docente a quella di un qualsiasi settore della produzione, compreso il fatto che oggi mi servi e domani mi sbarazzerò di te perché devo fare cassa, se ti aspettavi qualcosa di più degli incaricucci annuali, beh, mi spiace, ti hanno fatto credere il falso, io non c'entro.
Questo, e molto altro, fu la Gelmini. E qui sì, applausi tutt'altro che timidi giunsero dai pensatori col pallottoliere: era ora di risparmiare un po'. Come? Coi tagli. Ovvero, trovato il modo di ridurre le ore a certe materie (latino, per esempio, "che tanto non serve") e di alzare il numero di alunni minimo per classe, ovviamente si sono creati esuberi in organico. Forse che in tal modo sarebbero venuti a galla gli insegnanti incapaci sì da potersene sbarazzare? Ovviamente no: 'esubero', nella scuola, significa che, se c'erano 10 cattedre quest'anno, l'anno prossimo ne avremo 8; ergo, gli ultimi due insegnanti della graduatoria interna della scuola X per la classe di concorso Y perdono il posto. E per essere gli ultimi due non vuol dire che si insegna peggio degli altri, ma si ha semplicemente minor anzianità di servizio, o non si hanno figli piccoli, o mancano altre voci che danno punti. Voci, si capisce, che non indicano la capacità didattica. Era dunque davvero possibile che la mannaia gelminiana facesse finalmente giustizia ed eliminasse il marcio della scuola? Macché. Rallentò il turnover, questo sì, lasciando spesso in cattedra gente ormai scoppiata a danno di giovani motivati e bravi.
Resta comunque inteso che il criterio puramente numerico dei tagli di MaryStar non portava con sé alcun parametro qualitativo: erano soldi da risparmiare e basta. E, ripetiamo, i bocconiani e tutti gli altri come loro applaudivano. Oggi Renzi evidentemente affronta il problema dal lato opposto, con l'intenzione di svuotare le graduatorie e passare ad un sistema più snello (abilitazione+concorso biennale) che dovrebbe evitare il riformarsi del bubbone del precariato graduatoriale. Vedremo, il mondo della scuola è spesso imprevedibile. Ma è chiaramente l'obiezione di Abravanel che fa sorridere, e non tanto al punto 1 (150.000 sono troppi), su cui si potrebbe obiettivamente discutere (penso a chi sta in fondo alle graduatorie e non ha nemmeno un mese di servizio); è ridicolo il punto due del ragionamento: siccome non possiamo rischiare che mine vaganti passino di ruolo, sarebbe meglio assumere solo 75.000 precari, gli altri dovranno misurarsi col concorso, primo dei quali verrà bandito, pare, questa primavera. Così si darà il segnale della selezione per capacità.
Capito, i teorici della meritocrazia? Che criterio qualitativo è "metà"? Quindi gli immessi da graduatoria saranno incapaci ma con esperienza e gli altri tapinelli dei bravi ma con poca anzianità? Di nuovo l'idea che posizione in graduatoria e relativo punteggio siano l'unica discriminante? Ricordate infatti che, posto pure di applicare la geniale "metà" proposta dal suddetto, l'unico indicatore per farla saltar fuori sarà ancora e solo il punteggio in graduatoria: fino a 120 punti passerai di ruolo, poniamo, sulla classe di concorso A060, ma dovrai sentirti più che altro uno promosso per inerzia, mentre quello con 119 si roderà il fegato, però avrà tutto il tempo di far vedere quanto vale col concorso. Ma non sono i 120 o 119 punti a dirci che uno è più o meno bravo dell'altro! Mettetevelo in testa, non sono i punti a fare il buon insegnante, è la didattica erogata giorno per giorno, sono i risultati a medio e lungo termine che gli alunni conseguono non solo in termini di voti e competenze, ma anche di crescita personale. Cose che, certamente, spesso restano più che utopie se in cattedra ci vanno e ci stanno gli incapaci. Solo che la capacità non è un dato a priori, la si verifica in corso d'opera. Lì, semmai, andrebbe usato lo strumento del taglio in organico, allorché il docente disutile è sotto gli occhi di tutti, altro che punteggi. Ma si sa, lì la questione è apertissima.
