Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!

lunedì 30 marzo 2020

Le lezioni perpetue.

Da qualche giorno, in corrispondenza con l’aggravarsi del picco dei contagi e del numero dei decessi per/con/da Coronavirus, compaiono sui social e un po’ ovunque sul web riflessioni sul fatto che questa epidemia, indipendentemente dalla sua durata, costituisce uno spartiacque tra un certo modo di vedere la vita che avevamo prima e un altro, caratterizzato in sostanza dalla coscienza più solida della nostra fragilità, del bisogno di ricalibrare il nostro rapporto con la natura ecc. ecc.
Tutto ineccepibile. Si attendono evidentemente repliche da parte di coloro che prima dello scoppio della catastrofe si sentivano invincibili padroni del mondo e adesso probabilmente accuseranno di qualunquismo esistenzialista “da perdenti” gli estensori delle riflessioni di cui sopra. Potranno allora contro-intervenire gli umanisti da trincea (a cui ci iscriviamo con convinzione) i quali a loro volta, finiti i richiami alla peste manzoniana, ribatteranno che quanto accade oggi non fa altro che riportare a galla riflessioni sulla problematicità della nostra condizione che possiamo far partire da quando esiste la letteratura (le stirpi umane paragonate a foglie sugli alberi, l’uomo definito “sogno di un’ombra” oppure creatura “terribile” o “mirabile”, ma sempre stupefacente è – e rimaniamo in Grecia antica – per arrivare via via a Leopardi, Montale ecc. ecc.).
Ecco. Immaginiamo che un ex- invincibile, esasperato dalla situazione in corso e dalle citazioni dotte, esploda definitivamente e accusi noi di essere Anime Belle Delle Materie Umanistiche (d’ora in avanti ABDMU). Succederà. Quindi facciamo come una volta, anticipiamo la tesi avversaria e confutiamola.
Diranno che siamo i soliti intellettuali da salotto che pontificano al sicuro sui loro divanetti senza mettere il naso fuori di casa; che non conosciamo la sofferenza vera, ma solo quella su carta; addirittura (perché in situazioni fuori da ogni schema come queste bisogna immaginarle tutte) diranno che non aspettavamo l’ora di goderci lo spettacolo dell’avverarsi di tutte le nostre nefaste profezie, noi, che la società industriale e la cultura di massa hanno messo all’angolo, liberi di provare quell’acre soddisfazione di gridare in faccia al mondo che avevamo ragione, cioè che l’uomo è nulla di fronte al Tutto; il che, oltre a farci passare per miserabili rancorosi, darebbe corpo ad un equivoco culturale enorme: le idee, le riflessioni, gli spunti critici sullo stato dell’umanità elaborati dalle ABDMU funzionerebbero solo in caso di calamità pandemica. Detto in altro modo: aspettate che la Modernità e il Progresso mettano il guinzaglio anche alle epidemie virali e tornerete a cuccia come prima.
È qui che bisogna intervenire, non solo per correggere l’errore, ma anche per evitare che si riproponga un domani.
Le ansie, le paure, il senso di fragilità che si stanno diffondendo capillarmente nell’opinione pubblica, tutti fenomeni ai quali il pensiero umanistico casomai fornisce sollievo invece che essere sale sulla ferita come i nostri detrattori credono, non sono stati “inventati” dal Coronavirus. Sono condizioni permanenti connaturate col nostro essere più profondo. Semplicemente, in situazioni di vita ordinarie si tende a rimuoverle dal livello più immediato della coscienza e a relegarle là dove non possono nuocere, in modo da poter vivere nel quotidiano con relativa serenità e dedicarci al qui ed ora.
Siamo sinceri: non serviva il Coronavirus per ricordarsi che il nostro passaggio su questa terra è un lampo nel buio; che i corpi da sogno esaltati da certa propaganda salutista sono una cosa, mentre l’ammasso delle cellule che ci costituiscono, soggette a mutazioni incontrollabili e spesso indifese contro affarini privi di DNA, è un’altra; che non esiste un Destino, o come lo si voglia chiamare, programmabile dalla A alla Z come un’agenda di lavoro.
Cose che sapevamo già. Cose su cui le ABDMU hanno sempre riflettuto. Oggi queste cose sono semplicemente “riemerse” dalla zona analgesica in erano state collocate, complice anche certa cultura presentista ed edonista che domina dalle nostre parti da un po’.
Pertanto, quello di cui noi ABDMU parliamo oggi è identico a quel che dicevamo ieri, solo che oggi c’è un virus palese – e odioso, lui sì- che fa sembrare non solo nuove, ma valide solo per questo periodo le nostre riflessioni. Sia quindi chiaro questo: non è il Coronavirus che OGGI ci fa scoprire la nostra fragilità, ecc. ecc., come se non fossimo fragili ieri e non lo saremo domani finito tutto. Semmai oggi quel senso di precarietà e incertezza di fronte al mistero dell’esistenza che è con noi SEMPRE, ha ri-guadagnato un rilievo che lo fa sembrare nuovo, quando nuovo non è.
A questo punto, però, non si commetta l’errore di ritenere errato o addirittura patologico provare queste ansie che in tempi ordinari vengono rimosse: la vera patologia è proprio l’atto della loro rimozione, dal quale nascono tutte le forme di egoistica arroganza, di sopraffazione concorrenziale, di incomprensione dei sentimenti dell’altro che caratterizzano anche giornate “sane”. Sono tutte forme di compensazione del vuoto ansioso che non si vuol vedere. Condizioni dell’esistenza che le ABDMU indagano e su cui invitano a riflettere proprio come terapia quotidiana, senza bisogno di aspettare una pandemia: curarsi un po’ ogni giorno (dove per cura può intendersi anche solo la presa di coscienza della totalità problematica della nostra condizione) potrebbe così sortire il duplice effetto di addolcire le inquietudini in situazioni ordinarie e non venirne travolti in situazioni straordinarie
E’ per questo che nel nostro piccolo, a scadenza rigorosamente irregolare, pubblicheremo e commenteremo brevi citazioni di uno che di malattie quotidiane dell’anima se ne intendeva assai (sì, tutto ‘sto giro per arrivare a Seneca…). Prima che ci accusiate di spocchia, vi preveniamo ancora: intitoleremo questo “ciclo” di post S3 (Spocchia’s Seneca School). Ciascuno offre le cure che può: visto che l’unica medicina di cui sappiamo qualcosa è quella Pneumatica, la useremo a modo nostro. Ossequi.

venerdì 7 febbraio 2020

Sanremo 70 (#2): il baratro quantistico

Dunque, premesso che

  • giocare ai piccoli statistici facendosi belli del 53% di share "inferiore solo a quello dell'edizione 1995" non conta per Sanremo: si tratta di una liturgia laica e lì valgono solo i valori assoluti, e i valori assoluti sono 9 milioni ieri sera e 18 milioni nella stessa sera di 25 anni fa. Stop;
  • il look dei Ricchi e Poveri era un pugno nella retina; mai visti colori abbinati peggio;
  • Angela Brambati aveva gli occhi spaventosamente iniettati di sangue;
  • le labbra di Marina Occhiena si muovono indipendentemente dalla volontà della padrona;
  • non c'era bisogno di questa reunion in playback
  • Massimo Ranieri e Iron-T mi facevano tanto festa nonno-nipote,
singolare il fatto che lo stesso conduttore in grado di far venire giù mezza Italia di polemiche per fotomodelle che fanno passi indietro sia lo stesso che fa fare passi avanti in TV ad una che non ha altro merito tranne quello di essere, diciamo, assieme a CR7. Perché sotto sotto il messaggio sembra sempre quello: brave, intelligenti, preparate, quello che volete, ma se siete sul palco è merito di qualcosa d'altro. Infatti le magnifiche 7 manco le hanno fatte cantare, rimandando tutto all'Evento di settembre. Ma non lì.



