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"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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giovedì 3 gennaio 2013

Letti per voi: M. Gotor, "Il memoriale della Repubblica".

SPIACENTE, STAVOLTA LA VIEN LUNGA....

Dopo la recensione di due romanzi, vi ammanniamo ora un saggio, Il memoriale della Repubblica di Miguel Gotor, sentito anche lui al Festivàl di Mantova: giornalista/professore universitario, collaboratore di Repubblica e candidato alle primarie PD, Miguel Gotor, origini evidentemente non italiane, ma italianissimo comunque (romanesco eccellente) insegna Storia moderna a Torino. Il Gotor, le cui expertise filologiche si applicano in realtà di solito ai documenti del '500 e dintorni, ha da tempo esteso il campo delle sue frequentazioni alla storia contemporanea, se non contemporaneissima, in pratica guardando ciò che in Italia è accaduto l'altro ieri, e in particolare le vicende legate ad una delle più grandi tragedie della storia repubblicana, dicasi il rapimento, la prigionia e quindi l'assassinio di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, da parte dei terroristi delle Brigate Rosse (addì 16 marzo- 9 maggio 1978).


La vicenda è troppo nota per riassumerla qui, anche se, da bravo docente pignolo, devo dolermi del fatto che, nonostante ogni anno le due date di inizio e fine sequestro siano giustamente oggetto di segnalazioni particolari da parte di tutti gli organi di informazione, nonché di commemorazioni pubbliche (per tacere di tutte le vie dedicate a Moro), la gioventù bimbominkiese pare non avere punta idea del personaggio e di ciò che egli passò in quei fatali 55 giorni. Non dico di vedere dubbi sull'anno dei fatti, o sugli esecutori del massacro, o al limite sul ruolo politico di Moro in quel periodo (formalmente “fuori” dai giri governativi grossi, al limite in attesa -vana- del Quirinale, ma di fatto ancora assiduo cesellatore di manovre politiche drammatiche sia per il contesto nazionale che per quello internazionale in cui l'Italia giocava un ruolo delicatissimo), quanto proprio il fatto che per il 99 per cento della mia gente scolare Moro è un perfetto sconosciuto. Dal che si deduce che a casa i genitori non sentono l'obbligo di rammentare ai figli certe pagine del nostro passato recente, che è assolutamente necessario avere presenti se si vuole capire l'origine delle dinamiche che hanno portato al disastro attuale; mi chiedo poi, con la sana vis polemica di chi ha visto i tagli gelminiani colpire principalmente il proprio grado di scuola, cosa pifferi impedisca almeno ai docenti delle medie di accennare anche solo cursoriamente ad eventi certo non facilissimi da decifrare, ma che non è un delitto rendere noti a gente di 12 anni, visto che i dodicenni, a trattarli da futuri adolescenti e non da ex bambini, capiscono molto più di quanto non ci si aspetti e hanno una curiosità infinitamente maggiore per le cose 'serie' che per Naruto, solo che ci sia qualcuno che riesce a stimolargliela, magari evitando di perdere 12 ore a fare i cartelloni su “Io e i miei amici” (ooohhh, chi si toglie un sassolino a Capodanno, se lo toglie per tutto l'anno). Tanto per citare un'esperienza a me vicina (me stesso): al momento del sequestro, io non avevo ancora compiuto un anno e tre mesi, e per singolare coincidenza la prima tv a colori entrata in casa nostra fu inaugurata con le immagini di Paolo Frajese che effettuava la sua smarrita e attonita telecronaca da via Fani, luogo del sequestro di Moro e della strage della scorta, situazione a tal punto aberrante che i miei restarono convinti per 5 minuti che sul primo canale Rai stesse andando in onda un poliziesco. Poi capirono. E, alle soglie della prima media, anch'io avevo tutte le informazioni di base sull'evento, e con me praticamente tutti i miei coetanei. E' chiaro che qualcosa si è rotto dopo.