Poi il manager-scrittore si incarta e dice sia che ci vuole un concorso sia che le scuole devono scegliere liberamente gli insegnanti. Bene. Allora non serve il concorso, basta l'abilitazione. 
Resta comunque sempre l'idea di voler appiattire la scuola ad un ruolo univoco: quello di palestra tecnica per futuri tecnici. "Non importa quello che si insegna, ma come si studia". Cioè? Lo studio dev'essere una sorta di allenamento senza palla che deve sviluppare metodologie senza contenuti? Niente crescita umana, ma solo 'abilità'? Soft skills, dice lui. Certo: è vero che non servono solo storici dell'arte, ma anche gente che sappia gestire in modo manageriale un museo. Ottimo. E le abilità gestionali si imparano a scuola. Oddio... sì, anche, ma proprio per questo esistono scuole diverse a seconda delle attitudini individuali. Voglio dire: vogliamo tenere fissa l'idea che il compito della scuola è la formazione non solo del bravo manager ma anche della persona? Che la cultura, intesa come capacità di pensare la complessità delle cose in modo critico secondo una prospettiva più universale rispetto ai casi immanenti, è un bene immateriale ma solidissimo? Perché deve sempre passare l'idea che una cosa esclude l'altra? "Facciamo una nuova riforma Gentile, adatta all'economia oggi". Facciamola: per sfornare solo furbetti dei derivati, affaristi, maghi Merlini della finanza? Gente addetta ai servizi, dice lui, che sappia di tecnologia. Perfetto. E l'umanità? Robottini bravi ad eseguire, programmati con le soft skills? La scuola, quindi, dovrebbe essere un enorme impianto di programmazione cerebrale?     
Intendiamoci: la scuola italiana ha problemi strutturali ormai annosi e calcificati. Mutamenti strutturali ce ne vogliono eccome. Attenzione però al fumus della rivoluzione totale, alla distruzione di tutto il vecchio e alla sua sostituzione con tutto il nuovo: si rischia di finire nelle stagione del Terrore e poi trovarsi Napoleone imperatore. Fuor di spocchiosa metafora storica, la trasformazione dei licei in accademie delle soft skills e basta è uno scenario che mi inquieta anche più della bonaccia attuale. I veri problemi, per me, sono altri, e mi pare strano che i guru della meritocrazia non ne parlino, forse perché a scuola non ci mettono piede, ma è solo un'ipotesi... . Uno su tutti: la possibilità per la scuola di essere nuovamente selettiva e non schiava di famiglie infoiate dalla presunta bravura del figlio che pretendono le promozioni a colpi di ricorsi al TAR; selettiva, certo, se affidata a docenti che sanno il fatto loro; e tuttavia va abbandonata l'idea chela scuola faccia giustizia delle disuguaglianze sociali: a quelle deve pensare lo Stato per altre vie. Io non posso mandare avanti gente per pietà o per risarcimento morale se vedo che non imparano, altro che soft skills. E spero che l'idea abravaneliana non sia che le soft skills siano democratiche in quanto alla portata di tutti. Sarebbe l'esatta negazione della meritocrazia. A monte di tutto va recuperata la severità, che non vuol dire umiliazione dello studente e sua distruzione umana a colpi di ablativo assoluto: si tratta di stabilire asticelle di rendimento e non muoversi da lì. Chi non ci arriva, faccia altro. Sarà antidemocratico? Non so, credo che prendere in giro uno studente, illudendolo di avere competenze che non ha e poi mandarlo a sbattere contro il fallimento lavorativo sia ben peggio. Poi potremo collocare su quelle asticelle tutte le skills che si vogliono, ma sia chiaro che mai si dovrà buttare a mare la preparazione umanistica per sostituirla integralmente con i saperi tecnico-operativi. E non lo dico per sussulti di neoclassicismo: eliminare le materie umanistiche significa far venir meno la promozione di una componente strutturale del nostro stesso essere, come tagliare le ali ad un uccello. Abbiamo già visto cosa è successo quando l'umanesimo è stato soppiantato dall'idolatria della tecnica (senza contare quando vi si è prostituito). Se si vuole ripetere l'esperienza, poi non ci si lamenti di un mondo in cui tutti sapranno eseguire e nessuno saprà vivere.   

