Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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sabato 1 novembre 2014

Hoc quod volo me nolle (Seneca, Phaedra, vv. 604-605). Psicodramma leopoldese.

Ci permettiamo, da senecani quali siamo (vabbe', senecani... senecani pneumatici, diciamo...)(mica si può sapere tutto, oggidì...), di citare un doppio mezzo verso della tragedia composta dal Cordovano e dedicata allo strazio di Fedra, colei che, sposata al noto seduttore di sorelle di minotauri, viene da costui (già reo di aver intortato altri - e soprattutto altre- a casa Minosse) condotta ad Atene, salvo poi sentirsi dire: "Ciao, scusa, devo scendere nell'aldilà a prendere una cosina col mio amico- amico- amico Piritòo, ma torno, eh?", detto pure che la 'cosina' è la moglie di Ade, ebbene Fedra si trova sola soletta come la sposa di un marinaio qualsiasi. E che fa? Passa di lì il protagonista di Into the Wild, ovvero Ippolito, un ragazzone belloccio, di fisico amazzonico nonché devoto a Diana, dea delle selve, della caccia, della luna, ma soprattutto della friendzone, dal momento che i Diana boys non hanno la benché minima intenzione di congredire carnalmente con chicchessia. Insomma, Ippolito odia cordialmente tutte le donne. In più, essendo il frutto della relazioncina flash del padre con la regina Ippolita, tecnicamente è figliastro di Fedra. Non c'è consanguineità, osserveranno i più acuti. Quindi, se per caso Fedra, costretta a vivere di deliqui e fantasie inappagate, si intrattenesse, magari anche solo per un caffettino, col figliastro, nulla di male, no?
No.
Com'è noto, per l'etica antica anche i rapporti tra matrigna e figliastri, benché costoro non consanguinei, erano considerati incesto. Di qui  la tensione di Fedra tra desiderio e pudore, tra spinte irrazionali e necessità di mantenere il decoro. Seneca sviluppa questa linea facendo compiere alla regina creto-ateniese tutte le tappe della tipica melancolia d'amore, che poi sfocia in un delirio maniacale spersonalizzante che la porta a desiderare di diventare un'amazzone per entrare nella inner-zone di Ippolito (poraccia...). Pazza, ma pazza da psichiatria, vedere la descrizione che di lei fa la nutrice ai versi 360-386 della tragedia.
("Maronn', che ppalle 'sta lezioncina...").
Senonchè, spalmatasi sul sagrato della reggia davanti, guarda caso, ad Ippolito che la osserva straparlare e non capisce, Fedra, come era logico attendersi, ci prova, ma si mangia le mani tutte le volte che apre bocca, appunto perché vorrebbe dire e non può, vorrebbe qualcosa che un'altra parte di lei fortemente non vuole.
Poi la cosa finisce in tragedia. Ma dai?
Orbene, il modulo- Fedra è oggi meravigliosamente incarnato dai rottami del PD, costretti a stare in un partito che hanno bensì fondato nello stesso anno in cui diventava presidente francese Sarkozy, ma che ora è in mano non a Teseo, bensì a Ippolito, ovvero Renzi. Chi sia Teseo è arduo dirlo, nel senso che di segretari del PD finiti all'inferno è piena la pur breve storia del partito: il povero Bersani ha rischiato davvero di passare ai più, mentre il peso politico di Fassino (già leggerino di suo) e Franceschini ha prodotto quel che ha prodotto, cioè niente, tant'è che dopo un anno dalla nascita del partito la maggioranza che sosteneva il governo Prodi2 si è sfriccicolata su un voto di fiducia a dinamite mastelliana e sappiamo cosa è seguito.
Ippolito Renzi, il giovane mezzosangue greco-amazzonico, invece tira parecchio, seduce filosofi e industriali, animatrici di salotti chic e azzimati statisti di inizio secolo: la sua natura democristiano-sinistresca con occhiolino a destra è del resto la miscela ideale per mandare in analisi le Fedre di turno. Il Pd mi piace, Matteo no, però cosa posso farci? Amo il mio partito, ma non voglio compromettermi a finire nel talamo elettorale con questo giovinotto peraltro così pieno di stimolanti idee...
