Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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venerdì 14 dicembre 2012

Letti per voi: P. Giordano, 'Il corpo umano'.

VA ORA IN ONDA-....

Dopo la recensione di uno scrittore da seguire, ma ancora per larga parte sconosciuto, ci addentriamo ora nell'analisi del secondo romanzo del Premio Strega Paolo Giordano, il quale, grazie a La solitudine dei numeri primi, ha raggiunto il traguardo  più ambito cui uno scrittore odierno possa aspirare: essere invitato almeno due volte l'anno a Che tempo che fa da Fabio Fazio.
Giordano, lui, vabbe', torinese coll'erremoscia e lo sguardo tipico dei dottori diw3 ricerca in fisica che si sono convinti di aver scoperto leggi universali dell'esistenza che nessun altro al di fuori di loro capirà mai, ciononostante scrive bene. Questo romanzo, dal titolo Il corpo umano scorre agevolmente, non annoia, i vari 'pezzi' sono ottimamente calibrati in modo da evitare l'indugio là dove l'attenzione del lettore potrebbe sopirsi. Certo, è un romanzo in linea col gusto di oggi (come tutti i romanzi di tutte le epoche, direte voi), la qual cosa ha pure i suoi inconvenienti.

DUE PAROLE SU TRAMA E GENTE VARIA.

L'autore ci porta nel luogo più dimenticato da Dio che esista sulla terra, ovvero l'Afghanistan, terra di scontro usque ad consummationem mundi tra truppe occidentali e talebani. I protagonisti del romanzo sono i soldati italiani di una fob (forward operating base) in Gulistan, sostanzialmente un pezzo di nulla perso nelle nude ed ostili montagne afghane, circondate a loro volta dai più duri e disumani deserti di roccia e polvere che si possano immaginare. Solo Alessandro Magno poteva pensare di cavar qualcosa da questi postacci, e ci deve aver pensato a lungo, se ha disseminato in queste zone (all'epoca chiamate Bactriana) un numero impressionante quanto fatuo di città col suo nome.  Detto pure che i successori del Macedone mollarono subito questi territori e non osarono mettere il naso fuori dalla Siria.
Ma tant'è, oggi l'Afghanistan è quel che è, e Giordano  ci illustra dapprima l'arrivo dei militari alla base, poi una loro missione dai tragici risvolti, quindi il difficile ritorno a casa e la sostanziale impossibilità di riprendere la vita ordinaria. La trama si svolge pertanto ad arco gotico, nel senso che la parte centrale della storia è quella di massima tensione drammatica, laddove quella finale vede malinconicamente disperdersi le vite dei soldati sopravvissuti al Gulistan.
Già, i soldati. Se dovessimo applicare per un attimo le dottrine cosiddette di estetica della ricezione, e considerassimo l'opera non per il messaggio che l'autore vuole mandare ma per quello che il pubblico può recepire, non v'è dubbio che, dalle parti dei nostri Alti Comandi militari, qualche mal di stomaco deve pur essere venuto. Diciamo subito che Giordano, grazie ad una serie di accorgimenti stilistici di cui diremo, evita sia la retorica rambistica che quella della 'sporca guerra che qualcuno deve pur combattere', come pure lo sguardo pietistico su 'i nostri ragazzi'. La guerra in Afghanistan è descritta per quel che è, ovvero un ingrato e disumano sforzo di portare particelle di civiltà e normalità in una terra che sembra reggersi su leggi tutte sue, quasi che quelle montagne e quei deserti segnassero il confine con un'altra dimensione. Sono cose brutte, esperienze a volte ripugnanti, e l'autore non nasconde nulla né pretende di ammaestrare chicchessia.
Però, però, dicevamo.... se io mi mettessi nei panni di un militare (non posso, ho obiettato coscienza, lollone....) sarei certo a disagio di fronte alla sfilata di individui di cui Giordano popola la base in Gulistan: abbiamo Antonio René, un maresciallo che in Italia arrotonda facendo il gigolò (vabbé, certi altri, dopo una giovinezza concessa all'altrui diporto, si sono messi a fare gli assicuratori, il mondo è vario...), mette incinta una sua cliente che poi decide di abortire mentre lui è via; Francesco Cederna, il vero Rambo dell'esercito che conosce a memoria pezzi interi di Full metal jacket, duro e puro, supermacho senza pietà, su cui l'autore getta la croce del ruolo di caricatura americaneggiante del militare; Roberto Ietri, ventenne, da Cederna chiamato 'verginella' per le sue apparenti timidezze in amore e tuttavia da Cederna preso sotto l'ala come una specie di fratellino minore, non dopo diversi screzi; Alessandro Egitto, tenente nonché medico della base che ha chiesto di prolungare la sua missione, campa di psicofarmaci e deve gestire una pseudo-relazione con tal Irene Sammartino, sua ex fiamma che gli aveva pure fatto credere di essere incinta, era sparita e si ripresenta tutt'a un tratto in Gulistan come 'osservatrice' delle Nazioni Unite (e già che si rivedono....); Angelo Torsu, impegnato in una complicata relazione a distanza con tal Tersicore89, conosciuta in chat, la cui identità sessuale gli resta comunque oscura, condannato fino a metà romanzo alla diarrea cronica per essersi sfamato, come altri nella base, di una mucca del luogo che non era esattamente a norma; Salvatore Camporesi, che ha lasciato in Italia moglie e sopratutto figlio taciturno (ahi, ahi, sintomo di DSA...), moglie che, venutole a mancare il marito, se la intenderà con René; la Zampieri, donna aspirante Valchiria, in realtà molto molto imbranata e anche tanto sensibile da mettere la lingua in bocca a Ietri dopo essersi fatta Cederna, colpevole del 'disguido' da cui originerà il dramma di metà romanzo.
Tacendo di un altro con la paura dei serpenti e delle figurette un po' troppo pittoresche dei Capi Supremi Ballesio e Masiero, sublimi teorici della fatica altrui (e anch'essi un filino stereotipati, specie Masiero nelle parole da Apocalypse now con cui descrive i talebani o nel chiamare sprezzantemente 'riccioli d'oro' Zampieri), il parterre dei personaggi è, si diceva, spiazzante: l'eroismo è bandito, poiché, anche chi potrebbe incarnare il modello standard di soldato senza macchia e senza paura, in realtà affonda nel ridicolo (Cederna, dopo il fattaccio, dovrà consolarsi con una 'massaggiatrice' della base americana). L'impressione generale è quella di una Gerusalemme liberata al rovescio, nel senso che l'ipotetico Goffredo di Buglione della situazione (René/ Egitto) è affossato da dubbi e incertezze e non riesce a riportare i compagni dall'errore all'ordine, oppure anche di una versione delle Argonautiche in cui gli dèi non aiutano l'eroe imbranato, ma anzi lo lasciano in balìa del caso e delle proprie debolezze. Queste sono in effetti le matrici comuni a tutti i personaggi: o per una scelta effettuata fortuitamente piuttosto che un'altra, o per il cedimento all'istinto, i ragazzi della truppa scoprono la loro sovrana impotenza contro un ambiente e una situazione troppo più grandi di loro.