venerdì 21 febbraio 2014

Ministro, un' umile prece...

Freschi freschi di lista di ministri renziana, ecco avveratosi ciò che da giorni si sussurrava nei corridoi della didattica che conta: Stefania Giannini nuovo Ministro dell'Istruzione. Vabbe', non potremo certo dire che donna Carrozza ci mancherà, non essendo lei riuscita a combinare pressoché NIENTE in dieci mesi di ministero, bloccata evidentemente dai veti incrociati dei partiti della "strana maggioranza", oltre che da un piglio manageriale esilissimo, vale a dire, adesso che abbiamo cambiato cavallo, Mariachiara mia, ma ti eri accorta di sedere al Dicastero di viale Trastevere? Persino quell'altro peso piuma di Profumo è riuscito a bandire un concorso, ridicolo quanto si vuole, ma l'ha bandito.  Tu, nulla. Parole, quelle sì, tante. Ma pare proprio che rettorare un Istituto di eccellenza come il S. Anna di Pisa non abiliti in automatico alle funzioni di ministro. Pazienza.
Ora la palla passa da una fisica ad una glottologa, dalla carriera peraltro sprintosisissima (diventare associati in quel settore a 30 anni è roba da Michael Bolton dell'accademia) e dalle idee, pare, molto molto chiare. L'appartenenza di costei a Scelta Civica, ovvero ad un partito che vede la scuola con le lenti della Bocconi, ovvero come un comparto qualsiasi del terziario di cui ottimizzare le prestazioni senza comprenderne la specificità, ci fa tremare alquanto. Si sa, la polemica anti-scuola è sempre la solita: le 18 ore, i tre mesi estivi, il giorno libero, gnè gnè. Come penso possa essermi dato atto, non appartengo al partito dei difensori ad ogni costo dell'attuale status quo, ma per esperienza sin troppo diretta so che le rivoluzioni fatte al grido di "Adesso arriviamo noi" hanno solo l'effetto di cadere da un estremo all'altro. È successo così con il ministero Gelmini, nel quale abbiamo visto premesse non certo fuori luogo (migliorare la qualità della scuola, impiegarne più razionalmente le risorse) declinate in un piano di tagli al personale cieco e punitivo, volto solo a fare cassa invecchiando senza speranza gli organici già vecchiotti del comparto. Ma, si diceva, sono anni che la scuola gode di privilegi assurdi, gli incapaci inamovibili, sempre questi sindacati di mezzo, "era ora", chiaro no?, che mordessimo la polvere un po' anche noi. Col bel risultato che il rimedio è stato peggiore del male: classi che scoppiano, didattica ridotta al puro "somministra e correggi", demotivazione a fiumi, squalifica socio-economica (scatti bloccati, come poveracci qualsiasi), "perché avete già il posto garantito, cosa volete di più?" e retorichette conseguenti, ridicolaggine delle prove INVALSI che certificano il niente e rendono la didattica appassionante come un elettroencefalogramma.
Ecco, mo' donna Giannini scende tra noi. Ovviamente, pesando Scelta Civica quel che pesa all'interno del governo, e dandosi per scontato che sarà comunque la segreteria Renzi a dettare l'agenda delle riforme, istruzione inclusa, noi tutti ci auguriamo che, in tutto o in parte, si seguano queste linee di indirizzo, specie in materia di risoluzione del precariato e valorizzazione della professione docente.

