Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



Per scaricare il poliziesco pentadimensionale I delitti di casa Sommersmith, andate qui!!!

venerdì 24 aprile 2015

UGF 03X03: "Io gioco a scacchi".

Farinosa quantomai vieppiù la trama della nostra fiction-guida, come i fossili del cretaceo s'avvita su situazioni sfilacciate e incoerenti, e tuttavia sottilmente comiche, sì che decidiamo di salvare quelle, e non il resto. Che non c'è.

E' il Colorado Boat, questo, vero...?


1) La comica di Dawson's Creek reloaded: pare che il settore giovanezza & virtute del cast si sia deciso a complicare i propri dialoghi in cerca di nuovi spessori. Il risultato è ovviamente contraddittorio, ma non certo privo di un suo appeal.
"I tuoi trascendentali iniziano a sfuggirmi...!" "Kairòs, kairòs!!"
Esempio uno: nerd inverighese arrabbiato con la sua quasi- ex Valentina, "perché non mi hai detto che andavi a vedere la cavalla di Raoul che sgrava con Tino" (Tino  è l'osservatore, si capisce), la Vale replica che "tanto a te non sarebbe piaciuto", ma il nerd ribatte "dovevi dirmelo, mi sono offeso!!", al che la Vale ri-riopina "ma scusa, ti offendi perché non ti ho invitato in un posto in cui comunque non saresti venuto??", e la fenomenologia del linguaggio decolla verso i lidi già ampiamente esperiti dalla coppia Van Der Beek/Holmes, quindi, gente mia, siete indietro di 15 anni, as always.


"Zietto, andavo come una freccia nera, vero???" "Ma schiatta..."

Esempio due: il sempre più sandokanesco Jamal ci prova in concretezza con la Vale, che tanto del nerd non sa più che farsene, ed ecco che al maneggio risoffia l'aria dello zompo cornificante che già tanto ci soddisfece all'epoca: come spingere la fanciulla tra le egizie labbra? "Sai, mi devo reinserire socialmente... diciamo che faresti un favore alla comunità... ma sì, è la comunità che te lo chiede!!". Ora, ai tempi in cui Pollon andava in onda su Italia1 alle 16, una qualsiasi fanciulla mia coetanea, a fronte di una circolare ministeriale spacciata per tentativo d'approccio, avrebbe perlomeno sputato nell'occhio al pretendente, fosse pure affascinante ed egizio. Qui la Vale schiude le labbra dopo nemmeno tre secondi. Sarà... 


Omar Sharif chi?

2) Seduzione, questa sconosciuta. Esempio uno: la Isabella Ferrari-Gradisca, sempre più caricaturale nel ruolo di donna di strada col passato frullato, anzitutto simula un ictus con le figlie per avere una comoda scusa per interrompere la fuga da Inverigo (TAC a tempo di record, poi dite della sanità italiana...) e andare a piatire da mamma Nora, che ovviamente le mette subito a disposizione duplicato delle chiavi di casa, telecomando del cancello, carta di credito aziendale, pulsantiera lanciamissili, botola antiscocciatori e tutto il resto che si trova nel deposito di Zio Paperone. E passi. Ma il povero Giampaolo Morelli, condannato a fare il belloccio imbecille a vita, ottiene dalla predetta un appuntamento flash di un'ora per un aperitivo, roba che neanche due perseguitati politici della Cecoslovacchia anni '60, e quando l'approccio verte sugli interessi comuni, quando cioè Gradisca va ad informarsi sulle chiavi d'accesso al cuore, e molto altro, del bel ragionierone, ecco la di lui sexyssima dichiarazione: "Ascolto l'opera e adoro gli scacchi...". Beh, roba da veder tutte le Gradische dell'ecumene gettarglisi addosso al grido di "Sì, fammi l'arrocco!!". Ma appunto, tutto si diluisce nello sciroppo d'acero.



"Scusa, il primo principio della termodinamica...?" "lalalalalaaaaaa....!!"
Esempio due: sciroppo che scorre a fiumi, rischiando di impiaccicarlo senza requie, per il secondo dei Reggiani, ovvero Niccolò, che si crede perseguitato dal tizio della piscina, il quale, guarda caso, vive non solo nello stesso stabile dei nuovi Casa Vianello, ma pure sullo stesso pianerottolo!! Eh, beh, succede, no? Detto poi che il tizio, Mattia o qualcosa di simile, attacca effettivamente bottone col Reggianino, che attende invano un ascensore che non arriva mai (e leggili i segni del destino, su...), ma continuiamo a non capire perché Niccolò tema l'assalto. Ci vorrebbe evidentemente il parere di un esperto in seduzioni gay, nondimeno la frase: "Mi si è svalvolato il wi-fi, ma vedo che c'è una rete su questo pianerottolo, è la tua, per caso? Daaaai, dimmi la password, mi connetto solo per leggere la posta, giuro..." a noi qui di Spocchialand non sembra esattamente il tentativo d'approccio più erotico pensabile. Su un pianerottolo, poi (tacciamo della password dedicata al Papa, vabbe', Laura, si sa... coerente, vero...?). 


"Sì, però mio padre recitava con la Goggi..." "T'accontenti, cocco!"
3)  Bimbominkia, sorgete!! Trionfa il Twilight-mood per il Primo dei Reggiani, ovvero Calimero: costretto a fare da ormon-sitter alla circa-nipote (ovvero Irene, figlia di Gradisca, cioè della sua sorellastra, quindi una mezza nipote o nipotastra o step-niece o qualcosa), giusto per sbollirle le voglie e dimostrarle che Inverigo è decisamente meglio di Las Vegas, o Viareggio, che poi è lo stesso (by the way: ma in quanti posti è stata Gradisca? Rimini ci sta per motivi allusivi, ma poi Bologna, Viareggio, tutto senza un perché & un percome... ah, Ferrari...). Nulla di più eccitante di un bar vuoto, giusto con un paio di truzzi a cui la fanciulla mostra la spallina dopo otto secondi. E lui a farle scudo. Sì, ma poi io dovrei custodire l'intatta (????) virtù della nipotessa quando ho appena perso la donna della mia vita? Via, giù di Caipirinha!!! E così, ciucco marcio, Calimero affida alla minorenne le chiavi del bolide paterno (fighetto fankazzista... si  licenzia dalla cesseria, tanto lui i soldi li ha...) e zummete! Fermati dalla polizia, che li umilia da ogni angolatura concessa dalla trigonometria, ma potrebbe la predetta verginella esimersi dal farsi il selfie collo ziastro in pieno sfiga-time? No, perché bimbominkia is everywhere!! E lo posta sullo pseudo-facebook, ovvero il luogo dove il padre avanzo di galera, appena avanzato dalla galera medesima, va a rintracciare la figlia, e nella foto, guarda caso, compare il cartello stradale di Inverigo. Dopodiché è tutta campagna. Certo, incastri narrativi che, beh, Thackeray è un pivello, su...


"Poi arrivò il serpente..." "Chiamatoooo...??"

4) Da rivedere il sistema di intelligence di casa Rengoni, vero? Se un Jamal qualsiasi riesce a scavalcare il muro di cinta e arrivare fino ai battenti della porta di casa... eh, beh, c'è gente cattiva in giro, sapete? L'ex di Gradisca, per dire, che rispunta nell'auto di lei a fine episodio, la costringe ad impostare faccia e parole sul livello "Madre Coraggio (selallero)" e va di ricattoni. 


Chi sta suonando il flauto per farmi uscire dalla cesta?

5) Laura, povera, ormai vittima delle ben note ciclotimie senecane: prima riceve una serie inenarrabile di siluri nello stomaco (Gradisca ammessa a casa Rengoni, poi riconoscenda come figlia legittima da Nora, quindi adottanda da Ernesto, manca che la facciano capo della baracca....) che la portano a preparare vitello tonnato per due eserciti  poi, timorosa di sembrare giusto un po' rosicona per le profferte d'amore della madre alla figlia mai vista per 50 anni, telefona alla sorellastra, inghiotte ettolitri di fiele e la assume in studio. Coerenza, coerenza...

Heisenberg e Bohr...? Ah, intendi gli stilisti di Zara?

6) Raoul, vabbe', sei padre, godi. Ma perché tu e Calimero andate avanti a fare gli splendidi chiamandovi "bròder"?

"Dorsali flaccidini, eh?" "E' l'altro Reggiani..."





venerdì 17 aprile 2015

UGF 03X02: quota, quota.

E così, una puntata via l'altra, giusto per sondare la resistenza del pubblico al glucosio, e purtuttavia instillando lievi goccine di rafano là dove la luce è più intensa affinché l'ombra sia più nera.


"Sai che sembri la nonna di Sailor Moon?" "Chi, quella della statale 54?"



