Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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lunedì 8 settembre 2014

Machittevòle@Festivaletteratura: Anna Marchesini, un'Attrice, una Donna.,

Dovremmo partire con lodi e stralodi del percorso artistico di Anna Marchesini, la cui eccellenza scenica, la fantasia, l'estro e la versatilità ci hanno regalato, assieme agli altrettanto eccellenti compagni Lopez e Solenghi, momenti tra i più belli della storia dello spettacolo italiano. Le loro gag sono tra le poche che, ancora dopo più di vent'anni, riescono a far ridere senza sembrare datate. L'ironia, la satira puntuale ma mai volgare degli sketch e dei personaggi, parodiati o inventati, che i tre hanno portato sulla scena restano scolpiti a fotogrammi di bronzo nelle nostre memorie.
Poi c'è la Marchesini solista post-trio, attrice di monologhi, personaggista televisiva spesso alla corte di Fazio, intelligente e acuta osservatrice della realtà italica piccola e grande.
Poi la seconda vita di Anna, la malattia che negli anni l'ha visibilmente consumata nel corpo, ma che, possiamo assicurarlo dopo la performance di ieri, non ha intaccato UN MILLIGRAMMO dell'intelligenza e della vivacità della donna. Raramente penso si possa vedere gente colpita da disturbi tremendi come l'artrite reumatoide deformante, che fa spavento solo a pronunciarla, affrontare con un vigore emotivo e razionale insieme la sfida della vita quotidiana, sapendo che il Tristo mietitore è sempre nei paraggi di casa, un po' più vicino che non ad altre persone.
Quest'ammirazione del carattere di Anna non deve però far intendere che ieri la platea avesse riempito il cortile di S. Sebastiano (500 e passa posti a sedere, un paio di centinaia, Spocchia inclusa, in piedi) mossa a compassione, o peggio per venire a vedere dal vivo gli effetti somatici dell'artrite sull'attrice, quasi fosse un fenomeno da baraccone. Non si creano due code di spettatori lunghe complessivamente qualche centinaio di metri per questo. La calamita che ha agglutinato non meno di 700 persone, ieri, è stato il carisma di Anna, giacché di una persona così forte e ironica non è possibile avere compassione, sarebbe un'offesa, un riconoscere implicitamente che ormai la sua vita è segnata e poveretta lei. Niente di tutto ciò: quei tipi di compassione si riservano a quelli che si sono completamente lasciati andare al dolore della malattia, sia che potessero comunque opporvisi sia che ne siano stati irrevocabilmente e incolpevolmente travolti. Anna no: il suo dolore è l'abito leggerissimo di un'anima che da più di 50 anni succhia la vita dall'aria stessa e la trasforma in arte.
Ecco le prove a sostegno della tesi ("a 'mbecille!!!")
A parte i continui scambi ironici tra Anna e il suo intervistatore, che volentieri si è calato nel ruolo di ripetente birichino di fronte a cotanto genio, non può tacersi la doppia standing ovation riservata alla donna al suo ingresso e alla fine della chiacchierata. E lei, dimagrita ma energica come ai bei tempi, sale sul palco, si sistema e poi saluta a tutto braccio, togliendosi gli occhiali scuri e regalandoci un sorriso luminoso e riconoscente: sono tutti lì per ascoltare e applaudire la persone e l'artista, non certo a simulare un coro di prefiche ante eventum.
L'intervista verte sui romanzi scritti da Anna, ma di fatto si spazia sull'arte in genere, e lei dimostra di saperene assai, di essere cioè donna di cultura al di là del suo ruolo artistico, cosa che non può dirsi di tutti i suoi colleghi, specie i più giovani, che spesso danno l'impressione di non aver nulla di cui discutere al di là del loro ruolo e dei loro personaggi. C'è insomma tutta una filosofia di vita sottesa all'azione estetica di Anna che in altri non troveremmo così ben marcata e scolpita.
E che dice Anna? Che i suoi autori preferiti sono Proust, Woolf, Pirandello (goduria 1), che lei preferisce i classici ai moderni, nel senso che dopo aver letto un contemporaneo prova un desiderio irresistibile di tornare al classico (goduria 2), che letteratura e teatro non devono essere obbligate a usare linguaggi 'da pizzeria' per descrivere il reale, l'arte deve adottare un linguaggio non convenzionale anche se racconta cose di tutti i giorni (goduria 3), che l'arte ha la potenza di rendere 'bello' anche ciò che fa soffrire, raccontando il dolore con rispetto e sollecitando la solidarietà, dimostrando che in fondo ad ogni abisso c'è la luce (goduria 4), noi siamo di fatto matrioske, perché dentro di noi convivono le tracce del passato di tutta l'umanità, dalle persone eccezionali a quelle banali (goduria 5). Ora prima, che qualcuno porti la seguente contestazione: "Certo, se queste cose le dice la Marchesini sono lampi di Assoluto, se le dice Fabio Volo sono pensierini da bacio Perugina", rispondiamo che Fabio Volo (senza scordare i ciancisti affini, Jovanotti, per dire) a queste altezze non ci arriva, o se ci arriva ci arriva per vita riflessa, non per vita vissuta. Qui a S. Sebastiano abbiamo 'cultura' nel senso di pensiero continuativamente e profondamente 'coltivato' nelle carni stesse della realtà fisica e psichica di sé e degli altri, non certo lo sloganino ad effetto ottenuto frullando letture sparse e ovvietà volanti raccolte per strada o il grande pensiero new age "che siamo tutti una grande anima", roba buona per il libbricino di aforismi da supermercato o per intrattenere la gente tra una canzone e l'altra. E chiudo.
E torno ad Anna: l'educazione dei giovincelli deve avvenire prima per ascolto che per immagine; oggi l'immagine domina, ma spesso rende sordi a tutto il resto. C'è il rischio che l'immagine prevalga sul pensiero, con ciò mandando in grave crisi lo sviluppo dello spirito critico. Altro è poi il problema dell'arte cinetelevisiva, azzoppata dal fatto che una volta in tv e a teatro ci andavano i professionisti, oggi ci vanno gli spettatori stessi, quelli reclutati (Anna non lo dice, ma è chiaro) via talent show. Ed ecco che la qualità dell'offerta artistica scade. Per Anna ci si dovrebbe ispirare alla lontana al circo, dove non metti a svolazzare sul trapezio il primo che passa, ma ti affidi a gente che ha sviluppato le doti tramite fatica ed esercizio. Per noi, quotidianamente impegnati a tappare le falle del bimbominkismo, queste parole sono ovviamente oro. Potrebbe dirle gente che è arrivata al successo senza alcun vero talento, né recitativo né scrittorio? Dubito... Anche perché non è a gente simile che si possono chiedere crociate contro il bullismo linguistico e la sciatteria espressiva, che capiamo preoccupare assai Anna. In effetti le sparse letture di pezzi dei suoi romanzi che vengono fatte durante l'intervista mostrano un dominio sicuro della parola e della sintassi, piegate all'indagine divertita ma compartecipe di tutte le pieghe dell'umano, nei suoi piccoli drammi che uniscono senza soluzione di continuità il comico, il tragico e il farsesco. D'altronde Anna l'ha detto, le parole per lei sono dotate di sostanza fisica, di odore, di sapore, scrocchiano, si rompono, si rimontano, sono autentici oggetti della creatività che passa attraverso la vita. E non c'è bisogno di indulgere al parlato di tutti i giorni o al volgare o al banale: l'arte non fotografa la realtà, sennò non sarebbe arte (ciao, Emile, ciao Giovanni....): le cose sono sempre più complesse di quanto appaia in superficie e la letteratura rappresenta questa complessità che si colloca sulle soglie dello spirito (qui c'è stato un godimento spocchiometrico mai più provato dai tempi della scoperta delle connessioni tra tragedia senecana e scuola pneumatica)
E sin qui la Marchesini artista. Poi, la donna plurale, come dice lei, colei che, come tutti noi, vede abitare in sé le sfumature di tutto l'essere.  
Il dolore: esso la attrae, è una sfida, lei lo vuole esplorare per vedere fin dove è il limite della tenuta e della possibilità di descriverlo. Avere un dolore non è lo stesso che guardarlo da fuori. Il dolore attiva un senso del tempi diverso da chi non soffre. Chi soffre un dolore non è necessariamente infelice, si trova in una compagnia diversa, scomoda, ma è pur sempre compagnia. Il dolore accorcia i progetti alla prospettiva quotidiana, è una paura che impone di richiamare il coraggio dal profondo di sé. Il dolore non è mancanza di vita: è quella vita lì, ma è vita.
La felicità: è una cosa che arriva, che passa, è fragile, è soprattutto una scelta che potrebbe anche non venir fatta, nel senso che uno potrebbe non ritenere la felicità più interessante dell'infelicità: anche la sconfitta è una dimensione che va conosciuta.
L'estasi : è il prodotto dell'arte.

