Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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domenica 23 ottobre 2016

L'impossibilità della gravità quantistica, ovvero del (forse) Nobel a Bob Dylan.

[vi ricordiamo che la saga dei Sommersmith è qui]


Ci piace mischiare alto e basso, pubblicare polizieschi pentadimensionali e ricicciare glorie del bel tempo che fu (Stella Moda, olè!!), ma come sottrarci al profluvio ormai inarrestabile di pareri, pareroni e parerini cui ha dato aire il Nobel per la letteratura conferito a Roberto Il Nome di Dog? Ciò che ci colpisce è, a parte il solito schierarsi del "popolo della rete" in due esatte metà pro e contro la predetta attribuzione e quindi, esattamente come ai tempi delle stragi parigine, due giorni e tutto lo spettro delle opinioni e contro-opinioni viene coperto senza lasciare spazio ad ulteriore dialettica, ebbene ciò che colpisce del presente dibattito dylaniano e dylaniante è la dimensione da talk-show della De Filippi che la discussione assume, pur essendone attori i nomi del più bel mondo delle belle lettere (Baricco, Vecchioni, Magrelli cose così)(per Magrelli magari mettiamo un link perché forse non tutti...). Perché là dove spira venticello di Nobel, e il vincitore è un soggetto, diciamo così, poco "aderente" al mondo delle lettere, figurandone semmai come cospicuo paredro, cospicuo sì, ma pur sempre paredro (te ricordi che vvor di' paredro, vero Sebbastia'?), ebbene le truppe cammellate dei tradizionalisti scendono in campo, oliando le giunture dei più agée e lustrando le guizzanti muscolature dei più giovani (dai 50 ai 60 anni, si capisce, mica come a Sparta), ma sull'altro versante i cantori del "finalmente qualcosa al passo coi tempi!" gorgheggiano giulivi, perché anche i barbogi svedesi paiono finalmente aver capito dove sta la vera Cultura, fuori dalla polvere delle biblioteche e in mezzo alla ggente.
Conseguenza della conseguenza, il dibattito si defilippizza, nel senso che si arriva alle conclusioni tipiche dei talk-show guidati da Maria: tutti danno ragione a sé medesimi e nessuno ammette il punto di vista dell'altro; che è già un brutto vedere; peggio ancora quando l'argomento è di quelli al confine tra la materia e lo spirito e allora ci si finisce per avventurare nei territori a peggior rischio banalità: se hanno dato il Nobel a Dylan [pausa con sguardo torvo e lacrimuccia nell'occhio dell'interlocutore] ALLORA CHE COS'È' LA LETTERATURA?????
Immaginatevi le conclusioni: a chi la butta sul metafisico come neanche Ungaretti con Ettore Serra ("ah, la parola, la parola, la poesia è parola, ma non sono versi quelli di Dylan, sono imbarazzanti senza musica!!") ribatte chi la ributta sul greco antico ("anche Saffo e Alceo cantavano i loro versi, embe'?") e che insomma separare le parole dalla musica, ecco no.
Bene.
Giunti a questo punto, dire qualcosa di originale e mai detto è, come sempre, impossibile. Traiamo tuttavia ispirazione da una recentissima conferenza da noi auricolata a tema: "Spazio- tempo e quanti: questo matrimonio non s'ha da fare". Il titolo manzoniano e l'argomento che sempre ci ha intrippato parecchio, pur non essendo noi del ramo, ci hanno portato a bearci delle dotte parole del dotto locutore. Il quale, dopo aver panoramizzato sulle centenarie teorie di Einstein e sulle altrettanto centenarie ponzature di Planck e Heisenberg, sul finir di chiacchierata ha detto quanto segue: se la meccanica quantistica riguarda l'infinitamente piccolo (adroni, gluoni, muoni, tauoni, bosoni, ecceteroni), che sono i mattoni di tutta la materia esistente, laddove il pacchetto completo Einstein va ad agganciare l'infinitamente grande di masse cosmiche che curvano allegramente il continuum di ciò che gli antichi credevano assoluto e invece è relativo (lo spazio-tempo, appunto), perché cercare di incollare il palcoscenico agli attori? In altre parole, perché affannarsi a cercare, teoricamente e sperimentalmente, una cosa come la 'gravità quantistica' che metta d'accordo quanti e spazio- tempo, atteso che i due sistemi (il quantistico e l'einsteiniano) funzionano così bene proprio perché hanno differenze dialettiche irriducibili, cosa peraltro confermata dai risultati letteralmente assurdi di tutte le equazioni che tentano di gettare un ponte tra essi? [comunque capoccio' non ha MAI citato Dirac, e secondo me... insomma...].