Per dire insomma che la fiction nostrana a trazione rengonica svela vieppiù il suo volto, fatto di zuccherosità (molte) e asprezze (poche). Il che, suddiviso per le quote mediatiche che si programmano per ogni episodio secondo il teorema di Sommersmith, porta alla seguente ripartizione.

Sai, quei tuoi profiteroles dell'altra sera... li ho rivisti...

1) Quota Casa Vianello/Teneramente Licia: tutta a carico del matrimonio tra Laura la Cattolicissima e il suo bel Leo. Ma dov'è finita l'avvocata che si portava dietro la sfiga come un cilicio? Eccola invece tutta presa dalle prime inevitabili messe a punto della vita (bis)coniugale, tipo buttar via le uova al bacon fatte da lui senza dirglielo, piombargli in bagno mentre lui è nudo come mamma lo fece perché non ha chiuso la porta a chiave, sistemare i cuscini a trapezio piuttosto che a triangolo, insomma una carica sexy che al confronto il duo Licia-Mirko veniva fuori dall'Histoire d'O. Tutto deve riconciliarsi, un po' come alle fine dell'Orestea, e allora anche Niccolò, che avevamo lasciato in stan-by di bega perenne con la madre, dimentica incomprensioni, bigottismi, discriminazioni e accetta di venire a vivere coi due neosposi. Così, tout est pardonné. Forgiven, forgotten. Paraculiamo allegri, insomma.
Niccolò che peraltro (ma qui pesano le ambivalenza e le ondivaghitudini piddine sulla questione delle convivenze gay) potrebbe rimettersi sulla piazza, finita la triste parentesi col pitturista. Pare che nella piscinetta da lui frequentata saltabecchi uno che forse l'ha puntato, "ciao, anche tu qui?", "ci vieni spesso?, "io prima venivo di pomeriggio", tutte espressioni talmente neutre che uno neanche ci farebbe caso, ma Niccolò, temendo nell'interlocutore chissà quale maniaco, fugge sempre a gambe levate, lui che si era infrattato col pitturista NEL GIARDINO RENGONICO alla velocità del suono. Si vede che il ruolo del personaggio, che pure da qualche parte quaglia, è di difficile gestione. Ma la dolcezza trionfa.

Sì...sì sì, vedo il meteorite che precipita sulla ditta!

2) Quota Brothers and Sisters de noantri: che poi Laura, dopo tanta trasgressione nello sposarsi all'alba (ma a me continua a non tornare la cosa del ri-matrimonio in chiesa se non ha divorziato senza accenni alla Sacra Rota), dopo aver quasi fatto infartare di disdoro la povera e squinternata madre, si inalbera ad albero solo perché Nora/Sandrelli, distrattona, si ricorda, o meglio le viene fatto ricordare, di avere quella figlia nata da uno zompo giovanile, cosa là, Claudia/Gradisca, che è spuntata dal nulla e adesso vuole conoscere tutti i suoi fantastici fratellastri. E 'mbè? Dov'è il problema? Non si sa, ma Laura prende malissimo la scoperta, tace, fugge, mette giù una pippa chilometrica, ma in fin dei conti Nora era giovane all'epoca, fu costretta a smistare la primogenita per poi sposarsi col Capofamiglia, vojo di'... macché, scandalo scandalone, da parte di una che ha gettato il rosario alle ortiche e cercava i confetti color malva perché si risposava senza essere, ovviamente, più illibata. Si arriva al tutto dopo una serie di bugie, equivoci, deduzioni, silenzi e svelamenti in pieno ossequio alla fiction americana cui UGF si ispira smaccatamente: tutti non devono sapere e alla fine tutti sanno tutto. Solo che almeno a casa Walker scorreva ogni tanto il sangue. 

"E per la massa magra la creatina fa miracoli..." "Maschiaccio...".

3) Quota Candy Candy, eterna incompresa: appannaggio in realtà di un lui, ovvero Jamal, che grazie al sincero pentirsi sta riscoprendo la fede islamica, ma deve sull'altro versante cozzare contro la cocciuta vena comandizia di Raul, motivo questo di non pochi scontri, ma soprattutto di un andamento, oseremmo dire, ciclotimico e bipolare del rapporto tra i due, che si provocano, si separano e si riconciliano a velocità ghepardesca. Se Jamal compie l'intemerata di far giocare a rubabandiera gli ospiti del rieducandato di Raul, facendo sì che una di loro si sfracelli, ecco il rimprovero, "guai a te se osi prendere iniziative!", ma come, protesta Jamal, proprio adesso che mi stavo risocializzando?!??!?! e via una bella fuga di 500 metri non si sa dove, non si sa a sbracciarsi di che, ma si vede che è l'aria del maneggio, ricordate le cavalcate verso il niente di Raul l'anno scorso, al ritorno di Edoardo dall'aldilà? Poi, senza un vero motivo, Raul dà uno strappo a Jamal, ma c'è sempre la sosta a casa Rengoni, là dove Valentina la semplice è pronta a dire addio al nerd inverighese (che ha guadagnato, se non in bravura, in dizione) per gettarsi nell'ignoto coll'egizio. Basterà a redimerlo? Intanto Raul ha pronto il kit da cazziatone nel cruscotto dell'auto.


"Allora, qui Niccolò direbbe... ah, no, sono io...!"

4) Quota Il tempo delle mele: il povero Calimero, tradito da Narici Arabesche, che sta con l'altro, ma come fosse una tortura, fortuna che è arrivata la proposta di nozze che... ah, no, era un bluff. Puff, sparita.


"Allora... io farei rigatoni alla puttanesca..." "Sì, vabbe'..."

5) Quota C'è qualcosa che non so? tutta per Raul, che vede la sua ex con neonato a spasso e teme, pallottoliere alla mano, che la materia prima sia la sua. Ma lei, Cervina, zitta e muta. Guarda e schiatta.               


Kabir Bedi chi?

6) Quota Mi-mi-mistero! per Isabella Ferrari- Gradisca, l'unica a darci il  brivido del proibito e della strage imminente, anche perché, per arrivarci Laura (che in genere non ha mai capito nulla di nulla delle cose sue) a capire che questa qui ricompare proprio ora e ci sarà un perché... L'odore del sangue immine su tutto, pure sul povero Giampaolo Morelli, condannato a fare la parte del belloccio imbranato come Giorgio Mastrota è costretto a vendere pentole sino all'estinzione dei secoli... E' proprio vero che la bellezza non basta...


"Mamma, ma la Stella Piumata..." "Ssshhhhh...."

7) Boh, aspettiamo...

"Ue', altezza mezza bellezza!" "Sì, con il Mocio in testa...".


martedì 14 aprile 2015

Una Grande Famiglia, season 03X01: la calata dei marshmallows.

Abbiamo sempre seguito con interesse questo romanzone familiare con attori che vanno dall'eccellente al mediocre, rilevando in esso la spia più verace di certo orientamento socio-politico della nostra cultura. 
Dopo una prima stagione di chiaro impianto berlusconiano (l'imprenditore che si dilegua perché non lo lasciano lavorare), una seconda di evidente allure montiano-lettiana (l'imprenditore che si rivela un imbecille totale, ma alla fine lui le combina e lui le risolve, mentre attorno a lui sorelle cattoliche prendono a frequentar cenacoli multi-gender oriented, altre sposano l'uomo-bidet, mentre il fratellino si zompa la femmina con le narici gotiche), eccoci alla terza, morbidamente renziana, con una ouverture talmente melliflua che abbiamo stentato a riconoscere il plot originario.

Trattieni er respiro, Ti', che sennò ce scoppia er pixel...

Se cioè la forza (diciamo così) della prima e di parte della seconda stagione di UGF era la sapiente mistura di tragico e comico, nella puntata dell'altra sera sembrava di essere finiti in uno spin- off di Casa Vianello, con situazioni talmente ridicole da sfiorare il grottesco. Ma passiamo ad un'analisi ragionata & filologica.

1) Il personaggiume.

Pare (e sottolineo pare) che ci siamo giocati l'inascoltabile Sahrah Fehlbehrbauhm e tutte le sue aspirate, detto che l'intraprendente e cessofila Nicoletta detta Nico è stata sbattuta ben al di là dell'Atlantico a grattarsi la pancia, con schiavetti di colore in lontananza a passare la cera sulle aiuole, il tutto in pieno spregio alle lotte di M.L.King. Pazienza, NON ci mancheranno le sue strizzate d'occhio, il suo intercalare stitico e le boccucce burbanzose.

Ciao, bbelli, a fasse mantene' è sempre 'na ggioia! 

