Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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mercoledì 24 settembre 2014

Machittevòle@festivalfilosofia: parliamoci addosso.

L'anno scorso venimmo (o vennimo? O venettimo? Boh..) a Carpi, prendemmo una barca di appunti e non pubblicammo nulla. Shame on us. Quest'anno siamo in tempo per elaborare qualcosina. Il tema del festivalfilosofia è la gloria, argomento senza dubbio insidioso, non foss'altro perché è dai tempi di Achille & compagnia omerizzante che esso concetto è stato declinato nelle più varie forme.

Oggi, per dire, l'esimio prof. emerito Genort Boehme ('oe' va letto alla tedesca, non alla francese) ci dice cose sullo spettacolo del sé che un po' noi tutti mettiamo in scena nell'approcciarci con una comunità che ci osserva, ci giudica, ci gradisce o sgradisce a seconda di quanto riusciamo a essere in certo modo 'popolari'. Di fatto non è solo una questione dei messaggi che mandiamo all'ecumene, ma anche dell'atmosfera che riusciamo a creare attorno a noi e alla nostra persona.

Argomenti, si capisce, che calzano i pennellino con i drammi immaginifici della odierna società dell'immagine in cui tutti siamo immersi e che in effetti ci costringe a istrionizzarci spesso & volentieri per 'condire' ciò che abbiamo da dire e rendere il tutto più gradito al pubblico. ampliando la questione oggi dibattuta, v'è da chiedersi è se questo condimento vada a danno del messaggio autentico, se cioè il tasso di istrionismo che mettiamo nei nostri atti comunicativi non esiga che a volte correggiamo, impoveriamo o deformiamo un pochino ciò che diciamo perché esso riesca a entrare tutto dentro al vestito di scena. Che, detto ancora più crudamente, sarebbe a dire: conviene di più dire TUTTO quel che si pensa nel modo più sincero possibile o contaminare la merce con modi e contenuti meno aderenti al nostro pensiero genuino e però di sicuro impatto sull'audience, la quale, ingolosita da ciò che le piace, verrebbe poi indotta ad ascoltare anche il resto, ovvero la parte più vera e non compromessa del nostro plafond di idee? Sì, sembra una questione vicina al problema tassiano di intessere fregi al vero e cose così e far bere il lucreziano Bactrim con zuccherino, ma il buon Boehme decide di declinare la cosa in particolare riferendosi al mondo dei filosofi, che al giorno d'oggi devono sapersi auto-marketizzare né più né meno come fa Raffaella Fico che si picca di imitare Shakira su Rai1.

Quindi?

Ci sarebbe Heidegger, il quale avrebbe curato accuratamente l'uscita postuma di alcuni suoi taccuini e di alcune interviste che avrebbero consentito una sorta di mantenimento in vita del dibattito attorno a lui anche post mortem. Come dire: Martin il Nero avrebbe sapientemente messo in scena un pièce comunicativa per tenere alta l'atttenzione sulla sua figura anche quando egli non avesse più potuto partecipare con vivezza (lol) alla vita filosofica tedesca & mondievole.

Certo il problema del rendersi conosciuti non è di oggi, nemmeno per i filosofi. Diciamo che oggi, nella nostra società ipermediatizzata, certe istanze si sono decisamente ispessite.

Cioè: cosa cerca il filosofo? La gloria, ad esempio, ma declinata come? Come autorevolezza e/o reputazione presso la comunità dei filosofi, ma anche come onore, che verrebbe conferito sia presso l'accademia che l'opinione pubblica, la qual cosa si vede bene quando vengono conferite le lauree honoris causa (per acuto sillogismo i fratelli Rossi, Vasco e Valentino, sono dunque filosofi, in ciò battendo di lunga pezza i fratelli Magno, ovvero Alessandro e Carlo - ok, per oggi basta). Sul versante della sola opinione pubblica, invece, il filosofo cerca prevalentemente la notorietà, elemento che investe non solo i contenuti della filosofia, ma la figura stessa del pensatore. Da ultimo, si cerca anche l'importanza, legata a sua volta al riconoscimento da parte dia della comunità accademica che dall'opinione pubblica.