Io a quel punto ho pensato che la situazione è la stessa di chi tentasse di mangiare la minestra con la forchetta o gli spaghetti col cucchiaio: no, amico mio, ad ogni sistema il suo strumento operativo; non solo: se qualcuno mi cucina gli spaghetti in brodo, mi spieghi come faccio a usare insieme cucchiaio e forchetta? Vuoi che brodino e bucatini non mi sfuggano di continuo, obbligandomi a spatasciarmi tutte le volte per tentare di mettere insieme un decente boccone? Ma lascia perdere!
Orbene, posto pure che la rinuncia alla ricerca della gravità quantistica è a mio giudizio (filosofico, non tecnico) opinabile, il problema del Nobel a Dylan dovrebbe portarci più o meno sulle posizioni del capoccione di cui sopra: diciamocelo, certi paragoni con Saffo e Alceo, per quanto plausibili sul versante dell'esaltazione di una parola che era inscindibilmente unita alla musica, lasciano il tempo che trovano non solo e non tanto perché la sopravvivenza NEI SECOLI di costoro si deve alla sola parola, non certo alla non più recuperabile musica, ma perché non stiamo parlando di autori pop, suvvia. Nell'eteria alcaica o nel tiaso saffico non c'erano centomila persone alla volta come nei nostri concerti pop, e annamo. A parte cioè il ridicolo anacronismo ("Saffo avrebbe vinto il Nobel!". Se, vabbe', e pure gli MTV Awards... best breakthrough...), parliamo qui di versi la cui qualità ASSOLUTA, scissa da una musica di cui non sappiamo NULLA, ha consentito, perlomeno per via frammentaria, una sopravvivenza a questi autori che Dylan, per la sola qualità dei suoi testi, può sognarsi. Eppoi, a dirla tutta, sarebbe stato più coerente citare altri esperti dell'opera in versi musicata, ovvero i tragediografi. Eschilo e compagnia, i cui drammi prevedevano notoriamente parti recitate e parti cantate, andavano in scena davanti ad un pubblico ben più folto dei ristretti cenacoli aristocratici dei lirici arcaici (se la capienza presunta di quei teatri vuol dire qualcosa): il pubblico delle grandi feste religiose ateniesi. Loro sì, per certi versi, erano pop: ad Atene c'era la democrazia, la loro democrazia, per carità, comunque situazioni ben divergenti dall'elitarietà di quegli altri (stesso discorso per il pubblico dei trovatori veh, che saranno pure stati l'embrione del cantautorato, ma, insomma, lo Stadio Olimpico mica te lo riempivano, al limite la sala da pranzo di un castello del X secolo, su...). Ma anche in questo caso bisogna guardarsi bene dal sovrapporre il passato e il presente a tutti costi, cercando appunto la gravità quantistica letteraria: i torrenziali cori dell'Agamennone eschileo, le franche divergenze tra Odisseo e Neottolemo nel Filottete di Sofocle, le riflessioni di Fedra sulla natura del pudore in Euripide... ecco, tre esempi a casaccio che dovrebbero farci capire come il pop di allora, se pop lo vogliamo chiamare, era un filino più strutturato di quello odierno, che punta all'appiattimento della complessità del reale su quattro slogan vagamente esistenzialisti. [e ve lo immaginate il Nobel a Wagner...? Dopo la premiazione, tutti a Bayreuth a sentirsi la tetralogia... tutta la tetralogia...]
