Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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martedì 25 febbraio 2014

Renzi, o come dicevan tutti Renzi...

Scriviamo mentre è ancora in corso il dibattito al Senato sulla fiducia al governo Renzi Uno 2.0, bluetooth, MP3, 5 giga di memoria, slot per smart card, 16 ministri e ciabattine omaggio ai primi 5 che telefoneranno. Sì, è circa il 60esimo e qualcosa governo in 65 anni di storia repubblicana, numeri che da soli dovrebbero farci arrossire e poi disintegrare di vergogna al cospetto di qualunque altro Paese civile. A cadenza decimestrale, la solita fuffa dei giuramenti, delle troupe televisive, dei giudizi sulle mise dei ministri e delle ministre, la solennità annacquata dal breve intervallo tra un governo e l'altro, le attese, i proclami, le marce indietro, le delusioni, i "ma tanto io l'avevo detto", i dietrologismi, gli scenari, le prospettive e poi altro giro altra giostra. Io ho avuto la fortuna (si fa per dire) di assistere all'agonia della cosiddetta Prima repubblica, e anche allora funzionava così: lo sgambettone istituzionale con cui Renzi ha fottuto Letta non è niente di diverso dalla trama che nel 1988 portò De Mita a Palazzo Chigi coi voti dei socialisti, ma pure con l'obbligo di dimettersi dalla carica di segretario della Democrazia Cristiana. Passa un anno, Craxi si esibisce in un discorso spaccatutto alla Camera e puf, tempo 24 ore De Mita si dimette e finisce per non essere più nessuno. Staffette DC-PSI, dicevano; equilibri pentapartitici; accordi di programma; passato l'uragano Tangentopoli, inaugurata la Seconda repubblica, morta pure lei (forse), siamo sempre qui, a far passare governi come succede a scuola quando su una stessa cattedra si alternano 6-7 supplenti all'anno. Gli alunni si inviperiscono, i genitori pure, "ma che schifo la scuola, viva la Gelmini!" e poi abbiamo visto.
In ogni caso, RenzOne parte con un venticello in poppa che pare più la brezzolina contro cui proteggersi indossando i maglioni di cotone. Si percepiva che i senatori lo detestavano cordialmente, compresi i suoi. Certo, se io al primo giorno di scuola entrassi in classe ed esordissi dicendo: "Salve, vi bocceremo tutti a fine anno, garantito!", non credo che si creerebbe tutta l'empatia necessaria con gli alunni; allo stesso modo, dire agli astanti: "Siete gli ultimi senatori della storia d'Italia a cui un capo di governo chiederà la fiducia", significa congratularsi coi tacchini che votano per il giorno del Ringraziamento. 
Ma non è ovviamente solo questo: Renzi è arrivato a Palazzo Chigi dopo una girandola di affermazioni, smentite, trappole e imboscate degne della miglior DC del bel tempo che fu. Lo ritengono il bamboccetto viziato che ha tanto sgomitato per avere il giocattolino e una volta ottenutolo fa capire che se l'è pure meritato, quando tutti sanno che il traguardo si è raggiunto solo per via di capriccio e sfinimento. Fa lo splendido, ma è visto palesemente come un intruso, uno che si è imboscato a forza, che ha trasformato la prepotenza in diritto e ora è lì a dare lezioni di civiltà, ringraziando pure Letta con un ultimo, sonoro sberleffo. Per dire insomma  che Matteuccio nostro non parte certo coi favori del Palazzo: due ore fa l'allegra coppia Scanzi- Cazzullo faceva notare che il neopremier parlava formalmente al Senato, ma in realtà si rivolgeva al pubblico da casa, marcando il più possibile la propria diversità da "quelli lì" dentro il bunker della Casta. È stato inoltre notato che tale atteggiamento è di fatto analogo a quello del Berlusconi degli inizi e dell'attuale Grillo. Colpisce in effetti che, per far accettare la "Politica" al popolo italico, sembri necessario farla passare per qualcos'altro: ai suoi esordi Silviuccio fu accusato di aver scambiato l'Italia per una delle sue aziende e il Governo per un consiglio di amministrazione; oggi a Matt si rinfaccia di aver parlato come se Palazzo Madama fosse un consiglio comunale e lui il sindaco. Grillo stesso fa politica attraverso i blog. È evidente che la struttura tradizionale delle istituzioni che ci portiamo appresso da 150 anni mostra una certa ruggine, così come il linguaggio e le proposte dei politici, drammaticamente uguali a se stesse e mai in sintonia coi bisogni del Paese: la Politica è diventata materia amorfa che prende forma nell'altro da sé (il partito-azienda, il partito-blog, il Sindaco di governo), la qual cosa potrebbe anche non essere un male se alla fine si addivenisse a risultati concreti e fattivi. Spesso invece si mette un abito nuovo alle immobilità e impotenze di sempre, e il Paese resta al palo.
