Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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mercoledì 6 gennaio 2016

I grandi réportages di Eligio De Marinis: capodanno all'oliva

Girovagando per il centro Italia, là dove l’Appennino accoglie nel suo capiente grembo il filo sottile della ex via Salaria, si pose ad un certo la straziante istanza: “E a S. Silvestro dove mangiamo?”. Farsi accettare da ristoratori disposti a dare asilo a non meno di tre persone per sedia si sarebbe rivelata impresa ardua, se non impossibile, ma la forza della Spocchia è sempre oltre, e così anche quest’anno abbiamo rimediato.
E’ per la gioia di tutti i nostri affezionati lettori (?) che procediamo quindi a delineare in modo oggettivo, lucido e lineare quanto accaduto (e caduto nelle nostre fauci) a Capodanno.

  ATTO PRIMO

[Ascoli nel Piceno, 31 dicembre 2015, sera; acciottolato ebbro d’umidità; sbuffi di nebbia ad altezza ginocchio (vostro); fruscìo di mantelli e passi inquieti di pellegrini in cerca di ricetto per la sacra notte del trapasso dall’anno vecchio all’anno nuovo; luci e rumori dalle case, resi soffusi dall’ovattata trama di tenebra appesa ai rami spogli degli alberi; nella via centrale del borgo fanno il loro ingresso una lettiga, verosimilmente condotta dai Poteri rimasti all’Infanta di Fantàsia, e un uomo a cavallo, vestito con armatura leggera, l’elmo in testa; si avvicinano alla locanda ********; l’uomo smonta da cavallo].

ELIGIO DE MARINIS (togliendosi l’elmo) Deh, miei fidi compagni, la ruota sempiterna della Fortuna ci ha dunque condotti tra questi ingentiliti monti a salutare il nuovo ciclo di mesi che ci viene incontro a bordo del rutilante carro trainato da unicorni…
IL CAVALLO (con malcelata ironia) Padrone, se state impiegando ‘rutilante’ nel senso etimologico di ‘rosseggiante’, mi permetto farVi notare che questa notte è nera più del nero… (canticchiando) ‘Fatti grande, dolce luna…’
ELIGIO (schiaffeggiandolo)(senza schiaffeggiarlo nella versione ENPA- friendly) Taci, equino! Ho evidentemente trasferito per sinestesia futurista il colore rosso al senso di veloce e rumoroso avvicendamento di tristezza per l’anno che muore e folle gioia per quello che nasce, come queste strade potranno testimoniare di qui a poco meno di tre ore!
(voce dalla lettiga, affranta) Eli’, daje ‘n tajo, c’ho le cartilaggini che ccigolano!!
IL CAVALLO Serataccia, eh?
ELIGIO Non temete, mia Signora, l’approdo delle nostre fatiche è raggiunto! Fra breve, Voi e il Vostro illustre consorte potrete rifocillarvi al caldo di un vivace caminetto, allietati dalla compagnia degli spiriti del fuoco, del pane, del latte…
(la voce di prima, seccata) Ennò, Eli’, er teatro decadente stasera no, tte prego!!
IL CAVALLO (manducando quietamente un cespite di tarassaco che spunta da una crepa nel muro della locanda)(sbuffando dalle froge nella versione vegan) Tempi duri per l’intertestualità…
ELIGIO T’ho detto di tacere, caballus! Ti rogna farti chiamare col nome volgare, vero?
IL CAVALLO Il vocativo sarebbe caballe, casomai…
(la voce di prima, stremata) Eliiiii’!!!! Er mi’ marito c’ha le gonadi all’antipodi fra ‘n po’! Bussa a ‘sto portone!
ELIGIO (rinfoderando il pugnale precedentemente agitato davanti al naso del cavallo)(facendo gestacci nella versione ENPA- friendly) Provvedo testé, mia Signora! (bussa)
LOCANDIERA (affacciandosi da una finestra a lato del portone) Che desiderano, lorsignori?
ELIGIO Buona donna, siamo viandanti in cerca di un desco e di amichevole cibo presso codesto punto di ristoro! Io sono Eligio De Marinis…
LOCANDIERA (trasalendo) Quello del blog Machittevòle?
ELIGIO Precisamente, madama, noto con non ben celabile autocompiacimento che la mia fama è giunta sin qui, sui gioghi della valle del Tronto… (la locandiera chiude, sbattendo, la finestra; silenzio)
(la voce di prima, perplessa) Eli’, che c’hanno scaricati?     
ELIGIO Non… saprei, mia Signora… (urlando alle finestre del primo piano) Ehi, voi, del posto! E’ dunque morta la virtù della proxenia??
(la voce di prima, terrorizzata) Proxenia? Mo’ che ccentrano le malattie cutanee?
ELIGIO No, mia Signora, non adesso, La prego…
(voce dal piano di sopra) Allora, pappagalli schiamazzanti, volete volgere i vostri passi altrove? C’è gente che deve cenare, qui!
ELIGIO Cosa che aggradirebbe fare anche a noi, se qualcuno si degnasse di disserrare l’ostinata quercia che ottunde l’entrata della locanda!
IL CAVALLO (sussurrando) Metonimia… chapeau
(voce dal piano di sopra) Troppe subordinate, messere. Qui accettiamo solo viandanti dall’eloquio casareccio!
(la voce dalla lettiga) Ahò, pizzicarolo de bborgata, vòi vede’ quant’è casareccia ‘sta scarpa che tte tiro, se nun ce spalanchi er refettorio???
(voce dal piano di sopra) Ohibò, che gergo aggressivo, ma a chi appartiene?
(la voce dalla lettiga) Evvabbe’, so’ io, che tte pensavi? (una testa femminile si estroflette dalle tendine della lettiga) So’ la Spocchia!!!!
(voce dal piano di sopra, esitante) Q-quella Spocchia?
LA SPOCCHIA Ennò?? Certo, la moje dell’Arciduca, mo’ te ddecidi a ffa’ er faciolaro come se deve, che stasera me vojo abbotta’?

