Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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lunedì 25 marzo 2013

De novis scholasticis artibus et eorum mirabilibus


Ci dedichiamo ora a quei post per addetti ai lavori che leggeranno solo i professori o quelli attirati dal titolo in latino. Si tratta in realtà della prosecuzione di un discorso che avevo già abbozzato qui, in occasione della nota sparata montiana sul fatto che i docenti italiani brutti e cattivi, ma soprattutto fannulloni, avevano corporativisticamente alzato il muro contro l'aumento di 2 ore (no, Mario, erano 6!!!) dell'orario di cattedra. Conclusi la tirata allora adombrando certe prospettive didattiche che stavano dietro le parole di Marione e soprattutto dietro i cervelli fini che lavorano al Ministero e sono sempre pronti a sintonizzarsi sulle novità che vengono dall'estero, specie quelle deleterie, come l'orribile esperienza del 3+2 universitario insegna ampiamente. La prospettiva in questione è risaltata fuori ieri l'altro in un corposo articolo su La Repubblica, provocandomi non poca orticaria. Si badi, chi scrive, avendo vissuto e in parte subito i guasti della 'vecchia' scuola, diciamo ante- Giubileo, sa benissimo che essa scuola ha bisogno urgente di una ventata di cambiamento, ma si rende conto pure che non tutto il nuovo è automaticamente meglio del vecchio, qualora non lo si applichi con criterio e lo si scelga più per moda che per effettiva efficacia.
In soldonibus: pare che su all'Indire, l'agenzia nazionale che si occupa di cercare terreni fabbricabili per scuole tutte cablate, stiano fermentando idee a dir poco huxleyane circa la futura sistemazione dell'educazione dei giovani virgulti italici, sia dal punto di vista ambientale sia da quello didattico.
In sostanza, in ossequio alle flashanti novità anglo-angliche, i nostri capoccioni hanno di mira la scuola 2.0, ma forse anche quella 3.0. La quale scuola punto zero prevederebbe, una volta trovati quei pochi miliardi necessari a farla partire, miliardi di facile reperibilità, vista l'enorme percentuale di PIL italiano investita nel settore, soprattutto sotto il sudario gelminiano,  prevederebbe, dicevamo, la creazione di classi open-space, ambienti luminosi e interattivi che non hanno più nulla a che fare con  la struttura attuale, organizzata sulla polarità quasi teatrale tra cattedra del professore e banchi degli alunni. Mobilia che sarà sostituita da una sorta di serpentone sinusoidale districantesi lungo tutto la spazio dell'aula, sì che i singoli banchi verranno coagulati in un'unica soluzione, essendo poi le singole postazioni dell'agglutinamento così ottenuto tutte connesse ad internet. In tal modo la lezione perderà i suoi connnotati di barboso concionare insegnantizio per diventare laboratorio multitasking di ricerca, confronto, creazione di materiale interattivo, e i singoli alunni potranno dare il loro contributo, stimolati dalla discussione con gli altri, stimolandola a loro volta. Il tutto riposa sul presupposto che l'argomento specifico della lezione sia stato assegnato il giorno prima dall'insegnante e quindi i cocchi se lo siano più o meno studiacchiato nel pomeriggio, sì che la mattina successiva le nozioni preacquisite serviranno da punto di partenza per la successiva ricerca-dibattito- confronto. Il docente, a questo punto, non dovrà far altro che coordinare i lavori, verificare il loro corretto svolgimento, lanciare spunti dibattimentali stile circle-time, quindi, si suppone, verificare e soprattutto dare il voto al lavoro svolto. Dico 'si suppone', perché, come detto allora, l'idea della nuova figura del docente sarebbe appunto quella tutta anglica del 'facilitatore', uno che alla fine serve più che altro a vigilare sul lavoro della classe e a risolvere quesiti minimi, spiegare magari il significato di un termine poco chiaro, dare due dritte su come inserire una tag di html in una pagina web creata dal pargolo, tradurre qualche parola dall'inglese, così, bricioline.