Vedremo, Matty, dove ci porterai. Mi lascerai tuttavia esprimere un rapido giro di opinioni tutte mie su uno dei cuori pulsanti del tuo peraltro verbosetto discorso d'ingresso nei piani alti del Potere.
Non posso infatti non compiacermi del fatto che tu abbia dedicato il primo macroblocco delle tue riflessioni alla scuola e alla sua importanza per la ripartenza del Paese. Facile l'ironia grillina, essendo tu marito di una precaria sissina. Ma pazienza. Lodo la premessa, e però mi domando, se davvero tieni così tanto alla riqualificazione della scuola, a partire dagli edifici per arrivare a chi ci lavora dentro, perché diavolo hai lasciato il MIUR a Scelta civica, che odia gli insegnanti di default? Spero a questo punto che metterai in giuoco tutto il tuo peso politico per placare i bollenti spiriti montiani in materia di aumento indiscriminato e gratuito dell'orario di servizio dei docenti, e ci penserai MOLTO BENE prima di dare la stura a quell'autentica idiozia che è il liceo quadriennale. Ti teniamo d'occhio, sallo.
C'è però dell'altro, scusami se faccio il professorino, ma tu stesso hai detto che hai da imparare in termini di strategie comunicative. Orbene, chapeau per il bene che ci vuoi, ma tieni presente che il genocidio cui la nostra categoria è stata sottoposta a partire dal 2010 in termini di tagli in organico, campagna di odio, squalifica sociale e umiliazione stipendiale ha avuto il suo centro di irradiazione in una serie di slogan qualunquistici purtroppo drammaticamente in sintonia col sentire di una larga parte dell'opinione pubblica, e che pertanto, sempre purtroppo, così qualunquistici forse non erano. Mi spiego: Gelmini e i suoi ghostwriters hanno attaccato con la menata che il 98% del bilancio del Ministero andava in stipendi al personale, quindi, cara pancia del Paese, era giusto tagliare un po' di posti e dirottare i risparmi altrove, no? Certo, peccato che quei risparmi non si siano mai visti. Ma il problema è a monte: un Ministero non deve certo buttare i soldi dalla finestra, ma nel caso della scuola non si può ragionare in termini meramente aziendalistici, perché la scuola non ha fini di lucro. Il vero "guadagno" che essa produce è il capitale umano degli alunni che saranno in grado domani di essere efficaci ed efficienti lavoratori. Per giungere a ciò, semmai, si può e si deve ottimizzare il lavoro dei docenti, ma tagliare per fare cassa non  serve, peggiora solo la qualità della didattica e impedisce di formare i tipi umani anzidetti. Ma cosa rimase di tutto ciò al pubblico bue? Uh, Gelmini  risparmierà 8 miliardi, vai Gelmini, fagliela pagare, finalmente!
Sì, perché, e passo al punto 2, era da un po' che la pancia del Paese voleva farcela pagare: avendo fissato lo stereotipo dell'insegnante-tipo alla triade meridionale-di sinistra-fannullone fu un attimo per i vincitori del 2008 sventolare la bandiera del salutare bagno di sangue, adesso arrivavano loro e sarebbe finita coi privilegi, le assenze, il giornale letto in classe invece di fare lezione, i voti dati a caso, le cattedre con 15 ore in classe e 3 a disposizione per stare al bar e tutte le altre meraviglie. Si fece di tutta l'erba un fascio, senza mai ammettere che la scuola fosse anche "altro", ovvero professionisti preparati ed abili a trasmettere il sapere,  anche a dispetto di stipendi a dir poco squalificanti, gente che gli ex alunni ricordano sempre con affetto perché sanno di aver ricevuto da loro competenze impagabili che si sono poi applicate nella vita lavorativa, persone che vengono a scuola anche con la febbre, perché il dovere viene prima di tutto. Niente di tutto ciò: un esercito di mangiastipendio a ufo coi tre mesi estivi di vacanze, e insomma bisognerà pure farvela pagare, no?
Ecco, anche in questo caso è chiaro che c'era una parte di verità, nella misura in cui la scuola non ha mai provveduto a fare piazza pulita al suo interno delle mele marce, anche per la fiera opposizione di quegli stessi sindacati che poi hanno calato le braghe di fronte al massacro gelminiano. Ma non si è mai sentito che per i casi di malasanità qualcuno abbia preteso la chiusura degli ospedali o il licenziamento dei medici bravi. Ciò che è invece accaduto per la scuola: tagli orizzontali, che semplicemente colpivano i meno anziani in servizio, senza badare se chi partiva fosse più o meno valido di chi restava. Ma anche il popolo bue godeva nell'assistere al massacro e alle sprezzanti parole di Gelmini che definiva "fossili ideologici di sinistra" i precari disperati che si incatenavano ai cancelli dei provveditorati per protestare contro la disumanità dei tagli.
