Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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giovedì 8 maggio 2014

Un latte doppio al 5!! (Bocconi- Briatore, the new ecomnomy duo).

Ok. Ok. Ok, non mettiamoci a fare gli snobboni-anime belle perché il geometra Flavio Briatore, al secolo "Quello che ce l'ha fatta con metodi tutti suoi", è stato invitato nientemeno che in Bocconi ad ammannire saggezza imprenditoriale ai futuri imprenditori, dicendo loro in sostanza che di futuro imprenditoriale in Italia ce n'è poco o punto. Ma sì, ma sì, il parvenu che viene intruso nei salotti buoni, l'uomo di scarpe grosse e cervello fino che, privo di una cultura personale superiore alla consultazione delle istruzioni della trombetta sparacoriandoli, è riuscito "a fare su i soldi" come si dice da noi e oggi guarda economicamente da su a giù tutti gli studentoni che dopo la laurea campano di espedienti. E insomma, meno spocchia e più concretezza: Flavione nostro, uomo a noi personalmente antipatico assai, ha detto cose sgradevoli ma vere, e però bisogna capire fino a che punto la presa d'atto di come sta la realtà può rovesciarsi in sterile immobilismo o diventare spinta verso un cambiamento delle cose; perché è chiaro che se i nostri bis-bis-bis-bis-molto bis nonni avessero accettato supinamente lo stato di natura, addio progresso.
In sostanza, Flavio disse che oggi i giovani possono sognarsi gli spazi d'azione che la generazione briatoresca, con qualche leggero chiaroscuro, si è conquistata e ha fatto fruttare. Persino voi bocconiani, avanguardia storica della fighetteria yuppie, ha tuonato Mr. Babbuccia, non potrete, tutti, diventare direttori generali o simili; guai all'autoimprenditorialità, guai a credere alle startup, che sono una splendida fuffa funzionante in un caso su cento, insomma, scendete dal mondo dei sogni e accontentatevi di quello che troverete, che magari non è poi male; i camerieri dei miei locali, per dire, chiudono il mese con 5.000,00 (CINQUEMILA||00)  EURI puliti puliti solo di mance dei clienti e sorridono sempre. Lasciate stare le startup, aprite pizzerie, che se vi va male, almeno avrete mangiato una pizza. Anzi, se avete un'idea, mollate pure l'Università e seguitela prima di avere 85 anni.
Bum. Impetus primus, come direbbe Seneca: "Povero caprone, arrivi tu con la tua logica guadagno ergo sum, quanti ettolitri di disprezzo vuoi non ricevere da noi che, senza neanche farlo apposta, abbiamo strappato il cielo di carta delle marionette di Pirandello?".
PausaPoi, una botta di realtà: sì, è vero, oggi il mercato del lavoro è quella poca cosa che è, far credere a tutti i bocconiani di poter diventare Briatore o dintorni è come assicurare a tutti gli iscritti a Lettere classiche che appena dopo la laurea passeranno di ruolo sul greco.
Certo, lui, il FlaFla, parla dall'alto del suo scranno di self- made man, può orgogliosamente autoproporsi come paradigma di uomo d'affari che, cacciando l'etica sotto i tacchi, ha scalato le vette del potere economico senza grandi studi, ma mangiando pane e sale e scoprendo crudamente come va il mondo. Realismo machiavellico, verrebbe da dire. Chi potrebbe dargli torto?
Eppure.
I commenti dei lettori di Repubblica.it spaziano su tutti i gradi dell'indignazione, a parte alcuni che lodano & incensano Briatore e mi sembrano fin pochi, vista l'aria che tira. Il problema del Verzuolese più famoso del mondo, però, credo sia quello tipico di molti esponenti del ceto economico-finanziario, indipendentemente da come siano giunti alle loro posizioni di prestigio, ovvero elevare la propria esperienza a paradigma unico. Siccome a loro le cose sono andate in un certo modo, il loro modo di essere e agire è l'unico valido. L'idea antica che se uno diventa ricco senza bisogno della cultura, si vede che la cultura non serve. E' il problema che ci tiriamo dietro da anni. Quello per cui anche gente di un certo pregio da me conosciuta direttamente, appena si parla di scuola, subito dichiara che è arrivata dove è arrivata soprattutto grazie all'esperienza e quindi ciao cultura. Sul binomio scuola-cultura già dissimo e qui non ci ripeteremo. E' la questione todos camerieiros o anche todos pizzaiolos propugnata da BriBri che ci lascia perplessi. Vojo di': che idea di futuro per l'Italia può avere uno di neanche 65 anni che spara a zero sulle strartup, parla genericamente di "seguire un'idea" anche se "di Steve jobs ce n'è stato uno solo, quindi