Il cast di qui in Italia procede invece (del resto gli sceneggiatori non potevano preventivare LA catastrofe del 2015) verso una progressiva Onedirectionizzazione, proprio adesso che la boyband più simile allo zucchero filato che si ricordi procede verso l'inesorabile realizzazione della verità enunciata da Oderisi da Gubbio. Vabbe', li hanno presi in controtempo, via... per dire cioè che il figlio della ultracattolica (eh, come no...) Laura, quella che si faceva riguardo a pronunciare una frase in cui le parole "cazzuola" e "voliera" distassero tra loro meno di sei secondi, ebbene il famigerato Nicolò, quello che recitava con un ferro da stiro nell'esofago, è ora impersonato da un attore che sembra la versione post-centrifuga col Vanish di Riccardo Scamarcio, un Harry Styles dal sorriso di un'eloderma, puccioso e timidino, ma promosso dal Capofamiglia, ovvero il buon vecchio Ernesto/Gianni Cavina, a caporeparto della new Rengoni.

E non faccio ruoli da figurante, ok?

Sì, Nicolò. Quello che era entrato in fabbrica per dimenticare lo stalking a suo danno in quanto omosessuale, quello che se l'era fatta col pitturista a tempo di record per poi scoprire il bruciante assenzio del tradimento, insomma un incapace cosmico di colpo messo al comando senza esperienza veruna. Mi ricorda il destino di certuni che, dopo carriere liceali a dir poco fallimentari, si rifugiano sotto l'ala protettiva di papà nella fabbrichetta di famiglia, fanno carriera all'istante e poi pubblicano su facebook post di alto spessore morale del tipo: "Ciao universitari, buon viaggio verso la disoccupazione!", in ciò dimostrando di non saper ringraziare gli dèi che, pur avendoli creati imbecilli, li hanno salvati con il posto in casa, dimenticando peraltro che loro, da soli, non avrebbero neanche saputo tirare su i muri della fabbrichetta. Ma tant'è, il mediocre è sempre bravissimo a mentire a se stesso.


Sì, sempre io... sexy come il boccale del Bimby lo so...

Sempre perché UGF morde nel concreto del reale dell'oggettivo, e siamo pur sempre nell'operosa Brianza multietnica, ecco spuntare il musulmano disadattato, Jamal, sbolognato al povero Raul, ormai giunto al grado mistico di terzomondista sottoscrittore di essere ARCI per conto terzi. Raoul che saprà vendicarsi di essersi visto recapitare uno più giovane e belloccio di lui mettendolo "a spalar merda" per insegnargli l'umiltà. Ah, sì.

Ue', splendidi, mi arriva il maroccchino (si vede la mano vascolarizzata?)! 

Il Jamal è pure lui stato scelto con vaghi connotati di figaggine orientaleggiante, parla un italiano speditissimo, dovrebbe essere il Franti della situazione, "perché tanto è inutile che mi prendiate in giro, sarò sempre emarginato, la realtà non cambia, ecc. ecc.", ma dopo neanche due terzi di episodio si è già redento ed è addirittura pronto a farsi la primogenita di Madonna delle Lacrime Stefania Rocca/Chiara. Ma tutto è dolcezza in questo avvio di stagione.


Zayn Malik chi?


Ernestino detto Tino, per dire: da tenero cucciolino nella prima serie a bignè semovente adesso. Laddove la sorellina aspirante zoccola, ora interpretata da quella che in 1992 fa la figlia di Stefano Accorsi (ah, la versatilità...), è friccicosamente pronta all'esperienza interetnica. Tutto l'universo obbedisce all'amore, no?


Mo pensa te, che mi piaceva tanto vendere le piadine a Riccione...

Infatti, per amore di baracconaggine, spunta Isabella Ferrari in versione Gradisca di Amarcord, con un caricaturale accento romagnolo a dirci che no, casa Rengoni non ha ancora finito di stupirci. Dopo aver sospettato che la suddetta avesse trescato puttanescamante con Raul (colpa di questi flashback color seppia che non spiegano nulla...) restandone incinta, ciò cui induceva a sospettare anche la mise fantasia, di fatto un mashup tra il look di Donatella Rettore e Loredana Berté dei tempi d'oro, e insomma il motel, e insomma "a Viareggio non ci torniamo, dobbiamo soldi a troppa gente", eh, insomma, benpensanti che non siete altro, macché, Isabella/Claudia è nientemeno che LA FIGLIA di quella svanita siderale di Nora/Sandrelli. La qual cosa ci porta direttamente al punto 2.   


Vabbe', adesso Nicolò lo fa mio fratello, oh... familismo all'italiana, via...



2) Le distorsioni quantistiche della trama.

Ecco, appunto. E Nora figliò clandestinamente? Ma questa è solo una delle veroniche della trama che ci mettono di fronte a situazioni date, ma non radicate in alcun trascendentale fededegno.
Il che, detto più spicciamente, indica:
a) Perché i Rengoni aprono una fabbrica nuova & più grande? Non erano stati ridotti alla canna del gas dalle giravolte finanziarie di Edoardo? Hanno rubato alla famiglia Cassina l'esclusiva dei mobili di Le Corbusier? Le sedie disegnate con Autocad da Chiara hanno sfondato così tanto?
b) Perché il Capofamiglia odia così visceralmente Edoardo/Gassmann, che oltretutto qui si fa vivo solo tramite sparute email con Chiara? Non lo aveva riaccolto a braccia aperte? Non aveva apprezzato il suo quasi-suicidio per salvare la ditta dopo il breve passivo di centinaia di milioni? E perché Nora, che odiava Chiara peggio di come Stephanie Forrester (prece) odiava Brooke, adesso la incensa come una dea? Non era una poco di buono a nastro?


Dai, in fondo non fai poi così schifo...

c) Perché la bella di Calimero, con le narici sempre più simili alle finestre dell'Alcazar di Siviglia, tradisce il tapinello, ignara del fatto che costui tende in genere a sfracellarsi con l'auto da corsa nei momenti tristi? Quali i motivi della crisi? Quale il ruolo del tamarro barbuto che se la porta a letto?

Maronn', me s'è allungata la narice destra...

d) Perché Nico non si è tenuta al di là dell'Atlantico il consorte e l'adottato Salvo, il noto maghrebino con l'accento di Tor Pignattara? Perché Ruggiero di Cessilandia è qui? Non era impegnato a rovinare la vita alla Dama Velata?


E allora io ho detto a Mario Bros: "Oh, niente colpi di testa, oggi, eh?".


e) Perché l'unico momento gloomy dell'episodio è il flashback di Chiara che perde il bambino di Raul? Cos'ha avuto? Non erano tutte a posto le analisi?

3) Simpatia, simpatia.

Ma, s'è detto, il vero tratto unificante di tutte le vicende puntatizie è la melassa comico-farsesca ruotante attorno al matrimonio tra l'ultracattolica Laura, che si risposa per la seconda volta in chiesa (ma non aveva rifiutato di concedere il divorzio all'ex?). Certo, essendo il primo correlativo oggettivo della stagione una delicata pianta di banano regalata dalla cesso-family ai piccioncini, uno s'aspettava trasgressione a go-go. Ebbene, Vandea-woman, irritata dallo spreco di invitati e cibarie messo in piedi da Nora, che fa del matrimonio cosa sua, decide di fare la prima, grande cosa trasgressiva in quarant'anni o poco più di vita.

Eh, ma quella cosa dello ius primae noctis, sai che quasi quasi...

 E che cosa fa? Gira nuda per casa con la bandiera della contrada del Montone? Spacca le vetrine dei negozi Bimbostore? Si ubriaca di trielina? Macché, passa la notte PRIMA DELLE NOZZE a infrattarsi col quasi-marito nella quasi- casa, esibendo un quasi-decolleté, un quasi-piede nudo e abbandonandosi alle gioie del congresso fiatando di non essersi pentita. Sporcacciona... Non paga di cotanta perversione, la mattina dopo butta giù dal letto One Direction mozzarella e gli intima di venire in chiesa tipo alle 7 per sposarsi in intimità, lui, lei, i figli, il prete, le fedi nuziali prestate dagli Iron Maiden, il tutto all'insaputa di Nora. La quale Nora, quando scopre il fattaccio, tiene giù un muso, ma un muso... che in mezz'ora è già pallido ricordo. Non dopo essersi coperta di ridicolo svegliando il povero Capofamiglia all'alba "perché tu non sei una donna", smistando all'indietro invitati e corone di fiori, sforzandosi di essere truce senza riuscirci.
Tutto riposa insomma su un insistito macchiettismo che ci lascia alquanto perplessi: va bene che l'Italia ha bisogno di ridere, ma ridere di se stessa a questo modo fa bene?