La voluttà distruttrice che sembra alla base dello screenplay di questa edizione si dispiega in una serie di cover AGGHIACCIANTI, tutte riletture ritmico-melodiche in grado di ammazzare il fascino dell'originale, segno evidente che, proprio nel 70esimo della ricca manifestazione, l'intento è quello di fare piazza pulita del passato.  Dimenticate le passate glorie, ci stanno dicendo: prendiamo gente giovane che canta da vecchia canzoni che hanno fatto la storia del Festivàl e del costume e facciamo in modo che sembrino tutt'altro. Svuotiamole di tutto, facciamole sembrare buttate lì per caso, sganciate dalle atmosfere storico-esistenziali in cui furono concepite. Abbiniamo cantanti improbabili con testi e musiche del tutto inadatte a ciascuno e vediamo come viene.



Ebbene sì: un Festivàl volutamente random. Per dirci che non abbiamo più un orizzonte. Forse è il segno della nostra entrata definitiva nella Terza Repubblica. I Sanremi primorepubblicani (1951-1993) riproducevano ciò che il Paese voleva vedere; quelli secondorepubblicani (1994-2017) hanno cominciato a vedersi erodere il ruolo di santuario della musica dalla concorrenza prima di MTV, poi di internet poi dei talent show e tuttavia hanno provato a replicare. Con un prezzo: quando le edizioni facevano il boom, era più merito dei conduttori che delle canzoni (cfr. le edizioni 1995, 1999, 2000, 2005, 2013, 2016); adesso vediamo uno show che esibisce in ogni momento la consapevolezza della propria inutilità. Sembra davvero di vedere la vecchia signora descritta da Pirandello ne L'umorismo: truccata come un pagliaccio, forse desiderosa di mentire a se stessa sull'età per tenersi stretto il giovane amante, suscita prima un avvertimento, poi un sentimento del contrario e, più che ridere, mette tristezza. Ecco: Sanremo è uno show inzeppato di ggiovani, ma va in onda in un Paese che sta invecchiando paurosamente. Non si capisce a cosa serva, insomma.



Tutto annacquato, come il Cantico dei Cantici in bocca a Benigni, trasformato in una specie di Imagine di John Lennon di 2400 anni fa (d'altronde per Benigni Paolo e Francesca sono come Romeo e Giulietta). Arriva lui con la versione hard del testo biblico. Come no. Praticamente come trasmettere la sigla di Baywatch in un ospizio.
Del resto l'abbiamo visto anche con l'ultima, tragica trilogia di Star Wars: tre episodi che non hanno fatto che ricicciare tutto quello che si era già visto, con il risultato che i "vecchi" fan hanno avuto un travaso di bile ogni cinque inquadrature perché si vedevano macchiati i ricordi di gioventù, mentre i "nuovi" hanno assistito ad una specie di videogiochino sciapo senza particolari meriti in rapporto al bombastico battage che ha preceduto ogni release.



E' un po' quello che succede dentro ai protoni: un quark può tentare di allontanarsi dagli altri, ma appena ci prova entra in scena l'interazione forte che, come un guinzaglio, lo riporta alla base. L'odierno Sanremo, come tanti prodotti pop emanati dal sistema post-moderno, prova a spingere, ma è vincolato a tornare dove tutto iniziò. L'interazione forte del pop è la ricerca del riassicurante ripetersi dell'identico. Il problema è che, al momento, non si capisce più a chi sia destinata questa ripetizione. Il quark non ha bisogno di chiedersi cosa e perché lo agguinzagli ai suoi colleghi. Noi, simpatici esseri costituiti da 5.9 x 10^28GeV, vogliamo invece che il pop si sguinzagli. A meno che non sia arrivato al suo limite naturale e sia costretto a replicarsi senza sbocco. Come a Sanremo70.

mercoledì 5 febbraio 2020

Sanremo 70. Versione biblica.

Premesso che:

  • non ho visto la prima serata perché impegnato in gradevole cenetta;
  • la conferenza di presentazione, al netto di quel ridicolo "passo indietro" evocato dal dott. Sebastiani, era già da latte alle ginocchia in quell'inutile profluvio di "bella, bella, bellissima", detto di ognuna delle co-conduttrici (dico io, sai bene cosa ti chiederanno i giornalisti, inventati due righe per ciascuna no?);
  • quando il predetto Sebastiani alloquisce con ugola tonante, mi ricorda troppo il compianto Vittorio Salvetti
  • l'assolo della Jebreal ha fatto il suo;
  • Riki Markuzzoh ha steccato;
  • Tiziano Ferro ha buttato cuore e vari organi interni nell'eseguire la canzone di Mia Martini, e si vede (e si sente) quanta sofferenza sua personale c'era nel poter gridare quell'almeno tu di fronte all'Ariston tutto, ma Almeno tu nell'universo è e sarà solo di Mimì, con buona pace di Elisa & tutti quelli che l'hanno coverizzata;
ebbene, detto ciò, il profilo sanremico del septuagesimo pare già delinearsi come un curioso finto-salto-in-avanti che in realtà occhieggia al glorioso passato RAI, pur nell'abile rimescolamento dei contenuti.


Detto più casarecciamente, non sfugge a nessuno che, fin qui, Amadeus sta funzionando più o meno come un vigile che smista il traffico, ma il palco è tutto dei co-conduttori (Fiorello, il già citato Iron-T, la Rula ecc. ecc. ecc.)(anche di quelli non ingaggiabili: "Se Fabrizio Frizzi fosse ancora qui, il Festival di Sanremo quest'anno l'avrebbe condotto lui"... ah lo sai...)(a prescindere dal look friccicarello di Achille Lauro ecc. ecc.. ecc.): obiettivamente, questo Sanremo Ventiventi è una poli-conduzione che alterna più protagonisti a guidare la carovana, mescolando musica, momenti super-comici, momenti super- patetici, insomma di fatto mai come quest'anno il Festivàl è uno spettacolo di varietà con le sfumature più cangianti (basti pensare che la categoria Big stasera non è ancora entrata in gara, e siamo, al momento in cui dottamente scrivo, alle ore 21.43). Non esiste una sola "trama" della serata (le canzoni, le giurie, i look delle cantanti), ma tanti fili che si succedono nella totale diluizione del conduttore che, dalle vette baudesche in cui lo spettacolo era cucito addosso al suo auriga, ora si limita a "subire" la presenza dei co-conduttori che si è scelto lui stesso. 


Rimane il fatto che in Riviera stiamo assistendo a qualcosa di vecchio e nuovo allo stesso tempo: il varietà "tutto di tutto" non può non ricordare i vecchi Fantastico degli '80 (vedere qui, e poi qui, ma pure qui)(non con conduttori così diluiti però)(e Fiorello, tra il droghismo e il plastichismo, rischia di essere the new Grillo di quella volta là); la novità è che la musica è pressoché assente, o meglio c'è ma passa via. Non solo perché i big entrano in scena all'ora in cui la brava gente molla tutto e apre Netflix, ma anche perché sotto sotto tutti sanno che il Festivàl è ormai da una buona decina d'anni niente più che una Champions League dei vincitori dei talent show, con qualche imbucato (o qualche mummia)(o qualche Junior Cally giusto perché se ne parli) così per fingere che tutto sia come una volta (questa una volta)(pardon, intendevo questa). Sanremo è cioè ormai un evento secondario, che esiste perché esistono altri programmi che gli forniscono materiale: una volta passare da Sanremo era una tappa obbligata per chi voleva fare il pieno di vendite grazie alla vetrina nazionalpopolare da 15-20 milioni di spettatori. Oggi si può al limite passare anche da Sanremo, ma senza quell'idea di liturgia laica di un tempo: gli spettatori medi per serata sono "solo" 10 milioni (ricordate questi qui? Con loro l'ascolto medio di quel mercoledì di febbraio del 1995 raggiunse i 18), una parte dei quali seguono lo spettacolo solo per commentare sui social, un'altra orecchieggia distrattamente i pezzi per decidere cosa risentire nel caso su Youtube, un'altra ancora mette su Rai1 giusto per avere un sottofondo mentre naviga su Instagram; e così avanti. Morale, gli intenzionati ad acquistare il CD di uno di questi quanti sono? Cioè, per chi veramente si allestisce il carrozzone sanremico? Per quei quattro aficionados stretti nelle ormai striminzite transenne davanti all'Ariston?  