MA IL TITOLO DICE TUTTO

Certamente, di fronte alla nuda ed implacabile violenza della forma più snervante di guerra, ovvero la guerriglia, in mezzo ad un ambiente ostile e privo di qualsiasi conforto anche solo paesaggistico, costretti a vivere ogni minuto come se fosse l'ultimo, i protagonisti non fanno fatica a riscoprire ungarettianamente la propria fragilità, a retrocedere alla corporalità più basilare, poiché il Gulistan ha il potere di rendere chiunque, anche il soldato più tecnologicamente bardato, una creaturina cha la mano del destino può spappolare quando più le piaccia (e su questo l'autore andrà ben oltre la metafora). La fragilità dei nostri soldati è quindi scannerizzata sia negli aspetti piscologici che in quelli meramente fisiologici (forse anche troppo): non v'è tuttavia satira antimilitarista, quanto piuttosto la desolata constatazione che le guerre di oggi non hanno nulla di epico e i presunti eroi sono esseri di carne, sangue ed escrementi come chiunque altro. La sessualità è puro sfogo animalesco, il vissuto di alcuni ragazzi  (Egitto in primis) parla spesso di incomunicabilità familiare, il dopo Gulistan diventa una patetica ricerca di riscatto per via simbolica (René 'si scusa' a modo suo con la moglie di Camporese, vedendo nel figlio di lei quello che è mancato a lui, Egitto va a vedere che fine ha fatto Torsu e gli porta le gelatine): su tutto, l'amarezza malinconica nel vedere, di fronte alla grande Storia dell'umanità, che i singoli uomini, che della storia costituiscono la materia prima, sono appunto 'materia', corpi spesso mandati al massacro, esseri che portano su di sé il peso di esisitenze difficili che però non vengono purificate dal bagno di sangue della guerra, ma si trovano semmai proiettate su un palcoscenico più ampio che conferma come sia nel grande che nel piccolo il dolore e la solitudine non cessano mai di insidiarci.

LUI POI RACCONTA BENE,  EH...

Questo antieroismo non retorico riposa su una narrazione in cui troviamo tutti gli artifici più cool, come il passaggio dalla prima alla terza persona della narrazione a seconda delle esigenze di intensificazione lirica del dettato, i flashback con ellissi, i discorsi indiretti liberi, accenni di monologhi più o meno interiori al limite del flusso di coscienza, un intero capitolo impostato sullo scambio di email tra Camporese e la moglie, tutto insomma, e tutto al suo posto. Giordano ne sa, e conosce bene i meccanismi della narrazione non banale. Resta semmai l'impressione che questo libro nasca già per il cinema, il che non vuol dire che la cosa sia voluta (o sia un male), quanto piuttosto che un certo tipo di cultura filmica entro la quale noi si è cresciuti ha lasciato tracce nel nostro modo di strutturare la storia di cui neanche ci accorgiamo. In ogni caso non è difficile trasformare anche mentalmente il romanzo in sceneggiatura, una volta che lo si sia finito di leggere. Se pure la storia è ben condotta, c'è tutto quello che si si aspetta, ma 'solo' quello. L'argomento è di attualità, in Gulistan ai nostri soldati è successo di tutto, il taglio dato a fatti e personaggi mostra certo una sensibilità diversa, ma è una diversità che, dopo Nato il 4 luglio o La sottile linea rossa, non è più completamente originale. Il prodotto è insomma certamente godibile, ma non provoca il brivido dell'inatteso. Certo, piuttosto di Moccia....

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