Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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mercoledì 16 ottobre 2013

Appello alla civiltà.


C'è in ballo questo terrificante forum sul Corriere online dal 10 ottobre, e il punto di partenza è una sconsolante indagine statistica condotta a livello internazionale, secondo cui i livelli di competenza linguistica e matematica degli italiani tra i 15 e i 65 anni sono tra gli ultimi, o ultimi proprio, in una classifica di 24 Paesi. Il che, evidentemente, mette sul banco degli imputati non solo la scuola attuale, quella cioè che deve gestire i bimbominkia, ma sostanzialmente tutto il sistema scolastico italico dagli anni '50 ad oggi. Da ciò l'ottimo articolista deduce che aumentare i fondi alla scuola è inutile se non la si ripensa radicalmente. Vero, verissimo. Ripensare, cioè magari rivedere quella assurda mannaia di tagli gelminiani che altro non fece che invecchiare di altri 5 anni l'età media del corpo docente italiano, già altissima; ripensare, cioè decidersi una buona volta a buttar fuori dalle classi gli insegnanti decotti, senza metterli sulla strada, ma semplicemente destinandoli ad altra mansione all'interno della scuola, cosa fattibilissima, visto che di attività para-extra-sovra-lateral scolastiche da assegnare a didaskaloi non più (o mai stati) "sul pezzo" ce ne sono. E magari, torniamo ad un numero massimo di alunni per classe che renda decente la didattica e la possibilità di seguire i ragazzi con più pazienza. E magari impariamo a tappare la bocca ai genitori che vengono a colloquio come andassero al banchetto reclami delle agenzie di viaggi; e magari aggiorniamo la didattica senza lasciarci travolgere acriticamente dalle nuove risorse informatiche....e magari.
Potevano leggersi queste proposte da parte di chi ha partecipato al forum collegato all'articolo? Ma per carità... tutti i lettori più assatanati contro noi docenti, attratti dall'odore di sangue che stillava dal predetto articolo, sono usciti dalle tane come branchi di iene e, IN ORARIO DI LAVORO, hanno trovato il tempo di postare, evidentemente dai computer dei loro uffici, commenti al vetriolo sulla fannullonaggine degli insegnanti italiani e sul fallimento della scuola tutta. Al branco si è unito un tizio, evidentemente vittima di burnout, ex docente da un anno in persone, che ha dato ragione su tutta la linea alle tesi dei nostri detrattori. Un tapino, direi, di quelli che, falliti come docenti dopo una vita di didattica al ribasso, vorrebbero trascinare nel calderone la categoria tutta. 
Ma passi. Altre cose, però, sono inaccettabili, e credo sia giunto il momento di fare il punto su un po' di eccessi che dimostrano non tanto che la società italiana e la scuola parlano due linguaggi diversi, e non è cosa di oggi, quanto che il concetto di civiltà che va prendendo piede tra gente che, se legge (per quanto online) il Corriere, dovrebbe appartenere alla cara vecchia borghesia illuminata italiana, è paurosamente disumano. Orbene, se questa è la borghesia, povera Italia.
Sia chiaro che ogni critica costruttiva ad un mondo vario e sbilenco come il nostro è benvenuta. Costruttiva, però. Se invece si leggono i seguenti illuminati placiti:

-  A che serve studiare i Sumeri se poi non si sa una parola d'inglese?
-  A che serve il Greco antico al classico?
-  A che serve il Latino allo scientifico?
-  A che serve saper tradurre dall'Italiano in Latino?
- Lo studio del Latino è frutto della nostalgia (?) di quando eravamo dominatori del mondo.
-  Il Tedesco serve più del Latino.
-  Qual è il contributo del Greco alla formazione complessiva dell'individuo?
-  Si può imparare benissimo da Youtube se l'insegnante è bravo.
- I corsi universitari ad indirizzo umanistico sono frequentati al 99% da fannulloni, chiuderne il 95% significherebbe riportare l'Italia a livello degli altri Paesi civili.
 - Eccetera, eccetera, eccetera, e la cosa evolve anche ora mentre scrivo, e i miei interventi e repliche come Lettore_9362119 vanno avanti;