Ecco perché in casa Rai hanno deciso di ibridare Sanremo con i varietà del tempo che fu. E quindi anche gli artisti in gara escono il meno possibile dal seminato, perché sanno che è già difficile tenersi stretti i fan attuali, figurarsi se conviene cercarsene di nuovi con qualche scelta avventurosa. Si dirà che questa è la solita critica di immobilismo che si muove al Festivàl da almeno 50 anni. Il fatto è che una volta il Festivàl era sempre uguale, ma pur sempre baricentrico. Oggi è simile a quei pranzi di Natale dove si va giusto perché ci mancherebbe altro, ma a parte qualche parente con cui magari si fanno due risate per poi non rivedersi nei prossimi 12 mesi ("ma come sei simpatico, dai non facciamo passare un altro anno, eh....??"), il pensiero è sempre a quando si partirà con la cumpa per il Capodanno in chalet ("Lì sì che ci si diverte..."). 

martedì 26 novembre 2019

Pietro Ichino sulla Brexit: cronaca di un rigore a porta vuota (per noi).

Interessante disamina su alcuni aspetti non collaterali dell'ormai stracca Brexit ci viene elargita in un articolo a quattro mani (due delle quali appartenenti al giuslavorista- ex sindacalista- scrittore e opinionista Pietro Ichino) pubblicato sul glorioso megafono della buona borghesia italica con sede in via Solferino a Milano. 
Dicono Ichino e il suo attaché che uno dei lati di gran lunga più deprimenti della Brexit è il drammatico impoverimento del discorso politico e civile che l'evento ha snudato in Angliaterra. Stupisce, capiamo dalle righe ichiniane, che la patria del Parlamento lungo e corto, gente che ha decapitato i suoi sovrani con un secolo e mezzo di anticipo su Lady Oscar, gente che ha la politica attiva e passiva nelle vene da tempi remoti, in anni in cui i nostri scrittori dovevano rifare tre volte un romanzo per riuscire a farsi capire da tutti gli alfabetizzati della penisola (cioè da pochi), stupisce insomma che PERSINO in Inghilterra un argomento non proprio semplice come la Brexit sia presente nel dibattito pubblico soprattutto in una serie di slogan fritti e rifritti (leave the EU, take back control!, deliver a clean Brexit, out means out!), e che di fatto quasi nessuno dei sudditi dell'Eterna sia in grado di sostenere un'argomentazione minimamente articolata pro o contro l'uscita.


L'Eterna

Tutto si riduce a qualche tweet, come da noi. Ma noi, si sa, siamo les Italiens, i perenni immaturi della politica; sono quasi trent'anni, ci sentiamo dire da mezza Europa, che abbiamo affidato le chiavi del vapore ad una serie impressionante di imbonitori mediaticamente efficaci, ma incapaci di cambiare davvero le sorti del Paese, ecc. ecc. Adesso salta fuori che gli inglesi sono messi, se non peggio, perlomeno come noi.
Ovvove.
Noi, si sa, siamo abituati a veder polarizzare piattamente l'opinione pubblica su qualsiasi cosa, che si sia pro o contro la Juventus, i sacchetti di plastica maggiorati di prezzo al supermercato, Berlusconi, Milly Carlucci a Ballando con le stelle, la fecondazione assistita, il sovranismo, la cipolla nell'amatriciana, e si sa che da non meno di trent'anni il grosso dei nostri giornali e tivvù ama soffiare sul fuoco della polemica di pancia per agitare le acque, senza mai proporre un vero sforzo di sintesi tra gli opposti opponenti. Noi, di fatto, abbiamo ormai la vista talmente annebbiata dal diluvio di bias cognitivi inoculatoci dal sistema informativo e (cough cough) culturale che ci pare quasi strano che la nazione modello di ogni libertà costituzionale (gente che ha la BBC che ringhia ai polpacci del potere, noi abbiamo emittenti pubbliche e private inzerbinite di default) ci sia d'un colpo diventata così simile. Dice Ichino che i media inglesi, salvi rari casi preferiscono la drammatizzazione all’informazione, cosicché il Paese di Beckham è piombato in un’interminabile lotta tra Montecchi e Capuleti. Ovvove.
La disamina rotola quindi prevedibilmente sulla mesta osservazione che quanto accade di là dalla Manica ci dovrebbe servire da lezione al di qua, perché da più di due anni ci tocca sorbirci i giri di valzer di un leader acchiappa-sondaggi (ho il vago sospetto che parli di Salvini) che dice sempre una cosa e il suo contrario e nessuno gliene chiede conto. Del resto l'opinione pubblica ormai a tutte le latitudini guarda ai lati frivoli della vita dei leader, senza badare al succo delle loro proposte. Elementi, questi, che danno il passo della crisi della democrazia tradizionale.




Osservazioni, nella loro sostanza, che non aggiungono nulla rispetto alle pensose riflessioni sulla deriva della politica terrestre che sentiamo fare da un po'. E' in effetti un altro il momento della disamina ichiniana che ci ha fatto sorridere amaramente: dice l'esimio giuslavorista che per affrontare questioni complesse come la Brexit è necessaria altrettanta complessità: Occorre confutare costantemente le soluzioni semplici proposte dalla parte avversa, affrontando la fatica di comunicare la complessità a un’opinione pubblica distratta, il che si ottiene quando si hanno media veramente indipendenti e soprattutto un’opinione pubblica in qualche modo interessata a fare le pulci ai politici sulle cose che contano, non sui pettegolezzi da bar o da spiaggia.

Ecco. 

Caro Ichino, tutto vero tutto bello, ma possiamo chiederci da dove arrivi questa (apparentemente) improvvisa botta di superficialità degli inglesi? Peggio ancora: a partire da quando quelli là hanno disimparato a ragionare complesso? Si potrebbe fare il battutone e dire: "A partire da Guglielmo da Occam", ma la cosa è ben più seria. Quello che vediamo avvenire oggi oltremanica non è che l'ennesima coda di quel processo di rimbecillimento collettivo in atto da decenni, uno dei cui cardini è - indovina un po', Pietro? - la costante procedura di disavvezzamento al pensiero complesso (ovvero astratto) in nome di altre scale di valori cognitivi e pratici. 




Suvvia, Pietro, sai bene, e lo sai da quando noi eravamo ancora impegnati ad imitare il tiro ad effetto di Oliver Hutton, che è da non meno di 40 anni che un certo sistema mediatico-ideologico demonizza una certa regione del vasto mare degli studi possibili e- indovina un po'? - la regione incriminata è quella degli studi umanistici. Figurarsi se in un mondo dominato dalla tecnologia potrebbe ancora avere senso perdere tempo sui classici del pensiero, peggio ancora se letti nelle loro noiosissime e magari morte lingue originali (latino e greco brrrrrrrrrrrrrrrrr); macché: riduciamo tutto alla didattica del fare, diceva gente ostile bipartisan a quel mostro chiamato 'tradizione occidentale', fatto di assurde chiacchiere filosofiche, poemi lunghi o brevi che altro non sono che piagnistei di innamorati friendzonati o sciocche esaltazioni di valori defunti. Abbattiamo tutto, dicevano, svecchiamo la didattica, adeguiamola ai tempi.