Come si è evoluta la situazione con XX secolo? Col fatto che il filosofo ha cominciato a mettersi in scena, sulla scia delle nuovissime possibilità offerte dai media. Non basta scrivere o spedire cicciuti epistolari, importa anche apparire ovunque un mass medium ne dia l'occasione. Ovvero: ai tempi di Goethe o Kant il filosofo era famoso per la pubblicazione dei suoi testi, ma solo presso la comunità accademica e il ristretto pubblico di lettori di filosofia, che ovviamente era un sottoinsieme del già ridotto gruppo degli alfabetizzati. Di fatto, non erano previste attività extra rispetto a quella di filosofo per la divulgazione del pensiero, a parte il predetto scambio epistolare, che però restava sempre 'dentro la cerchia'. Tutt'altra musica nel '900, anche se cursoriamente l'ottimo Boehme accenna ad una sorta di anticipazione del fenomeno da parte di Schopenhauer, ma qui mi sono perso un po' (e un filino anche la traduttrice, che era un pochetto lenta rispetto alla simultaneità rischiesta per capire il pensiero dell'ospite) e non mi è chiaro il come. Altri espertoni di automediatizzazione sarebbero Nietzsche e Buchner.

Ad ogni modo, allorché si affferma in Europa un ceto borghese abbastanza colto, esso diventa il destinatario del messaggio dei filosofi, che quindi non cercano solo il dialogo coi colleghi, ma occhieggiano con voluttà anche all'ampia platea dell'opinione pubblica (vedrei in ciò la naturale prosecuzione di un linea già inagurata dagli illuministi, ma se ne può discutere). Ecco però che allora il filosofo deve ingegnarsi con l'extra lavoro, ovvero appunto imparare anche a vendere la propria immagine oltre che la propria merce. Del resto mai come nei tempi odierni conta tantissimo anche la casa editrice presso cui si pubblica, con gli agganci che essa ha coi recensori dei giornali, ciò per cui un 'certo' canale mediatico garantisce una certa notorietà della pubblicazione, mentre case editrici più modeste sono una condanna all'anonimato (qui certo la presenza di siti di autopubblicazione oltre che dei noti canali socialnetworkici secondo me risolvono almeno in parte il problema).

Nella prima metà del '900 pare, dice Boehme, che l'espertone dell'automarketizzazione fosse Gadamer, molto più di Heidegger, che invece, s'è detto, aveva pianificato il grosso della strategia per quando fosse trapassato. Il bravo market-filosofo deve saper strizzare l'occhietto alle avanguardie più recenti della filosofia oltre che sintonizzarsi con lo spirito del tempo e quindi anche un po' con gli umori dell'opinione pubblica, e quella dell'epoca di Gadamer, quella almeno che a lui piaceva solleticare, era di orientamento tradizionalista e nazionalista [qui io e la Spocchia ci fidiamo di quanto abbiamo capito, perché su Gadamer siamo piuttosto digiuni. Sono gradite integrazioni da chi ne sapesse di più].

Figuriamoci oggi, epoca in cui il capitalismo assume tratti vieppiù estetizzanti: saturata la sete di essenziale, e con tanti saluti all'epicureismo stricto sensu, il mondo produttivo genera in noi desideri che vanno a toccare anche la sfera del superfluo (ok, Bauman rulez). E spesso il fine del soddisfacimento del superfluo cade nel mondo dell'apparire (Luca Eclettico, godi e stupisci!). La merce non ha solo valore di scambio, come diceva Marx, ma è anche elemento di una messa in scena, giacché il sé si afferma anche nel 'mostrare' di essere in grado di consumare.