non illudetevi", e invita tutti a fare i camerieri e i pizzaioli? Certo, molta gente è partita da lì, quando serviva arrotondare per pagarsi gli studi, ma c'è ben differenza tra chi camerierizza e pizzizza per scelta di vita e chi lo fa per momentanea necessità. Davvero l'Italia non ha altro da offrire? A parte che i 5000 euro di mance li vedono, se li vedono, giusto i camerieri del Billionaire, ma siamo davvero così ridotti male da convincerci che l'unico metro per giudicare la dignità di un mestiere sia il reddito? Nessun animabellismo, sia chiaro, siamo i primi a dire che gli stipendi degli insegnanti fanno schifo (checché ne dicano i Battiferro e cricca berciante) ed è chiaro che un certo reddito consente una certa dignità. Ma la dignità si completa con altro, ovvero con le prospettive che il mestiere e il reddito offrono a chi lavora: una volta che ho incamerato i miei eurini, cosa faccio  della mia vita? E' qui che il machiavellismo briatoresco mi decade: se davvero per lui l'importante sono i 5000 euro, anche a passare una vita a fare il cameriere, se per lui l'Italia non ha altri sbocchi produttivi delle pizze, ciò significa che il suo idealtipo di italiano è uno solo, ovvero il solerte artigiano che vive per guadagnare e nient'altro. O meglio: guadagna solo con la prospettiva di spendere quel che guadagna. Il perfetto modello di cieco consumatore. Meglio questo di chi si impegna, pur non perdendo di vista legittime prospettive avanzamento economico, a coltivare le istanze spirituali o a tridimensionalizzare il proprio rapporto con il mondo approfondendo le conoscenze dei meccanismi della storia, della letteratura o dell'arte. Macché: fate i camerieri, assicuratevi di che campare, e vivete come viene. Al fondo di tutto si sente un gelido nichilismo, l'assenza di un senso ulteriore rispetto al puro istinto di autoconservazione. Solo che, a ragionar così, si condanna un'intera generazione all'immobilismo: il progresso dello spirito, in ispecie quello critico, è sempre stato il presupposto per il progresso materiale e culturale della società. La capacità di astrazione ha fatto concepire, e creare, ciò che prima non c'era; la coltivazione degli ideali ha permesso di impostare feroci e dolorose lotte per i diritti e le libertà che prima sembravano puri miraggi. Ma in un mondo di camerieri? Briatore forse non se ne rende conto, ma il suo comodo disfattismo (comodo perché la massa che non si evolve si seduce meglio con i lustrini del consumismo) riporta indietro l'idea di società a millenni fa, perlomeno ai tempi delle società piramidali egizie o mesopotamiche, nelle quali l'ascesa sociale era pressoché inesistente e le condizioni materiali erano per ciò stesso sentite come dati di fatto e non come prodotto di circostanze contingenti e quindi, in teoria, modificabili (ah, la democrazia ateniese...). Briatore no, non crede a ciò, ma ritiene che il buon reddito, anche a prezzo dell'immobilismo sociale e lavorativo, sia già un traguardo più che soddisfacente. Che esso si connetta ad una vita umanamente sordida e non illuminata dalla cultura (quella vera, non le chiacchiere nozionistiche) è del tutto trascurabile: si spende, si passa di divertimento in divertimento, si consuma e ci si consuma in una serie di giorni sbullonati tra loro, e poi chissà. Ma il Potere, quello pasolinianamente inteso, quello vero, quello che decide delle sorti di migliaia se non milioni di persone, resterà in mano ad altri, a quelli che non si sono accontentati di fare il  cameriere, ma hanno lavorato sodo per entrare nei meccanismi più profondi delle cose. A costoro farà certo più comodo una massa di ebeti compratori che un popolo di vigili critici, pronti a mettere in discussione le loro decisioni e a opporsi alla creazione di feudi o feudini di qualsiasi tipo ed entità: il discorso di Briatore è quindi, come si vede, di una doppiezza e di una insidiosità enormi, poiché, svolto fino in fondo, giunge alla negazione della verticalità dell'esistenza, l'aspirazione alla quale è il guadagno più alto delle società democratiche. Fatto poi da uno che è davvero partito dal niente. O per dirci che, in fondo, salendo dal niente al qualcosa, si impara solo la disonestà dell'arrivista? E che la tanto pretesa verticalità è solo il passaggio dal poter spendere poco allo spendere tanto? Non so. Ma la piattaforma ideologica di fondo non cessa di inquietarmi.

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