Bene: adesso che anche Ichino se n'è accorto, vogliamo dire una buona volta che adeguare i contenuti della didattica a questi tempi significa fare l'esatto contrario di ciò a cui la scuola è chiamata? Inseguire la rivoluzione digitale digitalizzando i contenuti e trasformando tutto in piattaformina, ricerchina, dibattitino, rigettando i ragionamenti alti, gli studi pesanti, la fatica del costruire giorno per giorno un grande edificio di conoscenze, unico vero presupposto per lo sviluppo delle competenze, porta esattamente lì dove sta portando oggi gli inglesi: di fronte ad un caso pratico complesso, l'incapacità di ragionare complessamente in astratto, drammaticamente sostituita dai compitini empirici legati ad un unico risultato concreto, rende del tutto inermi. Non esiste abilità pratica complessa sganciata dall'abilità ragionativa altrettanto complessa. Conoscere a menadito le regole del testo argomentativo o del debate, e magari saper ammannire un prodotto in  power point  senza avere argomenti da inserire nell'argomentazione (o contenuti da inserire nel prodotto), è pura assurdità: io posso sostenere la mia tesi, e confutare quella altrui, io posso convincere gli altri della bontà del mio prodotto solo se la mia tesi o il mio prodotto sono frutto di conoscenze ampie e articolate che so rapportare in modo solido e approfondito. Usiamo la tecnologia e avvaliamoci delle nuove didattiche purché queste non ci costringano volare basso, appiattiti sul concreto, sullo spendibile, sull'immediato. Tutto si può concretizzare, spendere, immediatizzare, purché abbia fondamenti solidi e non si pretenda che i contenuti delle discipline umanistiche siano ridotti a pilloline effervescenti da sciogliere alla bisogna.   
Non siamo più noi a chiedere questo: è il dramma dell'istupidimento collettivo a obbligarci a rimettere la barra a dritta (e un po' anche a te, Pietro caro, che nello stesso blog ospiti questo e allo stesso tempo quest'altro). Chi non vede ciò, e continua a ciarlare di scuola fuori dal tempo senza mai averci messo piede, poi non si lamenti se la gente ragiona per pacchetti di frasi fatte e vota in base a quello che legge su Twitter.

domenica 24 novembre 2019

Visti per voi: "Miserere", quando trionfa la privativa del dolore.

Eravamo a Trieste senza bora, con un tramezzino sullo stomaco a cena (e sarde in saor + frittura mista FRESCA a pranzo), gli occhi pieni degli splendori di palazzo Sartorio e Museo Revoltella (ANDATECI!!!): restava da digerire il tramezzino. E a Trieste, scoprimmo, ci sono qualcosa come QUATTRO cinema in circa 250 metri. Città sublime.
Fatta la rapida cernita, decidemmo ovviamente di farci del male scegliendo il cinema monosala intitolato a Federico Fellini, dichiaratamente cinema d'essai. E come ci insegna il Maestro, tra l'essai e l'assai il salto è breve, quindi ci sedemmo assai speranzosi in sala (comodissime poltrone peraltro, appena nei cinema di Brescia mi mangio le ginocchia tutte le volte...), pronti ad assistere ad una cosa dal titolo promettente: Miserere. Non ho capito per che motivo, ero convintissimo che si trattasse di un filmone francese à la manière de Samuel Benchetrit (tipo questo... brrrr), a ciò indotto dalla faccia da dottor Morte del protagonista stampata sul manifesto.



Invece era molto di più, molto meglio e molto peggio.
Molto di più, perché il tasso di sfigaggine dei personaggi del film di Benchetrit è qui tutto riunito nell'unico, titanico protagonista, un uomo capace di far intristire un charter intero di Patch Adams con un solo sguardo.
Molto meglio perché, rispetto alla trama squagliarola del film francese di cui sopra, qui la storia procede serrata, gelida, angosciante, fino al botto finale.
Molto peggio, perché la storia dell'anonimo protagonista (NESSUNO dei personaggi della pellicola ha un nome proprio, il che la dice lunga) uccide discretamente la fiducia nel genere umano.
Ma tant'è.
Siamo in Grecia, e siccome il film è d'essai ci godiamo la versione in lingua ORIGINALE NEOGRECA con sottotitoli, apprezzando la cadenza tombale dell'idioma dei discendenti di Omero, Pindaro e Sofocle. C'è quest'uomo, che di professione fa l'avvocato, in gocciolante depressione perché la moglie è in coma in seguito ad un'aggressione o giù di lì. Nel chiuso della sua cameretta, il tapino piange, comprensibilmente costernato, ma nei suoi rapporti con gli altri esibisce al contrario una freddezza disperata (o disperata freddezza) che si mischia, pare di capire, ad un sotterraneo compiacimento nel venire commiserato da tutti, dalla vicina del piano di sotto, che si è messa a preparare una torta a settimana e viene fatta aspettare apposta davanti alla porta nonostante abbia suonato il campanello, al proprietario della lavanderia che, straziato al vedere la massa di abiti luttuosi portati a lavaggio ("i medici hanno perso le speranze, sa..."), decide addirittura di fare sconti al tapino (roba tipo da 42 a 20 euro IN GRECIA, ridotti alla fame come sono...). Al treno si aggiungono il padre, che normalmente, come si deduce più avanti nel film, non si fila mai di pezza il figlio, poi la segretaria poco espressiva ma tanto abbracciosa (da cui lui adora farsi abbracciare pur mantenendo la faccia tapina) e l'amico della spiaggia. Tanto per essere allegri, il tapino ha preso in carico il caso di un omicidio ai danni di un anzianotto la cui figlia e il cui genero sono tanto disperati, e in qualche modo gli fanno da pietra di paragone per attapinarsi vieppiù.



Sta di fatto che la trama si svolge tutta stampata nell'immutabile faccia da funerale del protagonista, che addirittura, quando gli eventi prendono una certa svolta (sorry, no spoiler here...), non aggiorna la frequenza della tristezza, anzi quasi si dispiace di non poter più farsi commiserare e cerca quindi di tener viva la fiamma di morte della musoneria (ecco spiegato l'abbandono in mare della cagnetta, dichiarando però di averla persa nel bosco, per cercare compassione da parte del padre che invece gli volta le spalle)(ecco spiegato il quasi-stalking con la vicina del piano di sotto, che ha smesso di sfornare torte)(ecco spiegata la richiesta all'amico della spiaggia di avere una simpatica - e illegale- bomboletta di gas lacrimogeno da far scoppiare in studio giusto, per piangere un po'...)(s'era detto niente spoiler)(ok). Finché, per essere sicuro di farsi compatire usque ad consummationem vitae, il tapino prende la decisione estrema. D'altronde è uomo di legge, saprà come cavarsela. 
La storia è scioccante dall'inizio alla fine, mai del tutto prevedibile, nonostante il ritmo sia inevitabilmente funereo non ci si annoia, forse perché la media attesa dello spettatore medio (anche al cinema d'essai) si attende sempre la svolta in storie del genere. Certo, non questa svolta.




Niente da dire sull'attore, perfettamente calato in una parte non facile. Sceneggiatura ottima, direi, se ne sapessi qualcosa, ma mi fido di chi ne sa. Saremmo in Grecia, ma le luci in tutto il film sono fredde e taglienti, anche quando il tapino è in spiaggia.
Mi stupisce semmai il fatto che il film mi arriva in tackle su un post a cui stavo lavorando e che adesso sviluppo qui...
[Agganciamento!!!][ahhhh....]
E' da un po' di tempo che mi interrogo su un problema che rampolla dalla lettura di certi classici latini. Ci sarebbe una commedia di Terenzio (II sec. a.C.) nella quale un tizio vede il suo vicino di casa spaccarsi la schiena di lavoro 24/7 e non capisce perché, allora glielo chiede. L'altro gli ribatte chiedendogli a sua volta per quale motivo gli interessino la vita e la sofferenza di un uomo che conosce appena, al che il tizio predetto ri-ribatte con una frase divenuta celebre, in quanto costituisce il fondamento di tutto l'umanesimo occidentale e anche un po' più in là: homo sum, humani nihil alienum a me puto ("sono un uomo, non ritengo che nulla di umano mi sia estraneo"). Entra in scena, letteralmente, l'idea di empatia, di condivisione emotiva basata sul riconoscimento dell'altro in quanto persona come me, quindi strutturalmente degna di compassione & comprensione. Roba nota, si dirà, ma per l'epoca era un discreto siluro all'idea che prima venisse il cittadino e poi l'individuo.
Ecco, il film di cui sopra mi pare l'esatto rovesciamento del paradigma terenziano: "Sono uomo e voglio che tu mi compatisca perché se io soffro è giusto che debba soffrire anche tu, ma soprattutto solo io sono degno di compassione e fuori dalla bolla del mio dolore non ne esiste uno paragonabile. Tu dunque, finché sarò infelice io, non potrai mai avere diritto ad una felicità tua. Ma soprattutto, non aspettarti mai che io compatisca per qualche motivo te".