quando si legge roba simile, dicevo, e ve ne ho risparmiata altrettanta, è chiaro che il problema non risiede più nella struttura della scuola in sé, nei suoi organigrammi, nella didattica, nella valutazione, nei tagli e nei collegi docenti più o meno starnazzanti. Se una società (ok, dieci lettori del Corriere online, comunque significativi testimoni di un certo mood diffuso al riguardo) si ostina a vedere nelle materie umanistiche il freno al progresso, significa che qualcosa si è rotto. Vabbe', è da mo' che la civiltà tecnologico-edonista detta leggi di piacere istantaneo, di felicità artificiale, di sovrano disprezzo per tutto ciò che coinvolge le più remote angosce esistenziali dell'umanità. Si sa, contano l'hic et nunc, il soddisfacimento immediato dei desideri, la vita assoluta e irripetibilmente ricca di occasioni da gustare senza sovrastrutture psicologiche o remore etiche. Consumo ergo sum, guai a restare indietro rispetto alle novità del mercato, ok, ha già detto tutto Bauman. Perché buttare via tempo a pensare al tempo che passa quando si può godere del presente?
Bene, azzeriamo tutto. Sui problemi della scuola ho già replicato lungo tutto questo anno di vita del blog, e quindi gangna. È forse il momento di volare un pochino più alto, anche a costo di fare la figura dell'anima bella. 

