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"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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venerdì 14 dicembre 2012

Letti per voi: P. Giordano, 'Il corpo umano'.

VA ORA IN ONDA-....

Dopo la recensione di uno scrittore da seguire, ma ancora per larga parte sconosciuto, ci addentriamo ora nell'analisi del secondo romanzo del Premio Strega Paolo Giordano, il quale, grazie a La solitudine dei numeri primi, ha raggiunto il traguardo  più ambito cui uno scrittore odierno possa aspirare: essere invitato almeno due volte l'anno a Che tempo che fa da Fabio Fazio.
Giordano, lui, vabbe', torinese coll'erremoscia e lo sguardo tipico dei dottori diw3 ricerca in fisica che si sono convinti di aver scoperto leggi universali dell'esistenza che nessun altro al di fuori di loro capirà mai, ciononostante scrive bene. Questo romanzo, dal titolo Il corpo umano scorre agevolmente, non annoia, i vari 'pezzi' sono ottimamente calibrati in modo da evitare l'indugio là dove l'attenzione del lettore potrebbe sopirsi. Certo, è un romanzo in linea col gusto di oggi (come tutti i romanzi di tutte le epoche, direte voi), la qual cosa ha pure i suoi inconvenienti.

DUE PAROLE SU TRAMA E GENTE VARIA.

L'autore ci porta nel luogo più dimenticato da Dio che esista sulla terra, ovvero l'Afghanistan, terra di scontro usque ad consummationem mundi tra truppe occidentali e talebani. I protagonisti del romanzo sono i soldati italiani di una fob (forward operating base) in Gulistan, sostanzialmente un pezzo di nulla perso nelle nude ed ostili montagne afghane, circondate a loro volta dai più duri e disumani deserti di roccia e polvere che si possano immaginare. Solo Alessandro Magno poteva pensare di cavar qualcosa da questi postacci, e ci deve aver pensato a lungo, se ha disseminato in queste zone (all'epoca chiamate Bactriana) un numero impressionante quanto fatuo di città col suo nome.  Detto pure che i successori del Macedone mollarono subito questi territori e non osarono mettere il naso fuori dalla Siria.
Ma tant'è, oggi l'Afghanistan è quel che è, e Giordano  ci illustra dapprima l'arrivo dei militari alla base, poi una loro missione dai tragici risvolti, quindi il difficile ritorno a casa e la sostanziale impossibilità di riprendere la vita ordinaria. La trama si svolge pertanto ad arco gotico, nel senso che la parte centrale della storia è quella di massima tensione drammatica, laddove quella finale vede malinconicamente disperdersi le vite dei soldati sopravvissuti al Gulistan.
Già, i soldati. Se dovessimo applicare per un attimo le dottrine cosiddette di estetica della ricezione, e considerassimo l'opera non per il messaggio che l'autore vuole mandare ma per quello che il pubblico può recepire, non v'è dubbio che, dalle parti dei nostri Alti Comandi militari, qualche mal di stomaco deve pur essere venuto. Diciamo subito che Giordano, grazie ad una serie di accorgimenti stilistici di cui diremo, evita sia la retorica rambistica che quella della 'sporca guerra che qualcuno deve pur combattere', come pure lo sguardo pietistico su 'i nostri ragazzi'. La guerra in Afghanistan è descritta per quel che è, ovvero un ingrato e disumano sforzo di portare particelle di civiltà e normalità in una terra che sembra reggersi su leggi tutte sue, quasi che quelle montagne e quei deserti segnassero il confine con un'altra dimensione. Sono cose brutte, esperienze a volte ripugnanti, e l'autore non nasconde nulla né pretende di ammaestrare chicchessia.
Però, però, dicevamo.... se io mi mettessi nei panni di un militare (non posso, ho obiettato coscienza, lollone....) sarei certo a disagio di fronte alla sfilata di individui di cui Giordano popola la base in Gulistan: abbiamo Antonio René, un maresciallo che in Italia arrotonda facendo il gigolò (vabbé, certi altri, dopo una giovinezza concessa all'altrui diporto, si sono messi a fare gli assicuratori, il mondo è vario...), mette incinta una sua cliente che poi decide di abortire mentre lui è via; Francesco Cederna, il vero Rambo dell'esercito che conosce a memoria pezzi interi di Full metal jacket, duro e puro, supermacho senza pietà, su cui l'autore getta la croce del ruolo di caricatura americaneggiante del militare; Roberto Ietri, ventenne, da Cederna chiamato 'verginella' per le sue apparenti timidezze in amore e tuttavia da Cederna preso sotto l'ala come una specie di fratellino minore, non dopo diversi screzi; Alessandro Egitto, tenente nonché medico della base che ha chiesto di prolungare la sua missione, campa di psicofarmaci e deve gestire una pseudo-relazione con tal Irene Sammartino, sua ex fiamma che gli aveva pure fatto credere di essere incinta, era sparita e si ripresenta tutt'a un tratto in Gulistan come 'osservatrice' delle Nazioni Unite (e già che si rivedono....); Angelo Torsu, impegnato in una complicata relazione a distanza con tal Tersicore89, conosciuta in chat, la cui identità sessuale gli resta comunque oscura, condannato fino a metà romanzo alla diarrea cronica per essersi sfamato, come altri nella base, di una mucca del luogo che non era esattamente a norma; Salvatore Camporesi, che ha lasciato in Italia moglie e sopratutto figlio taciturno (ahi, ahi, sintomo di DSA...), moglie che, venutole a mancare il marito, se la intenderà con René; la Zampieri, donna aspirante Valchiria, in realtà molto molto imbranata e anche tanto sensibile da mettere la lingua in bocca a Ietri dopo essersi fatta Cederna, colpevole del 'disguido' da cui originerà il dramma di metà romanzo.
Tacendo di un altro con la paura dei serpenti e delle figurette un po' troppo pittoresche dei Capi Supremi Ballesio e Masiero, sublimi teorici della fatica altrui (e anch'essi un filino stereotipati, specie Masiero nelle parole da Apocalypse now con cui descrive i talebani o nel chiamare sprezzantemente 'riccioli d'oro' Zampieri), il parterre dei personaggi è, si diceva, spiazzante: l'eroismo è bandito, poiché, anche chi potrebbe incarnare il modello standard di soldato senza macchia e senza paura, in realtà affonda nel ridicolo (Cederna, dopo il fattaccio, dovrà consolarsi con una 'massaggiatrice' della base americana). L'impressione generale è quella di una Gerusalemme liberata al rovescio, nel senso che l'ipotetico Goffredo di Buglione della situazione (René/ Egitto) è affossato da dubbi e incertezze e non riesce a riportare i compagni dall'errore all'ordine, oppure anche di una versione delle Argonautiche in cui gli dèi non aiutano l'eroe imbranato, ma anzi lo lasciano in balìa del caso e delle proprie debolezze. Queste sono in effetti le matrici comuni a tutti i personaggi: o per una scelta effettuata fortuitamente piuttosto che un'altra, o per il cedimento all'istinto, i ragazzi della truppa scoprono la loro sovrana impotenza contro un ambiente e una situazione troppo più grandi di loro.