Sul coté intellettuale della faccenda le cose vanno più o meno analogamente: l'intellettuale non deve solo dire il suo, ma 'mostrare' anche di aver consumato opere dei colleghi, sì da poter parlare e citare a piacimento (vabbe', anche Seneca citava Epicuro...). Inoltre il filosofo odierno DEVE dotarsi di relativa pagina web, per non dire di una voce autoreferenziale su wikipedia: bisogna dare in pasto al pubblico la propria persona affinché esso pubblico sia invogliato a comprare anche le opere. Sarebbe, come è stato detto da certuni [non ho audito il nome, sorry] l'effetto-Matteo, inteso come l'evangelista: "A chi ha verrà dato" si dice nel Vangelo, e qui, più o meno, chi ha notorietà riceverà introiti dalla vendita delle opere. Il filosofo diventa egli stesso un brand. Vediamo quindi all'opera individui che puntano molto sul darsi l'apparenza stravagante, buttando nel calderone mediatico stili di vita magari scandalosi o teorie poco meno che bizzarre. Tutto per il marketing.

E qui, the big domand: a che livello di compromesso il filosofo-in-sé deve venire col filosofo effettivamente percepito? Non c'è il rischio che l'immagine entri in conflitto con la personalità autentica? Boehme ricorda che al filosofo, in genere, si chiede una certa unità di essere e pensare (ok, Rousseau gettò i figli in orfanotrofio e scrisse di pedagogia, l'umanità, si sa...), mentre l'attenzione spesso spasmodica per l'immagine potrebbe alla lunga danneggiare l'autentica 'vita' filosofica.

A questo punto noi, che non abbiamo tema di citare per nome i partecipanti ai dibattiti del Festivaletteratura anche quando confondiamo le facce, vorremmo assetatamente che l'ottimo Boehme citasse almeno UN filosofo contemporaneo che rientra nel ritratto sin qui condotto. Ma il Nostro dice che non vorrebbe mai offendere qualche collega [vedi, Spocchia? Noi abbiamo solo da imparare da costoro...], e allora si rifà ad un personaggio fittizio, presente in un romanzo scritto a quattro mani da Boehme stesso e dalla defunta consorte, ovvero il filosofo Giovanni Dorano: costui è un filosofo del linguaggio di stretta scuola husserliana e ha capito da mo' [se l'udito non c'ingannò, comunque la traduttrice andava un cicinino regolata, eh...] che un conto è parlare ai colleghi e andare per via argomentativa, un altro è proporsi al popolo, dovendo in questo caso attingere le risorse prevalentemente dal mondo della retorica (qualcosina nella Prima e soprattutto Seconda sofistica, forse...?)

Dorano, quindi, diventa famoso grazie ad un'attenta strategia che prevede anzitutto la propria scomparsa (reale o fittizia non s'è capito), sì da provocare quintali di titoloni di stampa, che a loro volta destano le antenne dell'opinione pubblica. Ciò si associa al fatto che, giusto prima della scomparsa, il suo editore CASUALMENTE pubblichi il suo ultimo libro, col quale Dorano annuncia la 'svolta kantiana' nella teoria della fenomenologia del linguaggio. Capito, il furbo? Non solo 'svolta', ma pure 'kantiana', sì da inserire lo scritto entro un panorama di altissimo livello agli occhi del pubblico. Come se io, per dire, pubblicassi un libro su Seneca scritto in bimbominkiese e il mio editore parlasse di 'svolta One Direction' negli studi sul filosofo di Cordova. Vendite assicurate. Di più: Dorano inserisce nel libro una lettera di Kant a Herder, che aveva mosso al maestro di Koenigsberg alcuni rilievi circa appunto l'omissione dalla Critica della ragion pura di riflessioni inerenti i fenomeni linguistici. La risposta di Kant è tutta intessuta di concetti che vanno in realtà a corroborare le teorie di Dorano medesimo, il quale appunto riesce a trovare appoggio nientemeno che nel pensiero del più grande filosofo dell'illuminismo.