Quanti sarebbero riusciti a dire cose così? Quanti sarebbero riusciti ad evitare il narcisistico avvitamento su di sé, quello che dopo 5 minuti fa solo dire: "Io, io, io, io, io....!!"? Quanti sarebbero riusciti, al contrario, a universalizzare una singola personale esperienza di vita, inserendola nel più ampio contesto dell'umano destino e facendosi testimoni (non vittime) di un messaggio che può valere per tutti, sofferenti e non? C'è una donna e c'è la sua vita, compresa la svolta, del tutto inattesa e certo non desiderata, di un male terribile. Ma la vita è ancora lì, e Anna lo dimostra: passavano i fans a farsi firmare le copie del libro e lei aveva un sorriso solare per tutti, niente che la consunzione del volto o la deformazione delle mani potessero rovinare: quei particolari sembravano semmai un sottilissimo abito di scena, come un trucco posticcio e non permanente, un mascheramento sotto il quale c'è sempre lei, bravissima. E se preferiamo assai le sue dichiarazioni a quelle dei predetti ciarlatori non è perché ci vuole l'artrite reumatoide per giungere a cotanta saggezza, né ovviamente l'auguriamo ai predetti perché diventino saggi. A noi Anna piace perché, a differenza dei predetti, in lei scorre il fluido dell'humanitas, che è cosa ben diversa dalla chiacchiera.
C'è da stupirsi che tutti quelli che le passavano davanti l'abbiano ringraziata?
Chapeau.


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