Ancora più cretina... no dai, ancora di più, forza...

lunedì 6 aprile 2015

I grandi réportages gastronomici di Eligio de Marinis: sciccherie a Loreto

"No, no e no! Io in quel buio andito non entro!", così la Spocchia si era rifiutata di sperimentare la cena in un ristorante-hotel perso su una collina, ma certamente abitato da presenze umane. I borbottii dell'Arciduca, che si confondevano col rombo del motore dell'automobile, segnavano gradi crescenti di disapprovazione.
"Moglie mia, piove e nessuno mai avrà da ridire se entriamo lì... Non vorrai che la serata finisca a trancio di pizza...".
"E se fosse?".
"Chiudere il sabato santo con pane lievitato, saprofiti frullati e jambon mi pare riduttivo...".
"Se a te, marito mio, non aggrada la prosciutto e funghi, la cosa mi cale poco assai!".
Discorsi di questo tenore, mentre i fari delle auto che correvano sul fondo della strada arrivavano a riflettersi nel monocolo dell'Arciduca. No, in effetti l'ingresso di un turista solitario sotto la pioggia avrebbe ingenerato dietrologie di sfigaggine francamente irritanti. La Spocchia era nel giusto. Riavviai l'auto, riguadagnai la strada principale, riaccesi i grugniti dell'Arciduca, che di duodeno insisteva a criticare la mia scelta, ma tanto fu. E ora?
"Beh, ci sarebbe sempre quel ristorantino dai prezzi esagerati che....", attaccò la Spocchia.
"Di bene in meglio, moglie! Facciamoci pelare del tutto!!" protestò l'Arciduca, memore degli espropri napoleonici avvenuti in zona due secoli fa "Hai già scordato le pagelle di Tripadvisor? Prezzi alti, piatti piccoli!".
"E vabbe', ordiniamo antipasto, primo, secondo e ci saziamo di certo!".
"Come no! Che ideona...".
Ideona che pure mi piacque, ciò per cui voltai d'impeto a destra l'auto, mandando a sbattere Spocchia e Arciduca contro i rispettivi vetri, zittendoli il necessario per trovare il ristorante "Da Pasqualda" [nome di fantasia, metti che leggano il blog, poi finisce come quelli del festival di Mantova...].
Sotto secchiate di pioggia guadagnai la porta del locale, parzialmente a vetri, vetri dai quali la proprietaria osservava il mio incedere, incerta suppongo se aprire o meno a un turista solitario che magari arrivava lì per mangiare solo l'antipasto e le occupava un tavolo da quattro.
Mi aprì, tuttavia, ma prima di lasciarmi entrare attese il cartiglio di presentazione.
Decido allora di passare al presente storico e mi aggiusto una faccia da Ditino Pretenzioso feat. Pulcino pio: "Salve, sono da solo, mi prendete lo stesso?". La vice-Pasqualda, ovvero la Caposala del ristorante, mansione segnalata dalla giacca nera, i jeans e le ballerine nere per i piedi piatti, che pur piatti non possono essere serviti [questa serviva per dare colore, magari piatti non erano], mi squadra impietosita, poi mi dice: "Ma certo... Mi dia il soprabito...", mentre Pasqualda attiva il portaombrelli, mi ri-squadra dubbiosa, poi sussurra all'altra: "Questo  lo mettiamo di lì...", come se parlasse di uno stivale spaiato, quindi mi conduce "di lì", ovvero in una sala attrezzata alla "sentitevi inadeguati, please": musica jazz-lounge-chillout- classico che non passa, colonne a specchio, camerieri a specchio, nel senso che si specchiano nella loro professionalità e poi si ricordano che ci sono lì i clienti, tavoli ampi e decorati con composizioni floreali tutte diverse, coppie affamate, famiglie misticanza (una ha il padre coi capelli all'indietro, basettoni, figlie preadolescenti e chiattissime, felpa col cappuccio e fuseaux - no fashion, no fashion - moglie intellettuale bionda tinta, dall'altra parte padre, madre e due figlie cavallone assai piacenti, peccato per l'accento, una tutta tatuata e lievemente forte di glutei, poi se li alloggi nei jeans slavati attillati, eh, però - no fashion, no fashion - l'altra deliziosamente musona, stacco di coscia di un metro e venti, faccia triste per dire "sono troppo per chiunque....", però lo smartphone manda e riceve whatsapp), tris formato da lui, lei e il simpatico frugoletto Duccio, che entra in sala giocando col videogioco dell'Ipad e non la smette più, nonostante le suppliche dei genitori (bimbominkia!!!).
Caposala mi fa sedere a un ampio tavolo spoglio, non per punirmi, ma perché l'arredamento progressivo del medesimo fa parte dello show. Scopro poi l'esistenza degli altri camerieri, le due appena di grado inferiore a Caposala, ovvero Pinocchia e Giappa, distinte dalla livrea nera e dal farfallino, e i due sotto-sottoposti, Pinocchio e Pagnotta, camicia bianca e cravatta nera.
Pinocchia ha la boccuccia a becco d'anatra e il nasino affilato, oltre alla coda di cavallo affilata, e serve i clienti con affilata professionalità, spiegando in modo affilato le caratteristiche dei piatti, ma sempre con un tono come se capisse che i clienti non sono lì per capire, ma per mangiare. Giappa, che sembra la nonna di se stessa, sorride quasi impietosita, conscia delle infinite sorprese culinarie che attendono gli avventori, ignari delle dimensioni new age della cucina secondo Pasqualda. Il suo musino a ciabatta si illumina solo se deve servire il vino, ma sembra la nonna di Aiko di Hello Spank quando mesce il saké. Pinocchio ha un tatuaggio sul collo, sembra un pinocchietto con le bretelline, esce trionfante dalla cucina con un piatto con su tre pomodorini e serve lo zucchero nel caffè come pochi. Pagnotta è addetta a servire il pane ai tavoli, in linea con la propria silhouette, e serve i piatti solo se il numero dei clienti al tavolo è dispari, e Pinocchia e Giappa hanno verosimilmente solo due braccia.
Ecco dunque le tappe del Viaggio nell'Estasi:
1) Il menù: saltato a pie' pari quello di mare/terra con dieci piatti per un totale di 80 euro, compongo à la carte: antipasto detto "5/4 di scottona", probabilmente un indovinello; primo detto "lo gnocco viola ripieno al salmì di lepre con burro e salvia"; secondo detto "il maialino alla brace". Lo gnocco alluderà a LO gnocco per antonomasia, come usa ora presso i ristoratori (come quando servono LA misticanza, per dire che la cicoria e la lattuga che ti danno loro non hanno rivali in tutta l'ecumene), oppure devo aspettarmi un solo gnocco? Il maialino sarà ancora vivo? E come può una scottona dare luogo ad una frazione impropria?
2) Quante sciocche domande... Ben più urgente è chiedersi dove siano le posate... Ah, no quelle arrivano con le pietanze... Anche l'acqua è servita sempre da loro, appena vedono che hai bevuto un sorso, subito rabboccano, e per evitare che tu, tapino, te la versi da solo, la collocano su un tavolinetto a sei metri dal tuo, così t'impari.
Ma il lounge è lounge... Arriva Pagnotta, tutta flautata: "In attesa dei piatti, apriamo con una caramella di pecorino su stecco di legno" e mi propina un bicchiere a forma di budello con dentro il sale grosso per tenere fermo lo stecco ove è allocato un pezzo di formaggio fritto al microonde e poi lasciato rapprendere che prende quella caratteristica consistenza a ragnatela. Gnam. Ah, che sazietà...
3) Sì, ma le posate? Ma, no, buzzurro, prima arriva il pane! Riecco Pagnotta con un vassoio bislungo recante grissoni bislunghi (fatti col Bimby), serviti con le molle, quindi in un piattino mi viene versato dell'olio, con evidente invito a fare scarpetta (ma non era volgare?). Però, scarpetta col grissino...
Infatti Pagnotta ritorna e porta "il nostro pane, adesso Le spiego: al centro c'è il pane...  pane diciamo [quello dei plebei, se lo togliete vengono giù tutti gli altri], poi pane di patata [ = fondo della pentola della polenta con consistenza pane carasau], pane di patata viola [idem, ma viola], pane [a forma di stringa cicciuta] e panini col formaggio nell'impasto". Ah, il pane. Adesso sì che si può fare scarpetta.