[Rumore di passi convulso dal piano di sopra, tonfi sordi e strepiti dall’interno della locanda, come se qualcuno stesse tirando pesanti oggetti contro qualcun altro, gemiti di pentimento, preghiere di perdono, ringhi belluini, stoviglie infrante, un concitato ciabattare e il portone che si apre con solenne lentezza. La locandiera, esanime, viene buttata sul selciato da due braccia nerborute, mentre un umile vinaio si fa avanti e si prostra davanti alla lettiga]  

VINAIO Divina Spocchia, luce del confuso consorzio umano, vogliate, Vi prego, prender assito alla tavola che io e i miei umili servitori imbandiremo per Voi nel tempo che la cinciallegra sbatte le ali la mattina del solstizio estivo…
LA SPOCCHIA Se vabbe’, cell’hai l’abbacchio ‘n forno o devo ripiega’ s’aa coratella?
VINAIO Solo l’abbacchio, Signora? Oh, no, abbiamo anche pernici al tartufo, maialino glassato, fagiano in crosta…
LA SPOCCHIA (facendo flap-flap con la manina) Se po’ ffa’, se po’ ffa’, mo’ entramo che c’ho ‘n principio de sciatica da umido!
VINAIO (rialzandosi, agli alabardieri) Il passaggio alla Spocchia! (gli alabardieri spalancano completamente il portone della locanda in modo che la lettiga vi passi agevolmente)
ELIGIO Ben fatto, buon uomo, tenete! (gli allunga due ducati)
VINAIO (intascando con rapidità) Servo Vostro, messer Eligio. Il cavallo resta qui fuori?
IL CAVALLO (iniziando ad assaggiare la locandiera)(un cavallo antropofago non offende ancora la sensibilità di nessuno, vero?) Non preoccupatevi per me, questa nebbiolina mi rende romantico…  
ELIGIO Bene, direi che possiamo entrare, allora.
VINAIO Dopo di voi, messere…                                                    (entrano)

                                                           ATTO SECONDO

(ventiquattr’ore prima…)

Tema: “Come arrangiarsi per il cenone del 31 quando si sono decise le vacanze solitarie”.