Si dirà che questo è un ritratto abbastanza corrispondente al tipo (o a uno dei tipi) del cosiddetto vampiro emotivo. Può essere. Ciò che però mi colpisce del vampirizzamento emotivo non è tanto il desiderio insaziabile di essere compatito, ma l'incapacità assoluta di compatire a propria volta. Il fatto è che questo secondo aspetto del carattere dei cosiddetti vampiri emotivi è in realtà comune anche a gente che vampira non è: ci sono persone che non chiedono di essere compatite, ma piuttosto ritengono di passare o aver passato tali e tante disavventure (vere o presunte, s'intende) da sentirsi in diritto di non concedere a nessuno non solo la compassione, ma nemmeno l'ascolto. Delle monadi assolute.
Questa tipologia di individui mi addolora ancor più dei vampiri emotivi, perché si chiude totalmente sulle proprie esperienze pregresse e non sente altro; è come se il loro Io fosse regolato su una sorta di 'frequenza' del dolore che provoca sordità rispetto a tutte le altre. Non li sentirete mai dire: "Nessuno mi capisce", perché non sentono il bisogno di essere capiti. Casomai, qualora provaste a manifestare un vostro qualsiasi disagio, la loro risposta standard sarà: "Ma cosa vuoi che sia, con quello che sto passando/ ho passato io...". A differenza degli individui privi di empatia, che neanche si accorgono che un altro soffre, costoro sono piuttosto sono auto-patici: si accorgono che l'altro soffre, e probabilmente capiscono anche la sofferenza, ma non sentono il bisogno di ascoltare o aiutare a lenirla. Ma anche quando non la capiscono, non lo fanno per incapacità: sono, come dire, già saturi della propria e non hanno spazio per quella altrui.



Il che obbliga naturalmente ad almeno una distinzione: un conto sono gli individui reduci da un dolore recentissimo e devastante, che come feriti gravemente non possono guardare fuori di sé perché devono anzitutto guarire sé medesimi. Pretendere da costoro che si accorgano anche del dolore altrui, in questa fase, è in effetti troppo. Certo, il tapino del film di cui sopra estremizza fino a metà film questa condizione: passi la momentanea interruzione del'empatia, difficile accettare la pretesa che il proprio dolore vada ad infettare la serenità degli altri, perché si presupporrebbe che tutti gli altri siano felici tranne me che soffro, quindi è giusto che, nel compatirmi, soffrano un po' anche loro. Niente di più egoistico.
Altra questione, tuttavia, è quella che si pone quando le cause e gli effetti del dolore, stoicismo alla mano, dovrebbero essere estinti da mo': sempre stoicismo alla mano, dopo un certo tempo, la ferita dell'anima si rilassa e anche se il rammarico del dolore passato rimane, l'assenza delle medesime circostanze che l'hanno prodotto dovrebbe consentire di ri- connettersi al mondo, esattamente come una ferita rimarginata non si riapre se uno non si taglia di nuovo. Qui però l'individuo auto-patico cade catastroficamente e, pur avendo (forse) elaborato a sufficienza la sofferenza passata, la ritiene così oltre rispetto a qualsiasi sofferenza altrui da non giudicare quest'ultima degna delle benché minima attenzione. Il che, finché si è tra pari, è già negativo, perché di fatto si ammazza l'empatia, ma l'altrui sofferente si suppone abbastanza maturo da riuscire a farsi una ragione dell'indifferenza dell'interlocutore auto-patico e abbastanza scafato da cercare qualcuno che sappia cos'è la comprensione. Il dramma vero è quando c'è una relazione asimmetrica, ad esempio quella genitori- figli: è evidente che un adulto non può accettare come dotate di fondamento tutte le lamentele di un giovane, ma dismettere regolarmente ogni segnalazione di disagio con la formuletta: "Eh, ma io alla tua età... con quello che ho passato... ma di cosa ti lamenti...?" è un modo eccellente per distruggere le relazioni. Io credo che non ci dovrebbe mai essere una hit parade del dolore: ogni dolore è dolore della coscienza individuale, dipende anche dalle circostanze storiche e biografiche del sofferente, nel senso che ad età diverse possono esserci scale di dolore diverse. Si può anche ritenere il dolore altrui meno grave del proprio, ma questo fatto non è di per sé sufficiente a dire che l'altro non soffre o non merita comprensione e/o aiuto, né tantomeno compiacersi segretamente del fatto che "soffri un po' anche tu come ho sofferto io, così vedi come si sta". Purtroppo l'individuo auto-patico fa proprio tutte queste cose, e difficilmente dubita di essere in torto. La domanda è appunto: si può regolare la frequenza del dolore di costoro per, diciamo così, abbassarla e renderla psichicamente meno assordante, cosicché riescano una buona volta a sentire il dolore degli altri? O si deve essere costretti ad 'alzare' la propria frequenza, rischiando però di teatralizzare la sofferenza e renderla bombastica e quindi ancor meno convincente ai loro occhi? O si deve rinunciare?
E' il problema delle relazioni affettive monodirezionali in cui il monodirigente non si accorge di monodirigere senza MAI ricevere in cambio. Oddio, che poi, ricevere in cambio quel che dà il tapino del film... magari anche no...

sabato 19 ottobre 2019

Senecana (5): e LUI cosa dice?

Seneca non cita mai espressamente la scuola Pneumatica in nessuna delle opere giunteci, ma è verosimile una sua conoscenza delle dottrine mediche stoiche: filosofia e medicina, nel mondo antico, erano molto meno distanti, dal punto di vista teoretico, di oggi, in quanto entrambe si prefissavano di curare l'uomo dai suoi mali. Essendo poi la scuola Pneumatica filiazione diretta della scuola stoica, difficilmente Seneca avrebbe potuto erudirsi di sola filosofia senza buttar l'occhio sulle opere dei medici, detto pure che lui stesso, come evinciamo dalle sue opere, non era esattamente un fiore dal punto di vista della salute.
A questo punto, lettore accanito, vorrai chiederci se è possibile in ogni caso dimostrare in Seneca conoscenze mediche Pneumatiche pur senza esplicita ammissione? Noi ti diciamo di sì, ma per arrivare a tale contezza si dovranno recuperare tasselli sparsi un po' dappertutto nell'opera del Nostro. Saremo brevi.
Dice Seneca (De ira) che quando bisogna mettere a punto una terapia che renda più difficile cadere preda dell'ira è molto importante tener conto della mescolanza di calore e umidità all'interno di un individuo (ricordate che siamo nel I secolo d. C....): ebbene, un medico greco del secolo successivo, nientemeno che Galeno (il curriculum è scaricabile qui) attribuirà, così pare di capire dai suoi testi, quest'attenzione al caldo e all'umido proprio ai medici Pneumatici.
Dice sempre Seneca (Naturales Quaestiones) che tutto il mondo è retto dalla tensione dello spiritus che in esso scorre, la qual cosa ricorda assai da vicino il pneuma coibente degli stoici. La virata in senso medico è poi poco distante, per così dire: il Nostro afferma che nel corpo, come in tutto il resto del pianeta che è un macro-corpo in cui abitiamo noi micro-corpi, possono nascere malattie se il flusso regolare dello spiritus è alterato da qualche causa come può essere il freddo, il caldo, uno scompenso o scossone di qualsiasi tipo, ma anche un accesso di febbre o un timore improvviso, tutti fattori che intaccano la nostra energia vitale, il tutto senza contare le anomalie che possono interessare gli umori corporei; se hai seguito le puntate precedenti, amico lettore, non potrai non rilevare che queste di cui Seneca parla sono esattamente le cause procatartiche ed antecedenti messe a fuoco da Ateneo (sia fisiche che psichiche, oltretutto), laddove il fatto che lo spiritus si alteri insieme alla parte del corpo ammalata rimanda direttamente alla nozione di pneuma coibente che si fa veicolo della malattia in tutto il corpo. 
Le sindromi biliari sono a conoscenza del Nostro? Ovviamente sì. Nell'accezione di Areteo, magari? Io credo di sì.
Noterai infatti, amico lettore, che nella lettera 94 a Lucilio Seneca parla di una insania publica e di una insania quae medicis traditur: per follia 'pubblica', ovvero rilevabile in modo abbastanza diffuso in quel caravanserraglio di pazzi che è la Roma imperiale, Seneca intende la melancolia di natura psichica, mentre l'altra, che va affidata ai medici, è evidentemente quella somatica, causata dalla bile nera. L'eziologia del male è quindi, solidamente, biunivoca, cosi come biunivoche sono le cure: parole sagge possono spegnere l'infiammazione della bile, come pure sani salassi biliari possono smorzare il malumore. Anche altrove Seneca ribadisce che alla base dei disturbi dell'umore possono trovarsi sia cause fisiche che psichiche.
Se poi diamo un'occhiata ai ritratti dell'uomo in preda all'ira, gli accessi del male presentano elementi assai vicini a quelli che leggiamo nei medici greci: occhi infossati che si alternano a occhiatacce furibonde, urla sguaiate, agitazione di tutto il corpo, il segno insomma dello spiritus che ha perso il suo giusto ritmo. Soprattutto, pare chiaro che il nostro filosofo preferito ritenga che nell'ira possano confluire sia i sintomi della mania che della melancolia. Del resto depressione rabbiosa e pazzia furiosa sono consorelle.
E' però che nelle tragedie che Senecuccio nostro dà il meglio di sé: secoli addietro critici frettolosi additarono i personaggi tragici senecani come piatte allegorie del furor, imprigionate in comportamenti ripetitivi e irrealistici, in certi casi fissati sulle proprie azioni malvagie a tal punto da sconfinare nel manierismo. Sciocchitudini: chi legge i comportamenti, tanto per dire, di Fedra e Medea nelle rispettive tragedie con occhio medico-Pneumatico, non può non vedere che quando queste donne sono descritte dalle rispettive nutrici ciò che abbiamo sott'occhio non è banale fisiognomica del potenziale pazzo, ma una vera e propria cartella clinica che riproduce i sintomi della malattia psicosomatica. Vuoi la prova con Fedra, amico lettore?