MA IL TITOLO DICE TUTTO

Certamente, di fronte alla nuda ed implacabile violenza della forma più snervante di guerra, ovvero la guerriglia, in mezzo ad un ambiente ostile e privo di qualsiasi conforto anche solo paesaggistico, costretti a vivere ogni minuto come se fosse l'ultimo, i protagonisti non fanno fatica a riscoprire ungarettianamente la propria fragilità, a retrocedere alla corporalità più basilare, poiché il Gulistan ha il potere di rendere chiunque, anche il soldato più tecnologicamente bardato, una creaturina cha la mano del destino può spappolare quando più le piaccia (e su questo l'autore andrà ben oltre la metafora). La fragilità dei nostri soldati è quindi scannerizzata sia negli aspetti piscologici che in quelli meramente fisiologici (forse anche troppo): non v'è tuttavia satira antimilitarista, quanto piuttosto la desolata constatazione che le guerre di oggi non hanno nulla di epico e i presunti eroi sono esseri di carne, sangue ed escrementi come chiunque altro. La sessualità è puro sfogo animalesco, il vissuto di alcuni ragazzi  (Egitto in primis) parla spesso di incomunicabilità familiare, il dopo Gulistan diventa una patetica ricerca di riscatto per via simbolica (René 'si scusa' a modo suo con la moglie di Camporese, vedendo nel figlio di lei quello che è mancato a lui, Egitto va a vedere che fine ha fatto Torsu e gli porta le gelatine): su tutto, l'amarezza malinconica nel vedere, di fronte alla grande Storia dell'umanità, che i singoli uomini, che della storia costituiscono la materia prima, sono appunto 'materia', corpi spesso mandati al massacro, esseri che portano su di sé il peso di esisitenze difficili che però non vengono purificate dal bagno di sangue della guerra, ma si trovano semmai proiettate su un palcoscenico più ampio che conferma come sia nel grande che nel piccolo il dolore e la solitudine non cessano mai di insidiarci.

