Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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domenica 18 gennaio 2015

E dagli con il pallottoliere..

Troppo impegnati tra attacchi a Charlie Hebdo e la scelta del successore di Napolitano, pochissimi si saranno accorti dell'ennesima sciocchezzuola a tema scuola partorita da uno dei pensatori di economia che affollano i fondi del Corriere. Giorgio Abravanel, che in altri contesti abbiamo pure apprezzato, si è fatto prendere da un attacco di giavazzite e ha opinato sulla riforma della scuola di Renzi, nello specifico al capitolo assunzioni. Dice il pensatore che il piano di immettere in ruolo 150.000 precari o giù di lì in un sol colpo a settembre 2015 manda a farsi benedire la meritocrazia. Suppongo che il pensiero di fondo sia che si tratta di troppa gente tutta insieme, senza poi essere sicuri che siano tutti bravi bravi. Si sa, nelle Graduatorie ad Esaurimento, autentica palude di sofferenza e umiliazione per generazioni di aspiranti insegnanti di ruolo che davvero non si meritavano di essere trattati come vacche quali sono stati trattati, alberga gente che va dai 30 anni e qualcosa anni fino ai 60 e oltre: storie, percorsi scolastico-universitari, esperienze lavorative diversissime, temperamenti più o meno adatti alla docenza, capacità e competenze più o meno sviluppate. Si sa. Ma si sapeva anche quando queste graduatorie furono riempite con coloro che ora vi abitano. E nessuno fiatò. Si disse: "Vabbe', gente che perlomeno ha l'abilitazione, qualcosa sapranno fare". Nessuno fiatò nemmeno quando ci si accorse che esse graduatorie (anni 2001-2008) si rimpolpavano annualmente, per le medie e le superiori, di non meno di 10-12000 docenti all'anno sfornati dalle Scuole di specializzazione, laddove per l'infanzia e la primaria si arrivava dal canale universitario di Scienze della Formazione primaria. Nessuno, in quei magnifici anni, si chiese se davvero il sistema poteva assorbire tutti questi ingressi, se cioè fosse possibile per costoro addivenire prima poi dalle graduatorie al posto di ruolo a tempo indeterminato. O se anche qualcuno se lo sia chiesto, evidentemente non gli furono dati gli spazi che oggi invece si riservano sui quotidiani a chi spara a casaccio sulla scuola. 
Poi fu la Gelmini e il suo mantra: "Non possiamo continuare ad illudere i laureati" e vai con la chiusura delle Scuole di specializzazione, i tagli, la presa in giro continua della categoria, l'idea che uno non può pretendere, solo per aver studiato 4-5 anni più due di abilitazione più esperienze plurime in cattedra, di volere ANCHE il ruolo. Ma scherziamo? C'era da equiparare la professione docente a quella di un qualsiasi settore della produzione, compreso il fatto che oggi mi servi e domani mi sbarazzerò di te perché devo fare cassa, se ti aspettavi qualcosa di più degli incaricucci annuali, beh, mi spiace, ti hanno fatto credere il falso, io non c'entro.
Questo, e molto altro, fu la Gelmini. E qui sì, applausi tutt'altro che timidi giunsero dai pensatori col pallottoliere: era ora di risparmiare un po'. Come? Coi tagli. Ovvero, trovato il modo di ridurre le ore a certe materie (latino, per esempio, "che tanto non serve") e di alzare il numero di alunni minimo per classe, ovviamente si sono creati esuberi in organico. Forse che in tal modo sarebbero venuti a galla gli insegnanti incapaci sì da potersene sbarazzare? Ovviamente no: 'esubero', nella scuola, significa che, se c'erano 10 cattedre quest'anno, l'anno prossimo ne avremo 8; ergo, gli ultimi due insegnanti della graduatoria interna della scuola X per la classe di concorso Y perdono il posto. E per essere gli ultimi due non vuol dire che si insegna peggio degli altri, ma si ha semplicemente minor anzianità di servizio, o non si hanno figli piccoli, o mancano altre voci che danno punti. Voci, si capisce, che non indicano la capacità didattica. Era dunque davvero possibile che la mannaia gelminiana facesse finalmente giustizia ed eliminasse il marcio della scuola? Macché. Rallentò il turnover, questo sì, lasciando spesso in cattedra gente ormai scoppiata a danno di giovani motivati e bravi.
Resta comunque inteso che il criterio puramente numerico dei tagli di MaryStar non portava con sé alcun parametro qualitativo: erano soldi da risparmiare e basta. E, ripetiamo, i bocconiani e tutti gli altri come loro applaudivano. Oggi Renzi evidentemente affronta il problema dal lato opposto, con l'intenzione di svuotare le graduatorie e passare ad un sistema più snello (abilitazione+concorso biennale) che dovrebbe evitare il riformarsi del bubbone del precariato graduatoriale. Vedremo, il mondo della scuola è spesso imprevedibile. Ma è chiaramente l'obiezione di Abravanel che fa sorridere, e non tanto al punto 1 (150.000 sono troppi), su cui si potrebbe obiettivamente discutere (penso a chi sta in fondo alle graduatorie e non ha nemmeno un mese di servizio); è ridicolo il punto due del ragionamento: siccome non possiamo rischiare che mine vaganti passino di ruolo, sarebbe meglio assumere solo 75.000 precari, gli altri dovranno misurarsi col concorso, primo dei quali verrà bandito, pare, questa primavera. Così si darà il segnale della selezione per capacità.