In effetti, al netto di tutti gli aspetti architettonico-relazionali della 'nuova scuola', una cosa non mi è ancora chiara: ma alla fine su che cosa verranno valutati questi qui? E poi: detto che evidentemente una scuola dinamica non dispiace a nessuno, alla fine di tutto questo dinamismo, le famose e strombazzate competenze che si vuole far acquisire agli alunni in cosa consisteranno? Oltre che sguazzare nel web come anguille, essendo in grado di linkare pagine & file ipertestuali, gli adulti di domani saranno pronti alle professioni come più o meno lo sono stati grazie alla 'vecchia' scuola? Giacché, per quanto schifo faccia l'Italia attuale, non si può negare che uno straccio, direi quasi un ridotto manipolo di ingegneri, notai, avvocati, architetti insegnanti, farmacisti ecc, ecc. bene o male solca ancora i cieli della Penisola, e per quanto malridotta sia stata la scuola frequentata da costoro, è impensabile che loro attuali competenze siano emerse solo dal momento in cui hanno iniziato a lavorare. Insomma, un minimo di forma mentis pregressa l'avranno pure avuta, e se così è, un minimo merito alla scuola andrà pur dato.
Ora mi domando senza polemica, anche perché nel fenomeno ci sto dentro mani e piedi e posso solo che avere interesse ad un suo positivo sviluppo, questi alunni 3.0 saranno capaci di entrare nel mondo del lavoro come più o meno sono entrati gli alunni pre-USB? È vero che le professioni di domani non saranno uguali a quelle di ieri, ma l'idea che la nuova piramide delle conoscenze, che aveva in cima la teologia fino ai tempi di Poliziano, sia ora sormontata dalle competenze informatiche mi sembra a dir poco disumana. In sostanza, se la prospettiva è quella di un mondo in cui le macchine faranno QUASI tutto quello che oggi fanno gli uomini, agli uomini non resterà che avere le competenze pratiche per far funzionare le macchine stesse e stop. Ciò significa che non sarà più necessario avere gente in grado di ragionare mentalmente in forma avanzata, poiché il calcolatore saprà fare tutto trilioni e trilioni di volte meglio di un singolo cervello umano. Il che è vero. Ma esisterà un giorno un computer dotato dell'unica cosa che pare ancora prerogativa del solo homo sapiens, ovvero la capacità critica, la facoltà di decidere su presupposti non meramente meccanici, ma etici? Detto più crudamente: si arriverà mai alla creazione di una macchina in grado di distinguere SEMPRE  e IN OGNI CAMPO il bene dal male? Vorremo davvero devolvere tutto alla macchina? E di noi cosa resterà? Una mano attaccata al mouse? 
Venendo a sitnetizzare l'ampio spettro dei problemi, dunque, mi soffermerei sulle seguenti, friccicose istanze:
1) La nuova didattica: posto, ribadiscolo, che quella vecchia non è tutta da buttare via, mi domando se riusciremo davvero ad abituare i nostri studenti al trend letturina pomeridiana- stage informatico del mattino. Io davvero non so, e spero davvero di cuore di sbagliarmi, come sarebbe percepita la scuola se passasse un  modello simile. Perché la questione non è che il modello funziona all'estero (che poi si sa, ciascuno se la canta e sa suona, come i finlandesi che studiano la matematica in funzione dei test a crocette)(no, la patria della Nokia non si tocca!!!), il problema è se le menti degli italici bimbominkia sapranno aderirvi in modo costruttivo. Si sa, grazie a decenni di politiche antimeritocratiche e di pedagoghese poverinista e giocattoloso, i nostri studenti vedono la scuola al più come una dolorosa necessità, un apostrofo nero tra le parole 'voglio' e 'divertirmi', un luogo popolato da buffe creature che parlano di cose fuori dalla realtà, chiedendo pure che vengano studiate, trasmettendo valori di impegno, fatica, responsabilità, rispetto dell'altro, onore degli impegni che cozzano drammaticamente con tutto ciò che il resto del mondo propone. Le materie, al limite, aprono un pochino la mente, ma nulla più, è la vita concreta la vera scuola. Ebbene, se la scuola, come pare, tenderà a diventare sempre più simile ad una sala giochi, cosa mai entrerà nelle teste dei bimbominkia? Non