4) Macché: piomba dopo due minuti Caposala con una scatolina rettangolare 25x3. Gesù, i fiori di Bach a quest'ora... "Questa è la sopresa dello chef. Apra un po'..." [apro un po'...] "ecco, vede come prima cosa una pallina di tartare di carne che Lei dovrà infilare nel sacchettino delle spezie, shakerare e quindi mettere sulla fettina di pane fritto, poi la mangia... questa è la nostra oliva ascolana da montare!!". Facciamo notare che la pallina ha il diametro di un centimetro, così come la fettina di pane. Dopo aver litigato col sacchetto per capire dove diavolo si apre, apro, shakero, ma mi va tutto da una parte, quindi impiatto nella fettina. Ri-gnam. Ah, le calorie...
5) Le posate, le posate!!! Ah, no, vanno al tavolo di Duccio. Il quale Duccio, che ovviamente di questi piatti raffinati se ne fa un baffo, ordina tagliatelle al sugo. Rispetto ai tempi biblici delle altre portate, le tagliatelle arrivano IN QUATTRO MINUTI, potenza del cibo plebeo.
Ma no, noi siamo nel Parnaso! Ed ecco le posate! Che sono l'avviso dell'arrivo del piatto, recapitato dopo 8 minuti. Ed ecco la frazione impropria: piatto oblungo, con su tracce di elaborazione carnea, rispettivamente un fagottino di roastbeef con puré, un sospiro di bresaola con tre cilindretti di caprino, un bottoncino di carpaccio, un dado di lingua, un cuneo di tartare di manzo ottenuto col sac-à-poche. "Buon appetito!", opina Caposala. Adesso sì che posso usare "il nostro pane". Certo, senza ingozzarmi, veh...
6) Ciao assaggini, vi amammo. Ma se ne vanno anche le posate, e ora? Intanto osservo Basettone che osserva le cavallone mentre la figlia chiatta1 si alza per andare in bagno. L'impietoso confronto gli fa scuotere il capo. Poi si alza la figlia chiatta2, e la felpa a lustrini si mostra inadatta a coprire tutto. Vuoi mettere il tailleurino della cavallona col broncio? E giù bicchieri di bianco per dimenticare.
Oplà, "continuiamo il Suo antipasto di scottona!" e Pinocchia mi serve tutta secchioncella "il nostro miniburger di scottona, la nostra trippa e per digerire il gelato al peperone". Ah, però.
Eccoci alla prova del fuoco: il miniburger, diametro due centimetri, accoglie al suo interno due minifette di minilatttuga e appunto il minipezzo di scottona (il quinto quarto, direi). E' tenuto fermo da un ministuzzicadenti, ma non ci sono posate. C'è invece una miniforchetta atta a gustare la minitrippa, contenuta in un ditale di alabastro a forma di conchiglia, mentre il minicucchiaio serve a mangiare la miniperla di gelato arancio che è proprio peperone.
"Non oserai mangiare con le mani il miniburger, vero?", mi squadra severo l'Arciduca. Certo che no, ribatto, anzi, mi aiuto con lo stuzzicadenti: trafiggo il pane, alzo, addento di lato e... flip, tutta la miniscottona fuori dall'altro lato. Allarme fashion, sotto con la forchettina della minitrippa per recuperarla, macché mi scappa da tutte le parti, oddio la mia cena! Allora la Spocchia mi passa una fetta di pane di patata, che con la sua consistenza laminacea mi consente di bloccare la fuga del bocconcino. E gnam.
A vigorose miniforchettate drago la minitrippa dal suo fondale, quindi azzanno la miniperla di gelato al peperone, oh è davvero peperone, senti come fa digerire. E sul burp finale, passa Giappa, compatendomi, a ritirare il piatto oblungo.
7) Minuti interminabili senza posate, mentre i miei vicini attendono qualcosa da ormai mezz'ora. Carino, il poggiapiedi per la borsa della signora. Io allora attacco "il nostro pane" già che è lì, faccio scarpetta e Giappa approva.
Ma ecco le posate!!! E basta. Forse dovrei guardarle per saziarmi, come il cane di Eta Beta.
Cavallona tatuata esce a fumare tra gli sguardi invidiosi delle astanti. Cavallona musona fotografa il brodo. I miei vicini attendono qualcosa che non arriva. Pinocchia mesce miniburgher alla famiglia chiatta, ma Basettone, che era lì per lo spiedo (devono averlo indirizzato male), disapprova.
Perdiamo nel frattempo la coppia del tavolo lontano, dopo che lei ha pesantemente commentato un MMS, ma guadagniamo... lo gnocco, anzi gli  gnocchi, viola per davvero. O meglio: loro sono grigiotti, ma cosparsi di una specie di farinetta viola, o forse è formaggio grattugiato passato nel mirtillo, o forse sto per mangiare i veri funghi di yuggoth che tanto piacevano a Lovecraft, boh. Sì, in effetti i sei bagolotti informi sembrano pronti a prender forma per impossessarsi del mio corpo, ma la mano dell'Arciduca è più lesta, e un sol colpo di forchetta basta a sventrare il primo mutante, che trimalchionicamente mostra il contenuto che non ti aspetti, ovvero un soffice ripieno che al gusto è proprio di lepre, ma lepre lepre, roba che a non stare attenti lo gnocco scatta e vola via. Gustoso, davvero, anche perché Pagnotta mi ricarica di pane & grissini, laddove al tavolo delle cavallone si brinda.
8) Ciao Lo gnocco, ci piacesti. Gulp, non passano tre minuti che arrivano già le nuove posate. Il tutto mentre Duccio fa strage di nemici, e sua madre strage di sugo sulla camicetta. La serata va scaldandosi. E infatti, a breve distanza dalle posate arriva il maialino, ovvero una morbida fetta suina, tenera & polposa, accompagnata da se stessa, nel generale tripudio creato dalla croccantezza della cotenna e dalla tenerezza del filettino di grasso che corre tutt'attorno la carne color ocra pallido, ben cotta, ben calda, scioglievole al punto giusto, anche perché finalmente anche la coppia vicina dà un senso al suo esserci: sono arrivate le costine d'agnello, ordinate prima che io arrivassi. Infatti le serve Pasqualda, conscia della figuraccia.
9) Ciao, maialino, s'è fatta 'na certa... "Gradisce la nostra carta dei dolci?", mi chiede Caposala, "No, va bene così, mi basta un caffè corretto sambuca", e lei, fulminandomi con lo sguardo perché ho OSATO rifiutare il dolce, sibila: "Sì, ah, beh, certo, glielo faccio preparare...". E così passa mezz'ora, me imprudente... Ciò non vuol però dire ch'io e la Spocchia ci si sia macerati nella noia: abbiamo visto Basettone ubriacarsi, la coppia al nostro fianco finire l'agnello in fretta e furia, ma soprattutto, verso metà della mezz'ora, arriva Giappa con un'altra posata. Il cucchiaio che preannuncia il caffé? Ah, no, è una specie di rasoio da barbiere... Che, mi vuole sgozzare perché non ho preso il dolce? No, col rasoietto mi spazza via le briciole dal tavolo, e le raccoglie nel cestello di vermeil. E il tempo passa... E Caposala guarda al mio tavolo, pentita forse, o forse mefistofelica, ma la verità è che, se anche non ordinai il dolce, loro vogliono che io ne goda. Ed ecco, non richiesta, "la nostra piccola pasticceria", ovvero un bicchierino oblungo con dentro la crema catalana, un ricciolo di pannacotta a forma di stelllina, un fruttino rosso come quelli che magiano i draghetti di Bubble Bobble e un'altra cosa colorata. Domanda: come faccio a ingollare la crema catalana? Semplice, bisogna attivare il livello bonus costituito dal cucchiaio con sopra il ricciolo di pannacotta. Allora prima devo mangiare il ricciolo. Gnam, che boccone grosso... Ecco che il cucchiaio affonda generoso nella catalana, la quale ovviamente finisce ovunque tranne che in bocca, ma un rapido colpo di mano risolve la tracimazione.
Essendosi la curva glicemica alzata di tanto così, ripassa Pinocchio a chiedermi se voglio ordinare il caffè. Ohibò, quindi Caposala ha obliato la comanda? Don't good, don't good.   
Giunge il caffé, sambuca a parte, "mi dica Lei quanta ne vuole" [versa, versa, che me devo scafazza' "], poi lo zucchero servito direttamente dai bricchi a cucchiaini, sia mai che il cliente si impiccichi le mani. E niente, sazio ma non pieno mi allontano con voluttà. Non prima di aver visto Pinocchio e Pagnotta raccattare i tovaglioli sporchi con le molle e metterli nel vassoio d'argento, pronti, immagino, "alla nostra lavatrice", il cui detersivo come minimo è ricavato dagli olii essenziali di jojoba con un tocco di vanillina.  

