Motto


"Chi scende, non sale; chi sale, non zucchero; chi scende, zucchero".



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lunedì 17 dicembre 2012

IN LOVING MEMORY OF MARY, DAWN AND VICTORIA

[Premessa generale: prima che i soliti moralisti del fallo tattico si alzino in piedi a dire che è troppo comodo indignarsi solo quando vengono massacrati dei colleghi, con tutte le cose brutte che succedono ogni giorno nel mondo, sappiamo lorsignori che in ogni invettiva l'indignazione è direttamente proporzionale al grado di vicinanza con l'evento oggetto di indignazione. E comunque nessuno vi obbliga a leggere].

Gli utenti del blog avranno ormai capito che qui si naviga abitualmente tra il serio e il faceto. Oggi siamo costretti ad essere terribilmente seri.

Che non ci siano parole per descrivere l'orrore della strage di Newtown in Connecticut, strage perpetrata da un 20enne pazzo, figlio di una pazza con la mania delle armi, un essere capace di uccidere bambini indifesi e maestre che si sono improvvisate scudi umani per arginare gli effetti della sua follia, ebbene dire che non ci sono parole è troppo comodo. Devono esserci eccome.
Gli americani hanno sempre avuto questo 'complesso del far west', per cui la difesa personale è cosa buona e giusta, bisogna difendersi per non venir soppressi, mors tua vita mea ecc. ecc. E' auspicabile che Obama, già che freme dalla voglia di lasciare un segno nella storia del USA, trovi il modo di arginare il fenomeno dell'armamento facile, anche a costo di mettersi contro tutte le lobby americane e non solo. D'altronde, quando si decide di gettarsi in politica, non si  è più solo se stessi, ma si diventa un tutt'uno con coloro da cui si è eletti. Obama deve agire e non essere frenato da paure legate magari pure alla salvaguardia della sua persona o di quelle dei suoi cari: egli ormai non è più un singolo individuo, è lo Stato Americano incarnato, e come tale deve agire nell'interesse dei suoi membri. Non ci sarà vero sacrificio personale, poiché la sua vita coincide ormai con quella della comunità, e quindi egli non cesserà di esistere qualora qualche ritorsione lobbystica metta fine alla sua esistenza, poiché egli vivrà nelle vite di coloro che non sono morti grazie al suo impegno anti-violenza. La vita persa per chi si decide di proteggere non è mai persa.
La morte, al contrario, quando è provocata, non solo si sconta vivendo, ma non si riscatta certo suicidandosi come ha fatto il pazzo del Connecticut: la sua fuga dalla vita dopo averne spezzate più di 30 è indice certo di un profondo disagio, ma anche dell'incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni e sopportarne il peso. Non ha provveduto di sua mano a fare giustizia delle sue stesse atrocità, no. Doveva esser preso, esibito al ludibrio del mondo intero, processato, esaminato nei lati più oscuri del suo cervello, quindi condannato all'ergastolo, poiché solo l'illanguidimento senza speranza di riscatto può macerare a sufficienza anche l'animo del più folle degli assassini. Al quale, sia chiaro, io non riconoscerò MAI l'incapacità di intendere e di volere: sono troppo senecano per non sapere che, anche nel compiere l'azione più efferata, è sempre la nostra volontà che dà l'assenso alle spinte degli istinti, istinti che peraltro, nel presente caso, non possiamo neanche definire ferini, poiché tra gli animali queste stragi di simili non avvengono. Se esiste un luogo nell'aldilà dove la coscienza si brucia fino ad annullarsi, eppure anche se annullata continua a sentire il graffio eterno della sovversione provocato all'ordine naturale della società umana, ebbene spero che l'anima di quell'essere vi sia già giunta, e che il suo perpetuo avvitarsi nel dolore sia già iniziato.