Nondimeno, siccome teniamo al futuro nostro e altrui, ci permettiamo di lasciare alla neoministra il seguente promemoria:

1) O vi decidete a ringiovanire gli organici, o la scuola andrà a fondo per sempre. I dati del MIUR dicono che ci saranno 37.000 alunni in più, ma ci si vuole ostinare a mantenere invariato il numero massimo di docenti in organico di diritto. Ancora con 'sta storia dei vincoli di bilancio? Ancora l'ottusa ostinazione a bloccare ciò che bloccabile non è? Davvero il risparmio sui grassissimi stipendi insegnantizi vale la distruzione della didattica, la sua polverizzazione in una marea di verifiche e verifichine succedanee alle interrogazioni, l'impossibilità di seguire più "chirurgicamente" lo studente, tutto perché gli alunni sono troppi e il tempo è poco? E poi: avete davvero tutta 'sta paura a rinsanguare il corpo insegnante con gente che non avrà certo decenni di esperienza, ma forse può avere più sintonia col mondo bimbomikia? Ministra, la Sua sceltacivicità non diventi l'ennesima lente deformante che vede nella scuola solo il luogo dei tagli e delle vendette.

2) Queste benedette Graduatorie ad Esaurimento: da tempo immemore se ne pronostica il prosciugamento, e poi se ne inventa sempre una o per rimpolparle ancora un po' o per prolungarne l'esistenza. Bloccatele una buona volta, congelate gli ingressi e la mobilità, mettete mano ad un piano straordinario di pensionamenti di insegnanti ormai decotti e svuotate queste bolge di umiliazione, date l'idea a chi vi è dentro che anni di studi, di entusiastici sacrifici in nome del sapere e della sua trasmissione non sono stati un esercizio futile e l'anticamera del fallimento esistenziale.    

3) L'orario docenti et alia: allora, premesso che TUTTO si può discutere, lo si faccia in modo costruttivo e senza prendere provvedimenti notturni che abbiano efficacia entro 72 ore, mossi anche questi dalla pura logica della ripicca. Non si tratta di farci lavorare di più, tanto per "fare giustizia", si tratta di farci lavorare meglio. Insomma: pomeriggi a scuola? Bene, però a stipendio aumentato. E vedremo di correggere i compiti magari non tutti in sala insegnanti, ma facendo in modo che le aule del mattino diventino i nostri "ufficetti" pomeridiani, con dentro due o tre colleghi ciascuno al massimo; e potremo supportare gli studenti in  modo continuativo, se avranno la pazienza di stare a scuola anche dopo pranzo. È sufficiente o dobbiamo anche essere appesi a testa in giù? Ci si lascerà qualche pomeriggio da dedicare alla preparazione delle lezioni? Potremo finalmente partecipare SPESATI ai corsi di aggiornamento? Si smetterà con l'idea persecutoria per cui non c'è disagio che non si può progettare a nostro danno pur di "farcela pagare"?. Avremo degli interlocutori degni o ancora e solo tagliatori di teste? Per quanto concerne gli "scandalosi" tre mesi estivi, che tre non sono, ma vaglielo a far capire, è chiaro che anche lì, se ci si vuole tenere a scuola, lo si farà tenendoci anche i ragazzi. Se devo fare lezione, o corsi di recupero, per obbligo e non per scelta, ESIGO la presenza di una corposa percentuale di studenti, perché io esisto lavorativamente nella misura in cui ho qualcuno cui trasmettere le conoscenze. Non ho certo intenzione di passare i giorni estivi a morire dal caldo compilando scartoffie inutili, o ascoltare le ennesime conferenze chiacchiera solo per il gusto di essere visto "al lavoro". Dopodiché, s'intende, con gli albergatori che avranno il vuoto a luglio e non sapranno dove mettere la gente ad agosto ci parlate voi.