Capito, i teorici della meritocrazia? Che criterio qualitativo è "metà"? Quindi gli immessi da graduatoria saranno incapaci ma con esperienza e gli altri tapinelli dei bravi ma con poca anzianità? Di nuovo l'idea che posizione in graduatoria e relativo punteggio siano l'unica discriminante? Ricordate infatti che, posto pure di applicare la geniale "metà" proposta dal suddetto, l'unico indicatore per farla saltar fuori sarà ancora e solo il punteggio in graduatoria: fino a 120 punti passerai di ruolo, poniamo, sulla classe di concorso A060, ma dovrai sentirti più che altro uno promosso per inerzia, mentre quello con 119 si roderà il fegato, però avrà tutto il tempo di far vedere quanto vale col concorso. Ma non sono i 120 o 119 punti a dirci che uno è più o meno bravo dell'altro! Mettetevelo in testa, non sono i punti a fare il buon insegnante, è la didattica erogata giorno per giorno, sono i risultati a medio e lungo termine che gli alunni conseguono non solo in termini di voti e competenze, ma anche di crescita personale. Cose che, certamente, spesso restano più che utopie se in cattedra ci vanno e ci stanno gli incapaci. Solo che la capacità non è un dato a priori, la si verifica in corso d'opera. Lì, semmai, andrebbe usato lo strumento del taglio in organico, allorché il docente disutile è sotto gli occhi di tutti, altro che punteggi. Ma si sa, lì la questione è apertissima.
Poi il manager-scrittore si incarta e dice sia che ci vuole un concorso sia che le scuole devono scegliere liberamente gli insegnanti. Bene. Allora non serve il concorso, basta l'abilitazione. 
Resta comunque sempre l'idea di voler appiattire la scuola ad un ruolo univoco: quello di palestra tecnica per futuri tecnici. "Non importa quello che si insegna, ma come si studia". Cioè? Lo studio dev'essere una sorta di allenamento senza palla che deve sviluppare metodologie senza contenuti? Niente crescita umana, ma solo 'abilità'? Soft skills, dice lui. Certo: è vero che non servono solo storici dell'arte, ma anche gente che sappia gestire in modo manageriale un museo. Ottimo. E le abilità gestionali si imparano a scuola. Oddio... sì, anche, ma proprio per questo esistono scuole diverse a seconda delle attitudini individuali. Voglio dire: vogliamo tenere fissa l'idea che il compito della scuola è la formazione non solo del bravo manager ma anche della persona? Che la cultura, intesa come capacità di pensare la complessità delle cose in modo critico secondo una prospettiva più universale rispetto ai casi immanenti, è un bene immateriale ma solidissimo? Perché deve sempre passare l'idea che una cosa esclude l'altra? "Facciamo una nuova riforma Gentile, adatta all'economia oggi". Facciamola: per sfornare solo furbetti dei derivati, affaristi, maghi Merlini della finanza? Gente addetta ai servizi, dice lui, che sappia di tecnologia. Perfetto. E l'umanità? Robottini bravi ad eseguire, programmati con le soft skills? La scuola, quindi, dovrebbe essere un enorme impianto di programmazione cerebrale?     
Intendiamoci: la scuola italiana ha problemi strutturali ormai annosi e calcificati. Mutamenti strutturali ce ne vogliono eccome. Attenzione però al fumus della rivoluzione totale, alla distruzione di tutto il vecchio e alla sua sostituzione con tutto il nuovo: si rischia di finire nelle stagione del Terrore e poi trovarsi Napoleone imperatore. Fuor di spocchiosa metafora storica, la trasformazione dei licei in accademie delle soft skills e basta è uno scenario che mi inquieta anche più della bonaccia attuale. I veri problemi, per me, sono altri, e mi pare strano che i guru della meritocrazia non ne parlino, forse perché a scuola non ci mettono piede, ma è solo un'ipotesi... . Uno su tutti: la possibilità per la scuola di essere nuovamente selettiva e non schiava di famiglie infoiate dalla presunta bravura del figlio che pretendono le promozioni a colpi di ricorsi al TAR; selettiva, certo, se affidata a docenti che sanno il fatto loro; e tuttavia va abbandonata l'idea chela scuola faccia giustizia delle disuguaglianze sociali: a quelle deve pensare lo Stato per altre vie. Io non posso mandare avanti gente per pietà o per risarcimento morale se vedo che non imparano, altro che soft skills. E spero che l'idea abravaneliana non sia che le soft skills siano democratiche in quanto alla portata di tutti. Sarebbe l'esatta negazione della meritocrazia. A monte di tutto va recuperata la severità, che non vuol dire umiliazione dello studente e sua distruzione umana a colpi di ablativo assoluto: si tratta di stabilire asticelle di rendimento e non muoversi da lì. Chi non ci arriva, faccia altro. Sarà antidemocratico? Non so, credo che prendere in giro uno studente, illudendolo di avere competenze che non ha e poi mandarlo a sbattere contro il fallimento lavorativo sia ben peggio. Poi potremo collocare su quelle asticelle tutte le skills che si vogliono, ma sia chiaro che mai si dovrà buttare a mare la preparazione umanistica per sostituirla integralmente con i saperi tecnico-operativi. E non lo dico per sussulti di neoclassicismo: eliminare le materie umanistiche significa far venir meno la promozione di una componente strutturale del nostro stesso essere, come tagliare le ali ad un uccello. Abbiamo già visto cosa è successo quando l'umanesimo è stato soppiantato dall'idolatria della tecnica (senza contare quando vi si è prostituito). Se si vuole ripetere l'esperienza, poi non ci si lamenti di un mondo in cui tutti sapranno eseguire e nessuno saprà vivere.   

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