[Antefatto: Teseo, re di Atene, si fa un giretto nell'Oltretomba per aiutare il fido sodale Piritoo nell'impresuccia di rapire la regina di laggiù, Proserpina; ad Atene la moglie di Teseo, Fedra, cretese, figlia di Minosse, sorella di Arianna (l'altra grande fiamma di Teseo, puntualmente piantata in Nasso a seguito del minotauricidio), attende solitaria il ritorno del marito, trovandosi peraltro un pochino infatuata del di lui figlio Ippolito, nato da una relazione espressa con la regina delle Amazzoni, Ippolita, poi morta. Pur tentando di fermare questa passione, Fedra cede gradualmente alle spinte irrazionali, nonostante la Nutrice, manuali di stoicismo alla mano, tenti invano di farla rinsavire. A un bel momento, quando l'innamoramento diventa irreversibile, la regina si presenta in scena vestita da amazzone per far capire al figliastro quanto gli sia groupie. La Nutrice così ce la descrive, versi 360-383...]

      NUTRICE  
      Che speranza può esserci? Una passione così non si può frenare, è un fuoco 
      senza fine. Si consuma a un silenzioso ardore... Anche se la chiude in sé 
      e la nasconde, questa follia, il volto la tradisce. I suoi occhi brillano 
      febbrili, le palpebre stanche non sopportano la luce. Non sa quello che 
      vuole, soffre, le sue membra sono irrequiete. Ora il suo passo è stremato, 
      vacilla come se morisse, e il collo, reclinando, sostiene la testa a 
      fatica; ora vuol concedersi riposo, ma si nega al sonno e passa la notte 
      in lamenti. Si fa levare dal letto e, subito dopo, coricare. I capelli, 
      ora sciolti li vuole, ora acconciati. Insofferente di se stessa, muta 
      continuamente di aspetto. Del cibo e della salute non si cura. Fa l'atto 
      di muoversi, incerta, e subito le forze l'abbandonano. No, non c'è più il 
      suo slancio, non c'è più sul viso lucente colore di rosa. Quel pensiero la 
      consuma tutta. Il suo passo è tremante, adesso, la tenera bellezza del suo 
      corpo se ne va. E gli occhi, quegli occhi che recavano le tracce della 
      luce del sole, non brillano più del loro splendore divino. Lacrime 
      scendono giù per le guance, bagnandole di rugiada, senza sosta, come sui 
      gioghi del Tauro le nevi si sciolgono alla tiepida pioggia...

Notiamo, notiamo...
  • il volto tradisce la follia = i sintomi del male sono tutti evidenti in viso. Non si tratta, bada bene lettore, della fisiognomica che pretende di dedurre il carattere di una persona e le sue personali inclinazioni dai tratti somatici, qui assistiamo ad una malattia in atto.
  • occhi che brillano (arrossati) = mania
  • occhi che fuggono la luce = melancolia
  • non sa quello che vuole, membra inquiete = mania
  • passo stremato, testa che ciondola sul collo = melancolia
  • insonnia = melancolia
  • si alza e si corica, cambio acconciatura = mania
  • insofferenza di sé = mania/melancolia
  • rifiuto del cibo = melancolia
  • forze carenti, passo tremante = insufficienza dell'energia pneumatica
Vuoi vedere Medea? Eccotela...

[Antefatto: Medea, principessina del Mar Nero est, si incapriccia dell'eroico benché imbranatuccio Giasone, giunto sulle coste della Colchide dalla lontana Iolco per recuperare una pelliccia d'ariete dalle proprietà miracolose, inviato lì da uno zio usurpatore che spera lo scotennino. Medea tuttavia, come Arianna del resto, non resiste alla seduzione dello straniero belloccio e lo aiuta a conquistare l'agognato plaid, ricevendo peraltro una proposta di matrimonio in cambio di ulteriore aiuto per consentire a Giasone e compagnia di tornare a casuccia, obiettivo centrato ritardando gli inseguitori con una sfida a puzzle consistente nella la dispersione in mare di pezzetti del fratellino Absirto. Tornati a Iolco e de-usurpato il trono tramite bollitura fraudolenta dello zio, i due devono poi fuggire a Corinto, dove Giasone, colto da improvviso cinismo, ripudia Medea per poter impalmare Creusa, figlia del reonzolo del luogo, Creonte, e garantirsi finalmente un trono non traballante. Medea, sola, barbara e senza diritto alcuno, la prende sportivamente e decide di uccidere i figli avuti da lui. Mentre la follia omicida monta in lei, così la descrive la Nutrice, versi 380-396...]


      NUTRICE 
      Dove corri, figlia; lontano dalla tua casa? Fermati, calmati, frena la tua 
      furia. Come una menade, che, alla cieca, già invasata da dio, si lancia e 
      porta i suoi passi sulla cima del Pindo nevoso o sui gioghi di Nisa, così 
      Medea corre qua e là con gesti selvaggi, mostrando in volto i segni di un 
      furore delirante. Il suo viso è in fiamme, il respiro affannoso, grida, il 
      pianto le sgorga dagli occhi, di colpo si mette a ridere. È in preda ad 
      ogni emozione. Esita, minaccia, avvampa, si lamenta, singhiozza. Dove si 
      volgerà l'empito del suo cuore? Dove spingerà le sue minacce? Dove andrà a 
      infrangersi questo vortice? Il suo furore trabocca. No, non è da poco, non 
      è comune il delitto che medita tra sé. Supererà se stessa, Medea. Li 
      conosco, io, i segni del suo antico furore. Qualcosa di inaudito sta sopra 
      di noi, qualcosa di grande, selvaggio, empio: lo leggo nel suo volto 
      delirante. O dèi, fate che la mia paura sia vana.    