Il prezzo di tutto ciò? Suvvia, tra gentiluomini...
[peccato che cavallona col broncio fumasse...]

domenica 1 febbraio 2015

Istantanee da una Repubblica

Possiamo in realtà partire dalla scena più bimbominkia di tutta la maratona parlamentare che ha portato alla quirinalizzazione di Sergio Mattarella: raggiunto il quorum, applausi, abbracci, lacrime e uno stuolo di piddini tutti chini sullo smartphone, immagino a twittare, disinteressandosi bellamente di quanto accadeva in aula, manco fossero delle directioners a Sanremo fuori dall'Ariston che trillano socialnetworkicamente "E' appena passato Harry ke figoooo!!!:P" o simili. Scenetta adolescenziale quant'altre mai, certo. Bello, comunque, il colpo d'occhio di un pezzo consistente di aula montecitoriale che si spella le mani, con in mezzo la Boschi a fare da madonnina laica & sorridente, Speranza che gesticola come uno che ha appena sbancato il flipper, Rosy Bindi che si ricorda di saper piangere, Bersani che applaude come il nonno che sente il nipote stonare alla recita di Natale ma gli va bene comunque, Alfano sorridente a 42 denti come se avessero eletto lui, e tanto altro.
Diciamocelo: al di là del metodo, della persona, delle beghe e dei riallacciamenti che questa elezione porta con sé, ci mancava solo lo stillicidio di votazioni plurime e scrutini protratti all'infinito, che tanto male ci fecero nel passato. Quattro tornate vanno più che bene, anche se sarebbe stato meglio il colpo secco alla Cossiga o alla Ciampi. Pazienza. E' chiaro però che l'elezione di Mattarella segna uno spartiacque decisivo nella storia della Seconda/Terza repubblica e dice cose. Cosiamole:

1) Ti ammazzo col sorriso: il capolavoro renziano è tutto nelle manovre di questi tre giorni. Matt ha imposto il suo candidato, poi ha fatto capire che non era solo il suo, ma nel frattempo l'altra parrocchia maggioritaria in
Parlamento, ovvero Forza Italia, ha fatto la figura di incartarsi su un NO preconcetto e capriccioso "per questioni di metodo", perché Renzi ha fatto tutto senza consultare chicchessia. E' in effetti singolare che, da quando Berlusconi è in politica, e pur avendone retto il timone per 8 anni e mezzo su 20, tutte le volte che si è eletto il Presidente della Repubblica il suo schieramento sia sempre stato all'opposizione. E si sa, chi ha i numeri in Parlamento comanda, gli altri squittiscono. Fu così anche nel 2006, del resto, quando Napolitano quirinalizzò con i voti del solo csx. Molto meglio andò a Ciampi, che appunto rastrellò subito una marea di voti bipartisan. Mai, comunque, il cdx ha avuto la possibilità di proporre/imporre un SUO candidato. Solo che, visto il clima di totale litigiosità in cui versa la politica, per tacere del Paese reale, almeno la forma di una concordia per eleggere Mattarella poteva starci. E ci sarebbe stata se Berlusconi, uomo da sempre abituato a prendere lui l'iniziativa, non se la fosse vista scippata dal tempismo di Renzi, che ha fatto tutto da solo, mettendo all'angolo Silviuccio. Questo, nient'altro, non è andato giù all'arcoriano. Non c'entrano le prese di posizione mattarelliane contro di lui, Silviuccio sa dimenticare, come dimostrano i suoi minuetti con Bossi. Stavolta ha dovuto prendere atto di una triste realtà: il peso reale del suo partito in politica è ormai due volte e mezzo minore di quello del trionfo del 2008. Renzi sa di poter giocare al gatto col topo, perché la minaccia di elezioni anticipate è un deterrente per tutto il cdx, scompagnato e costretto ad avere come alfiere temporaneo Salvini. E perché si è giunti a ciò? La risposta al punto 2.

2) Quando quaranta inverni assedieranno il tuo sopracciglio... Già Shakespeare ammoniva il suo fair friend a non compiacersi troppo della propria bellezza e ad accoppiarsi quanto prima, sì da poter perpetuare la bellezza predetta in un pargolo e non dover assistere impotente al proprio invecchiamento. Ora, Silviuccio, prima che politico, è notoriamente uomo da azienda. E un uomo d'azienda, sentendo avvicinarsi QUEI momenti, cerca successori che non buttino tutto all'aria. Ciò che appunto il nostro arcoriano di riferimento ha fatto, lasciando nelle sapienti mani di Confalonieri e figliolanza assortita la conduzione delle aziende di famiglia per dedicarsi all'agone politicante. Pare tuttavia che anche in politica arrivino QUEI momenti, e il minimo che il fondatore di un partito possa fare è circondarsi di eccellenti delfini che un bel dì raccolgano la sua eredità. E qui Silviuccio ha toppato. E' rimasto convinto di essere l'immortale demiurgo del cdx italiano, in ciò preferendo la compagnia di zelanti lacché e ringhiosi luogotenenti, senza però creare, come si direbbe nel mondo universitario, una "scuola", allevando cioè gente da erudire nel modo di condurre aziendalmente la politica. Forse tale modo non è insegnabile semplicemente perché non esiste. O forse Berlusconi, accecato dal suo stesso narcisismo, non ha mai tollerato che alla sua ombra crescessero arbusti che un giorno potessero asciugargli le radici. E chi c'era oggi in Parlamento? Il suo prodotto più riuscito: le Barbie della politica, bercianti soubrettine buone giusto a ciangottare nei talk show con le risposte preconfezionate e tutte le tattichette di comunicazione equivoca e sabotante che si insegnano ai master di comunicazione politica, ma incapaci di avere sostanza autonoma. Ed eccole là, immobili mentre l'altra metà dell'emiciclo applaudiva, ridotte a manichini visibilmente stizziti, eccole là, Prestigiacomo, Bernini, Santanché, una più stuccata dell'altra, prive di espressione facciale, ma soprattutto prive di un senso nell'essere in Parlamento che non fosse la sottomissione al Capo (e Carfagna, e Gelmini, ecc...). Non giudichiamo le persone, per carità. Giudichiamo le figure politiche: il loro posto, se non sanno andare oltre il ruolo di megafono delle idee altrui, non è lì. Come tanti altri, sia chiaro: Berlusconi ha creato un partito di ombre prodotte dalla luce del suo scoppiettante Ego, ma tramontato lui è svanito tutto. Non c'è classe dirigente nel cdx, e la cosa è tanto più assurda se si pensa che Forza Italia è il parto della mente di uno che di conduzione di impresa se ne intende assai. Perché fare di questo partito un semplice specchio in cui riflettere il proprio Ego senza ulteriori prospettive? Lo diciamo col rammarico di chi ha votato quello schieramento (lo si ammette con tranquillità e senza ipocrisie, o forse facendo la figura dei più grandi ipocriti) fino all'attuazione della riforma Gelmini. Dopo non è più stato possibile: non si poteva più dar credito a un partito di robottini allenati ai sofismi, di samurai pronti a gettarsi sulla spada delle figuracce più assurde pur di difendere l'indifendibile, di puffi e puffette insultanti e litigiosi. E diciamolo pure: liberissimo Silviuccio, come ogni adulto vaccinato e consenziente, di circondarsi di femminume vario; ma candidarlo al consiglio regionale della Lombardia solo per meriti estetici (e non aggiungiamo altro), questo no. Un partito il cui discorso fondativo era tutto un frullare di inni alla libera impresa e al trionfo delle qualità individuali non poteva popolarsi di odalische. Pagate da noi, peraltro. 