Ebbene, Matthew, dove voglio arrivare con questa retrospettiva? Al fatto che noi, nei recenti anni, siamo stati vittime di un'ondata di odio generalizzato e ingiusto che non ha distinto i buoni dai cattivi; tu, oggi, esordendo nel tuo speech a favore della riqualificazione della figura dell'insegnante, hai commesso l'errore uguale e contrario, hai cioè parlato dell'Insegnante come categoria astratta, il modo migliore per rinfocolare i truzzoni anti-scuola che intasano i forum del corriere.it vomitando odio e qualunquismi. Non c'è niente di peggio, oggi, che proporre al pubblico bue lo stereotipo dell'insegnante-eroe che ogni giorno si sobbarca la fatica di educare il futuro dell'Italia: la risposta dei truzzoni sarà immediata: "Beh, diciamo 5 mattine a settimana e l'estate a casa!". Mettere il discorso sui termini genericamente zuccherosi del "docente brava gente" accende subito lo sdegno della pancia del Paese, perché sarà subito tutto un frullar di bile "con quel cesso di insegnante di matematica/latino/filosofia che ha avuto mio figlio al liceo!". Se l'errore culturale dei nostri detrattori è quello di ritenerci tutti incapaci posapiano, la tua risposta non può essere "viva la scuola, tutti bravi tutti belli". Tu dici che la scuola deve recuperare fiducia (in sé e dall'esterno), ma non spieghi come mai è stata persa. Il discorso doveva essere: la scuola patisce almeno 50 anni di politiche gestionali discutibili, che non hanno mai premiato i meritevoli e hanno affogato tutto nella melassa ugualitarista, sia a livello di docenza che di valutazione degli alunni; in tal modo la scuola, in luogo di dire a ciascuno cosa sa fare, ha convinto chiunque di saper fare qualunque cosa, non ha saputo eliminare i rami secchi, ha lasciato in cattedra gente stanca e/o incapace che ha impedito agli entusiasti e preparati di dare il meglio di sé, di aggiornarsi adeguatamente, di sviluppare una didattica veramente utile rivolta a studenti che si trovano ciascuno nella scuola che gli compete. Oggi, pertanto, dopo le vendette gelminiane, la situazione non è migliorata in nulla, gli stanchi/incapaci sono sempre lì, la didattica langue negli schemi di 30 anni fa, la professione ha cessato di avere appeal sui giovani e l'odio popolare è a livelli persecutòri. Ci impegniamo, questo dovevi dire, a mettere i capaci e meritevoli in grado di fornire la didattica migliore in corresponsione di uno stipendio onorevole, immetteremo in ruolo più giovani possibile, svecchieremo gli organici anche a costo di violare i sacri dogmi della riforma Fornero, non permetteremo più che si creino graduatorie quindecennali con 140.000 aspiranti al ruolo. La professione insegnante non deve avere nulla di eroico, non deve chiudersi nei quadretti tardo- deamicisiani del professorino col maglioncino liso che insegna il congiuntivo all'alunno extracomunitario nelle ore libere o discetta di latino dentro aule che cadono a pezzi. Dignità, ci vuole, condizioni di lavoro degne di un qualsiasi ufficio di fornitura di servizi: la didattica agli alunni non italofoni deve essere sentita come serio momento di integrazione in un mondo che va globalizzandosi, e deve attuarsi con programmi ampi e strutturati, condotti da gente preparata e ben pagata SOLO per quello, così come l'insegnamento di tutte le altre materie deve essere affidato a dei veri professionisti, gente di cui NESSUNO deve lamentarsi, come si esce soddisfatti da qualsiasi studio professionale. Per dire. Altro che oleografie di una scuola automaticamente e immutabilmente buona in tutti i suoi elementi. Macché, la scuola è malata e va curata con una terapia d'urto. Matt, il tempo è poco e l'esasperazione è molta; abbiamo classi da 33 alunni che rendono IMPOSSIBILE  la didattica; il livello di vita medio di un insegnante è alle soglie della povertà; ma soprattutto, chi non dovrebbe stare in cattedra ci sta ancora. Fai qualcosa, o davvero naufragheremo su noi stessi. Restaura pure gli edifici scolastici, ma rinnova pure gli organici.  Parli di tregua educativa con le famiglie: che non capiti più la scena di genitori che vengono a questionare le insufficienze dei figli, ma perché ciò accada esse devono essere erogate da soggetti troppo ben preparati perché qualcuno si sogni mai di mettere in discussione i suoi voti. Tutto si tiene, Matt. Fai la tua parte. 

(update delle 0.50: 169 voti a favore? Ahi, ahi....)

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