Ri-notiamo, ri-notiamo...
  • similitudine con la Menade, sacerdotessa dei riti dionisiaci che prevedevano l'abbandono estatico alla possessione divina = mania, termine peraltro corradicale a 'Menade'.
  • corsa delirante, viso in fiamme = mania
  • respiro affannoso = crisi dell'energia pneumatica
  • alternanza pianto/riso = bipolarità
  • minacce, avvampamento = mania
  • lamenti, singhiozzi = melancolia
  • lettura sul volto delirante del furore = ulteriore prova che non di mera fisiognomica si tratta,ma di autentico quadro clinico
Vediamo dunque che in nessuno dei due casi predomina solo uno uno dei due disturbi, poiché fanno sempre capolino anche i sintomi di quello opposto. Alla fine, nel personaggio domina una perenne alternanza di umori e  e comportamenti che testimonia l'instabilità delle sindromi biliari.

Questa è arte di serie A+++: non una piatta resa del furor, ma l'illustrazione realistica dei suoi catastrofici effetti. Le conoscenze mediche al servizio della filosofia e della tragedia: questo è il genio.

[poi c'e sempre https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Anneo_Seneca nonché https://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_pneumatica]

sabato 12 ottobre 2019

Machittevòle@festivalfilosofia: ipotesi di complotto

La sera Sassuolese di venerdì 13 si frizza con l'intervento dell'acuto Paolo Ercolani.

L'intervento prende le mosse da una questione che può essere ormai frusta, eppure sempre gravida di spunti: l'esperienza online è un arricchimento o una minaccia per il soggetto?
Come piace a noi, la risposta parte da dati concreti e non da fuffa. Ercolani ci dice di avere effettuato una survey con studenti delle superiori ai quali è stata posta una domandina facile facile: perché i ggiovani d'oggi si fissano ad immortalare i momenti più inutili della loro quotidianità per poi condividerli sui social? Non è una perdita di tempo? Davvero si vive nell'ansia perenne del riscontro?   Ebbene, la giovanil risposta è di quelle notevoli: noi, dicono gli studenti, sappiamo bene che la quasi totalità dei contenuti che postiamo sui social è del tutto inutile, siamo consci che nel mondo virtuale fluttuano elementi e azioni obiettivamente senza scopo, ma, caro Ercolani, "se la sera non ho condiviso parte della mia vita reale nel mondo virtuale, mi sembra di non essere esistito".




Si capisce che la frase si commenta da sé, e potremmo chiederci dove noi tutti abbiamo fallito. Di là da ciò, Ercolani nota una sorta di inversione dell'umano, in ragione della quale molti, moltissimi utenti social vomitano nella vita reale aggressività, incomunicabilità, intolleranza, ma nelle bacheche web è tutto un frullare di bellezza, pienezza di vita e attività. Al di sotto di questa dinamica tra passerella di sé e matta bestialità per le strade del mondo, giace un immenso oceano di solitudine, che produce odio e non trova autentica consolazione spolliciando sulla tastiera. Paradosso supremo, abbiamo i giovani meno capaci di relazionarsi della storia umana. Loro che oggi hanno reti relazionali potenzialmente infinite nello spazio & nel tempo. Il solipsismo è sterilità. Già la tv aveva spento i cervelli degli spettatori (ricordi Homo videns di Sartori? Adesso c'è internet...), oggi gli schermi non ci chiedono solo di guardarli, ma anche di entrarvi, dando più importanza a quel che avviene dentro di essi rispetto alla vita concreta. Risultato che ci si para davanti (cfr. J.M. Twenge, Iperconnessi, Einaudi) sono giovani che sembrano felici e sempre felicemente impegnati, poi basta una mezza indagine sociologica e ci dicono di essere soli e spaventati. La generazione più in crisi che abbiamo mai avuto.



L'identità via social si crea tramite la vetrinizzazione del sé: selfie come si deve, elenchi fluviali di musiche e film preferiti, creazione o meglio ri-produzione di un'identità preconfezionata (quindi dipendente da modelli preesistenti all'identità stessa) volta al successo, ovvero ai like. Di converso, certuni si convincono di valere poco perché hanno pochi like. Peggio ancora, gli ingenui osservatori di stories altrui si convincono dal chiuso della loro alienata cameretta che gli altri siano felicissimi, loro dei poveri sfigati (il che ovviamente non è vero). Il ragazzo diventa un prodotto stesso della realtà virtuale, si fa in certo senso 'consumare' dal suo pubblico. Certo, se il pubblico reagisce maluccio, per esempio col cyberbullismo, si verificano quei casi estremi di suicidio che non cessano di interrogarci e tormentarci. Sui social è vietato mostrarsi deboli ed erranti. Guai ad essere angosciati.


Da qui l'Ercolani parte per una ampia & desolante panoramica sul rapporto tra umanità e tecnologia: tutta la tecnologia che ci sommerge ha come effetto imprevisto, ma forse non imprevedibile, di  impoverire o addirittura eliminare il pensiero, il ragionamento, la conoscenza e il dialogo. Stiamo dunque dando l'addio al logos nell'era in cui Internet avrebbe dovuto costituire il trionfo del logos medesimo. Morale: siamo diventati una società misologa.
Seguono dati, un pochino acri verso lo zio Sam.



Primo esempio di misologia: in USA negli anni '50 girava la favola intitolata La locomotiva, in cui una locomotiva pucciosa andava a scuola per diventare un treno. Le venivano insegnate due cose: non uscire dai binari e fermarsi alla bandierina rossa. Ma la locomotiva amava i fiori che crescevano a fianco dei binari e voleva uscirne. Allora la società ferroviaria fece in modo che la locomotiva desiderasse solo restare sui binari disseminando di bandierine rosse i prati in fiore e mettendo le bandierine verdi sui binari. Così la locomotiva rientrava tutta felice sui binari. Allegoria del tutto: l'uomo moderno vive solo sulla base dell'approvazione della società. I bambini vengono allevati secondo un conformismo eterodiretto: esistono dei binari, se li segui sarai felice, perché tutti ti approveranno (cfr. La folla solitaria). Questa favola dimostra il passaggio dal divide et impera di romana memoria al conforma e dirigi. Omologate le persone il più possibile, ci dicono queste allegorie, e avrete il potere di dirigerle dove vorrete. E dove vanno dirette? Ovviamente a consumare secondo una precisa pedagogia del consumo (cfr. I persuasori occulti).




Secondo esempio: nel 1971 un giudice americano, tal Lewis Powell, scriveva al Ministero dell'istruzione che il sistema economico basato sul profitto era in crisi, si vedeva che le Università erano piene di contestatori, quindi bisognava provvedere con un'azione chirurgica nelle facoltà di Scienze sociali. Lì si sarebbe dovuta scatenare una lotta a tutto campo contro le teorie di Marcuse e compagnia, neutralizzandole con contro-conferenze di eminente gente di orientamento liberista; a fianco di ciò, tv, stampa, radio, riviste avrebbero dovuto diventare altrettanti gangli di una rete di controllo dell'opinione pubblica che sarebbe stata indottrinata ai valori del sano capitalismo. Il tutto da esportare al resto dell'Occidente. 

Terzo esempio: nel 1975, in una delle riunioni della Commissione Trilaterale, fondata dal compianto Rockfeller, si creò un pool di 200 eminenze grigie provenienti da Usa, Europa e Giappone. Tre di questi studiosi, interpellati per mappare la situazione sociale in corso, conclusero che c'erano troppe persone istruite e dotate di pensiero autonomo e critico che decidevano di uscire dai binari come la locomotiva tirocinante dell'esempio 1. Si propose dunque una pianificazione educativa per correlare gli studi scolastici agli obiettivi del potere (tipico paradigma neoliberista): punto d'arrivo di ciò, la formazione del concetto di capitale umano da contrapporre a quello di sviluppo umano. Formare individui funzionali a quello che chiede il mercato, disinteressandosi della loro umanità autentica.

Il disastro attuale verrebbe quindi da lontano, con l'attuale collaborazione dei social: in essi l'identità reale si annulla nell'omologazione, portandosi via lo spirito critico.