FORMIDABILE, QUEL MEMORIALE...
Tornando ora a bomba, va premesso che Gotor stesso, a Mantova, ha voluto precisare che l'oggetto del suo saggio è per gran parte frutto di una ricostruzione indiziaria, che alcune conclusioni non possono materialmente verificarsi, ma sono per così dire il quasi inevitabile frutto di tutta una serie di deduzioni che si possono fare su prove concrete (il memoriale stesso di Moro, ma pure decine di interviste a politici, magistrati, brigatisti, giornalisti, oltre a tutta la documentazione attingibile dagli archivi personali delle maggiori personalità dell'epoca), cosicché, se pure la verità sull'argomento è probabilmente destinata a restare inattingibile per sempre, l'autore si sente di poter affermare che ciò che è dichiarato per via deduttiva nel libro ha un grado di vicinanza al vero piuttosto alto. Il saggio offre la minuta ricostruzione del destino di uno degli elementi più controversi della vicenda in oggetto, ovvero il cosiddetto 'memoriale' di Aldo Moro: si tratta, è noto, di una serie di fogli, dattiloscritti da parte di un brigatista, Gallinari (scoperti nell'ottobre 1978), o autografi di Moro stesso in fotocopia (scoperti nell'ottobre del 1990), riportanti roba pesantissima, ovvero da un lato la trascrizione delle dichiarazioni che 'il prigioniero politico Moro' rilasciava ai suoi carcerieri, che lo interrogavano sui più vari aspetti della vita politica italiana degli ultimi 15 anni, dall'altro le lettere che Moro spedì dal carcere alle personalità politiche più eminenti dell'epoca (parte delle quali rese pubbliche già durante il sequestro), grondanti di giudizi a volte anche aspri sul comportamento delle forze politiche sia prima che durante il sequestro (Andreotti, per dire...), oltre poi a tutta una serie di appunti vergati da Moro nei lunghissimi tempi morti della carcerazione, appunti in cui egli fatalmente trasfonde la summa delle sue riflessioni circa il proprio operato nei precedenti 30 anni di vita pubblica, oltre a ragionare a più largo raggio sul contesto internazionale (Guerra Fredda, ma non solo) e sulle sue ricadute sugli italici destini. Il libro di Gotor si snoda per 600 e più godibilissime pagine, né pertanto sarebbe possibile effettuare qui una sorta di riassunto di tutta l'argomentazione. L'aspetto più corposo e profondo del problema è comunque questo: chi ritenesse ancora che la vicenda in questione si sia snodata solamente lungo un ipotetico triangolo Brigate Rosse- Moro prigioniero- Istituzioni dello Stato italiano, triangolo del quale il memoriale rappresenterebbe l'oggettiva testimonianza dell'attenta strategia propagandistica delle BR da un lato, del travaglio di Moro dall'altro, nonché della delicata e dolorosa gestione della vicenda da parte dello Stato, è rimasto al livello di chi crede che S. Apollonia venga a ritirare i dentini da latte caduti ai bambini, lasciando al loro posto banconote da 5 euro. E' chiaro cioè, ci dice Gotor, che il memoriale in nostro possesso, in entrambe le versioni, rappresenta ciò che si è voluto rendere pubblico (con attentissimi dosaggi, tempistiche e omissioni), ma che non è assolutamente tutto ciò che Moro e le BR ci hanno 'lasciato'; inoltre, è altresì evidente che gli attori sulla scena non sono solo quelli di cui andiamo dicendo, ma la vicenda- Moro si situa di fatto al centro di un più complesso viluppo di rapporti politici e strategici che chiamano in gioco generali, giornalisti, criminologi fiancheggiatori delle BR, cancellerie internazionali; da ultimo, l'asse politico di cui l'Italia si è trovata in quegli anni ad essere forzosamente il perno non è solo quello ovest-est (dicasi la Guerra Fredda), ma pure quello, approssimativamente, nord-sud (mondo occidentale- paesi arabi). Insomma, un conto è il canovaccio generico a noi sempre ammannito (Moro rapito per i suoi progetti di governo sostenuto dalla non-sfiducia dei comunisti, istituzioni divise tra fermezza e trattativa, lettere spedite dalla prigionia cariche di astio nei confronti della DC e sopratutto di Andreotti, fallimento di tutti i canali, assassinio e 'riconsegna' del cadavere, collocato con diabolica raffinatezza tra le sedi romane della DC e del PCI, importanza relativa di tutto il memoriale nei diversi ritrovamenti) un altro sono le vere manovre ruotate attorno al memoriale, spia di un clima politico assai più complicato, nel