LUI POI RACCONTA BENE,  EH...

Questo antieroismo non retorico riposa su una narrazione in cui troviamo tutti gli artifici più cool, come il passaggio dalla prima alla terza persona della narrazione a seconda delle esigenze di intensificazione lirica del dettato, i flashback con ellissi, i discorsi indiretti liberi, accenni di monologhi più o meno interiori al limite del flusso di coscienza, un intero capitolo impostato sullo scambio di email tra Camporese e la moglie, tutto insomma, e tutto al suo posto. Giordano ne sa, e conosce bene i meccanismi della narrazione non banale. Resta semmai l'impressione che questo libro nasca già per il cinema, il che non vuol dire che la cosa sia voluta (o sia un male), quanto piuttosto che un certo tipo di cultura filmica entro la quale noi si è cresciuti ha lasciato tracce nel nostro modo di strutturare la storia di cui neanche ci accorgiamo. In ogni caso non è difficile trasformare anche mentalmente il romanzo in sceneggiatura, una volta che lo si sia finito di leggere. Se pure la storia è ben condotta, c'è tutto quello che si si aspetta, ma 'solo' quello. L'argomento è di attualità, in Gulistan ai nostri soldati è successo di tutto, il taglio dato a fatti e personaggi mostra certo una sensibilità diversa, ma è una diversità che, dopo Nato il 4 luglio o La sottile linea rossa, non è più completamente originale. Il prodotto è insomma certamente godibile, ma non provoca il brivido dell'inatteso. Certo, piuttosto di Moccia....

sabato 8 dicembre 2012

Letti per voi: S. Bonvissuto, "Dentro",

DOTTO PREAMBOLO

Giusto perché tra poco finisce il  mondo, vorrei andarmene lasciando almeno agli extraterrestri che resteranno dopo di noi una recensione da leggere. Vi regalo quindi un rapido e croccante commento ad un libero di fresca uscita per Einaudi, "Dentro", autore Sandro Bonvissuto, laureato in filosofia e cameriere in un'osteria romana. Ho visto di persona l'autore al Festival della Letteratura di Mantova lo scorso settembre, protagonista di un incontro-intervista con Michela Murgia a Palazzo San Sebastiano. Il tema dell'evento era il concetto di "Noi", ed è stato sviscerato in una pluralità di prospettive, incentrate in sostanza sul problema della percentuale di Io che ciascuno deve devolvere al Noi senza che essi ci condizionino fino a farci perdere la nozione della nostra irripetibile individualità.
Sì, inevitabilmente discussioni simili finiscono per arenarsi nella spiaggia degli Assoluti, del resto si tratta di nozioni che implicano una discesa alla radice stessa del nostro essere e per questo le risposta finale mancherà sempre, dato che conoscere il proprio Io nella sua totalità equivale alla pretesa di far quadrare il cerchio, figuriamoci quando si tratta di rapportare l'Io al Noi.
La discussione è comunque scivolata via bene, con frequenti interventi da parte del pubblico e una gestione del botta e risposta da parte della Murgia che ha rivelato grande disinvoltura. Non c'era quell'aria paludata di certe interviste in cui domandatore e risponditore vanno avanti un'ora a compiacersi di quanto sono intelligenti e pazienza per il pubblico. Bonvissuto, poi, nonostante tremasse come una foglia tutte le volte che si trattava di leggere un piccolo estratto del romanzo per continuare la discussione, ha dimostrato una discreta dose di ironia, specie nei confronti di un paio di damazze del pubblico le cui domande erano abbastanza irritanti.   