so davvero cosa resterà di tutto il fervido saltabeccare da pagina web a blog ad album di foto, non riesco a immaginare che il discente lasciato a briglia sciolta possa autonomamente sfornare contenuti didattici di livello. È, vorrei dire, l'illusione che l'adolescente informatizzato ne sappia come e più dell'anzianotto che ha studiato tutto sui libri. Falso: il giovane nativo digitale potrà certamente disporre di una moltitudine di contenuti ad una velocità imparagonabile col passato, ma da qui a saperli acquisire, assorbire, rielaborare e ricreare in modo originale ce ne vuole: come non esistono scuole di scrittura che ti trasformano in un genio del romanzo se non hai già di tuo delle qualità innate, così non ci si può davvero illudere che il solo possesso di abilità informatiche renda l'alunno un genio della critica, un gigante della creatività, uno scopritore a gettone di nuovi mondi. Si pretende che sia il mezzo a generare la qualità di chi lo utilizza e non viceversa, come è logico avvenga almeno a partire dalla scoperta della ruota. Questi giovani genietti della tastiera dovranno essere la classe dirigente del domani: non so, e vorrei sbagliarmi a non sapere, se il problem solving, la competenza tutta telematico-cibernetica che si vorrebbero maturare con la nuova didattica, saranno sufficienti per affrontare le sfide del mondo prosimo venturo, visto che le interazioni saranno pur sempre PRIMA tra uomo e uomo e POI tra uomo e macchina.
2) C'è poi una cosa che mi preoccupa alquanto, ma non pare essere emersa ancora nel dibattito: la sorte di noi insegnanti. Vojo di': se già adesso la nostra figura viene prevalentemente percepita come quella di gente che lavora part-time 5 o 6 giorni a settimana, godendo di ferie ingiustissime e venendo pagata fin troppo in rapporto a quello che fa, cosa penseranno i genitori 3.0 dei 'facilitatori' dei loro figli? Una volta che sarà chiaro che al facilitatore non viene chiesta nessuna competenza profonda, ma solo una empirica e artigianale propensione a togliere i sassolini dai tubi ostruiti delle menti degli alunni, la conclusione non potrà essere che una: per fare il 'facilitatore' la laurea è fin troppo, figurarsi l'abilitazione; di più: CHIUNQUE a questo punto, potrà improvvisarsi 'facilitatore', anche la farmacista che ogni tanto aiuta il figlio nei compiti di matematica o il praticante avvocato che, ricordando a spanne il greco del ginnasio, sarà in grado di guidare il fratellino nei meandri delle prime due declinazioni. È la solita idea anglosassone-luterana che le gerarchie non esistono, ma tutti in linea teorica possono fare tutto. Questo, ovviamente, porterà ad una ulteriore svalutazione della nostra figura, sì che sarà un attimo procedere a nuovi, giganteschi tagli del personale, dato che, per una classe di bimbominkia di fatto autonomi nel lavoro, indipendentemente dai risultati, saranno sufficienti due o tre insegnanti al massimo, area linguistica, matematica e foreign language. Come alle elementari una volta. Ma alle superiori, ciò significherà la fine. Il vero maestro sarà il computer, al 'facilitatore' non sarà demandato altro compito se non la correzione in corsa di certe venialità, ma non mai quello di aiutare lo sviluppo del senso critico, poiché quello emergerà spontaneamente dal dibattito interalunnesco; come quando dicevano che l'economia capitalistica aveva al suo stesso interno i fattori di regolazione: gli allegri suicidi di industriali ai quattro angoli del globo ne sono certo la prova più specchiata.