"Cambio di paradigma!" annuncia Dorano a proposito della sua opera: un modo eccelso per vendere; che poi si venga anche letti, è un altro paio di maniche...

A noi profani viene effettivamente allo spirito qualche considerazione. È verissimo che strategie alla Dorano vengono benissimo forse solo ai filosofi del linguaggio: se infatti si inseguisse qualche nuova strada metafisica, alla ricerca dei fondamenti veri dell'essere, come si potrebbe a sua volta apparire diversi da quello che si è? È ben vero che Seneca raccomandava l'indifferenza nei confronti dei beni materiali e poi aveva un patrimonio personale di tre milioni di sesterzi, e ai suoi detrattori rispondeva che erano poi due spicci, giusto per non avere affanni quotidiani che lo distraessero dalla strada verso la virtù. E anche Platone, agli occhi di un materialone dei nostri tempi, apparirebbe come il ricconzolo che, siccome non ha un tubo da fare tutto il giorno, si inventa il mondo delle idee giusto per fare lo splendido che esce dagli schemi. Il problema cioè è antico, e investe la omogeneità tra individuo filosofo e messaggio, non solo nelle intenzioni del filosofo, ma rispetto anche a come lui e le sue teorie sono percepite dal pubblico. Di fronte alla lapidarietà del cogito ergo sum cartesiano oggi sarebbe da chiedere: "E il tuo modo di apparire come deriva dal cogito e soprattutto dal sum? Coincide?". Ci sarebbe cioè un altro ergo da chiarire. Il problema è, si capisce, soprattutto dei filosofi dell'etica, che sono un gruppo sostanzioso, oggi: quanto costoro applicano su di sé che dicono? Hanno l'aspirazione a essere anche maestri di vita con l'esempio, o si limitano ad enunciare teorie piacevolmente calzanti alle inquietudini moderne e poi fanno quel che gli pare? Ah, se Boehme avesse snocciolato nomi, che goduria...

E qui il discorso scivola sul lato commerciale del fenomeno. L'anno scorso, sempre a Carpi, fummo colpiti dal vedere esposti sulle bancarelle i libri di Bauman che sembravano veramente parte di un brand: Amore liquido, Paura liquida, ecc., tutte declinazioni cioè di quel concetto di società liquida che è l'architrave del pensiero baumaniano e, appunto, lo slogan che più lo rende celebre presso il grande pubblico. Non si sfugge cioè alla sensazione che la serialità del marchio, tipica dell'economia capitalista, interessi anche le opere di chi ai meccanismi di questa stessa economia dedica pagine di critica accesa. È un gustoso paradosso che non inficia mezzo milligrammo del pensiero di Bauman, ma costringe a verificare l'assunto boehmiano: nemmeno un attento osservatore dei guasti della civiltà occidentale come Bauman può sottrarsi, se vuole che il suo messaggio arrivi a più gente posssibile, a quegli stessi meccanismi divulgativi che valgono per le altre 'merci' che circolano sulla piazza e di cui lui rileva con lepidezza i lati oscuri. Il 'sistema' capitalista permette dunque che alla sua ombra prosperi il commercio di libri che ne logorerebbero le basi 'ideologiche'. Delle due l'una: o il 'sistema' ha piena fiducia che, al di là delle vendite, queste opere incideranno poco o punto sugli orientamenti consumistici dell'ecumene (ma intanto vendono, e bene, altrimenti nessuno si scomoderebbe a pubblicarle), oppure, pur di vendere oggi, esso 'sistema' si prende il rischio di auto-sfancularsi in futuro. Che sarebbe l'apoteosi pellicanesca del liberalismo.

(L'ipotesi di un manipolo di disinteressati che non bada né a vendite odierne né a crolli futruri, ma si fa paladino del libero pensiero è pure essa affascinante, eh?, ma forse datata. Però, metti mai...)


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