3) Cerchio o spirale? Anche proseguendo la riflessione dell'altro giorno, ora che i giochi sono fatti possiamo ragionare più a ciccia: cosa rappresenta l'elezione di Mattarella? Tante cose. Anzitutto, resta inteso che il capo di Stato italiano debba essere di preferenza vecchiotto: Scalfaro si intronizzò a 74 anni, Ciampi a 79, Napolitano a 81. Mattarella riscende a 74, ma il sugo non cambia: la classe politica si starà pure ringiovanendo anche, ma non solo, grazie a Renzi, però al vertice di tutto si preferisce mettere l'uomo di esperienza. E ben vero che il nostro Presidente non ha il ruolo di un Obama, di un Cameron o di una Merkel, ruolo per cui un'età sensibilmente più bassa è raccomandata: resta però il retrogusto che tutto il "nuovo" che gira nei palazzi parlamentari sia ancora troppo eterogeneo e rissoso per raffreddarsi a dovere in caso di elezione presidenziale. Si è comunque scelto ancora un esterno, ovvero un uomo che, pur avendo seduto in Parlamento per anni, al momento attuale è di fatto un tecnico, guidando egli la Corte costituzionale, ovvero un potere complementare al legislativo. Come lo era del resto Ciampi, uomo d'economia prestato alla politica. Per dire cioè che, al di là dei legittimi trionfalismi piddini, il nostro Parlamento rimane sotto vari aspetti ancora un'arena dove vige la legge del più forte. E vabbe'.
Ma c'è altro: si è già osservato che Mattarella creò la legge elettorale che Berlusconi fu più abile di altri a sfruttare al primo colpo, e che tuttavia non ha portato alcun incremento di stabilità politica rispetto alla precedente. Il neo-quirinalio è però anche esponente di certo piacevole antiquariato democristiano, correnti legate nientemeno che ad Aldo Moro, roba da prima Repubblica, insomma, altro che Seconda o Terza. Sembra cioè che Mattarella, così lungamente applaudito dal PD, sia in realtà la prova che la DC non è mai morta davvero. Decapitata ai tempi di Tangentopoli, essa ha sapientemente vissuto sott'acqua per poi riemergere ora, nella figura di un statista irreprensibile, ma soprattutto cattolico di ferro, ancora un cattolico dopo 9 anni di un ex-post-quasi-magari un tempo comunista (Napolitano) e 7 anni di un laico (Ciampi). Il vecchio che uccide il nuovo? O la riproposizione di un classico che non passa mai? Più ancora, a nostro spocchioso parere, una sorta di cerniera che si chiude sul ventennio berlusconiano, liquidandolo di fatto ad esperienza importante ma sterile. E si capisce che non lo diciamo a cuor leggero: sperammo, in quei lontani giorni di liceo, che l'Italia si dotasse di una forza politica che mettesse al primo posto le qualità individuali e non le strozzasse in nome di un'ideologia scioccamente egualitaria e livellatrice; una forza politica che garantisse a tutti la libertà di costruirsi un destino indipendentemente dall'appartenenza a logge & camarille ideologiche; una forza politica dinamica e svecchiante. Alla fine di tutto, ci siamo trovati tra le mani la corte di un satrapo persiano cieco a tutto tranne che al godimento del proprio potere. Dicono che non poteva che finire così. Non so. Ora però conta il futuro: l'exploit renziano per interposto Mattarella dimostra che l'onda berlusconiana è ormai estinta, il centrodestra deve mutare pelle, ritrovare una proposta culturale che non siano i programmi di Canale 5, preoccuparsi di formare un elettorato di sani pensatori critici e non di consumatori col cervellino spappolato dai miti della spesa e dell'economia che deve girare. Ci vuole un partito vero, non la quarta rete Mediaset. Chi si prenderà in gobba l'immane incarico di riprogrammare dalle radici una formazione che altro non è che l'ipostasi plastica del suo fondatore e della sua visione delle cose? Eppure costui va trovato, e in fretta. Anche a costo, se non si vuole evaporare nel nulla, di mettere all'angolo il padre nobile: naufragare col capitano sarà pure eroico, ma in politica non porta da nessuna parte.

[P.S.: ciao, pentastellati; bravi; bella la scenetta del deputato che si filma in cabina di voto, come l'ultimo degli studentelli cretini che scatta la foto al professore mentre urla in classe; grande idea quella di votare a vuoto Imposimato "per distinguerci"; certo, caro  Morra, voi siete nel tempio del sistema (il Parlamento), ma siete antisistema; come no: come le prostitute nel convento, o le suore nel bordello; continuate così; l'importante è essere inutili, ma felici]  

giovedì 29 gennaio 2015

Una bianca marea

Probabilmente, da quando avremo iniziato a scrivere questo post a quando l'avremo finito, tutto sarà cambiato e dovremo cestinarlo, ma la politica italiana è così, frizzante, brillante, rampante, sempre strabiliante, il tuo nome è Robin Hood.
Resta quindi che Renzi ha lanciato nell'orbita quirinalizia Mattarella, che come visibilità internazionale è messo maluccio, ma ha dalla sua le stimmate di essere fratello di una vittima della mafia, cosa che, per puro paradosso, lo internazionalizza ben più di qualsiasi incarico in Commissione europea possa brandire Prodi per proporsi come futuro sovrano del Colle. 
Mattarella, poi, a puro livello simbolico, sarebbe l'ideale per chiudere una stagione da lui stesso aperta: sua è stata la legge elettorale maggioritaria con recupero proporzionale che ha fatto entrare l'Italia ufficialmente nella Seconda repubblica. L'italianità sublime di quella legge stava tutta nel fatto che i poveri cristi di ogni partito venivano fatti confliggere tra loro nei singoli collegi uninominali, e chi prendeva anche solo un voto in più di tutti gli altri veniva eletto. Effetto uno: bastava anche un 20-30% di voti, se tutti gli altri singolarmente non arrivavano al 15, per l'elezione. Bella rappresentatività del corpo elettorale. Effetto due: visto che il popolo italiano vota per tifoseria, poteva venir calato nel collegio X un attaccapanni che non era neanche di quelle parti e quelli del suo partito lo votavano comunque: a Brescia nel 2001 fu candidato al senato il romano Paolo Guzzanti e noi amanti del cdx di allora lo votammo, fregandocene del dettaglio che lui rappresentasse la città come Carlo d'Inghilterra potrebbe entrare negli One Direction. Bel rapporto candidati- territorio (difatti molti big della sinistra fuori che da Toscana, Emilia, Marche, Umbria, col piffero che si facevano candidare). Per evitare però che i capoccioni avessero la botta di sfiga di restar fuori dai giochi, un ristretta quota di essi poteva candidarsi anche nella lista proporzionale, che garantiva recuperi e paracadute ad eventuali trombati nei collegi. Questa legge, che avrebbe dovuto regalarci maggioranze stabili, politica trasparente e coalizioni ben definite, ha finito per regalarci il governo Berlusconi 1, il governo tecnico Dini, il Prodi 1, il D'Alema 1 e 2, l'Amato 2, il Berlusconi 2 - 3 (se si considera il rimpasto del 2005). Sette/otto governi in 11 anni. Nulla di troppo distante da quello che accadeva col proporzionale. Per tacere del fatto che la legge Mattarella avrebbe dovuto portare all'estinzione dei partitini, che invece fiorirono amenamente a legislature in corso, moltiplicando nomi e siglette di gente che già valeva poco nel partito grande e finì per valere ancora meno nel gruppetto da 10 deputati. 
Mattarella, dunque: come non si deve giudicare un padre dal figlio, così noi non giudichiamo l'uomo dalla elegge elettorale da lui battezzata, che peraltro ora giace sepolta negli archivi della memoria, essendo stata sostituita nove anni fa dall'incommentabile legge Calderoli.  Epperò intorno alla figura di questo siculo silenzioso non può non addensarsi l'aura simbolica del rappresentante di ciò che poteva essere e non fu: gli orizzonti di buona politica che la sua legge elettorale prometteva sono sfumati nel volgere di una micro- legislatura (1994-1996) allorché il pionerismo bombastico di Silviuccio si scontrò con l'intrattabilità della Lega e le manovre da consumati uomini di sinedrio di Scalfaro e pidiessini, capaci di scodellare un governo tecnico guidato da un ex ministro berlusconiano che a tal punto dispiacque a Berlusconi da far finire all'opposizione il partito vincitore delle elezioni, con l'ex opposizione a votare la fiducia ad un governo nato da una costola dell'ex maggioranza. Sublime italianità anche qui. Si noti, appunto: prima di essere impallinato dalle manovre quirinalizie, Berlusconi scontò il tradimento di Bossi, ovvero di uno degli uomini nuovi della politica italiana; il quale, entrato nelle stanze del potere, si mise a fare esattamente come i politici vecchi, mitragliando minacce di crisi governative ad ogni stormir di emendamento poco gradito al popolo leghista. Per dire che è proprio la mentalità del politico italiano a non funzionare, malata com'è di guicciardinismo: il Paese può andare in malora, io in Parlamento devo mungere solo le leggi che servono a me e alla mia parte, stop. 
E il mattarellum restò lì, salutato come lo strumento della palingenesi catartica della politica e diventato invece, con gli accordi di desistenza PDS-Rifondazione del 1996, mezzo invero sleale per fregare il più possibile gli avversari. Salvo poi, giunti al governo, litigare su tutto e far cadere Prodi dopo 18 mesi. Quindi le manovrine per issare D'Alema (pezzi di Forza Italia che diventavano UDR, Rifondazione che si frantumava, tutto un puzzle di rarà sublimità), quindi il ritorno di chi aveva giurato e stragiurato di abbandonare la politica per sempre (Amato) ecc. ecc. ecc.
E' giusto avere Mattarella al Quirinale, anche se probabilmente il rischio bruciatura è adesso altissimo, avendo egli ottenuto l'investitura ufficiale del PD, fatto che notoriamente porta una sfiga cosmica. E' giusto candidare lui, a ricordare come la politica italiana ha cambiato pelle senza cambiare anima: corruzione c'era prima dei referendum del 1993, corruzione c'è stata dopo, ancora più sfacciata, arrogante, disumana. Instabilità c'era prima e c'è adesso, col problema che adesso c'è anche un'Europa severa e intrattabile cui render conto. 
Che lo si candidi, e forse lo si sacrifichi: forse, simbolicamente, la classe politica italiana oggi a guida Renzi farà con ciò una simbolica purdha che la purificherà delle sue mende peggiori. Oppure, portato Casini al Colle, continueremo ad essere quel delizioso Paese delle favole che tanto fa sorridere il resto del mondo, mondo che ci tollera giusto per il clima, i monumenti e la buona cucina. Forse è il ruolo di cameretta degli svaghi delle nazioni serie quello che ci calza di più. Mattarella si merita tutto ciò?