3) Va bene. E scuola 3.0 sia! Ma, concentrandoci sul caso-Italia, i poveri 'facilitatori' chi saranno? È noto che la riforma delle pensioni varata dalla sagace ministra Fornero ha avuto l'inevitabile conseguenza che per quest'anno le domande di pensionamento nella scuola sono esattamente la metà rispetto all'anno scorso. Il che vuol dire che il ringiovanimento della classe docente di ruolo, già orrendamente rallentato dai massacri gelminiani, si allontana vieppiù, checchè ne dica l'attuale Ministro che bandisce concorsi su posti numericamente ridicoli. Morale: già l'età della classe docente attuale, a scuola 2.0 ancora in fase di progettazione, produce desolanti situazioni di totale incomprensione tra docenti e alunni a causa della mostruosa distanza generazionale, figuriamoci quando partirà la 'nuova' scuola, avendo noi un corpo docente dell'età media di 60 anni. Ve li immaginate, i 'facilitatori' delle materie classiche, se mai verranno ancora studiate, interagire via LIM con studenti che non capiranno una ceppa delle declinazioni e dei participi, ma nemmeno di quegli elementi di cultura latina o greca forniti come se si trattasse di un corsettino per amatori, cioè approcciando i testi direttamente in italiano, azzerando così i benefici psicologici e umani dello studio dei testi in lingua originale? Ma che ne sarà poi di matematica, che già ora viene capita in modo soddisfacente sì e no dal 20% degli studenti? Far comparire monomi e polinomi sullo schermino colorato li renderà più comprensibili? Dibattere in circle- time sulle tre leggi di Keplero farà amare la fisica? Storia e filosofia, ma pure inglese, diventeranno solo il pretesto per chiacchiere, detto che il 'facilitatore' sessantennne avrà poca o punta voglia/capacità di avventurarsi coi pargoli negli abissi webbeschi in cerca di nuovi stimoli. Al limite sarà la gara a chi produrrà la ricerchina meglio copiaincollata, che è poi quello che succedeva coi centoni medievali in cui si ammassavano cose senza dichiarare le fonti. La libidine saranno le lezioni prodotte dagli alunni stessi in powerpoint, come dire che 'facendo' la lezione, automaticamente si sviluppano le competenze metodologiche ed epistemologiche. E quei simpatici vecchietti dei 'facilitatori' a dormire con la bolla fuori dal naso come nei cartoni giapponesi.
4) In ultimo, quale coscienza dei propri errori e dei propri limiti acquisiranno i ragazzi, che già ora ne hanno poca poca? Di fatto, quando nei primi anni 2000 le Scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario ciarlavano giuggiolando della didattica per moduli, minimalista ed efficace, priva di qualsiasi tridimensionalità, ma tagliata sulle esigenze delle singole classi, cioè ridotta a chiacchierina, ebbene, noi si vedeva gente gongolare nella progettazione dei moduli tipo: "La casa stregata nella letteratura classica", "Guerra e pace nel secolo decimosettimo", "Laboratorio di scrittura di una novella", dichiarando come prerequisiti per lo svolgimento del modulo medesimo "la conoscenza delle strutture morfosintattiche della lingua italiana" (e latina/greca se serviva). Si dava cioè per scontato un livello di partenza piuttosto ben piazzato che costituiva la premessa necessaria per discorsi di livello, diciamo, avanzato.  Fu un attimo accorgersi che, nel giro di dieci-quindici anni di 'scuola amica', gli studenti che approdavano alle superiori avevano i prerequisiti linguistici e logici di gente di quarta elementare, se andava bene. Al che tutta la bella didattica modulare naufragava ancora prima di salpare: a gente che è dotata di un vocabolario massimo di 100 parole, che crede che l'aggettivo 'inesorabile' significhi 'che non arriva più' (però, davvero inesorabile oggi il treno da Milano...), che fa ancora fatica a scrivere 'scienza' e 'milioni' senza sbagliare l'ortografia, che non distingue l'essenza del complemento di modo rispetto a quello di fine, che scambia il predicato nominale per complemento oggetto, insomma a gente così che didattica 'superiore' si vuole proporre?  E il correttore automatico di Windows o simili dovrebbe risolvere tutto? La logica e l'originalità, per non dire lo spirito critico, si possono inoculare via microchip? E magari la siringa sarà messa in mano al 'facilitatore'? QUESTO facilitatore?
Ecco i cittadini del domani. Cioè del mai.
(Bene, avrò fatto la figura del laudator temporis acti, ma in realtà è pure peggio: non rimpiango il passato, il presente fa schifo, il futuro è ridicolo per non dire tragico. Al confronto l'Innominato era un pozzo di gioia...). 
     