Per dire cioè che il problema è a monte delle stracche dispute sulla natura della letteratura, che finiscono per risvegliare il professor Keating che c'è in ognuno di noi: più semplicemente, bisognerebbe salvare il concetto di letteratura (buona o meno buona) confinandolo, senza dubbio arbitrariamente, ma per ottime ragioni, a quel prodotto culturale la cui fruizione passa unicamente tramite il medium scritto, o al limite recitato, decidendo perciò che il contributo della musica va a creare un'altra forma d'arte che non è solo letteratura. Ciò non significa rischiare di rendere inclassificabili Saffo e Euripide, perché entrambi, per come li fruiamo noi, sono solo letteratura, quindi il problema è sterilizzato alla radice. [però però, anche Dante, forse...] Si tratta semmai di prendere atto che oggi l'incontro parola-musica vuol dire prevalentemente una cosa: cultura pop. Attenzione: non parliamo di musica pop, distinguendola dagli altri generi; intendiamo invece come cultura pop il calderone in cui far stare (a rischio di scomunica da parte degli aficionados) i Led Zeppelin e Cristina D'Avena, Peter Gabriel e gli One Direction, Bob Dylan e Shawn Mendes: tutta gente che, al netto del tipo di musica praticata, ritrova comunque una certa costante nel sottomettersi, con buona pace dei nostalgici di Woodstock, alle leggi del mercato (quelle stesse leggi cui cominciarono a fare l'occhiolino anche Balzac e Flaubert, senza dubbio, ma le proporzioni con oggi, e col tipo di pubblico di riferimento, sono incompatibili). Chi mischia parole, musica e concetti più o meno alati, nel pop, lo fa perché vuole un pubblico. Anzi, molto pubblico. Cioè molta pecunia. E quindi le idee possono volare alto, ma non troppo, sennò pubblico e pecunia scappano. Molto pubblico e molta pecunia cui tendono anche gli scrittori pop, intendiamoci. Il giorno in cui la Rowling o Camilleri vinceranno il Nobel è forse più vicino di quanto crediamo. E però se la musica pop e la logica ad essa sottesa sembrano aver inglobato nel loro perimetro un po' tutta la musica che non sia, diciamo, classica (ragionamento sintetico e imbarazzante, ne siamo consci), esistono (dovrebbero esistere) nella letteratura ancora sacche autoriali in cui la qualità possa valutarsi distintamente dalle vendite o dalla consistenza puramente numerica del fandom. Lì si può ancora cercare un certo tipo di produzione che non sarà mai del tutto svincolato dalle leggi economiche (se mi costi e non ti leggono, la prossima volta farò fatica a pubblicarti), ma che perlomeno non cerca di seguire a tutti costi le mode o i gusti più ripetitivi e 'di pancia' del pubblico. Lasciatela lì, quella letteratura, per molti o pochi, non importa. Ma non confondetela col pop musicale. L'artista pop ha tutte le equazioni che funzionano, perché sa di avere come riferimento il pubblico di massa e sa cosa propinargli; e va bene così. Il letterato 'da Nobel' (qualunque cosa ciò voglia dire, visti certi premiati e soprattutto certi non premiati), tendenzialmente, non guarda (non dovrebbe guardare) al numero di recettori effettivi del suo messaggio, ma alla universalità e irripetibile originalità del messaggio stesso, tale che esso sarà fruito anche in un futuro in cui lui, l'autore, non sarà più lì a incassare i diritti. Messaggio letterario e non anche musicale. E va bene così. Qualsiasi tentativo di gravità quantistica letteraria, per converso, diventerà quel che sta diventando il Nobel a Dylan: la fusione di ciò che va tenuto distinto. Per quanto, pare, Dylan stesso sia la prova delle teorie del capoccione di cui sopra, essendosi il Dylan appunto sin qui rifiutato di rispondere alla nomination svedese. Del resto, come diceva Lucrezio, che ne sapeva, il fatto che nulla si generi dal nulla, ma gli atomi esistano da sempre con le loro leggi intrinseche, impone che gli atomi stessi non possano dar luogo a qualsiasi combinazione, ma ad alcune sì, ad altre no.
Il Nobel a Dylan, per dire.

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