quale all'opinione pubblica si facevano credere determinate cose, ma sottotraccia si operava in modo del tutto differente (dice Gotor che Moro disseminava le lettere dal carcere di messaggi in codice per chi di dovere, e la linea della fermezza fu solo il paravento di trattative che andarono avanti su amplissima scala). E' infatti ampiamente dimostrabile che sul memoriale hanno messo le mani in parecchi: i fogli dattiloscritti venuti alla luce nel covo brigatista milanese di via Monte Nevoso nel 1978 sono stati certamente rimaneggiati, poiché risulta che il loro numero iniziale gravitasse attorno alla settantina, ma quelli a nostra conoscenza sono solo 49 (i ruoli più scottanti, secondo Gotor, sono quelli del generale Dalla Chiesa, di Mino Pecorelli, ma pure a Repubblica c'erano giornalisti stranamente molto più informati di altri). Nonostante, osserva Gotor, già la sola natura dattiloscritta di quel memoriale ne favorisse il processo di squalifica, nel senso che sarebbe stato facile per il nostro governo sconfessare la paternità delle idee di Moro lì espresse, perché un dattiloscritto può essere stato buttato giù da chiunque, si decise tuttavia di 'ripulire' il pacco da pagine evidentemente ritenute esplosive anche solo nella loro precaria forma non autografa. Spuntano poi, si diceva, nel 1990, i manoscritti di Moro, 419 cartelle, di cui 245 corrispondenti ad una versione del memoriale ben più ampia della precedente, in parte sovrapponibile al dattiloscritto, in parte nuova. E qui, l'intrigo: stesso appartamento di 12 anni prima (un buco, si badi) e all'epoca i carabinieri non avevano notato la facile rimovibilità del pannello di gesso dietro cui erano nascosti gli autografi? Gotor osserva che il periodo era gravido di eventi, detto che ad Agosto di quell'anno Andreotti aveva rivelato l'esistenza della struttura paramilitare clandestina Gladio, messa in piedi negli anni '60 per far fronte ad un'eventuale invasione sovietica, mentre appena un anno prima il Muro di Berlino era crollato, portandosi dietro tutto il comunismo europeo; per dire insomma che il ritrovamento dei dattiloscritti pareva proprio avvenuto al momento giusto, quando ormai il pericolo rosso era finito, e quindi la figura stessa di Moro nel suo rapporto forzoso con le BR poteva lentamente sbiadire, mentre s'avvicinava vento di elezioni presidenziali, e Andreotti moriva dalla voglia di silurare Cossiga e sostituirlo al Quirinale, utilizzando, per così dire, informazioni a orologeria. Più altra gente che più o meno aveva interesse a che i manoscritti ricomparissero magicamente da un pannello di gesso diventato all'improvviso friabile, dopo essere stato più impenetrabile del piombo per 12 anni. E insomma, quei manoscritti potevano scottare o non scottare a seconda delle convenienze, ma è certo che molti sapevano della loro esistenza ben prima del ritrovamento 'pubblico' del 1990. Gotor, incrociando testimonianze svariatissime, giunge alla conclusione che la manina dei servizi segreti, in concorrenza coi carabinieri guidati da Dalla Chiesa, entrò pesantemente nel covo ancora nel 1978, tolse i manoscritti, di cui Dalla chiesa non sospettò mai l'esistenza, censurò ciò che andava censurato, e poi rimise dietro il pannello di gesso il tutto, in attesa di tempi migliori. Il risultato di tutti questi interventi è piuttosto evidente: noi abbiamo in mano una serie di documenti fortemente corrotti dalla censura preventiva. In più, sia confrontando filologicamente tra loro dattiloscritti e manoscritti, ma anche dattiloscritti e manoscritti al loro interno, Gotor dimostra che la loro somma non è nemmeno equivalente alla porzione di un tutto indisponibile nella sua interezza, ma che entrambe le versioni del memoriale paiono a loro volta rielaborazione di un altro memoriale (filologicamente chiamato Ur-memoriale), ovviamente ormai disperso. Il che, sia chiaro, non porta a concludere di avere in mano carta straccia, ma testimonia piuttosto la pericolosità che le informazioni estorte a Moro, ma pure le sue privatissime ed in certo modo disperate riflessioni durante la prigionia, portavano con sé agli occhi di tutti i livelli politici, giudiziari, militari che risultavano interessati dalle dichiarazioni dello statista, per tacere ovviamente dell'interesse diretto dei brigatisti a divulgare o meno certe idee del Presidente democristiano.