[update: ok, attendiamo molte schede bianche; uh, due donne a presiedere, visto le quote rosa?] 

martedì 27 gennaio 2015

Non ce l'abbiamo con lui, sia chiaro...

Sono abbastanza in imbarazzo nel dover quasi vedermi costretto, e non so per quanto, ad inaugurare una sorta di "Osservatorio Abravanel", ovvero un gruppo di ascolto formato da me medesimo, la Spocchia e l'Arciduca, sì da poter monitorare le sempre scoppiettanti dichiarazioni del manager-scrittore che non perde occasione per dire cosa non gli piace della scuola. Intendiamoci, la stella polare del suo pensiero è quella parolina per cui anche noi andiamo in deliquio, e deliquieremmo ben di più se la vedessimo concretizzata oggi sì e domani pure: meritocrazia. Checché ne dicano i figlioli e nipotini del '68 (ovvove e steveotipia!!), l'aver appiattito i valori educativi sulla sufficienza garantita a tutti come se la scuola dovesse essere la livella delle ingiustizie sociali, è stato il primo passo di un cammino a discendere che ha portato l'Italia al baratro attuale di incompetenza e corruzione. Di ciò restiamo fortemente convinti: chi sa e sa fare di più, merita di più, perché con le sue capacità dovrà contribuire al progresso spirituale e materiale della società in cui vive (sempreché sia stato sottoposto a robuste dosi di umanesimo, nevvero?)(che poi l'uomo per natura è imperfetto, si sa)(vabbe', almeno provi...). Semmai c'è da tutelare che meno sa e meno sa fare, consentendogli di trovare una scuola che gli dia quel minimo dirozzamento per non finire sotto i ponti o magari per scoprire quella passione nascosta o quella competenza ignota che studi di diverso tipo e con diverse aspettative avrebbero magari lasciato in ombra per sempre. Non è difficile, in teoria. In pratica, il problema è alla fonte: quarant'anni di ugualitarismo ipocrita hanno umiliato la professione docente, gettando nel calderone di stipendi uguali e basati solo sulla anzianità di cattedra insegnanti eccelsi e mezze tacche che avrebbero al più meritato di sgusciare carrube in qualche mercatino rionale. Da gente così si pretende la selezione delle qualità degli alunni? Ma tant'è, è l'Italia.
E allora, perché siamo prevenuti nei confronti di Abravanel, che in sostanza si pone nel nostro campo? Per i motivi già accennati pochi post sotto a questo: il buon Abry parla di scuola, ma secondo me non vi ha mai messo piede. Finora, lo ammetto, ho seguito poco le sue diagnosi e le sue ricette in materia, e spero che la scarsità di rilievi empirici sia alla base di ciò che sto per dire, ma rimango nel dubbio che egli pontifichi di cose viste da lontano, senza il contatto con la carne viva della didattica quotidiana e dei temperamenti dei ragazzi con cui ci dobbiamo misurare noi addetti ai lavori. E se queste esperienze non si fanno continuativamente e approfonditamente, qualsiasi modello proposto, per quanto accettabile in astratto, sa già di stantìo non appena esce dalle pagine del libro. Ecco, il buon Abry sta per dare alle stampe La ricreazione è finita, e lo leggeremo di certo. Atteniamoci per ora alle sue interviste, come questa rilasciata a Il giornale (nostro ex-foglio di riferimento culturale, ora ridotto a ring di peracottari). E veniamo subito al dunque: spiace, Giorgio caro, vederti ridurre l'immissione in ruolo dei 150.000 o giù di lì precari ad un'operazione nell'interesse dei docenti e non degli studenti. Allora, ribadito che né i concorsi né le SSIS hanno mai veramente fatto filtro, impedendo ai meno saggi di adire alla cattedra, ma questo l'avete saputo SEMPRE tutti e avete SEMPRE lasciato correre, ti domando: sei sicuro che non sia anche un po' interesse degli studenti avere finalmente dei consigli di classe stabili, sottratti alla girandola degli incarichi annuali e delle cattedre volanti che saltano e riatterrano puramente a caso? So bene che anche l'organico funzionale non risolverà alla radice il problema, giacché qualche docente che chiede trasferimento o che si ammala ci sarà sempre; nondimeno, sottrarre la massa dei precari all'umiliazione dello zingaraggio scolastico non avrà, ti chiedo, anche effetti costruttivi sulla loro autostima, sull'entusiasmo che deriverà dalla possibilità di programmare a lunga scadenza la didattica con le classi, sulla creazione finalmente di situazioni ambientali consolidate, unico presupposto per il consolidamento delle competenze? Poi tu mi dirai che questa immissione in ruolo in massa porterà cani & porci, e che non è certo per il fatto di essere finito in graduatoria che uno può pretendere di salire in cattedra se poi non sa insegnare. E allora di agisca alla foce, visto che alla fonte (le abilitazioni e i concorsi) qualche falla c'è sempre. Epperò non è per evitare i cani & porci in cattedra che le aquile e i cigni devono sentirsi dire che per loro c'era spazio, ma no, anzi abbiamo scherzato. Purtroppo la meritocrazia che sia io che tu tanto amiamo deve prevedere un momento di sversamento indistinto di nuova linfa nei ruoli dello Stato. Abbi semmai il coraggio di proporre misure che blocchino DOPO gli incapaci, quando cioè la loro incapacità è palese oltre ogni ragionevole dubbio. E' lì che ti trovo deboluccio, Abry.
Ma non solo lì. Ascolta, si capisce lontano un  miglio che, fosse per te, aboliresti tutti i licei d'Italia per sostituirli con scuole tecniche in cui tutte le materie sono insegnate in inglese, le lezioni si svolgono via Skype e i docenti sono solo dei modesti facilitatori. Si vede. Si sente. E allora, quando tiri fuori il preclaro esempio dei bambini di prima media in Finlandia a cui è stato chiesto di risolvere il problema dei flussi del traffico al semaforo del loro paesello, abbi il coraggio di trarre le conclusioni fino in fondo, pur nel ridicolo ASSOLUTO dell'episodio da te addotto a prova della superiorità finnica su noi eredi di Cicerone e Tucidide: dicci in cosa devono consistere i curricoli delle scuole del futuro, dicci chiaramente che del pensiero umanistico non te ne può fregar di meno, che è molto più importante aiutare gli automobilisti ad avere flussi di traffico decenti invece che spiegar loro dove porta la strada della vita che percorrono ugualmente. Dillo, su, che degli orizzonti di senso non sai che fartene, che alla scuola bisogna chiedere solo il saper fare, perché di saper essere, in un universo dominato dalla tecnica che trasforma i mezzi in fini è da folli andare oltre il quotidiano espletamento dei propri doveri materiali. Dillo che lo spirito è lo scomodo e non gradito ospite delle nostre esistenze, il proteiforme ed inafferrabile quinto o sesto o settimo elemento che invade i nostri corpi, attiva l'anima e ci costringe a chiederci dove tendono le nostre azioni, a metterci in rapporto con il mistero inconoscibile dell'essere, insomma tutte cose che certa neuroscienza e certo positivismo vigliacco definiscono come relitti imperfetti dell'evoluzione del cervello, come se chiedersi il perché (causale e finale) delle cose fosse un handicap e non la molla che ci ha garantito 5 milioni di anni di progresso dall'Australopiteco a qui (One direction e Fabrizio Corona esclusi, s'intende) (dai poverino, ha chiesto pure la perizia psichiatrica)(colpa dei professori che ha avuto alle superiori, di sicuro...). Dillo che la scuola deve cessare di educare e deve ridursi ad apprendistato continuo. Questa è la civiltà che vuoi? Tutti manager e tornitori? Vuoi sopprimere la ricerca del bello in nome dell'utile? Vuoi che l'uomo diventi un automa che regola i flussi semaforici? Se lo pensi, dillo. Abbi il coraggio di negare l'humanitas. Poi non stupirti se la nostra civiltà decederà del tutto, e quando anche tu sarai classificato come "non produttivo", verranno a chiederti se preferisci l'imbalsamazione istantanea o l'eutanasia da sano, "tanto ormai non servi più". Pensaci bene. Bene. Bene.