4) Il liceo di quattro anni. È il nuovo mantra della politica, l'ennesimo specchietto per le allodole ammannito alle famiglie e spacciato come la soluzione, o meglio l'antidoto, a tutte le magagne lavorative dei figli. Un anno in meno a scuola, sai la pacchia? Uh, certo, dover comprimere ulteriormente l'offerta didattica e gettar fuori gente ancora più spaurita di fronte al mondo brutto & cattivo. Attenzione agli slogan "così ci adeguiamo all'Europa", perché in Europa cominciano ad avere dubbi sull'efficacia di 'sta roba. Evitiamo di adottare mode fuori tempo massimo. E soprattutto: se davvero si volesse partire con il progetto, si dica subito la verità, cioè che il fine reale di esso non è la fantomatica ricerca di maggior competitività "dei nostri ragazzi" nei confronti dei coetanei tedeschi: ciò che si ha in mira è l'ennesima scusa per tagliare gli organici e risparmiare sugli stipendi. Punto. Se invece si vuol fare una cosa seria, ma ne dubito, anzitutto ci vorranno non meno di due anni di studio della situazione e di proiezioni sugli effetti a lungo termine della eventuale riforma. Quindi, ridefiniti con la massima attenzione i curricoli, sarà necessario, a cascata, rivedere tutto l'impianto degli altri ordini di scuola; perché è chiaro che, se mi schiacciate in quattro anni il Liceo, "i nostri ragazzi" dovranno approdarvi con ben altre competenze di quelle spesso ridicole con cui escono dalle medie: e allora toccherà ai colleghi dei piani di sotto farsi esaminare e censurare per le loro verifiche a crocette, i temi mai assegnati perché ci vuole troppo a correggerli, la manica ultralarge nella valutazione per cui volano degli 8 e dei 9 in lingua straniera che diventano imbarazzanti non appena il piccolo genio tredicenne prende a smozzicare il primo "Gudmoning, aiem itelian en dei ar guds pipol", la matematica insegnata coi metodi à la page che non spiegano i fondamenti della logica ecc. ecc. È cioè chiaro che, se si vuole tagliare in cima, vanno rinforzate le radici. E ci vuole tempo. Se invece si partirà con la solita logica "intanto taglia, poi vediamo", allora sarà chiara l'ennesima cialtronata. E comunque, vista la precocità dei nativi digitali, tanto meglio farli venire a scuola a 5 anni, non soffriranno.

Ministro, noi non Le chiediamo miracoli, sappiamo che la situazione è quella che è, però mi creda, abbiamo patito senza vedere il senso della vendetta che ci si è rovesciata addosso. La misura è colma e la rabbia serpeggia. Non vogliamo che la scuola diventi d'un colpo un paradiso terrestre, non chiediamo agevolazioni e sconti di nessun tipo; esigiamo però che la specificità della nostra figura rispetto a quelle degli altri lavoratori sia riconosciuta e trattata di conseguenza: noi non abbiamo a che fare con mute pratiche o asettici schermi di computer, noi interagiamo con la sostanza umana che costituisce il futuro del nostro Paese; dobbiamo ritrovare la motivazione, essere messi in grado di erogare la miglior didattica possibile, non sentirci equiparati a una qualsiasi azienda che deve fare utili, perché l'utile che noi produciamo non si misura con le prove INVALSI, si misura col successo nella vita dei nostri alunni e con la loro crescita umana, ovvero con fattori su cui noi siamo fatalmente costretti a scommettere, ma che non sono misurabili sic et simpliciter col questionarietto somministrato in seconda superiore. Quello potrà avere valore vagamente indicativo. Ma nulla più. Non è da lì che si quantifica la qualità erogata. Rendiamoci tutti conto che non è un delitto aver meno alunni in classe e seguirli meglio; l'obbligo di far tornare i conti delle 18 ore non può trasformarsi nelle cattedre monstre come certe che abbiamo noi di Lettere, 6 materie in 4 classi; non si può chiedere la qualità a questo patto; usiamo meglio l'orario, rompiamo l'obbligo delle 18 ore diurne e reintegriamole con quelle pomeridiane. Basta equipararci a bestie da soma da caricare fino allo sfinimento. E si ricordi, Lei che pure è del ramo: il Paese che uccide i suoi maestri, uccide il suo futuro.
Ossequi,
EDM e la sua Spocchia.