Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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martedì 27 gennaio 2015

Non ce l'abbiamo con lui, sia chiaro...

Sono abbastanza in imbarazzo nel dover quasi vedermi costretto, e non so per quanto, ad inaugurare una sorta di "Osservatorio Abravanel", ovvero un gruppo di ascolto formato da me medesimo, la Spocchia e l'Arciduca, sì da poter monitorare le sempre scoppiettanti dichiarazioni del manager-scrittore che non perde occasione per dire cosa non gli piace della scuola. Intendiamoci, la stella polare del suo pensiero è quella parolina per cui anche noi andiamo in deliquio, e deliquieremmo ben di più se la vedessimo concretizzata oggi sì e domani pure: meritocrazia. Checché ne dicano i figlioli e nipotini del '68 (ovvove e steveotipia!!), l'aver appiattito i valori educativi sulla sufficienza garantita a tutti come se la scuola dovesse essere la livella delle ingiustizie sociali, è stato il primo passo di un cammino a discendere che ha portato l'Italia al baratro attuale di incompetenza e corruzione. Di ciò restiamo fortemente convinti: chi sa e sa fare di più, merita di più, perché con le sue capacità dovrà contribuire al progresso spirituale e materiale della società in cui vive (sempreché sia stato sottoposto a robuste dosi di umanesimo, nevvero?)(che poi l'uomo per natura è imperfetto, si sa)(vabbe', almeno provi...). Semmai c'è da tutelare che meno sa e meno sa fare, consentendogli di trovare una scuola che gli dia quel minimo dirozzamento per non finire sotto i ponti o magari per scoprire quella passione nascosta o quella competenza ignota che studi di diverso tipo e con diverse aspettative avrebbero magari lasciato in ombra per sempre. Non è difficile, in teoria. In pratica, il problema è alla fonte: quarant'anni di ugualitarismo ipocrita hanno umiliato la professione docente, gettando nel calderone di stipendi uguali e basati solo sulla anzianità di cattedra insegnanti eccelsi e mezze tacche che avrebbero al più meritato di sgusciare carrube in qualche mercatino rionale. Da gente così si pretende la selezione delle qualità degli alunni? Ma tant'è, è l'Italia.
E allora, perché siamo prevenuti nei confronti di Abravanel, che in sostanza si pone nel nostro campo? Per i motivi già accennati pochi post sotto a questo: il buon Abry parla di scuola, ma secondo me non vi ha mai messo piede. Finora, lo ammetto, ho seguito poco le sue diagnosi e le sue ricette in materia, e spero che la scarsità di rilievi empirici sia alla base di ciò che sto per dire, ma rimango nel dubbio che egli pontifichi di cose viste da lontano, senza il contatto con la carne viva della didattica quotidiana e dei temperamenti dei ragazzi con cui ci dobbiamo misurare noi addetti ai lavori. E se queste esperienze non si fanno continuativamente e approfonditamente, qualsiasi modello proposto, per quanto accettabile in astratto, sa già di stantìo non appena esce dalle pagine del libro. Ecco, il buon Abry sta per dare alle stampe La ricreazione è finita, e lo leggeremo di certo. Atteniamoci per ora alle sue interviste, come questa rilasciata a Il giornale (nostro ex-foglio di riferimento culturale, ora ridotto a ring di peracottari). E veniamo subito al dunque: spiace, Giorgio caro, vederti ridurre l'immissione in ruolo dei 150.000 o giù di lì precari ad un'operazione nell'interesse dei docenti e non degli studenti. Allora, ribadito che né i concorsi né le SSIS hanno mai veramente fatto filtro, impedendo ai meno saggi di adire alla cattedra, ma questo l'avete saputo SEMPRE tutti e avete SEMPRE lasciato correre, ti domando: sei sicuro che non sia anche un po' interesse degli studenti avere finalmente dei consigli di classe stabili, sottratti alla girandola degli incarichi annuali e delle cattedre volanti che saltano e riatterrano puramente a caso? So bene che anche l'organico funzionale non risolverà alla radice il problema, giacché qualche docente