Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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mercoledì 6 gennaio 2016

Visti per voi: io Quo Vado, e tu?

Alla capiente Multisala Odeon di Ascoli (3 sale, però ha vicino il liceo classico) davano Star Wars e Quo vado?. Avendo mancato l’unico spettacolo programmato del primo film, mi imbuco nella SETTIMA replica giornaliera dell’opera quarta di Zalone Checco. Nessuno snobismo: curiosità. Anche perché ormai ero lì.
Detto che a noi spocchiosi non garbano certo i cinepanettoni, ma nemmeno i drammoni cecoslovacchi monoinquadratura con sottotitoli in lituano, perché privarsi di codesto lungometraggio? Zalone Checco ha incassato sette milioni di eurini in un giorno? Non sarà la certificazione del Capolavoro Assoluto, come ci insegnarono, però è un fenomeno degno di attenzione. E attenzioniamo, esclamò l’Arciduca.
Eccoci nella capace sala con le seggiole azzurre e pop corn ovunque sul pavimento. Sono le 22.30, ma il pubblico affluisce copioso. Mi dirai che il tasso di tamarraggine/bimbominkismo di molti dei presenti sconfina oltre ogni limite, ma cosa vuol dire? La presenza di certi docenti mancini con l’erremoscia sancisce senza dubbio veruno la transdirezionalità dell’opera in proiezione.
E in effetti, a fine film, non possiamo dire di non aver ridacchiato. Esserci sganasciati no, ma lì è che siamo proprio di gusti difficili noi, visto che ridiamo alle nostre battute. Certo, rispetto ai cinepanettoni di cui sopra, qui almeno lo sforzo di buttare sul piatto qualcosa di diverso, se non di nuovo nuovo, c’è (per inciso, ci stupiamo dello stupore di quanti registrano le performance bassine al botteghino dei film di De Sica: dopo 25 anni della precisa, identica zuppa, cosa si aspettavano?); da qui a dire che 14 milioni in due giorni ci incoronano il nuovo Billy Wilder, ovviamente, ce ne passa. Però però, qualche idea per capire la travolgenza del successo zaloniano ce la siamo ben fatta. Specialmente in rapporto dialettico con i giudizi critici letti sull’internet (ahhhhh, l’articolo davanti a internet…) in questi due/tre giorni.
Che il film sia THE STRAFIGATA del XXI secolo, l’opera che segna il prima e il dopo della comicità italiana, ecco, magari no. Certo, simili giudizi sono partoriti dai critici de Il giornale, la qual cosa puzza un po’, essendo Zalone prodotto Zelig, quindi Mediaset. Del resto dall’altra parte si spellano le mani tutte le volte che Benigni dice bao, quindi ci sta. Anyway, parliamo di un film divertente, dotato di frizzante ritmo battutaro, nel quale la trama fa da lisca alle cui spine si attaccano i momenti sketcharoli gestiti da Zalone medesimo, esattamente come nei film di altri comici di radice televisiva, siano Ale e Franz o Ficarra e Picone, che però spesso steccano, a nostro giudizio. Gente abituata al ritmo serrato e compresso dello sketch ha bisogno di una trama abbastanza autoreggente per dare tessuto connettivo alla propria specialità, ovvero la situazione comica in sé conclusa. E sin qui Zalone fa, dignitosamente.
Altri accusano il film di partire a razzo con la descrizione spietata dell’universo del ‘posto fisso’, proseguendo in modo più o meno divertente nella sezione norvegese, per poi perdersi irrimediabilmente nella melassa buonista del finale africano, là dove la ‘redenzione’ zalonesca (sorry, no spoiler here…) pare frettolosa quanto forzata, giusto un contentino ai tradizionalisti dopo tanta corrosiva satira antisistema. E’ mancato, dicono, il coraggio del pugno nello stomaco finale. Brutta anche, dicono sempre, la celentanata di chiusura con lode annessa dei malvezzi della Prima repubblica. Personalmente, che una commedia possa avere un finale sin troppo semplicisticamente condensato, nel quale i rovesciamenti caratteriali e fattuali appaiono inverosimilmente rapidi, quando non logicamente problematici rispetto a quanto precede, non mi pare un problema, visto che, da Plauto in giù (Aristofane gira da solo in background), è più o meno sempre andata così. Ai fan del celluloide in bianco e nero non potrà ad esempio non piacere il film del 1961 intitolato Uno, due, tre!!, tratto appunto da una commedia, nello specifico di Molnar (sì, il signor Via Paal, lui proprio), per la cui trama vi rimando aWikipedia, e che sviluppa proprio nel finale una serie di ‘conversioni’ talmente rapide da potersi accettare solo attivando la sospensione dell’incredulità richiesta da gran parte dell’universo comico (gente che fonda città sulle nubi, del resto…). Cercare la coerenza caratteriale in questo tipo di lavori è come pretendere che in un film di guerra il capo dei buoni si sacrifichi per salvare il suo cagnolino. Il genere ha le sue leggi. Possono non piacere, si possono anche violare, ma quando uno le rispetta, c’è poco da criticare.
