Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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mercoledì 31 dicembre 2014

Ciao. Ma stavolta sul serio.

Scriviamo queste genuine parole in attesa del cenone, che cucineremo noi stessi perché il pesce a capodanno, eh, beh... tuttavia non può passare sotto silenzio che stasera assisteremo ad un evento unico nella storia repubblicana, ovvero il bi-congedo del Capo dello Stato: il vecchio Giò, dopo averci già salutato due capodanni fa, è stato costretto a 'ripensarci' e stasera, cronometro alla mano, valigia per la Polinesia sotto il tavolo e un gran voglia di mandare a quel paese tutti quelli che lo hanno re-issato al Quirinale, ebbene Napolitano ci dirà davvero: "Addio", con tentazione ben sopita di gesto dell'ombrello e parolacce compresse nel cavo orale. Lui non voleva starci, lì. Lui aveva già pronta la teglia di pastiera alla Mergellina; lui già sospirava elegiache notti al chiar di luna dalla terrazza di Castel dell'Ovo. 
Macché.
Due anni passati a macerarsi di fronte allo spettacolo di una politica caotica, inconcludente, caciarona, costretto a fare il maestro d'asilo per dare un indirizzo ad una platea di politichetti rissosi, neanche capaci di trovargli un successore. Mai, nella nostra breve esperienza repubblicana, noi italici ci trovammo a rieleggere un Capo dello Stato per mancanza di alternative. Anzi, semmai il contrario: tutte le volte che si ventilò l'ipotesi di un bis, ci pensarono i parlamentari stessi a infrangere i sogni del bissando, fosse egli Gronchi (rovinato dal disastroso esperimento Tambroni e ancor più - pare- dall'amicizia con Mattei) o Scalfaro, che candidamente, a fine 1998, fece capire di essere prontissimo a ricicciare, ma i pur flebili accenni ad un'ipotesi anche solo di un biennio extra si infransero contro la voglia diffusa, a destra come a sinistra, di toglierselo dai piedi, e così si pescò Ciampi. 
Stavolta no: Napolitano era pronto a scappare da un tunnel qualsiasi che dal Quirinale portasse alla fermata del metrò di Piazza Barberini e da lì raggiungere la stazione Termini e lasciare il Parlamento alla sua nequizia. Poi la ragion di Stato; poi la minaccia di nuovi tuffi allo spread; poi il rischio di un impasse politica e il trionfo definitivo dei 5 Stelle. Vabbe', si disse Giò, diciamo di sì e vediamo fin quando dura.
E' durata. Anche troppo, penserà lui stesso. Ma perché tutto ciò? Di fatto, non si tratta qui di giudicare il quasi novennale operato di un uomo che ha alle sue spalle anni e anni di militanza attraverso tutte le più intricate stagioni della politica italiana; sarebbe semmai da chiedersi: ma perché nove anni?
Perché questa zonta di due anni è il frutto estremo di tutta la contraddittorietà della Seconda Repubblica. Figlia, rendiamocene conto e sotterriamoci, di un sistema elettorale, rinnegato dal suo stesso demiurgo, che è riuscito a creare o maggioranze spaccatutto (PDL 2008, tagli della Gelmini inclusi) oppure minoranze di governo (Ulivo 2006, PD e spicci 2013) sempre bisognose di calcolare i vivi e i morti in Senato per sperare di far passare le leggi, salvo creare coalizioni col meccano, magari prendendo pezzi di opposizione e riverniciandoli. 
Si veda il 2006: non ci rallegrammo affatto dell'elezione di Napolitano, e non certo per la persona in sé, quanto per il come lo si era eletto, ovvero a maggioranza della sola coalizione di governo, 543 voti, con l'opposizione a votare scheda bianca di corsa nelle cabine. "Potrà essere il Presidente di tutti?", ci domandammo. Dicasi: eravamo bensì certi che, da bravo uomo della Prima Repubblica, Napolitano avrebbe avuto la capacità di collocarsi, una volta quirinalizzato, in posizione assolutamente super partes rispetto alle bercianti aie degli schieramenti parlamentari. Però che tristezza vederlo eleggere senza una controparte. Anche gente di spessore come Segni, per dire, ottenne nel 1962 il soglio quirinalizio con voti a dire il vero pochini (400 e qualcosa  su 842), ma perché il grosso degli altri neanche 400 se li era presi Saragat. Ottimo. Scontro tra DC e PSI, ci stava (al netto di alcune contraddizioni). Ma nel 2006? "Votatevelo voi, noi usciamo e ciao!", esclamò il PDL, dopo la breve ipotesi D'Alema, sobriamente cassata da Berlusconi.        