Coraggio. Poco più di un giorno a Capodanno e siamo ancora qui a decidere un luogo dove confondere la spocchiosa essenza dell’ego ipertrofico in modo che quelli là fuori percepiscano un pieno là dove usualmente si vedrebbe un vuoto. Pensa a qualcosa, su. Cenone con dodici portate? Vuoi schiattare? Tre ore a spolliciare tra un filetto e un post su Faccialibro per non guardarti attorno mentre attendi il piatto? Certo, osserveremo le facce degli avventori per trarne epicità narrativa, ma poi? E se invece ripiegassimo sul posticino cazzimmo? Qui, ad esempio. Questo frittino di verdurine all’ascolana non è davvero male… E poi, scusa, potremmo sempre spingere sul pedale del patetico, no? Vuoi che questi non abbiano un posto per un viandante che ha scoperto la sera prima che a Capodanno sarebbe stato solo? Che ne sanno loro? La buttiamo in commedia? Sì, paiono dirti questi maltagliati con pancetta croccante che si sciolgono in bocca… Ma dobbiamo essere appetibili, cioè per trovare un tavolo a noi devono convincersi che mangeremo per due, sennò ci rimettono. Che ne diresti allora di ordinargli la grigliata 100% suino da 14 euro? Col Montepulciano va giù che è un piacere… Certo, certo, allora gli dirai che hai ricevuto il pacco multiplo da gente che doveva raggiungerti il 31 e poi pluf, sai che la faccina a pietà del tenero paciocco bimetrico raccoglie sempre, no? Ecco, magari convincili prendendo anche il dolce, vedi che stanno già sistemando i tavoli per domani? Che dicono? Parlano di bimbi, otto persone qui, sei lì… ma sì ma sì, ci stiamo anche noi, comunque per sicurezza chiedi anche un caffè corretto sambuca e magari pure un bicchiere del Lysoform con cui puliscono la friggitrice. Ecco ecco, adesso che scodelli gli eurini del conto, vai col cerbiattino implume! “Domani sera sarete già al completo, suppongo… [tralla = tranqua + scialla]”, “No, no, nel turno 20-21.30 c’è ancora posto…”, “Sa, ho appena scoperto che domani farò Capodanno da solo [Hamtaro di tutto il mondo, unitevi!!], GLI AMICI MARCHIGIANI mi hanno tirato il pacco multiplo, ah che gente… [Spocchiamon digievolveeee…. Arciducamon!!!]”, lui fa tanto d’occhi manco gli avessi detto che mi devono estrarre un gremlin dal torace, “Ah!!! No, no, se viene domani alle 20 ci siamo, magari pure prima, veda Lei”, “Alle 20 va benissimo!! A domani, allora, grazie!”, e fuori all’aria aperta, tronfi di cotanta recita… A fare i personaggi di se stessi non ci si stanca mai…

                                                           ATTO TERZO

[Le mandibole lavorano, ma l’orecchio è tesissimo a cogliere quella che oggi si chiama memorabilità]

“Perché io a casa c’ho la stufa che va a carboncocco!”
“Che??”
“Si, quella roba lì, carboncocco…”
“Carbon coke?”
“Carboncocco, appunto”.
“E tiene caldo?”
“Eh, è carboncocco…”

[Immaginiamo i profumi esotici in quella casa. Tocca a voi, olive ascolane, aprire la serata, disfacendovi lentamente della sopravveste di panatura, sì che l’incarnato verdognolo del vostro corpo si conceda voluttuoso di avventurosi ripieni al palato desideroso di emozioni...]

“Guarda che ‘sto piatto è per due!”
“E che, non lo vedo?”
“Se volete, ce ne sta pure qui!”
“E chi la fa più la dieta, così?”
“E’ che ci sono i sistemi…”
“Ma poi c’è la porchetta vegana?”