Sembra strano, ma i vecchi arnesi del PD hanno questa miracolosa facoltà di volgere sempre la tragedia in farsa. A parte essersi mandati a casa da soli nel 2008 dopo nemmeno due anni di legislatura, abbiamo ancora tutti vivissimo il ricordo delle politiche del 2013, quando la vittoria era servita sul piatto di rodio e si finì con tre partiti alla pari. E giù i soliti psicodrammi della sinistra incapace di vincere, poco comunicativa, buona solo ad alimentare risse al proprio interno ecc.
Oggi, ci risulta, il PD ha portato a casa un sontuoso punteggio alle elezioni europee e Renzi anima meeting leopoldeschi con piglio da amico del popolo tutto che fa imbestialire i Patriarchi (Bindi, Bersani, Cuperlo, D'Alema, gente così), che si ritrovano nella fedresca situazione di vivere in partito di cui odiano selvaggiamente il nocchiero, ma che resta comunque il LORO partito, quasi che Renzi l'avesse preso in commodato d'uso fino al 2016 o giù di lì. La cosa purtroppo genera equivoci che credevamo sotterrati con la vecchia Democrazia Cristiana, ovvero la saga dei fratelli coltelli. È noto che, come ben ricorda il farfallinato Roberto Gervaso, i democristiani erano sempre tutti amici tra di loro, salvo tenere il coltello dietro la schiena per ogni evenienza. Qui a casa PD vediamo Bindi che fa un catfight epico con Serracchiani, Bersani che spara a zero su Renzi, Cuperlo che rivendica l'apporto della sinistra piddina al successo renziano, contestando costoro coralmente TUTTA la legge di stabililtà, persino gli articoli non ancora scritti, persino quelli scritti nelle finanziarie del 1976, ma alla fatal domanda: "Allora Lei, Onorevole, se non condivide la politica di Renzi, è pronto a lasciare il PD?", la risposta è sempre: "Ma per carità, il PD è il mio partito e Renzi è il mio segretario!". Ah, però. E in caso di questione di fiducia? "La voterò, che diamine!!". Quindi va o resta? E qui, razdeganianamente, "Sono fatti miei".
Lo sappiamo, manuali di medicina pneumatica alla mano, si tratta dei classici episodi di bipolarità maniaco-melancolica che portano il soggetto depresso a odiare rabbiosamente e rabbiosamente scagliarsi con intenzioni poco meno che bellicose contro l'oggetto della fissazione, salvo poi pentirsi e tornare a macinare sordo rancore.
Ora, se è ben chiaro a tutti i lettori di tragedie antiche che Fedra, in un modo o nell'altro, calunnierà il non concendentesi Ippolito accusandolo di averla violentata, e che alla fine entrambi, per i più vari espedienti narrativi messi a punto dai rispettivi autori, finiranno infilzati/impiccati/maciullati/sbriciolati, la domanda che ronza in testa a noi Osservatori Distaccati della Realtà è: "Finirà così anche nel Pd? Si disintegreranno a vicenda?". È ben vero che Ippolito disprezza le donne (e Fedra appena si dichiara), laddove Renzi non aspetta dichiarazione alcuna dalla Bindi, ma la sfancula allegramente ogni volta che può. È vero che Bersani, più che possedere Renzi, vorrebbe possedere la segreteria da lui al momento occupata. Insomma, andiamoci piano coi loci paralleli. Però la volontà equivoca dei contendenti di Renzi è tutta lì da vedere: un segreto desiderio di sbattere il giovin fiorentino fuori dai cabbasisi, pure a costo di rivedere il PD al 25%; dall'altro lato, trombe di guerra che smuoiono al solo pronunciare la parola 'scissione'. Pare dunque che la politica nostrana non si lasci alternative tra il partito a decisionismo monocratico e l'arlecchinata delle correnti plurime che si ostacolano a vicenda. Nei fatti piddini di questi giorni sembra di rivedere d'un colpo tutta la storia della repubblica, i moti più o meno percepibili che scuotevano la DC, la fase craxiana del PSI, il berlusconismo incarnato da chi ha la metà esatta degli anni di Silviuccio, l'amore e l'odio che giungono a livelli esagitati, quella sottile ed inesausta dialettica di Uno metafisico e Diade di grande-e-piccolo che tanto piaceva a Platone e da cui deriverebbero tutte le cose. Tutto l'amalgama riuscirà coerente, prima o poi? Per il bene del nostro sciagurato Paese, speriamo che almeno a sinistra qualcosa avvenga. Per la destra, attendiamo. 

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