Non vediamo poi quale ‘pugno nello stomaco’ ci si dovesse attendere da un film simile: commedia vuole che alla fine gli angoli si smussino e il bene trionfi. Cosa che qui puntualmente succede.
Zalone Checco, insomma, fa il suo. Ciò che accalappia spettatori non è quindi certo il dato, aridamente statistico, della distribuzione numericamente mostruosa della pellicola nelle sale, ciò che a detta di alcuni avrebbe reso inevitabile l’afflusso degli spettatori, privati di valide alternative. Bubbole: il pubblico sarà tonto, ma non scemo: se un film non acchiappa, puoi diffonderlo anche in otto milioni di copie, ma avrai le sale vuote. Che poi il passaparola, il conformismo per cui se vanno tutti allora devo andarci anch’io (il cosiddetto ‘irrazional-popolare’), la banale curiosità apportino ingressi è indubbio, ma tutti questi incassi nascono anzitutto da un quid tutto interno al film che fa l’effetto che vediamo.
Ecco, secondo me e la Spocchia, il glutammato monosodico di questo film sta nella sua caricaturalità così esibita che alla fine si ride anche là dove ci si potrebbe indignare o dispiacere. I vari elementi negativi tipici dell’universo del ‘posto fisso’ statale ci sono tutti, e nessuno potrebbe mettere in dubbio che le pecche più odiose degli uffici della pubblica amministrazione siano proprio quelle lì. Il fatto è che nel film tali pecche sono messe tutte, ma proprio tutte, in una volta sola, sì che la rappresentazione, in teoria del tutto verosimile, si fa appunto caricaturale e strappa la risata istintiva, pre-razionale (l’impetus simplex, come Seneca insegna – lol) anche all’autonomo dotato di partita IVA (che subito dopo riprenderà a bestemmiare contro l’impiegato comunale o il docente di lettere), così come non fa vergognare l’impiegato statale ‘alla Zalone’, perché tanto “non esistono situazioni esattamente così, dai….”. Il mondo zaloniano è vero e finto allo stesso tempo. Sarebbe come se si volesse mettere in scena un dramma ambientato in una classe di liceo, immaginando che la storia si svolga in una sola mattina, e si buttassero dentro tutte la varianti umane e psicologiche possibili di alunno: il nerd, il bullo, quello caratterialmente problematico che a casa è picchiato, il fascistone, il comunistone, l’omosessuale fresco di coming out, l’effeminato, la lesbica, il palestrato, il depresso, l’anoressica, la bulimica, l’oca giuliva, quella politicamente impegnata ecc. ecc. Si pensi poi di far succedere in una singola mattina sia l’occupazione che la ribellione contro la medesima, il tentativo di suicidio di qualcuno e la riconciliazione di qualcun altro, aggiungendo magari scene di docenti in crisi con sé e col mondo. Chi crederebbe davvero alla concentrazione di tutto ciò in uno spazio narrativo così esiguo? Ebbene, in Quo vado? la compresenza di tutto il peggio del ‘posto fisso’ provoca una sorta di collassamento comico di sicuro effetto.
Questa ‘tuttezza’ iperconcentrata sterilizza quindi anche quelle zone della trama a detta di alcuni coraggiose e temerarie nel trattare i temi più scottanti dell’attualità (ma per piacere…): tre figli da tre uomini diversi per nazione, etnia e religione… e così imposteresti la questione della tolleranza… crediamoci, sì… Il sistema talent-show per gestire l’afflusso degli immigrati dal Mediterraneo con quasi tutti che sventolano la laurea… serissimo, certo. Sarebbe secondo noi più onesto ammettere che Zalone Checco vuole intercettare e sottoporre al comico tutto quanto gli passa sotto mano, sia il serio che il meno serio, ma la volontà di far riflettere il pubblico ci pare davvero lontanuccia. 