Voi che disprezzate non solo e non tanto la scuola in sé, ma in special modo alcuni settori didattici, che a vostro giudizio sono improduttivi, tenete bene a mente ciò: la letteratura e gli studi umanistici in genere non sono una sovrastruttura inventata da pochi cervelloni saccentoni per far vedere che erano più bravi degli altri; la letteratura, come tutte le arti, nasce dalla vita, è un racconto dell'umanità a se stessa, è nient'altro che la resa istituzionale e artisticamente elevata  di ciò che l'uomo fa da quando fu costretto ad assumere la stazione eretta per vedere al di là dell'erba altissima delle praterie africane al tempo che fu: comunicare. Se per un certo tempo fare "letteratura" significava semplicemente avvisare del leone in arrivo o contare i sacchi di grano che dai campi giungevano al tempio, ci è voluto poco ad approdare a ben altri usi della comunicazione. Quando l'uomo è uscito dallo stato di semplice sopravvivenza e ha scoperto i sentimenti, le angosce, le paure, la forza propulsiva del Bello, quando ha affidato a ragionamenti astratti la ricerca di un principio che spiegasse le cose, la loro origine, il loro senso, quando ha cominciato a chiedere conto alle forze cosmiche del perché del dolore e della morte, quando ha cercato al di là del mondo sensibile, o quando ha voluto trovare la chiave di esso al suo stesso interno: in tutti questi casi l'uomo non ha perso tempo, semmai ha dato fiato a tutte le risorse della sua coscienza, ovvero all'elemento biologico che unico ci eleva rispetto alle altre creature. E la letteratura si è fatta strumento esplicativo di tutto ciò. Oggi, in un mondo che predilige l'agire piuttosto che il pensare, oggi che l'unica forma di riflessione degna pare solo quella finalizzata al saper far funzionare qualcosa, le grandi questioni di senso sono messe all'angolo. Per forza: se l'umanità tutta si fermasse per un momento a riflettere sull'abisso di mistero che ondeggia appena al di sotto delle nostre luccicanti o miserrime esistenze, tutto si bloccherebbe. Ma così non dev'essere, dobbiamo sorridere alla vita senza più lasciarci infastidire da sentimenti troppo complessi che sbalestrino la nostra mente al di fuori del piccolo accumularsi di giorni dietro ai giorni, dei piccoli amori, delle piccole avventure, dell'egoismo consumista, delle ideologie a basso costo, del chiacchiericcio pseudo-filosofico che procaccia ricettine per una sopravvivenza minima. L'umanesimo che è espresso dalla letteratura [in senso lato, non dico Poliziano & C.] è altrove: esso sta nel lasciar scivolare l'animo sulla linea del tempo, così da sentirsi prodotto di un tutto che ci precede ed elementi di un tutto che verrà dopo di noi; esso non chiude gli occhi di fronte alle domande estreme sull'eternità e sulla morte; esso non conclude che tanto non c'è una risposta, quindi tanto vale godersi la vita più che si può; esso cerca la bellezza, anche quella che non acquieta lo spirito, ma lo provoca. E alla fine dell'umanesimo, sono forse più le domande delle certezze: ma perlomeno l'umanesimo non mente, non ci illude di essere invincibili, non riduce tutto alla scimmiesca spirale produzione-consumo, non rinnega il mondo e le sue seduzioni, ma non ne fa un elemento assoluto. Ecco perché è scomodo: esso si ostina a subordinare i mezzi ai fini, le cose alle persone, l'essenza singola alla relazione dialettica. E l'umanesimo passa anche per studi apparentemente assurdi nell'anno del Signore 2013, i vituperati Greco e Latino. Detto che evidentemente le letterature di queste due lingue sono godibilissime anche in traduzione, accedere direttamente ad esse in lingua originale, costringere la mente ad un esercizio di uscita da sé e di ingresso in un mondo "altro", ma meravigliosamente "nostro", non è fatica sprecata, solo che si capisca che il fine di tutto non è azzeccare i participi congiunti o le perifrastiche passive, il fine vero è giungere alle radici stesse della nostra civiltà, per abbeverarci direttamente alla fonte da cui sono scaturite tutti quei quesiti, quelle riflessioni, quegli splendori concettuali ed estetici che ancora oggi tengono in piedi il nostro essere uomini e non bestie. La domanda: "A cosa servono le lingue classiche?" ha pertanto la sua risposta al di fuori di esse: si tratta di un patto con la nostra essenza più profonda, nella disposizione a concedere tempo (non poco, ne prendo atto) a qualcosa che sul momento non darà alcun frutto, ma che dopo attenta fermentazione ci aprirà le porte della Comprensione, dicasi del con-prendere, dicasi del fare nostro tutto ciò che ci circonda secondo una visuale critica che non accetta compromessi al ribasso o mitologie da supermercato, ma tende all'essenza dialettica dei problemi. È pertanto un falso dilemma quello "latino sì- latino no", o più alla larga "facoltà umanistiche sì, facoltà umanistiche no", poiché non è questa la domanda da porsi, ma l'altra: "Vuoi essere uomo o cos'altro?". È chiaro che chi rifiuta questa scommessa, non tanto perché non vuole o non può dedicarvisi (posizione legittima), ma perché ritiene che nessuno dovrebbe farlo, a cascata svaluta anche roba come le lingue classiche, ma evidentemente quest'ultimo è solo il sintomo di una distorsione più a monte e più grave; non si tratta di iscriversi tutti a Lettere, ma chi ha altre vocazioni deve riconoscere che chi studia e promuove l'umanesimo non spreca nulla, né si fa parassita di alcunché, semmai tiene viva la luce dell'intelletto, anche a vantaggio di chi fa altro, e così ci ricorda che solo riflettendo in modo dinamico su noi stessi  e sul senso del nostro agire possiamo evitare il regresso alla vita giorno per giorno che caratterizzava i nostri antenati Australopitechi, sviluppando indipendenza critica e sete di assoluto. E risparmiatevi frasi del tipo: "Con la gente che muore nel mondo tu stai a difendere Callimaco e Ovidio". Non crediate che per sanare le sofferenze dell'umanità più disgraziata bastino cibo e connessioni wifi: se pensate così, per voi i poveri bambini del centro Africa sono solo scimmiette denutrite da trasformare in scimmie sazie; non esiste progresso se oltre i bisogni materiali non si nutrono anche quelli spirituali, né i primi possono sostituire, o saturare, i secondi: siamo immersi in una società che fa del bisogno continuo di quel che non si ha il motore della vita e dell'economia, ovvero eleva l'insoddisfazione a parametro unico dell'esistenza. Ebbene, non ci sarà mai la totale soddisfazione dei bisogni, poiché questa coinciderebbe con la fine della spirale produzione-consumo; ma anche l'individuo materialmente più soddisfatto non sarà mai giunto ad asciugare per via di cose la sete dello spirito, poiché nessuna materia potrà mai rispondere al senso intimo che ciascuno di noi ha del fluire del tutto, e dello sbocciare misterioso dei nostri interrogativi, del nostro bisogno di corresponsione, dei legami arcani che uniscono, o separano, le persone tra la gioia, l'odio, il perdono, il rancore, la fiducia, la paura e il sollievo, la speranza e l'oblio. Tutto ciò sfuggirà sempre al dominio della materia e delle logiche tecnico-utilitaristiche. Tutti noi abbiamo il nostro smartphone, ma allo stesso modo in ciascuno di noi palpita, più o meno zittita, la coscienza del trascorrere delle nostre forze secondo una necessità che ci domina e ci lascia giusto la libertà di agire secondo un tempo capriccioso e ristretto. E l'umanesimo ci offre tutti i mezzi per vivere senza esserne schiavi. Miei cari esseri viventi immersi nell'Oggi (vergine, vivace e bello che possa essere), permetteteci di continuare a fare e studiare letteratura, non perché noi si voglia campare di aria fritta mentre voi vi sporcate le mani con la vita vera, ma perché noi e voi abbiamo lo stesso dovere: rendere l'umanità migliore. Ciascuno coi suoi mezzi e le sue eccellenze. Per un Fine che non divori se stesso. 

E così mi taccio. 

1 commento:

  1. In momenti di malinconia, mi è venuto il dubbio che la più gran disgrazia che affligga l'umanità sia il pensiero. A giudicare dai campioni d'umanità di cui sopra, direi che, invece, sia proprio il contrario. ;)

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