LA FINE E' NELL'INIZIO
Ribadendo che il saggio di Gotor è ben più ricco di suggestioni e sollecitazioni di quanto una scarna blogrecensione possa esplicare, l'episodio del sequestro di Moro e del memoriale ad esso accluso getta una luce notevole sulle dinamiche del potere italico della Prima Repubblica e ci fa capire molto della nascita e del fallimento della Seconda. Il turbinio di uomini di qualsiasi estrazione sociale e di rappresentanti dei più ampi settori delle istituzioni attorno al memoriale dimostra che sulla vita o morte di Moro si giocava una partita amplissima. Senza dubbio, il suo avvicinamento ai comunisti, con il sostegno mascherato di questi ultimi al governo Andreotti che andava a nascere nella fatal mattina, ha per Moro rappresentato il superamento di quella linea rossa che le cancellerie occidentali ritenevano invalicabile, unendosi peraltro a certi atteggiamenti nostri un filino troppo ondivaghi nell'ambito del conflitto israelo- palestinese (il cosiddetto lodo Moro). Ciò dimostra che i pesanti condizionamenti sulla vita politica del nostro Paese che nell'ultimo anno si sono denunciati da più parti, con l'Italia nello scomodo ruolo di osservato speciale da rieducare ad una sana economia, non sono altro che la più remota propaggine di una condizione che l'Italia ha vissuto da sempre all'indomani della Seconda guerra mondiale. La nostra è sempre stata (e forse lo è ancora, a dispetto delle forme mutate) una democrazia sotto controllo, poiché il ruolo strategico del nostro Paese esigeva un certo tipo di governo piuttosto che altri. Oggi, tramontate le vecchie opposizioni tra blocchi ideologici, l'Italia è comunque teleguidata perché, essendo il Paese più grosso tra quelli con l'economia allegra, se crolliamo noi ci trasciniamo dietro tutti. E ciò non può accadere. E qui ci vogliono i conti in ordine. Ed ecco Mr. Monti. Non solo: Gotor affronta senza paternalismi o romanticismi il fenomeno del brigatismo, osservando che la spinta rivoluzionaria del movimento, radicata in un'ideologia 'democratica' solo teoricamente accettabile, è stata soffocata dal rigurgito di disinteresse, quando non di schifo vero e proprio, che la società italiana ha riservato ai terroristi a partire dai primi anni '80. E' in effetti notevole il fatto che un decennio di lotte, sangue, occupazioni, sequestri e attentati si sia rovesciato, nel decennio successivo, in un'era che ha voluto dimenticare tutto e anestetizzarsi a colpi di miti consumistici e materialismo esasperato, sì che i movimenti ideologizzati si sono progressivamente dileguati a vantaggio degli schemi della moda, molto più semplici e meno impegnativi da mantenere, nel senso che transitare da una moda all'altra non è certo come cambiare formazione di partito. Penso in effetti che, se i famosi modelli da me analizzati con gioiosa pienezza altrove hanno attecchito così bene, è stato anche perché l'archetipo estetico-consumistico del Figo e i suoi addentellati sono stati ad un certo punto la risposta più rapida al bisogno di ordine di una società letteralmente esasperata dai contrasti ideologici e dalla loro declinazione armata. Il benessere voleva tutelare se stesso. A ciò hanno naturalmente contribuito tutti coloro che, lanciatori di molotov e sprangatori di professione a 16 anni, a 35 si sono ritrovati brillanti impiegati di banca e onesti padri di famiglia, più borghesi di quegli stessi borghesi che demonizzavano fino a due giorni prima: ciò perché larga parte dei movimenti contestatari dell'epoca, come già osservato, non osteggiavano il privilegio in sé, ma più umanamente volevano usufruirne anche loro. Il paninaro e il Moncler si sono mangiati il brigatista e la kefiah. Da ultimo, il saggio gotoriano innuisce che in quel fatale 1978, sequestro Moro a parte, si fossero ormai messe in moto dinamiche destinate ad esplodere giusto 15 anni dopo, con l'inizio dello scandalo Tangentopoli e contestuale crollo della Prima Repubblica. Concordiamo. Moro avrà pure fato il passo più lungo della gamba con l'avvicinamento dei comunisti all'area di governo, ma quest'iniziativa mascherava il problema vero della democrazia italiana, ovvero la sua granitica stitichezza. L'obbligo non detto di avere sempre la DC al potere aveva favorito nel partito (e a ruota seguiranno tutti i suoi alleati, in primis il PSI di Craxi), lo sviluppo endemico della corruzione. “O noi o il caos”, dicevano a mezza bocca i democristiani, in ciò autolegittimandosi a pretendere tangenti e prebende da chiunque. Tutto ciò mentre cresceva lo sdegno della nazione nei loro confronti e nei confronti del loro ricatto, che in effetti suonava come un capestro: sotterranei movimenti imbevuti di populismo e di antimeridionalismo iniziavano a prender vita già all'alba degli anni '80, e poi fu Lega Lombarda. Il monopolio della RAI, che lasciava fuori dalla greppia dei contratti pubblicitari un esercito di piccoli e medi produttori ansiosi di visibilità, fu scalfito da Mondadori (Rete4), Rusconi (Italia1) e Berlusconi (Canale5), poi quest'ultimo, accoppiando talento imprenditoriale cristallino e ottime entrature craxiane, si prese tutto e iniziò una scalata travolgente che lo ha portato dove sappiamo. Anni curiosi, quei fine '70 onwards. La sensazione all'epoca fu quella di essere impegnati a chiudere tutti i conti con lo Ieri, ma si stavano scrivendo pagine copiose di Domani.

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