[Certo, assieme allo champagne analcolico. Venite, pappardelle al cinghiale, annodate su volute d’oro e rubino, grazie al tocco dei pomodorini e relativo sughetto, come una cascata di appenninica selvaticità che riversa in gola la rustica modanatura delle pasta e i tocchetti di carne lieti di precipitare in movimenti peristaltici amici…]

“No, te devi sta’ attendo con la carne, perché se l’hai lasciata troppo fuori si fa… ràncica…”
“Cosa fa?”
“Eh, è ràncica, ràncita… nun è bbona, ‘nzomma…”
“Ah, intendi ràncida?”
“Ma con la d o la t?”
“Aspetta, famme pensa’… ran-ciiiiii-ta! Se dice ràncita!”
“Nun me pare, è ràncica… no, ran-ci-da…”
“Ma insomma, ràncita o ràncida?”
“Ràncida!”
“No, no, allora nun esiste in italiano!!”

[Un minuto di silenzio per tutti gli Zingarelli sanguinanti della Penisola. Filetto di scottona, tu che mi ti presenti abbellito dalla sfarinatura tartufacea, consola le mie orecchie afflitte da cotanto strazio, tu che mesci rassicurante morbidezza e intriganti aromi terrigni, e quando ti corteggian liete le patate al forno e i cavofiori sereni…]

E pensare che tutto era iniziato così easy, io che entro e: “Buonasera, ce l’avete ancora il posticino per me???” e il locandiero: “Certo, come no, aspetti che glielo preparo! Sarebbe quello lì per sei per il prossimo turno [ah, allora mi avevi già depennato, infingardo…], ma ecco, separo i due tavoli e stiamo apposto! Ah, e i Suoi amici, alla fine… niente…??”, e io: “Quali ami… [poker face!!!] Ah, no no, neanche più sentiti…”, quindi si presenta uno stuolo di camerieri pronti a servire solo me [Ciao, sono Cortana, la tua assistente. Hai raggiunto il limite massimo di verosimiglianza!]

                                                           ATTO QUARTO

Ascoli prima di mezzanotte ha il fascino amabilmente spettrale dei suoi edifici storici bianchi che, in luogo di creare inquietudini a base di albe di perla e nebbie di latte [pedanteria & esibizionismo], lascia attorno a chi cammina l’atmosfera rassicurante di una guida fantasmatica e silenziosa che non permette mai alle tenebre di prevalere. Il Duomo troneggia scultoreo, così come la nuda pietra degli edifici storici di Piazza del Popolo: il loro integro, solido e geometrico biancore si staglia contro la notte nera per testimoniare come l’arte e l’ingegno umano abbiano vinto la rude selvatichezza dell’Appennino circostante senza stuprarne la naturalezza, come altre città in altri contesti hanno fatto [spirito di Paolo Rumiz, esci da questo corpo!!]. Certo, la piazza è vuotina, del resto sono ancora tutti ad ingollarsi di cotechino. Il palco per l’esibizione della band è invece già lì pronto, malinconico nell’abbandono dei faretti che roteano qua e là, come nuotatori in una piscina vuota. Luci gialle, bianche e rosa che si lanciano verso un’inutile vuotezza di assenze, tristi nelle loro meccaniche volute senza obiettivo. E lievi al triste vento [e daje!] oscillano i palloncini appesi ai montanti del palco, così come quelli sul palco, annodati in forma di lampione e albero di Natale che vanno avanti e indietro con le cime come anziani appisolati su romite sedie a dondolo. Possiamo davvero credere che, a ventunesimo secolo abbondantemente iniziato, ci si debba ancora arrabattare con queste manifestazioni che non sono altro che scintille fugaci nella notte senza fine dell’essere?

CERTO CHE SI’!!! SENNO’ LA SPOCCHIA COME FA A RIDERE DEL MONDO?