Nel 2013, un immobilismo ben peggiore, dovuto all'exploit dei 5 stelle e al sistema di premio su base regionale del Senato che ha creato di fatto 3 schieramenti perdenti a Palazzo Madama. E Bersani a umiliarsi in un giro di consultazioni tra i più deprimenti che si ricordino, paragonabile solo ai mandati esplorativi a fondo perduto che Pertini e Cossiga affidavano a inermi volonterosi quando non si riusciva a rabberciare una maggioranza di governo neanche a rovesciare il bostik sulle due Camere. Poi i 101 affossatori di Prodi. Sublime epica dell'italica inconcludenza? Semmai raffigurazione perfetta di un Paese che va guicciardinianamente a caccia del proprio particulare e non vede l'interesse generale: per quanto notarile sia la figura del nostro Presidente della Repubblica (e comunque Napolitano, ma pure Scalfaro hanno mostrato che i suoi margini di azione sono molto più elastici di quanto la nuda lettura della Costituzione lascerebbe intendere) un Parlamento serio DEVE giungere, presto o tardi, ad un nome, perché in quella figura si coagula, bene o male, l'immagine di un'intera nazione e delle sue istituzioni. Due anni fa, ad un certo punto, è sembrato davvero che il Parlamento girasse a vuoto, anche per merito della grande new wave dei pentastellati, i quali, al grido di "sfonnamose tutto, magnamose er tiranno", avevano proposto nelle loro credibilissime graduatorie online le candidature di Prodi e Rodotà, notoriamente due pivelli mai visti prima nei palazzi romani. Da una parte il "no" pregiudiziale a TUTTO, poi due nomi che più stantii non potevano essere; in casa PD i sabotaggi assortiti; in casa PDL il sospiro per la catastrofe mancata (per quanto si fossero persi 6 milioni di voti in 5 anni). Poi, il nulla.
E tutto per colpa di una legge elettorale assurda, che oggi si riesce a fatica a gettare al macero. Ecco, di questo ci duole il novennato napolitanesco: le sue due elezioni sono nate su un'assenza in entrambi i casi, assenza di una voce dell'opposizione le prima volta, assenza di un intero parlamento la seconda. Di qui, con solo apparente paradosso, l'inevitabile ruolo quasi degaulliano che Giò ha dovuto ricoprire per gestire sia l'esuberanza berlusconiana, sia il criticissimo passaggio al governo Monti, sia la scelta di Letta, sia la nomina premieratizia di Renzi, uomo che in Parlamento non siede neppure. Azioni anomale di fronte ad interlocutori tutti anomali, per i più vari motivi. Stasera ci sarà certamente l'endorsement di addio a Renzi, e noi stessi qui a Spocchialand non sapremmo davvero cos'altro augurarci se non che Matt combini qualcosa, visto che dopo di lui non sembra proprio esserci nient'altro. Ma è possibile che, al fondo di tutto, stia semplicemente un meccanismo operativo? In Italia sì, perché siamo forse l'unica democrazia occidentale dotata di una legge elettorale (per fortuna cassata da chi doveva cassarla) fatta per creare confusione e non per garantire maggioranze stabili, fatta anzitutto per sabotare, ove si perda, il nemico, sulla base dei presumibili flussi di voti regionali, e poi per garantirsi, ove si vinca, un comodo margine di maggioranza. Che poi, vista la storia della legislatura 2008-2013, 'sto gran margine non era poi tale, se si sono dovuti cercare, diciamo così, dei riempitivi
Ma è così: schiavi non di una sostanza, ma di un accidente, come se uno si accorgesse che basta cambiare le lenti degli occhiali per distinguere i cartelli stradali e non andare a sbattere appena uscito di casa. Qui però non sono occhiali: sono alchimie elettorali che ci hanno regalato Parlamenti instabili e un bi-Presidente della Repubblica di emergenza. Il fatto però di aver eletto e ri-eletto un galantuomo come Giò vedendo in lui più la garanzia di un minimum ("almeno si va avanti") che il sigillo di un maximum ("in lui si esprimono il Parlamento e un Paese intero") è il più giusto correlativo oggettivo di una situazione ormai incistata nello Stivale del nostro cuore: il tirare a campare day by day. E quindi non credano di essere chissà che originali tutti coloro, Grillo in primis, che stasera controdiscorreranno alla stessa ora di Napolitano. Siamo saturi anche di pose e platealità che sanno di retorica peggio di qualsiasi discorso ufficiale.
Buona pensione, Presidente. E grazie della pazienza.
(Poi eleggono Casini, sono arcisicuro, quest'anno è il suo anno!!)

2 commenti:

  1. "Poi eleggono Casini, sono arcisicuro..." Ehm... Debbo fare il gufo che rimembra come andarono le tue previsioni per il risultato del conclave? ;)

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    1. Dettagli, stavolta le congiunzioni astrali portano lì! giurato!

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