Mi si consenta però di chiudere con la memoria nient'affatto retorica e solamente commossa per le tre maestre che hanno sacrificato la loro vita per limitare al massimo i danni di quell'essere: liquidate con il mesto sorriso di chi sente i bambini parlare di escrementi le parole delle lobby delle armi, che hanno affermato che se le maestre fossero state armate pure loro, la strage non sarebbe avvenuta, voglio consegnare alla memoria telematica, per quel che si può da questa sede, i nomi di Mary Sherlack, psicologa della scuola, Dawn Hochpsrung, la preside che ha attivato l'interfono della scuola per dare l'allarme e ha tentato di fermare il mostro semplicemente gettandoglisi addosso, per finire crivellata di colpi, e Victoria Soto, la giovanissima maestra che ha messo in salvo i suoi bambini prima di venire trucidata.
Chi scrive è figlio e nipote di maestri elementari, per cui l'evento lo colpisce doppiamente. Mi si conceda dunque di alloquire, e se sembrerò retorico, fatti vostri: a tutti quelli che quotidianamente sparano a zero sulla categoria, a quelli che ci sbolognano i figli a scuola perché almeno se li tolgono di torno per un po', a quelli che pensano che il nostro sia un mestiere qualunque, vale la pena di ricordare non solo che noi abbiamo la responsabilità penale per tutto ciò che può accadere ai ragazzi in orario di lezione, ma soprattutto non interagiamo con faldoni o bulloni, ma con esseri viventi. La qual cosa, oltre a caricarci del nobile peso del compito educativo, fa sì che, a poco a poco, i ragazzi diventino parte di noi, anche se magari abbiamo figli nostri, perché la relazione insegnantizia non è burocrazia, è vita, e dare la vita significa legarsi indissolubilmente con chi riceve questa vita, sia pure vita dello spirito come quella che trasmettiamo noi. E' per questo che non mi stupisco, pur commuovendomi, del sacrificio di Victoria, poiché questa ragazza meravigliosa non ha agito per salvare gente a caso, ma sapeva che nei suoi piccoli alunni, qualunque fosse stato il suo destino, sarebbe sopravvissuta una parte di lei. Una classe di scuola non è un ufficio qualunque, è una famiglia culturale ed emotiva regolata da leggi di protezione della specie che attivano, come nal caso di Victoria, un circuito di sacrificio disinteressato, puro, totale che è una forma d'amore certo particolare, ma spiegabile col fatto che, nel momento in cui si conduce un gruppo di giovani o giovanissimi o addirittura bambini a scrivere la propria pagina sul libro della vita, non si può morire mai completamente.
Che dunque la terra NON sia lieve a quell'essere innominabile e che la memoria dei caduti della scuola, e in particolare delle tre donne ora citate, e in particolare di Victoria, resti perlomeno a perenne monito: per voi, studenti falliti, bocciati plurimi, diplomati a pagamento che trovate comodo asilo lavorativo in famiglia, e, per un anno che finalmente piegate la schiena dopo una vita di nulla assoluto, vi credete grandi imprenditori e vi permettete di insultare la nostra categoria "che insegna cose che non interessano", credendo che i vostri freschi stipendi da paraculati siano una sorta di rivalsa nei nostri confronti; per voi, sportivi di belle speranze che al primo contratto credete di aver già conquistato il mondo, e dimenticate che più di metà della vostra vità sarà impegnata a non sperperare quello che avrete guadagnato in dieci anni di carriera; a voi, ex gigolò convertiti alle polizze furto-incendio, che vi atteggiate a maestri di etica lavorativa dall'alto di una sovrana capacità di indossare maschere e recitate il ruolo degli integerrimi padri di famiglia, nascondendo il vostro passato e ciarlando sulle ferie degli insegnanti "pagati per fare niente"; a voi, scimmie vestite che credete di celare la vostra nullità sotto l'esibito benessere privo della cultura che unica ci distingue dalle bestie e cinguettate vezzose che tanto "a scuola non ho imparato niente...". A tutti voi dico: le vostre pagine si accartocceranno nella polvere riarsa dei secoli, le nostre, scritte insieme a coloro che hanno creduto in noi, resteranno per sempre, grazie all'indelebile inchiostro dell'humanitas, ovvero al riconoscimento di sé nell'altro, che spinge a nutrire tutti assieme l'anima comune che ci ha resi quelllo che siamo. Noi insegnanti siamo e saremo qui. Adesso aspettiamo voi..
  

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