2 commenti:

  1. Gli strumenti tecnologici possono essere sicuramente uno strumento didattico, qui penso ai vari laboratori, che sono stati progettati nel corso del tempo. La classe, in aula informatica (o, se ci sono le postazioni, anche senza l'aula informatica) può usare programmi che, ove il docente faccia un programma di laboratorio ben preciso, davvero possono aiutare nell'apprendimento. In matematica questo è evidente: il calcolatore può disegnare grafici di funzioni, può fare manipolazioni simboliche, in tal modo lo studente può comprendere "come vanno le cose", che poi è ciò che conta in matematica, al di là delle formule.

    Naturalmente, questo non significa buttare via la lezione frontale. Abbiamo una solida tradizione nozionistica, d'altra parte. Sarebbe un po' come snaturarci, e snaturare quello che, nonostante tutto, è un punto di forza: la solidità della nostra preparazione di base, penso soprattutto all'università, ma in una certa misura anche al liceo. Dunque, sono scettico nei confronti della figura del "facilitatore", ma dubito che davvero prenderà piede, lo vedo contro la stessa natura della tradizione dell'insegnamento in Italia.

    A mio avviso, si potrebbe ragionevolmente puntare verso una qualche soluzione di compromesso: lezioni frontali, laboratori, anche mini-seminari presentati dagli alunni. A storia e filosofia, in III, IV, V liceo, lo facevamo, con buoni esiti. Mettere assieme le novità e la nostra tradizione nozionistica e di "studio duro". Era un po' quello che, immagino, si cercò di fare nel mio liceo, con le compresenze, con gli approfondimenti, e il risultato per me fu buono.

    Qualche ultima considerazione:
    - In effetti, la scuola dovrà considerare di educare all'uso di internet, molto presto. È parte del mondo, ormai. Vedendo come in molti si dimostrano semplicemente incapaci di viverci dentro (insulti gratuiti, pareri da bar...), forse è il caso di lavorare fin da subito su una simile educazione.
    - Il "3+2", credo, non è stato così un disastro. Almeno, io che l'ho vissuto non credo di aver fatto un'università di basso livello. Sicuramente all'inizio della sua istituzione vi furono problemi dovuti all'assestamento, ma ora - almeno a Pavia, penso al mio corso ma anche a quello della mia dolce metà - mi pare che si sia arrivati ad un certo equilibrio nella sistemazione dei corsi. Quelli annuali da vecchio ordinamento sono spariti, dovrebbe ormai esser chiaro che quelli trimestrali funzionavano male, in un semestre si riesce a fare un corso degno e intenso, magari come modulo di qualche argomento molto spesso.

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    1. Grazie per le considerazioni. In effetti, la strada del compromesso è l'unica percorribile. Penso a latino, a quanto sarebbe utile mostrare la tecnica di scomposizione e ricomposizione dell'ordine delle parole latine secondo l'ordine italiano, roba che col copia-incolla sarebbe facilissima, e aiuterebbe l'alunno a visualizzare le possibilità di soluzione delle frasi apparentemente più astruse. Il problema è semmai far capire che, a cambiamento di metodologia, non corrisponde un abbassamento delle pretese, poiché il compito della scuola non è quello di essere facile, ma di essere formativa, quale che sia la strategia didattica impiegata. La figura del facilitatore mira invece proprio all'orizzontalizzazione del rapporto scolastico, per cui il docente sistemicchia cose e risolvicchia quesiti, ma non ha più (o pochissimo) potere di valutare chi si impegna e sanzionare chi sgarra. O vogliamo davvero credere che basti trasferire la didattica alle postazioni informatiche e tutti gli studenti d'un colpo diventeranno superappassionati geni? Resta poi il fatto che tutti i progetti di ammodernamento della didattica non possono prescindere dal ringiovanimento della classe docente, ma abbiamo visto che gli indirizzi dei precedenti governi vanno esattamente in direzione opposta. Questo sarà il vero tallone d'Achille di ogni futuro progetto innovativo.
      L'educazione all'uso consapevole di internet dev'essere parte di una più ampia ri-educazione ai valori dell'impegno e della serietà che la scuola è andata perdendo negli anni, in ossequio a visioni edonistiche che non accettano la possibilità che un adolescente vada incontro all'insuccesso o alla scoperta di avere capacità meno ampie di quello che credeva. Se non si riparte da lì, le lezioni diventeranno sessioni multiple di playstation.
      Quanto al 3+2, il mio scetticismo, ovviamente discutibile, nasce dal fatto che la polverizzazione del monte complessivo delle conoscenze in una miriade di esami ed esamini dati col fiatone non consente, come in passato, una serie interiorizzazione dei contenuti. Ma mi rendo conto che possa essere un'impressione personale.

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