DUE PAROLE SUL PLOT

Visto quindi l'esito dell'incontro, mi sono procurato il romanzo, la cui lettura è abbastanza scorrevole (si tratta di 167 pagine non enormi) e permette quindi di cogliere con uno sguardo d'insieme il senso delle vicende narrate, che sono organizzate à rebours.
Si tratta infatti di una storia in 3 capitoli, narrati in prima persona, che parte dal momento in cui il protagonista, che parla in prima persona, viene arrestato e portato in prigione, per uscirne dopo qualche mese; nel secondo capitolo, si rievocano l'adolescenza del protagonista, il suo primo anno di liceo e l'incontro con quello che diventerà il suo migliore amico, il cui nome, come del resto quello del narratore e del padre del narratore, non sarà mai rivelato: i due diventeranno un'unità inscindibile, arrivando a fidanzarsi con la stessa ragazza, divideranno tutto il proprio tempo assieme, così da venir pure bocciati assieme; nel terzo capitolo, siamo portati all'infanzia del narratore, in una non precisata località di villeggiatura presso una pineta in riva al mare (di Ostia, vorrei azzardare, ma conta poco): ci viene descritta la giornata di una sorta di rito di iniziazione, allorché il protagonista, escluso dalla consueta sortita in un indefinito luogo sabbioso lì vicino perché i suoi due amichetti hanno voluto andarci in bici e lui non era capace di guidarla, chiede a suo padre di insegnarglielo, così da poter essere di nuovo accettato in tutte le future scorribande del piccolo gruppo (3 contando lui); il padre, senza farselo ripetere, soddisfa il desiderio del figlio e già quella sera il piccolo ha imparato a sbiciclettare.