Si capisce che le nostre antenne insegnantizie si sono rizzate quando l'Ercolani ha aperto il confronto tra scuola e mondo virtuale. Se la scuola richiede allo studente l'apprendimento tramite la lentezza, la profondità, la selezione delle nozioni per sviluppare lo spirito critico, nel mondo virtuale è tutto l'opposto: velocità, superficialità e opulenza informativa con assenza di spirito critico. Peccato che opulenza e buon funzionamento del cervello facciano apertamente a pugni, perché un cervello sovraccarico non funziona. La sua plasticità si manifesta non nell'incamerare quintalate di dati, ma gestendo i contenuti e sviluppando strategie per il loro immagazzinamento. Sicché, ed è anche la nostra tesi da millenni fin qua, la scuola non può competere con la rete nel poter dare informazioni, ma deve insegnare ai ragazzi la selezione del sapere mostruoso che trovano ormai ovunque. Lo spirito critico deve elaborare le informazioni perché si formi un pensiero autonomo. Ercolani mi pare quindi vedere con sospetto certe derive didattico-docimologiche degli ultimi tempi. In ciò ovviamente incontrando i nostri dubbi: bisogna vagliare attentamente certe 'nuove' mode che sembrano virare più sull'apprendimento funzionale al 'fare' immediato, sulla creazione dell'alunno 'efficiente' più prono alla soluzione dei casi singoli rispetto alla considerazione generale del reale.



Ma certo l'allocuzione ercoliana, specie sulla questione del rimbecillimento sistemico della gioventù, ci ha stimolato ulteriori istanze: anni fa, su un forum di Macchianera.net, un utente sintetizzò in modo sparaflashante l'evoluzione delle tattiche di insonnolimento del pensiero critico attuate dal Sistema nei decenni che furono, arrivando più a meno a dire che (semicit.) "se negli anni '70 in Italia si anestetizzarono i giovani con lo stragismo e l'eroina, negli anni '80 fu sufficiente la programmazione pomeridiana di Italia1". Il che, essendo io fruitore di quella programmazione, mi questionò: in effetti, non posso nascondere che una certa tendenza a cartoonizzare gli aspetti dell'esistenza sia piuttosto diffusa tra noi dei gloriosi second-mid-seventies. Già altrove e altrando (=altroquando) evidenziammo che certe pose di Matteo Renzi (Rignano, Firenze, 1975- vivente) in prossimità della fine della sua esperienza di capo del Governo sembravano molto vicine all'allure cartoonesco-videoludica. Si ricordi inoltre che l'ex vicepremier Matteo Salvini (Milano 1973- vivente), appena prima di schiantare la sua esperienza vicepremieriatizia, dalle assolate spiagge di Milano marittima chiese al popolo tutto pieni poteri, ricordando a noi tutti almeno due celebri episodi dell'epica nippo- giappo (vedere il Capolavoro 1 qui e il Capolavoro 2 qui). A molti di noi, in effetti, è stato sempre ripetutamente rinfacciato "di non essere mai cresciuti", di aver vissuto troppo coi videogiochi e di aver ritardato assai assai il distacco dalla mammella per farci una vita autonoma. Ora, a parte che come sempre ci sono esempi luminosi di gente che è maturata 'normalmente' accanto a gente dai percorsi più o meno... originali, è un fatto che, rispetto ai maremoti di fiamma che agitarono la gioventù scuolafrequentante nella generazione precedente alla nostra, noi adolescenti fabulouseighties abbiamo vissuto proporzionalmente abbastanza nella bambagia. Escludendo gli scioperi di default ad ogni approvazione di legge finanziaria, quando venne giù il Muro io ero in terza media, quindi non so bene se le piazze giovanili siano esplose, ma ricordo bene che, iniziati i bombardamenti della prima guerra del Golfo, si scioperò giusto il primo giorno e poi ciao. Qualche altro scioperetto giornaliero punteggiò gli anni successivi (per la strage di Capaci, per la mancata autorizzazione a procedere contro Craxi, per la guerra nell'ex Jugoslavia...), inframmezzato da tentativi di sciopero in cui un tizio di una classe venne da un tizio della nostra e gli disse che quella mattina lì bisognava fare sciopero perché sennò lo interrogavano in greco ("aiutami con lo striscione!!"). Bene, rispose l'altro, e per cosa lo facciamo? Ma sì, disse il tizio, diciamo che facciamo sciopero contro l'attuale situazione mondiale.
Certo, questo scambio di battute è illuminante sulla fondatezza della tesi ercolanesca: qualcosa, in effetti, cambiò in quegli anni, nel senso che la generazione cosiddetta 'di carta' dei giovani superimpegnati dei tempi di Moro e Berlinguer, gente che leggeva almeno due libri a settimana e giornali vari, fu sostituita, nella proposta mass-mediatica del 'ciò che faceva figo', da una gioventù teledipendente e giocherellona. Il metro della figaggine divenne progressivamente l'abbinata bellezza&stupidità, all'impegno politico si preferì progressivamente il disimpegno gaudente.
Cose che già dissimo, ma oggi abbiamo qualche spunto in più, legato ovviamente all'esperienza insegnantizia, ma anche alla tesi ercolanesca: sappiate infatti che negli anni '80-'90 non tutti smisero di pensare e tormentarsi sul senso delle cose. Forse la prospettiva era meno legata a (leggi: inquinata da) questioni di ideologia e forse, rispetto alla carne e sangue e m***a del vissuto socio-politico quotidiano, le inquietudini prendevano una piega, per così dire, metafisica. Fatto sta che ci furono adolescenze molto più pensose di quanto la vulgata abbia fissato nell'immaginario collettivo; ebbene, pensando da grandicelli alla nostra adolescenza pensosa, forse troppo pensosa, ci siamo indotti spesso a ritenere che tra noi e i bimbominkia la differenza fondamentale fosse nello spassoso mondo di bolle di sapone in cui fluttuavano loro rispetto al barile di chiodi giù per il fianco della collina stile Attilio Regolo in cui spesso eravamo rotolati noi. Pare invece che i giovani di oggi siano infelicissimi e il paradosso è che la società che li ha coccolati in epoca bimbominkia sembrava aver predisposto tutto per togliere dal loro cammino ogni inciampo e ogni dolore. O forse era l'illusione delle gioia che doveva predisporre agli abissi della solitudine e della frustrazione online. Credo però che 'predisporre' sia errato come verbo: non penso che, nascendo internet, le sue ostetriche avrebbero immaginato che esso internet da ricettacolo della democrazia globale sarebbe diventato (anche) vasca di fermentazione di odio e ignoranza globalizzati. Allo stesso modo, chi ha inventato i social non ha secondo me immaginato le conseguenze descritte dall'Ercolani. I social erano certo parte di un sistema basato, per dirla con Bauman, sulla stimolazione perpetua dei bisogni e del senso di inadeguatezza rispetto alle novità perpetue proposte dal mercato, ma che anche sui social si sarebbero riprodotte le stesse dinamiche della circostante civiltà consumistica non poteva essere chiaro sin da subito. Da mo' ci siamo convinti che non sempre tutte le conseguenze della tecnologia siano prevedibili, come del resto ci insegna il capolavoro dell'animazione anni '90 più complesso che sia mai uscito da cervello umano (oggi ridoppiato da denuncia).
Non credo, concludendo, che tutto lo sfacelo a cui assistiamo oggi fosse programmato (se è vero il motivo per cui Zuckerberg ha inventato Facebook, si capisce): esso si è gradualmente uniformato al presunto piano di rimbambimento generale, ma solo per effetto delle leggi dell'evoluzione umana che si sono estese alla blogosfera (di fatto Facebook, Twitter & C. sono tutti blog). La casuale invenzione dei social ha manifestato caratteri adatti all'ambiente più della vecchia bloggheria (qui mi leggono in pochi, ma anche i blog storici boccheggiano): narcisismo esasperato, sete di notorietà, senso di autorealizzazione like-dipendente. Evoluzione dell'evoluzione, ecco che dagli anfibi si arriva ai rettili: gli influencer. E gli 'altri', quelli 'sfigati con pochi like' a soffrire ai margini dei social. Visto però che ogni evoluzione è più casuale che altro, pare, non perderei la speranza di qualcos'altro.
(Comunque un rituale propiziatorio lo farei...)