A condire il tutto, l’altra tipica componente comica, ovvero l’infantilismo autoreferenziale del protagonista che provoca appunto i continui ribaltamenti di stato che tanto dispiacciono ai fan della coerenza a tutti i costi: disperato al momento di perdere il posto prima, lieto di gironzolare subito poi, prontissimo a norvegesizzarsi e a incivilirsi, ma rapido pure a farsi sedurre dalla reunion di Al Bano e Romina, entusiasta nel collaborare alla raccolta di materiale per gli spermiogrammi dell’orso e dell’elefante, canaglione anche nelle trattative finali con la Bergamasco (Sonia, we’ll always appreciate you, remember…), la quale pure incarna un ruolo caricatissimo, donna che a un certo punto la prende sul personale e agisce punta solo da vaghezza vendicativa, più ancora che per svolgere la mansione ministeriale affidatale (anche lì: Zalone escluso, tutti gli altri che accettano quelle condizioni? Suvvia…). Irrealistica per eccesso di realtà (tacciamo sullo sgabuzzino dell'ufficio di lui grondante di omaggi in natura).
E va bene tutto, il pubblico aggradisce, le parolacce sono al minimo, il carattere lieve e bamboccio del protagonista garantisce che in fondo non c’è nulla di veramente serio (nemmeno 25.000 euro di vaccini in un colpo solo… fosse così davvero…), lo stesso Lino Banfi è un perfetto esemplare di relitto della Prima repubblica che altrove su facebook si glorifica acriticamente. Ecco, senza sovrapporre in modo semplicistico lo spirito di quella pagina a questo film, v’è da dire che la capacità di alleggerire il serio ha comunque degli esiti narrativi spesso stupefacenti: là vediamo foto d’archivio con dentro Fanfani, Spadolini, De Mita, Andreotti, Craxi, tutti coloro insomma che i più ricordano come artefici dello sfascio della Prima repubblica, o comunque membri di una classe politica retriva e preoccupata soprattutto di mantenersi e autoriprodursi immutabile nei decenni. Si sa, si sa. Ma lì, su facebook, non trapela nulla di tutto ciò: solo istantanee di un’epoca che fu, nel (molto) bene e nel (molto) male, decisiva per le sorti dell’Italia a livello interno e internazionale. Ma persino un Andreotti, lì riprodotto, perde tutto lo zolfo e rimane un relitto monumentale di un passato che non possiamo né dobbiamo dimenticare. Zalone Checco, a cui nulla di ciò ovviamente interessa, chiude tuttavia il film con l’inno alla Prima repubblica proprio per dirci, in tutta leggerezza, che alla fine di un ventennio (la Seconda repubblica) da cui tutti si attendevano la palingenesi dei mali della precedente, succede ciò che succede dopo tutte le rivoluzioni che si vogliono antibiotiche: i batteri che c’erano magari vanno in sonnolenza, ma sempre lì stanno, e quando il ‘nuovo a tutti i costi’ cade vittima delle debolezze strutturali di ogni nuovo che rinnega tutto il vecchio, eccoli, i batteri, che riemergono, più belli di prima. Quindi, o si agisce come i predetti admin della pagina facebook e li si chiude in un museo di scienze naturali, oppure li si respira, con effetti imprevedibili. Qui, da Zalone Checco, l’effetto è la caricaturalità di cui sopra. Data pure la 'redenzione' finale, ciò significa che il problema cessa di sussistere per tutti gli altri? 
Cinema con la C maiuscola, quindi? Certo che no, vuoi mettere Il capitale umano di Virzì? E’ semmai un segno, tangibile, dello spirito dei tempi: sorridere alla consapevolezza che nulla è mai davvero cambiato.
(D’altronde dicono che il PD sia la nuova DC, no?)



2 commenti:

  1. Io non ho mai visto per esteso un film di Zalone, ergo lo conosco solo come parodista di canzoni. Devo dire che, nonostante il becerismo, l'ho apprezzato. ;) Riesce a trasformare la melassa di tanta musica pop melodica italiana in qualcosa di almeno piccante.
    Dei suoi film, conosco solo uno spezzone di "Sole a catinelle": il figlio intelligente, la disoccupazione, la ricerca di un "lavoro stimolante" che si rivela una fregatura, il paesino molisano, il bisogno di mantenere una credibilità come genitore... Siamo lontanissimi dalle vette del Neorealismo, ma si può dire che ci sia tutta l'Italia. Forse, è per questo che i film di Zalone attirano e fanno ridere... a partire dalle lacrime.

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  2. Sì, penso anch'io che il pregio che lo rende così appetibile sia il carattere 'inclusivo' della sua satira. Poi per carità, l'Arte è altrove, intendiamoci.

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