ANALISI FINE FINE

Già da questo riassunto si comprende l'orientamento minimalista impresso alla narrazione: la vicenda del carcere è descritto nei suoi aspetti più miseri, una miseria però entro cui si possono aprire squarci impensabili di umanità, ma la descrizione non sfocia in alcuna vera denuncia sociale, o perlomeno è lasciato al lettore il compito di indignarsi. Non è chiarissimo perché il narratore è finito dentro, però non siamo in circostanze kafkiane (anche se Kafka è citato a pag. 21), poiché capiamo che lui sa bene di aver combinato qualcosa di contrario alla legge. Ciò che egli vede all'interno non è una parata di eroi del male o persone accecate da chissà quale cattiveria, ma si sceglie di descrivere l'umanità più emarginata, a volte bizzarra, che pare messa lì più che altro per un'incapacità di fondo a star fuori. La dialettica fuori/dentro è del resto il perno di tutto il libro, ed è inevitabile, visto il titolo. Il protagonista è finito 'dentro' per un certo reato, ma sopratutto cade 'dentro' di sè, poiché il confronto con la massa di derelitti che si muove nel buio, nell'indifferenza e nella sporcizia di questo carcere senza nome gli fa toccare con mano tutte le sfumature della disumanizzazione che è latente dentro ognuno di noi: novello Dante (sì, ci siamo capiti...) egli non passa accanto ai suoi compagni come se girasse per uno zoo, ma partecipa di tutte le loro sventure, solo senza compassione. La compassione, però, manca non perché egli si senta ingiustamente mischiato a questa sub-umanità, quanto perché l'esperienza del carcere, a lungo andare, lo porta a convincersi dell'inutilità di certe esistenze, constatazione fatta senza tirarsi fuori dal mucchio, perlomeno non del tutto. Certo, ritornare da quel girone infernale in cui la percezione del tempo si annulla, non può lasciare uguali a prima: all'uscita dal carcere, il narratore incontra suo padre che è venuto a prenderlo, ma quando gli dice che temeva che non avrebbe trovato nessuno ad aspettarlo, il padre non replica. Si comprende che dietro questo silenzio può starci di tutto: può intendersi come il fatto che non è neanche da mettere in discussione che un padre non vada a riprendersi il figlio fuori di prigione, qualsiasi cosa abbia fatto; nulla però vieta di pensare che il padre sia lì anche per valutare il grado di ri-presentabilità del figlio prima di reintrodurlo nella vita normale, e infatti gli propone di fermarsi in una trattoria a mangiare prima di tornare a casa; potrebbe pure darsi che egli sia l'unico che abbia ancora voglia di avere a che fare col narratore. In ogni modo, insomma, il carcere ha costituito una prova incancellabile, forse pure la conferma del messaggio simbolico che il narratore associa all'albero di arance amare che dà il titolo al capitolo e lo chiude con un ultimo fotogramma: le arance amare non sono buone per la marmellata (molto meno buone rispetto alle ciliegie, almeno), cadono per terra e non servono a niente, eppure esistono.  Non si fa fatica ad identificare le arance col destino dei detenuti, tenuti in vita senza scopo in carcere e poi destinati a 'cadere' nei modi più vari.
Il messaggio del primo capitolo pare quindi paradossalmente il fatto che la vita non ha messaggi. Bonvissuto sembra dirci che, una volta che siamo finiti 'dentro' la vita, essa ci farà entrare 'dentro' infinite situazioni che a loro volta precipiteranno 'dentro' di noi. Manca, pare suggerirci lo scrittore, il senso profondo di tutto ciò.
L'impressione è confermata dal secondo capitolo, ambientato circa a metà degli anni '80: il narratore constata che i cortili della sua infanzia, un tempo pieni di bimbi schiamazzanti, sono ora desolantemente vuoti, tutti sono 'dentro' casa, incollati alla televisione. Vorrei sentire qui un filino di polemica contro il cambio di abitudini che la TV dei ragazzi copiosamente ammannita soprattutto dalle emittenti private ha imposto ai giovani dell'epoca. Questa casalinghizzazione di pomeriggi giovanili trova nel narratore la reazione più ovvia: giunto al liceo, districatosi in un dedalo di corridoi misteriosi e popolati da personale ATA quantomai pittoresco, egli giunge 'dentro' la sua classe e, solo per effetto del caso, finisce vicino di banco di un ragazzo che diventerà la sua perfetta metà per tutto l'anno, colui con il quale passare tutto il tempo 'fuori' sia da casa che da scuola. Non abbiamo però rievocazioni idilliche di giovinezza perduta o episodi da libro 'Cuore' e neppure fragorose odi al giovanilismo autoreferenziale e senza ideologia di quegli anni: il narratore e il suo amico stanno bene insieme e stop, non progettano, non ricapitolano, semplicemente vivono  come una Diarchia (pag. 112: "Figurarsi se potremmo mai essere in grado d'intendere il funzionamento di un sistema immenso e immensamente complesso come quello che sta dietro a due persone qualsiasi che non si conoscono fra di loro e che una mattina d'autunno finiscono sedute nello stesso banco di una scuola pubblica di una grande città". pag. 136: "Di tutta questa moltitudine, però, solo uno continuava a sedere vicino a me. Poteva essere chiunque, ma era lui. Rappresentava da solo l'intera classe. O la città. Di più ancora, all'infinito: la sua era la faccia del resto del mondo, la prima cosa che avrei continuato a vedere oltre me. Ogni volta che mi sarei girato avrei potuto vedere tutto, invece avrei visto lui"). Un fine ulteriore dunque non c'è, o non lo si vuol cercare.
Così pure minimale eppure significativo è l'episodio del terzo capitolo: il narratore deve avere sui 5-6 anni e d'un colpo scopre che un abisso lo separa dai suoi amichetti: essi sanno andare in bicicletta, lui no, solo che questa capacità è diventata la nuova conditio sine qua non è possibile seguire gli altri due verso 'il deserto', un luogo vicino alla pineta delle vacanze che deduciamo essere particolarmente arido ma soprattutto, nella fertile psicologia dei seienni, passibile di venire trasformato in qualsiasi cosa (l'eco di via Paal risuona stentoreo). Nel microdramma del narratore si inserisce anche un episodio di precoce educazione sentimentale (se vogliamo dir così), poiché una bambina assiste alla scena del cazziatone dei due amichetti al protagonista e poi lo convince a venire a casa con lei. Insieme passano in un campo di gigli (pag. 153), il cui valore simbolico viene subito esibito dal narratore: essi, a differenza delle margherite che crescono sempre in grandi gruppi, si possono vedere vicini tra loro solo per caso (=richiamo alla vicenda del capitolo precedente), essi forse non sono fatti per stare nei prati e si trovano lì per sbaglio (= senso di sbalestramento rispetto alle abilità possedute dagli amichetti) e su uno di questi egli vede posato un moscone (=lui così sfigato e lei così carina?). A risolvere il tutto la scoperta che entrambi gli amichetti hanno imparato dal proprio padre come andare in bicicletta; in  protagonista si fionda quindi dal suo, gli sottopone il problema e costui, senza batter ciglio, lo porta dagli altri due e ordina loro di lasciarlo salire sulla bici, poi lo sistema sopra di essa, lo spinge e via che si impara a dominare il mezzo. La situazione di colora di tinte da 'Linea d'ombra' nel momento in cui il narratore chiede lumi al padre su come manovrare la bici e lui gli risponde che è una cosa che ciascuno impara a modo suo e non può essere insegnata. La piccola vittoria ottenuta sul suo precedente limite fa dire al narrratore (pag. 170): "Certo non ero un uomo. Ma nemmeno più un bambino, o almeno non il bambino di prima".