Ed ecco puntuali, alle 23.00, due tizi, lui vestito da Conte Dracula, lei da abat-jour di Palazzo Spada, salgono sul palco e, presi da galoppante originalità, iniziano, orchestra in sottofondo, a declamare alcuni passi de L’anno che verrà di Lucio Dalla. Originale, sì sì, due versi lui, due lei, una ragliata di chitarra a suggellare il tutto e poi...
“Buonasera, amici, dopo il successo della notte bianca di quest’estate, rieccoci qui, con la stessa temperatura [unghie di gatto sulla lavagna]… Grazie della vostra presenza…” segue presentazione dell’altra tipa, ma corriamo che sono già le 23.15 e si deve esibire LA BAND, gente del posto, ma forte, eh?
La presentazione non lascia adito a dubbi: “Si sono fatti già un nome facendo da band di supporto ai Nerkias [benaugurante, certo…], si sono specializzati nel groove, ma poi non disdegnano di transitare al funky pop con tendenze al mashup [quindi quei funghetti verdi che spuntavano tra le rovine del teatro romano…] e hanno cambiato un po’ la loro lineup: hanno un nuovo bassista, un nuovo batterista che stasera è ammalato, un nuovo chitarrista [e ci lamentavamo dei Pooh e dei Matia Bazar…], ma vi presento il cantante!!”, e sale sul palco uno studentello con capello fluente, boccuccia sporgente e pretenziosa, tasso di fighetteria a livelli “figlio di papà che se la sente caldissima e infatti canta al concerto di mezzanotte, ma come avrà fatto a ottenere l’ambìto privilegio?”, per tacere di un filmato sul suo profilo FB in cui si fa un selfie con Ignazio Marino. Certo, certo, sono io che ce l’ho sempre coi bimbominkia, lo so, magari costui invece lavora in fabbrica di notte per mantenersi gli studi e guarisce gli storpi sputandogli sulle caviglie, ma l’impressione a prima botta è quella che ho detto e poi che ‘mme frega?
Detto ciò, Capello Fluente saluta la folla, “fatevi sentireeeeee!!!” e come di consueto nessuno di scompone.
Vabbe’, partiamo che si scuoce il pandoro: Capello Fluente, gli va dato atto, ci crede assai, la sporgenza boccale da bulletto sembra in effetti arringare gli astanti come a dire: “Allora, volete dirlo che siamo li mejo o no???”. E poi, ricordiamolo, come ha sempre sostenuto anche Pasquale Finicelli quando interpretava Mirko nei film con Cristina D’Avena, il groove è una scelta esistenziale, come l’elegia ai tempi di Ottaviano Augusto: in altre parole, tu non puoi solo suonare il groove, ma devi anche viverlo, essere dentro al groove in ogni momento della tua vita, anche quando fai altro, anche quando sei all’autolavaggio e si mette a piovere. Poi, se mashuppi il funky e il pop, magari rischi di perdere la direzione, ma il groove, una volta scelto, ti vive dentro.
Tutto ciò per dire che la band parte con un manifesto programmatico inequivocabile: Il tempo di morire mashuppato con Bohemian like you. Eh, beh… E mentre Capello Fluente cerca le note che non trova, e ogni tanto pare latrare più che cantare, il chitarrista, accortosi della scarsa reattività della folla al mashup in corso, sferza il pubblico dal microfono invitandolo a battere le mani, su le mani, dai con le mani, e in tal modo consente a Capello Fluente di arrampicarsi sulla torre campanaria del palazzo comunale per recuperare le tonsille.
Ma il groove, dèi dell’Olimpo, il groove non muore: nemmeno quando, ripreso il microfono, Capello Fluente attacca con Treasure di Bruno Mars, conosciuto anche come il gemello mulatto di Stash dei The Kolors. Tra un giro di basso, una rullata di batteria e pentolame vario che ciangotta sul palco, fatichiamo in realtà a capire in che tonalità il nostro cantantino abbia preso la canzone, specie in rapporto all’originale. Sì, ma tanto si sa che il groove è come una seconda pelle, basta viverlo e ti si adatta addosso. Ecco perché, presumibilmente, la band, gettato alle ortiche Bruno Mars, attacca con Kiss di Prince. E qui, il feroce sospetto: Capello Fluente, le cui corde vocali di latta stanno dimostrando, diciamo così, poca duttilità, non vorrà partire coi falsetti, vero? Neanche il tempo di chiedercelo, ed ecco che sul palco iniziano strani miagolii, tutti col groove, specie quando c’è da dire be rich to be my girl. Lo scarto tra il pestar duro di basso - chitarra - batteria e i contorcimenti duodenali di Capello Fluente crea in effetti un curioso straniamento, giusto mentre sotto i nostri occhi passa una coppia di ubriachi strafatti, lei con birrozza in mano e orecchiette da coniglietta sberluccicanti, lui tostissimo in bomber, orecchino e capello autoreggente per le mancate docce.