che chiede trasferimento o che si ammala ci sarà sempre; nondimeno, sottrarre la massa dei precari all'umiliazione dello zingaraggio scolastico non avrà, ti chiedo, anche effetti costruttivi sulla loro autostima, sull'entusiasmo che deriverà dalla possibilità di programmare a lunga scadenza la didattica con le classi, sulla creazione finalmente di situazioni ambientali consolidate, unico presupposto per il consolidamento delle competenze? Poi tu mi dirai che questa immissione in ruolo in massa porterà cani & porci, e che non è certo per il fatto di essere finito in graduatoria che uno può pretendere di salire in cattedra se poi non sa insegnare. E allora di agisca alla foce, visto che alla fonte (le abilitazioni e i concorsi) qualche falla c'è sempre. Epperò non è per evitare i cani & porci in cattedra che le aquile e i cigni devono sentirsi dire che per loro c'era spazio, ma no, anzi abbiamo scherzato. Purtroppo la meritocrazia che sia io che tu tanto amiamo deve prevedere un momento di sversamento indistinto di nuova linfa nei ruoli dello Stato. Abbi semmai il coraggio di proporre misure che blocchino DOPO gli incapaci, quando cioè la loro incapacità è palese oltre ogni ragionevole dubbio. E' lì che ti trovo deboluccio, Abry.
Ma non solo lì. Ascolta, si capisce lontano un  miglio che, fosse per te, aboliresti tutti i licei d'Italia per sostituirli con scuole tecniche in cui tutte le materie sono insegnate in inglese, le lezioni si svolgono via Skype e i docenti sono solo dei modesti facilitatori. Si vede. Si sente. E allora, quando tiri fuori il preclaro esempio dei bambini di prima media in Finlandia a cui è stato chiesto di risolvere il problema dei flussi del traffico al semaforo del loro paesello, abbi il coraggio di trarre le conclusioni fino in fondo, pur nel ridicolo ASSOLUTO dell'episodio da te addotto a prova della superiorità finnica su noi eredi di Cicerone e Tucidide: dicci in cosa devono consistere i curricoli delle scuole del futuro, dicci chiaramente che del pensiero umanistico non te ne può fregar di meno, che è molto più importante aiutare gli automobilisti ad avere flussi di traffico decenti invece che spiegar loro dove porta la strada della vita che percorrono ugualmente. Dillo, su, che degli orizzonti di senso non sai che fartene, che alla scuola bisogna chiedere solo il saper fare, perché di saper essere, in un universo dominato dalla tecnica che trasforma i mezzi in fini è da folli andare oltre il quotidiano espletamento dei propri doveri materiali. Dillo che lo spirito è lo scomodo e non gradito ospite delle nostre esistenze, il proteiforme ed inafferrabile quinto o sesto o settimo elemento che invade i nostri corpi, attiva l'anima e ci costringe a chiederci dove tendono le nostre azioni, a metterci in rapporto con il mistero inconoscibile dell'essere, insomma tutte cose che certa neuroscienza e certo positivismo vigliacco definiscono come relitti imperfetti dell'evoluzione del cervello, come se chiedersi il perché (causale e finale) delle cose fosse un handicap e non la molla che ci ha garantito 5 milioni di anni di progresso dall'Australopiteco a qui (One direction e Fabrizio Corona esclusi, s'intende) (dai poverino, ha chiesto pure la perizia psichiatrica)(colpa dei professori che ha avuto alle superiori, di sicuro...). Dillo che la scuola deve cessare di educare e deve ridursi ad apprendistato continuo. Questa è la civiltà che vuoi? Tutti manager e tornitori? Vuoi sopprimere la ricerca del bello in nome dell'utile? Vuoi che l'uomo diventi un automa che regola i flussi semaforici? Se lo pensi, dillo. Abbi il coraggio di negare l'humanitas. Poi non stupirti se la nostra civiltà decederà del tutto, e quando anche tu sarai classificato come "non produttivo", verranno a chiederti se preferisci l'imbalsamazione istantanea o l'eutanasia da sano, "tanto ormai non servi più". Pensaci bene. Bene. Bene.

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