GIUDIZIO E CONGEDO

Libro certamente sussurrante questo, che non pretende di spiegare nulla a nessuno, ma di scandagliare i sentimenti più semplici innescati da situazioni semplici (l'estate dell'infanzia, il liceo), oppure mettere di fronte l'uomo alla sua essenzialità di essere votato al dolore (il carcere). L'infanzia non è qui un mito in cui cullarsi, l'adolescenza non è il ricettacolo di ogni possibilità da rimpiangere, la vita adulta col suo dolore è accettata pur con la coscienza delle infinite vie di perdizione cui l'uomo è esposto. Questo sottile nichilismo di fondo è secondo me riflesso in un procedimento stilistico che altrimenti resterebbe senza motivo e andrebbe piuttosto a disdoro dello scrittore. E' noto che, sin dai tempi di Omero, l'uomo di lettere ama infarcire le sue opere di sentenze a carattere universale dedotte dall'esperienza (in greco antico si chiamano gnòmai) come potrebbe essere una frase del tipo: "Nessuna pieta dagli dèi per chi coltiva ingiustizia nel cuore". L'atteggiamento gnomico si può declinare poi nel semplice aforisma (citofonare Wilde o Proust), ma in generale la gnomica è l'ornamento quasi necessario per ogni opera di un certo livello, costituendo essa per così dire il frutto succoso e splendente che cresce sui rami delle vicende narrate. Ora, Bonvissuto non sfugge a questa regola, ma accanto a gnomai senza dubbio pregevoli (pag. 144: "Dicono che la coscienza del tempo sia qualcosa che appartiene all'anima. Oppure piuttosto ciò che ci resta quando assistiamo al movimento dei corpi. Io tendo a pensare che non sia né l'una né l'altra cosa; e che il tempo sia qualcosa che appartiene ai luoghi"; pag. 149: "La polvere [...] dev'essere la parte visibile del tempo, se non addirittura il suo precipitato") ce ne sono altre di una ingenuità così banale da lasciar perplessi: (pag. 14: "la frutta la puoi guardare per ore, ma non la capisci se non la tocchi; pag. 72: "se hai sonno puoi mangiare lo stesso, ma se hai fame non riesci nemmeno a dormire"; pag. 110: "Perché non c'è niente di più gioioso e leggero di una classe  quando l'insegnante dovrebbe essere lì e invece non c'è"; pag. 169: "La mamma è meglio vederla da vicino. Il padre lo capisci da una certa distanza"). Se non vogliamo dare credito all'ipotesi di cadute dilettantistiche, visto che di sostanza il libro ne ha, vorrei vedere qui una più o meno conscia estremizzazione da parte dell'autore del nichilismo minimalista che presiede a tutta la vicenda: Bonvissuto, convinto che il mondo sia fondamentalmente un nonsenso occasionalmente illuminato da squarci di effimera serenità che subito si perde, applica questo inerte pessimismo anche alla forma dell'espressione: se davvero manca il senso profondo dell'esserci delle cose, non c'è nulla da pretendere neppure dalle gnomai, che dovrebbero avere validità extratemporale. Ma, ci dice l'autore, il nostro hic et nunc è perso nella flebile semplicità del sopravvivere a se stessi, pertanto sarebbe pretenzioso fissare le nostre micro-esperienze in sentenze capitali. Ecco allora che l'apparato gnomico si fa pur esso banale, ma di una banalità omogenea al mondo descritto nel romanzo. Se come mi auguro questo è il presupposto, mi congratulo con l'autore.