Il massacro di Prince continua, ma Capello Fluente ci crede e i suoi sguardi alla folla eloquono alquanto; ed ecco nuove richieste di su le mani, vai con le mani, quanto sono figooooo!!!! Peccato che, proprio in quel momento, il maxischermo alle sue spalle, fin lì occupato dal nome della band, faccia scorrere i nomi degli sponsor, a partire dalla Conad… ah, anche il groove, il puro ed immacolato groove deve piegarsi alle logiche di mercato…
E siccome simile chiama simile… ecco arrivare Everytime dei predetti The Kolors mashuppato con Get Lucky dei Daft punk, con una serie di stecche che trafiggono senza pietà gli spettatori appollaiati sulle terrazze tutt’attorno alla piazza, facendoli cadere sui funghi scaldanti attorno ai quali si radunavano passanti infreddoliti, travolgendo questi & quelli in un tripudio di bruciaticcio e scintille dovute ai piumini sintetici. No groove, no groove
Ma tant’è, ogni uo-o-o-oh viene silurato nell’aria come se non ci fosse un domani, visto pure che fa un certo freschino, e infatti Capello Fluente arringa la folla chiedendo: “Siete caldiiiii???” e qualcuno si sbraccia, poi si comincia col giochino dell’eco, lui fa “o-ooooh” in attesa di rimando dall’assise, che invece tace. E’ qui che la boccuccia protrusa del nostro eroe inizia a deformarsi nel dubbio di non avere proprio tutto il polso della situazione, mostrando un imbarazzo più o meno simile a quello di Lutero nei confronti delle distorsioni politiche della sua dottrina attuate dai contadini di Svevia. A differenza del pensoso predicatore teutonico, però, il nostro artista capodannizio la butta in caciara, rinnegando il groove, o meglio convertendolo a più pascolabili praterie: “Tutti con me: ollellè-ollallà – faccela vede’-faccela tocca’!! Di nuovooooo!!!”. La folla gradisce. E a ciccia i mashup.  
Del resto mezzanotte s’avvicina, bisogna pure abbassare le pretese: “Dai, ditemi cosa volete… Ancora una? Cosa… Alba chiara? Come? Gelato al cioccolato? Davvero? [che groove, che groove!] Va bene, allora un’altra di Bruno Mars!!”. E giù a distruggere Locked out of heaven, si vede che gli piacciono quelle dove si sparano le o.
Ma arriva il sindaco, quindi ci siamo, almeno la biondina tappa, che ha tentato tutta sera di rompere col suo boy tamarro e tatuato sulla coccia passando da una colonna all’altra della piazza, potrà trovare requie: e così, mentre i due presentatori ricompaiono dal nulla a zittire Capello Fluente, parte il countdown e poi bum, spettacolo spettacolissimo con la torre della piazza coronata da fuochi artificiali festosi & benauguranti. Gente che stappa bottiglie, gente che apre capaci tupperware grondanti di pandoro e ne offre al primo che passa (io), gente che si bacia, si abbraccia, bimbominkia con cosce da lottatrici di sumo che si selfano, fidanzati che giocano a cercarsi la boccuccia, e Capello Fluente, conscio della forza del groove, che parte con Born to be alive, a seguire tutti i soliti pezzi di queste occasioni, tutti groove, e difatti ad un bel momento mezza piazza fa il trenino con Ay ay caramba, tutto declinato in groove, si capisce, come è allo stesso modo groove il caldarrostaio che nessuno si fila, laddove altri fortunelli sgranocchiano mozzarelline groovissime.

E così, con il biancore ascolano che si colora di trine scintillanti, come olive fritte nel buio del cielo, se ne va un anno carico di [fast forward] e allora buon anno a tutti e viva il groove

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